I dolci colli ov’io lasciai me stesso (Petrarca, RVF 209)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «I dolci colli ov'io lasciai me stesso»

Si è allontanato dai dolci colli dove ha lasciato sé stesso, ma quei luoghi gli stanno sempre davanti, e porta sulle spalle il caro peso che Amore gli ha affidato. Spesso si meraviglia di sé: cammina sempre e non si è ancora liberato dal bel giogo, scosso tante volte invano; anzi, più si allontana più si avvicina. Come un cervo colpito da una freccia avvelenata fugge e soffre tanto più quanto più corre, così il poeta, con la freccia piantata nel fianco sinistro, che lo consuma e in parte gli piace, si strugge di dolore e si stanca di fuggire.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
  • Partenza da Valchiusa e pensiero fisso dei luoghi lasciati.
  • Paradosso: più si allontana, più si avvicina.
  • Similitudine del cervo ferito, ripresa da Virgilio (Eneide IV).
  • La freccia nel fianco sinistro, dalla parte del cuore.

Parafrasi del componimento 209

Versi 1-4

I dolci colli dove ho lasciato me stesso, partendo da dove non posso mai partire, mi stanno davanti, e mi sta sempre addosso quel caro peso che Amore mi ha affidato.

Versi 5-8

Spesso mi meraviglio di me stesso, perché vado sempre e non mi sono ancora liberato dal bel giogo scosso più volte invano, ma quanto più me ne allontano tanto più mi avvicino.

Versi 9-11

E come un cervo ferito da una freccia, con il ferro avvelenato dentro il fianco, fugge e soffre tanto di più quanto più si affretta,

Versi 12-14

così io, con quella freccia nel fianco sinistro che mi consuma e in parte mi piace, mi strugge il dolore e mi stanco di fuggire.

Testo del componimento 209

I dolci colli ov’io lasciai me stesso,
partendo onde partir già mai non posso,
mi vanno innanzi et émmi, ognor adosso
quel caro peso ch’Amor m’à commesso.

Meco di me mi meraviglio spesso,
ch’i’ pur vo sempre, et non son anchor mosso
dal bel giogo piú volte indarno scosso,
ma com piú me n’allungo, et piú m’appresso.

Et qual cervo ferito di saetta,
col ferro avelenato dentr’al fianco,
fugge, et piú duolsi quanto piú s’affretta,

tal io, con quello stral dal lato manco,
che mi consuma, et parte mi diletta,
di duol mi struggo, et di fuggir mi stanco.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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