Riassunto: «In tale stella duo belli occhi vidi»
Sotto una stella così favorevole il poeta vide due occhi pieni di onestà e dolcezza che, accanto a quei nidi d’amore, il suo cuore disprezza ogni altra vista. Nessuna donna, di nessuna epoca e paese, può essere paragonata a Laura: non Elena, che con la sua bellezza portò affanni alla Grecia e rovina a Troia; non Lucrezia, che si aprì il petto casto con il pugnale; non Polissena, Isifile e Argia. Questa eccellenza è una grande gloria per la Natura e per lui un piacere altissimo, con un solo difetto: arriva tardi e se ne va subito.
Da ricordare
- Sonetto, schema ABAB BABA CDE CDE.
- Gli occhi di Laura come «d’Amor leggiadri nidi».
- Rassegna di eroine antiche: Elena, Lucrezia, Polissena, Isifile, Argia.
- Laura superiore a tutte le donne celebrate dal mito.
- Chiusa malinconica sulla brevità della bellezza.
Parafrasi del componimento 260
Versi 1-4
Sotto una stella tale vidi due begli occhi, tutti pieni di onestà e di dolcezza, che accanto a quei leggiadri nidi d’Amore il mio cuore stanco disprezza ogni altra vista.
Versi 5-8
Non le si paragoni quella che è più apprezzata, in qualunque età, in qualunque terra lontana: non colei che con la sua bellezza portò affanni in Grecia e a Troia le ultime grida;
Versi 9-11
non la bella romana che con il ferro si apre il petto casto e sdegnoso; non Polissena, Isifile e Argia.
Versi 12-14
Questa eccellenza è, se non sbaglio, una grande gloria per la Natura e per me un piacere altissimo, se non che viene tardi e va via subito.
Testo del componimento 260
In tale stella duo belli occhi vidi,
tutti pien’ d’onestate et di dolcezza,
che presso a quei d’Amor leggiadri nidi
il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.
Non si pareggi a lei qual piú s’aprezza,
in qual ch’etade, in quai che strani lidi:
non chi recò con sua vaga bellezza
in Grecia affanni, in Troia ultimi stridi;
no la bella romana che col ferro
apre il suo casto et disdegnoso petto;
non Polixena, Ysiphile et Argia.
Questa excellentia è gloria, s’i’ non erro,
grande a Natura, a me sommo diletto,
ma’ che vèn tardo, et sùbito va via.
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
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