Riassunto: «Conobbi, quanto il ciel li occhi m'aperse»
Riflessione sui limiti della poesia. Per quanto il cielo gli ha aperto gli occhi e lo studio e l’amore gli hanno dato ali, il poeta ha conosciuto in Laura bellezze nuove e leggiadre, ma mortali. Le altre sue qualità, celesti e immortali, la sua vista debole non riusciva a sopportarle, perché superavano l’intelletto. Così tutto quello che ha detto e scritto di lei, e che ora gli fa rivolgere a Dio preghiere invece di lodi, è stato una piccola goccia di abissi infiniti. Lo stile non va oltre l’ingegno, e chi fissa il sole vede tanto meno quanto più esso splende.
Da ricordare
- Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
- Tema dell’ineffabilità: la poesia non basta a dire Laura.
- Distinzione tra bellezze mortali e celesti.
- Immagine della «breve stilla d’infiniti abissi».
- Similitudine finale dell’occhio abbagliato dal sole.
Parafrasi del componimento 339
Versi 1-4
Ho conosciuto, per quanto il cielo mi aprì gli occhi e lo studio e l’Amore mi sollevarono le ali, cose nuove e leggiadre, ma mortali, che ogni stella sparse su un’unica creatura:
Versi 5-8
le altre, tante forme così rare e varie, alte, celesti e immortali, la mia debole vista non riuscì a sopportarle, perché erano superiori all’intelletto.
Versi 9-11
Perciò quanto io ho detto o scritto di lei, che ora in cambio delle lodi mi offre preghiere davanti a Dio, fu una piccola goccia di abissi infiniti:
Versi 12-14
perché lo stile non va oltre l’ingegno; e se un uomo tiene gli occhi fissi nel sole, vede tanto meno quanto più esso splende.
Testo del componimento 339
Conobbi, quanto il ciel li occhi m’aperse,
quanto studio et Amor m’alzaron l’ali,
cose nove et leggiadre, ma mortali,
che ’n un soggetto ogni stella cosperse:
l’altre tante sí strane et sí diverse
forme altere, celesti et immortali,
perché non furo a l’intellecto eguali,
la mia debil vista non sofferse.
Onde quant’io di lei parlai né scrissi,
ch’or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,
fu breve stilla d’infiniti abissi:
ché stilo oltra l’ingegno non si stende;
et per aver uom li occhi nel sol fissi,
tanto si vede men quanto piú splende.
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Torna alla guida al Canzoniere o alla pagina su Francesco Petrarca.