Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge (RVF 211)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge»

Una catena di personificazioni apre il sonetto: Volontà lo sprona, Amore lo guida, Piacere lo tira, Abitudine lo trascina, Speranza lo lusinga e porge la mano al cuore stanco. Il cuore la prende e non si accorge che la scorta è cieca e sleale: dominano i sensi e la ragione è morta, e da un desiderio ne nasce un altro. Virtù, onore, bellezza, grazia e dolci parole lo hanno portato sui bei rami del lauro, dove il cuore resta invischiato. Poi la data precisa: alle sei del mattino del 6 aprile 1327 entrò nel labirinto, e non vede l’uscita.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDE DCE.
  • Elenco di forze personificate che guidano il poeta.
  • «Regnano i sensi, et la ragion è morta».
  • Data esatta dell’innamoramento: 6 aprile 1327, all’ora prima.
  • Il labirinto come immagine dell’amore senza uscita.

Parafrasi del componimento 211

Versi 1-4

Il desiderio mi sprona, Amore mi guida e mi accompagna, il Piacere mi tira, l’Abitudine mi trascina, la Speranza mi lusinga, mi riconforta e porge la mano destra al cuore già stanco;

Versi 5-8

e il misero la prende, e non si accorge della nostra guida cieca e sleale: regnano i sensi e la ragione è morta; da un desiderio vagante ne risorge un altro.

Versi 9-11

Virtù, Onore, Bellezza, gesto gentile e dolci parole mi hanno condotto ai bei rami, dove il cuore si invischia dolcemente.

Versi 12-14

Nel milletrecentoventisette, proprio all’ora prima, il sesto giorno d’aprile, entrai nel labirinto, e non vedo da dove uscire.

Testo del componimento 211

Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge,
Piacer mi tira, Usanza mi trasporta,
Speranza mi lusinga et riconforta
et la man destra al cor già stanco porge;

e ’l misero la prende, et non s’accorge
di nostra cieca et disleale scorta:
regnano i sensi, et la ragion è morta;
de l’un vago desio l’altro risorge.

Vertute, Honor, Bellezza, atto gentile,
dolci parole ai be’ rami m’àn giunto
ove soavemente il cor s’invesca.

Mille trecento ventisette, a punto
su l’ora prima, il dí sesto d’aprile,
nel laberinto intrai, né veggio ond’esca.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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