Fu forse un tempo dolce cosa amore (Petrarca, RVF 344)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Fu forse un tempo dolce cosa amore»

Forse un tempo l’amore fu dolce, anche se il poeta non saprebbe dire quando. Adesso è amaro come nient’altro, e lo sa bene chi lo impara a sue spese, come lui. Laura, onore della sua epoca e ora del cielo, gli concesse in vita un riposo breve e raro; morendo gliel’ha tolto del tutto. La morte gli ha portato via ogni bene, e nessuna fortuna potrebbe consolarlo della perdita di quello spirito ormai libero. Ha pianto e cantato, e non sa cambiare tono: il dolore raccolto nell’anima lo sfoga giorno e notte con le parole e con gli occhi.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
  • Apertura dubitativa: «Fu forse un tempo dolce cosa amore».
  • Amore diventato solo amarezza dopo la morte di Laura.
  • Laura «del secol nostro honore», ora del cielo.
  • Il canto come sfogo del dolore attraverso lingua e occhi.

Parafrasi del componimento 344

Versi 1-4

Forse un tempo l’amore fu una cosa dolce, non che io sappia quando: ora è così amaro che niente lo è di più; conosce bene la verità chi la impara come ho fatto io, con grave dolore.

Versi 5-8

Colei che fu l’onore del nostro tempo, e ora appartiene al cielo che tutto adorna e illumina, nei suoi giorni rese il mio riposo breve e raro: ora mi ha tolto ogni riposo.

Versi 9-11

La Morte crudele mi ha tolto ogni bene: e nessuna grande fortuna può consolare la mia condizione avversa per quel bello spirito sciolto dal corpo.

Versi 12-14

Ho pianto e cantato: non so più cambiare registro; ma giorno e notte sfogo e verso, con la lingua e con gli occhi, il dolore raccolto nell’anima.

Testo del componimento 344

Fu forse un tempo dolce cosa amore,
non perch’i’sappia il quando: or è sí amara,
che nulla piú; ben sa ’l ver chi l’impara
com’ò fatt’io con mio grave dolore.

Quella che fu del secol nostro honore,
or è del ciel che tutto orna et rischiara,
fe’ mia requie a’ suoi giorni et breve et rara:
or m’à d’ogni riposo tratto fore.

Ogni mio ben crudel Morte m’à tolto:
né gran prosperità il mio stato adverso
pò consolar di quel bel spirto sciolto.

Piansi et cantai: non so piú mutar verso;
ma dí et notte il duol ne l’alma accolto
per la lingua et per li occhi sfogo et verso.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Torna alla guida al Canzoniere o alla pagina su Francesco Petrarca.