Sí è debile il filo a cui s’attene (Petrarca, RVF 37)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Sí è debile il filo a cui s'attene»

Lontano da Laura, separato da montagne, mari e fiumi, il poeta sente la propria vita appesa a un filo sottilissimo. L’unica cosa che l’ha tenuto in piedi è stata la speranza di rivederla, ma anche quella comincia a venir meno. Il tempo corre, le vite sono brevi e i corpi fragili. Ogni luogo dove non vede quegli occhi lo rattrista, e nel ricordo la gioia di prima rende più dura la pena presente. Le stanze centrali passano in rassegna ciò che gli manca: le trecce d’oro, lo sguardo, le parole, le mani bianche, i gesti. Il congedo affida alla canzone un messaggio rispettoso: tornerà presto, vivo o come spirito.

Da ricordare

  • Canzone di 8 stanze di 16 versi più congedo di 8.
  • Tema della lontananza dall’amata e della speranza che si consuma.
  • Ritratto di Laura per frammenti: trecce, sguardo, parole, mani, petto.
  • Ritorno ossessivo al pianto: «Et io son un di quei che ‘l pianger giova».

Parafrasi del componimento 37

Stanza 1 (versi 1-16)

È così debole il filo a cui si regge la mia vita pesante che, se nessuno la aiuta, arriverà presto alla fine della sua corsa; perché, dopo la crudele partenza con cui mi sono separato dal mio dolce bene, solo una speranza è stata fin qui la ragione per cui vivo, e diceva: anche se sei privata della vista amata, resisti, anima triste; che ne sai se tornerai a tempi migliori e a giorni più lieti, o se il bene perduto non si riconquisti? Questa speranza mi ha sostenuto per un po’: ora viene meno, e io mi trattengo troppo in lei.

Stanza 2 (versi 17-32)

Il tempo passa, e le ore sono così rapide a compiere il loro viaggio che non ho abbastanza spazio nemmeno per pensare a come corro verso la morte: appena spunta a oriente un raggio di sole, lo vedrai arrivato all’altro monte, all’orizzonte opposto, per vie lunghe e tortuose. Le vite degli uomini mortali sono così brevi, i corpi così pesanti e fragili, che, quando mi trovo tanto lontano dal bel viso e non posso muovere le ali con il desiderio, mi resta poco del conforto di sempre, e non so quanto vivrò in questo stato.

Stanza 3 (versi 33-48)

Mi rattrista ogni luogo dove non vedo quei begli occhi soavi che tennero le chiavi dei miei dolci pensieri, finché piacque a Dio; e perché il duro esilio mi pesi di più, che io dorma, cammini o sieda, non chiedo mai altro, e tutto ciò che ho visto dopo di loro mi è dispiaciuto. Quante montagne e acque, quanto mare e quanti fiumi mi nascondono quei due occhi, che resero le mie tenebre come un bel cielo sereno a mezzogiorno, perché il ricordo mi consumi di più, e perché la vita presente, aspra e penosa, mi insegni quanto era felice allora!

Stanza 4 (versi 49-64)

Povero me, se parlandone si ravviva quel desiderio ardente che nacque il giorno in cui lasciai dietro di me la parte migliore di me stesso, e se l’amore se ne va con una lunga dimenticanza, chi mi porta all’esca per far crescere il mio dolore? E perché prima non divento di pietra tacendo? Certo nessun cristallo o vetro ha mai mostrato all’esterno un colore nascosto più chiaramente di quanto l’anima sconsolata mostri i nostri pensieri e la crudele dolcezza che è nel cuore, attraverso gli occhi che, desiderosi di piangere sempre, cercano giorno e notte chi li soddisfi.

Stanza 5 (versi 65-80)

Strano piacere che spesso si trova nelle menti umane, amare qualunque cosa nuova raccolga una schiera più folta di sospiri! E io sono uno di quelli a cui piangere fa bene; e sembra proprio che io mi sforzi perché i miei occhi siano pieni di lacrime come il cuore di dolore; e poiché mi spinge a questo il parlare dei begli occhi, e non c’è niente che mi tocchi o che io senta così nel profondo, corro spesso e ritorno là dove il dolore trabocca più largo, e siano puniti insieme al cuore tutti e due gli occhi, che mi furono guide sulla strada d’Amore.

Stanza 6 (versi 81-96)

Le trecce d’oro, che dovrebbero riempire il sole di molta invidia, e lo sguardo bello e sereno, dove i raggi d’Amore sono così caldi che mi fanno venir meno prima del tempo, e le parole sagge, rare o uniche al mondo, che un tempo mi fecero il dono gentile di sé, mi sono tolte; e perdono più facilmente ogni altra offesa che il fatto di vedermi negato quel saluto benevolo e angelico che risvegliava il mio cuore alla virtù con un desiderio acceso: tanto che non penso di poter mai sentire qualcosa che mi conforti, se non a lamentarmi.

Stanza 7 (versi 97-112)

E perché io pianga con ancora più piacere, questi luoghi montuosi e selvaggi mi nascondono le mani bianche e sottili, le braccia gentili, i suoi gesti dolcemente alteri, i dolci sdegni alteramente umili, e il bel petto giovane, torre di alto intelletto; e non so se posso sperare di vederla prima di morire: perché di tanto in tanto la speranza si alza, e poi non sa restare ferma, ma ricadendo afferma che non vedrò mai più colei che il cielo onora, dove abitano Onestà e Cortesia, e dove prego che sia la mia casa.

Congedo (versi 113-120)

Canzone, se vedi la nostra donna nel dolce luogo, credo proprio che tu creda che lei ti porgerà la bella mano, da cui io sono così lontano. Non toccarla; ma con rispetto, ai suoi piedi, dille che sarò lì appena potrò, o come spirito nudo o come uomo di carne e ossa.

Testo del componimento 37

Sí è debile il filo a cui s’attene
la gravosa mia vita
che, s’altri non l’aita,
ella fia tosto di suo corso a riva;
però che dopo l’empia dipartita
che dal dolce mio bene
feci, sol una spene
è stato infin a qui cagion ch’io viva,
dicendo: Perché priva
sia de l’amata vista,
mantienti, anima trista;
che sai s’a miglior tempo ancho ritorni
et a piú lieti giorni,
o se ’l perduto ben mai si racquista?
Questa speranza mi sostenne un tempo:
or vien mancando, et troppo in lei m’attempo.

Il tempo passa, et l’ore son sí pronte
a fornire il vïaggio,
ch’assai spacio non aggio
pur a pensar com’io corro a la morte:
a pena spunta in orïente un raggio
di sol, ch’a l’altro monte
de l’adverso orizonte
giunto il vedrai per vie lunghe et distorte.
Le vite son sí corte,
sí gravi i corpi et frali
degli uomini mortali,
che quando io mi ritrovo dal bel viso
cotanto esser diviso,
col desio non possendo mover l’ali,
poco m’avanza del conforto usato,
né so quant’io mi viva in questo stato.

Ogni loco m’atrista ov’io non veggio
quei begli occhi soavi
che portaron le chiavi
de’ miei dolci pensier’, mentre a Dio piacque;
et perché ’l duro exilio piú m’aggravi,
s’io dormo o vado o seggio,
altro già mai non cheggio,
et ciò ch’i’ vidi dopo lor mi spiacque.
Quante montagne et acque,
quanto mar, quanti fiumi
m’ascondon que’ duo lumi,
che quasi un bel sereno a mezzo ’l die
fer le tenebre mie,
a ciò che ’l rimembrar piú mi consumi,
et quanto era mia vita allor gioiosa
m’insegni la presente aspra et noiosa!

Lasso, se ragionando si rinfresca
quel’ardente desio
che nacque il giorno ch’io
lassai di me la miglior parte a dietro,
et s’Amor se ne va per lungo oblio,
chi mi conduce a l’ésca,
onde ’l mio dolor cresca?
Et perché pria tacendo non m’impetro?
Certo cristallo o vetro
non mostrò mai di fore
nascosto altro colore,
che l’alma sconsolata assai non mostri
piú chiari i pensier’ nostri,
et la fera dolcezza ch’è nel core,
per gli occhi che di sempre pianger vaghi
cercan dí et nocte pur chi glien’appaghi.

Novo piacer che negli umani ingegni
spesse volte si trova,
d’amar qual cosa nova
piú folta schiera di sospiri accoglia!
Et io son un di quei che ’l pianger giova;
et par ben ch’io m’ingegni
che di lagrime pregni
sien gli occhi miei sí come ’l cor di doglia;
et perché a·cciò m’invoglia
ragionar de’ begli occhi,
né cosa è che mi tocchi
o sentir mi si faccia cosí a dentro,
corro spesso, et rïentro,
colà donde piú largo il duol trabocchi,
et sien col cor punite ambe le luci,
ch’a la strada d’Amor mi furon duci.

Le treccie d’òr che devrien fare il sole
d’invidia molta ir pieno,
e ’l bel guardo sereno,
ove i raggi d’Amor sí caldi sono
che mi fanno anzi tempo venir meno,
et l’accorte parole,
rade nel mondo o sole,
che mi fer già di sé cortese dono,
mi son tolte; et perdono
piú lieve ogni altra offesa,
che l’essermi contesa
quella benigna angelica salute
che ’l mio cor a vertute
destar solea con una voglia accesa:
tal ch’io non penso udir cosa già mai
che mi conforte ad altro ch’a trar guai.

Et per pianger anchor con piú diletto,
le man’ bianche sottili
et le braccia gentili,
et gli atti suoi soavemente alteri,
e i dolci sdegni alteramente humili,
e ’l bel giovenil petto,
torre d’alto intellecto,
mi celan questi luoghi alpestri et feri;
et non so s’io mi speri
vederla anzi ch’io mora:
però ch’ad ora ad ora
s’erge la speme, et poi non sa star ferma,
ma ricadendo afferma
di mai non veder lei che ’l ciel honora,
ov’alberga Honestate et Cortesia,
et dov’io prego che ’l mio albergo sia.

Canzon, s’al dolce loco
la donna nostra vedi,
credo ben che tu credi
ch’ella ti porgerà la bella mano,
ond’io son sí lontano.
Non la tocchar; ma reverente ai piedi
le di’ ch’io sarò là tosto ch’io possa,
o spirto ignudo od uom di carne et d’ossa.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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