Riassunto: «Quel foco ch'i' pensai che fosse spento»
Il poeta credeva che il fuoco d’amore si fosse spento con il freddo degli anni e con l’età meno giovane. Invece si riaccende e riporta fiamma e tormento nell’anima. Le scintille non si erano mai spente del tutto, erano solo coperte, e ora teme che il secondo errore sia peggiore del primo. Le lacrime che versa a migliaia sono il dolore che dal cuore passa agli occhi, e il male cresce invece di calmarsi. Tutta quell’acqua dovrebbe bastare a spegnere qualsiasi fuoco. Ma Amore vuole tenerlo diviso tra due contrari, e proprio quando spera di uscirne lo invischia di nuovo nel bel viso.
Da ricordare
- Ballata: ripresa di 3 versi e due stanze di 7.
- Metafora del fuoco sotto la cenere.
- Antitesi tra il fuoco dell’amore e l’acqua delle lacrime.
- Il «secondo error» è la ricaduta nell’amore.
Parafrasi del componimento 55
Ripresa (versi 1-3)
Quel fuoco che pensavo fosse spento dal tempo freddo e dall’età meno giovane rinnova nell’anima fiamma e tormento.
Stanza 1 (versi 4-10)
Da quello che vedo, le scintille non sono mai state spente del tutto, ma solo un po’ ricoperte, e temo che il secondo errore sia peggiore del primo. Con le lacrime che verso a migliaia, bisogna che il dolore passi distillato per gli occhi dal cuore, che ha in sé le scintille e l’esca: e non solo resta com’era, ma mi sembra che cresca.
Stanza 2 (versi 11-17)
Quale fuoco non avrebbero già spento e ucciso le onde che gli occhi tristi versano sempre? Amore, anche se me ne sono accorto tardi, vuole che io mi consumi tra due contrari; e tende lacci di tanti tipi diversi che, quando ho più speranza che il cuore ne esca, proprio allora mi invischia di più nel bel viso.
Testo del componimento 55
Quel foco ch’i’ pensai che fosse spento
dal freddo tempo et da l’età men fresca,
fiamma et martir ne l’anima rinfresca.
Non fur mai tutte spente, a quel ch’i’ veggio,
ma ricoperte alquanto le faville,
et temo no ’l secondo error sia peggio.
Per lagrime ch’i’ spargo a mille a mille
conven che ’l duol per gli occhi si distille
dal cor, ch’à seco le faville et l’ésca:
non pur qual fu, ma pare a me che cresca.
Qual foco non avrian già spento et morto
l’onde che gli occhi tristi versan sempre?
Amor, avegna mi sia tardi accorto,
vòl che tra duo contrari mi distempre;
et tende lacci in sí diverse tempre,
che quand’ò piú speranza che ’l cor n’esca,
allor piú nel bel viso mi rinvesca.
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
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