I’ mi vivea di mia sorte contento (Petrarca, RVF 231)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «I' mi vivea di mia sorte contento»

Un tempo viveva contento della sua sorte, senza lacrime e senza invidia: se un altro innamorato aveva più fortuna, mille piaceri non valevano per lui un solo tormento. Ora però una nebbia pesante e scura copre gli occhi di Laura, quegli occhi per cui non si pente mai delle sue pene, e ha quasi spento il sole della sua vita. Si rivolge alla Natura, madre pietosa e crudele: da dove le viene il potere e la volontà contraddittoria di creare e distruggere cose così belle? Ogni potere viene da una fonte viva, cioè Dio. A lui chiede come possa permettere che qualcuno tolga agli uomini il suo dono più caro.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
  • Malattia agli occhi di Laura, secondo la lettura più diffusa.
  • La Natura come «pietosa et fera madre».
  • Domanda a Dio sul male che colpisce la bellezza.
  • Collegato ai sonetti 233 e 234 sul tema della malattia.

Parafrasi del componimento 231

Versi 1-4

Vivevo contento della mia sorte, senza lacrime e senza alcuna invidia, perché, se un altro amante ha una fortuna migliore, mille piaceri non valgono un mio tormento.

Versi 5-8

Ora quei begli occhi, per cui non mi pento mai delle mie pene e non ne voglio una di meno, sono coperti da una nebbia così pesante e scura che ha quasi spento il sole della mia vita.

Versi 9-11

O Natura, madre pietosa e crudele, da dove ti viene tale potere, e volontà così contrarie di fare e disfare cose tanto belle?

Versi 12-14

Ogni potere si raccoglie da una fonte viva: ma tu, sommo Padre, come permetti che qualcuno ci privi del tuo dono caro?

Testo del componimento 231

I’ mi vivea di mia sorte contento,
senza lagrime et senza invidia alcuna,
che, s’altro amante à piú destra fortuna,
mille piacer’ non vaglion un tormento.

Or quei belli occhi ond’io mai non mi pento
de le mie pene, et men non ne voglio una,
tal nebbia copre, sí gravosa et bruna,
che ’l sol de la mia vita à quasi spento.

O Natura, pietosa et fera madre,
onde tal possa et sí contrarie voglie
di far cose et disfar tanto leggiadre?

D’un vivo fonte ogni poder s’accoglie:
ma Tu come ’l consenti, o sommo Padre,
che del Tuo caro dono altri ne spoglie?

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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