L’arbor gentil che forte amai molt’anni (Petrarca, RVF 60)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «L'arbor gentil che forte amai molt'anni»

L’albero gentile amato per tanti anni è l’alloro, cioè Laura. Finché i suoi rami non lo hanno disprezzato, alla sua ombra l’ingegno debole del poeta fioriva e cresceva anche nelle pene. Poi, quando lui si credeva al sicuro, la pianta dolce si è fatta legno spietato, e tutti i suoi pensieri si sono rivolti a un unico bersaglio: lamentare il danno subito. Che cosa dirà chi sospira per amore, se le sue nuove rime gli avevano dato speranza e ora la perde a causa di costei? Il sonetto si chiude con una maledizione. Che nessun poeta colga più l’alloro e il Sole lo faccia seccare.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDE DCE.
  • L’alloro è insieme Laura e la gloria poetica.
  • Raro momento di rancore aperto verso la donna amata.
  • La maledizione rovescia i privilegi del lauro: protetto da Giove, caro al Sole.

Parafrasi del componimento 60

Versi 1-4

L’albero gentile che ho amato intensamente per molti anni, finché i suoi bei rami non mi hanno disprezzato, faceva fiorire il mio debole ingegno alla sua ombra e lo faceva crescere negli affanni.

Versi 5-8

Poi, quando mi credevo al sicuro da questi inganni, da dolce che era si è fatto legno spietato, e io ho rivolto tutti i miei pensieri a un solo bersaglio, così che parlano sempre dei loro tristi danni.

Versi 9-11

Che cosa potrà dire chi sospira per amore, se le mie nuove rime gli avessero dato qualche speranza e la perdesse per colpa di costei?

Versi 12-14

Che nessun poeta ne colga mai più, che Giove non le conceda più il suo privilegio, e che venga in odio al Sole, fino a seccare ogni sua foglia verde.

Testo del componimento 60

L’arbor gentil che forte amai molt’anni,
mentre i bei rami non m’ebber a sdegno
fiorir faceva il mio debile ingegno
a la sua ombra, et crescer negli affanni.

Poi che, securo me di tali inganni,
fece di dolce sé spietato legno,
i’ rivolsi i pensier’ tutti ad un segno,
che parlan sempre de’ lor tristi danni.

Che porà dir chi per amor sospira,
s’altra speranza le mie rime nove
gli avessir data, et per costei la perde?

Né poeta ne colga mai, né Giove
la privilegi, et al Sol venga in ira,
tal che si secchi ogni sua foglia verde.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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