Non da l’hispano Hibero a l’indo Ydaspe (Petrarca, RVF 210)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Non da l'hispano Hibero a l'indo Ydaspe»

Dal fiume Ebro in Spagna all’Idaspe in India, dal Mar Rosso al Caspio, in cielo e in terra esiste una sola fenice, cioè Laura. Il poeta si chiede quale corvo o cornacchia di buono o cattivo augurio canti il suo destino, quale Parca lo avvolga sul fuso: proprio dove sperava di essere felice trova la Pietà sorda come un aspide. Non vuole parlare male di lei, perché chi la vede si riempie il cuore di dolcezza e amore, tanto lei ne ha in sé e ne dona. Ma, per rendere amare le sue dolcezze, finge di non vedere che le sue tempie stanno diventando bianche prima del tempo.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABAB BAAB CDC DCD.
  • Laura come fenice, unica al mondo, come nel 185.
  • Geografia dei confini del mondo: Ebro, Idaspe, Mar Rosso, Caspio.
  • Presagi degli uccelli: corvo e cornacchia.
  • Capelli bianchi precoci del poeta, ignorati da Laura.

Parafrasi del componimento 210

Versi 1-4

Non dall’Ebro spagnolo all’Idaspe indiano, cercando ogni costa del mare, né dal lido rosso alle onde del Caspio, né in cielo né in terra c’è più di una fenice.

Versi 5-8

Quale corvo a destra o quale cornacchia a sinistra canta il mio destino, o quale Parca lo avvolge sul fuso? Perché, misero, trovo la Pietà sorda come un aspide proprio dove speravo di essere felice.

Versi 9-11

Non voglio parlare di lei: ma a chi la vede riempie tutto il cuore di dolcezza e d’amore, tanto ne ha in sé e tanto ne dà agli altri;

Versi 12-14

e per rendere amare e crudeli le mie dolcezze, o finge, o non si cura, o non si accorge che queste tempie fioriscono di bianco prima del tempo.

Testo del componimento 210

Non da l’hispano Hibero a l’indo Ydaspe
ricercando del mar ogni pendice,
né dal lito vermiglio a l’onde caspe,
né ’n ciel né ’n terra è piú d’una fenice.

Qual dextro corvo o qual mancha cornice
canti ’l mio fato, o qual Parca l’innaspe?
che sol trovo Pietà sorda com’aspe,
misero, onde sperava esser felice.

Ch’i’ non vo’ dir di lei: ma chi la scorge,
tutto ’l cor di dolcezza et d’amor gli empie,
tanto n’à seco, et tant’altrui ne porge;

et per far mie dolcezze amare et empie,
o s’infinge o non cura, o non s’accorge,
del fiorir queste inanzi tempo tempie.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Torna alla guida al Canzoniere o alla pagina su Francesco Petrarca.