Mille fïate, o dolce mia guerrera (Petrarca, RVF 21)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Mille fïate, o dolce mia guerrera»

Mille volte, scrive Petrarca alla sua «dolce guerriera», le ha offerto il cuore per fare pace con i suoi occhi, ma lei, con la sua mente orgogliosa, non si degna di guardare così in basso. Se un’altra donna sperasse di averlo, sarebbe una speranza debole e illusoria. Lui stesso però non può più riprenderlo come prima, perché disprezza tutto quello che a lei non piace. Il ragionamento arriva così a un vicolo cieco. Se lo caccia e il cuore non trova aiuto in lei, non sa stare solo né andare da chi lo chiama, e rischia di perdersi. La colpa sarà di tutti e due, ma più di lei.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDE DCE.
  • Ossimoro della «dolce mia guerrera».
  • Il cuore offerto e rifiutato, quasi un personaggio esiliato.
  • Chiusa ad argomento: la colpa ricade soprattutto sulla donna.

Parafrasi del componimento 21

Versi 1-4

Mille volte, mia dolce guerriera, per avere pace con i vostri begli occhi vi ho offerto il mio cuore; ma a voi non piace, con la vostra mente altera, guardare così in basso.

Versi 5-8

E se forse un’altra donna spera di averlo, vive in una speranza debole e ingannevole: mio non può più essere come era, perché io disprezzo ciò che a voi dispiace.

Versi 9-11

Ora, se io lo scaccio e lui nel suo esilio infelice non trova in voi nessun soccorso, e non sa stare solo né andare dove altri lo chiama,

Versi 12-14

potrebbe perdere il suo corso naturale: e questa sarebbe una grave colpa di entrambi, e tanto più vostra quanto più vi ama.

Testo del componimento 21

Mille fïate, o dolce mia guerrera,
per aver co’ begli occhi vostri pace
v’aggio proferto il cor; mâ voi non piace
mirar sí basso colla mente altera.

Et se di lui fors’altra donna spera,
vive in speranza debile et fallace:
mio, perché sdegno ciò ch’a voi dispiace,
esser non può già mai cosí com’era.

Or s’io lo scaccio, et e’ non trova in voi
ne l’exilio infelice alcun soccorso,
né sa star sol, né gire ov’altri il chiama,

poria smarrire il suo natural corso:
che grave colpa fia d’ambeduo noi,
et tanto piú de voi, quanto piú v’ama.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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