Riassunto: «Solea da la fontana di mia vita»
Canzone del rimorso per non aver capito in tempo. Un tempo il poeta si allontanava da Laura, fonte della sua vita, seguendo il destino per terre e mari, e si nutriva di ricordo e di speranza. Ora la speranza è morta e gli resta solo la memoria. Come un corriere senza cibo rallenta, così lui teme di non arrivare alla fine del cammino. Rimpiange di non aver letto negli occhi di Laura l’annuncio della sua morte: se l’avesse capito, avrebbe potuto morire prima di lei e precederla in cielo. Il congedo dà un consiglio amaro: chi è felice in amore muoia finché è lieto.
Da ricordare
- Canzone di cinque stanze di dodici versi più congedo di quattro.
- Viaggi lontano da Laura, sostenuti da memoria e speranza.
- Similitudine del corriere che rallenta senza cibo.
- Rimpianto: la morte di Laura era scritta nei suoi occhi.
- Congedo: «morte al tempo è non duol, ma refugio».
Parafrasi del componimento 331
Prima stanza
Ero solito allontanarmi dalla fonte della mia vita e cercare terre e mari, seguendo non la mia volontà ma la mia stella; e sempre andai in quegli esili, che Amore vide quanto fossero amari, con il suo aiuto, nutrendo il cuore di memoria e di speranza. Ora, povero me, alzo la mano e consegno le armi alla mia sorte crudele e violenta, che mi ha privato di una speranza così dolce. Mi resta solo la memoria, e nutro il grande desiderio solo di questa: perciò l’anima diventa più fragile e digiuna.
Seconda stanza
Come a un corriere in viaggio, se manca il cibo, tocca per forza rallentare la corsa, perché diminuisce la forza che lo faceva andare veloce, così, mancando alla mia vita stanca quel caro nutrimento che morse colei che spoglia il mondo e rattrista il mio cuore, il dolce mi diventa acerbo e il bel piacere molesto di ora in ora, tanto che spero e insieme temo di non compiere il cammino, pur così breve. Come nebbia o polvere al vento, fuggo per non essere più pellegrino: e così sia, se è proprio il mio destino.
Terza stanza
Questa vita mortale non mi piacque mai (lo sa Amore, con cui ne parlo spesso) se non per lei, che fu la sua luce e la mia: da quando quello spirito di cui vivevo, morendo in terra, è rinato in cielo, seguirlo, se fosse lecito, è il mio desiderio più alto. Ma ho sempre motivo di dolermi, perché fui poco accorto nel provvedere alla mia condizione, che Amore mi mostrò sotto quel bel ciglio per darmi un altro consiglio: perché c’è chi è morto triste e sconsolato, per il quale poco prima la morte sarebbe stata beata.
Quarta stanza
Negli occhi dove abitava il mio cuore, finché la mia dura sorte non ne fu gelosa e lo cacciò da una dimora così ricca, Amore aveva scritto di sua mano, con lettere di pietà, quello che sarebbe presto accaduto al mio lungo desiderare. Allora morire sarebbe stato bello e dolce, perché morendo io non sarebbe morta con me la mia vita, anzi sarebbe vissuta la parte migliore di me: ora la Morte ha disperso le mie speranze, e poca terra preme il mio bene; e io vivo, e non ci penso mai senza tremare.
Quinta stanza
Se il mio poco intelletto mi fosse stato vicino nel momento del bisogno, e un altro desiderio non l’avesse sviato altrove, avrei letto bene sulla fronte di madonna: «Sei arrivato alla fine di ogni tua dolcezza e all’inizio della tua grande amarezza». Capendo questo, dolcemente sciolto in sua presenza dal velo mortale e da questa carne fastidiosa e pesante, avrei potuto andare davanti a lei a vedere preparare il suo seggio in cielo: ora la seguirò, ormai con i capelli d’altro colore.
Congedo
Canzone, se trovi un uomo che vive sereno nel suo amore, digli: «Muori mentre sei felice, perché la morte al momento giusto non è dolore ma rifugio; e chi può morire bene non cerchi di rimandare».
Testo del componimento 331
Solea da la fontana di mia vita
allontanarme, et cercar terre et mari,
non mio voler, ma mia stella seguendo;
et sempre andai, tal Amor diemmi aita,
in quelli esilii quanto e’ vide amari,
di memoria et di speme il cor pascendo.
Or lasso, alzo la mano, et l’arme rendo
a l’empia et vïolenta mia fortuna,
che privo m’à di sí dolce speranza.
Sol memoria m’avanza,
et pasco ’l gran desir sol di quest’una:
onde l’alma vien men frale et digiuna.
Come a corrier tra via, se ’l cibo manca,
conven per forza rallentare il corso,
scemando la vertù che ’l fea gir presto,
cosí, mancando a la mia vita stanca
quel caro nutrimento in che di morso
die’ chi ’l mondo fa nudo e ’l mio cor mesto,
il dolce acerbo, e ’l bel piacer molesto
mi si fa d’ora in hora, onde ’l camino
sí breve non fornir spero et pavento.
Nebbia o polvere al vento,
fuggo per piúù non esser pellegrino:
et così vada, s’è pur mio destino.
Mai questa mortal vita a ma non piacque
(sassel’ Amor con cui spesso ne parlo)
se non per lei che fu ’l suo lume, e ’l mio:
poi che ’n terra morendo, al ciel rinacque
quello spirto ond’io vissi, a seguitarlo
(licito fusse) è ’l mi’ sommo desio.
Ma da dolermi ò ben sempre, perch’io
fui mal accorto a provveder mio stato,
ch’Amor mostrommi sotto quel bel ciglio
per darmi altro consiglio:
ché tal morí già tristo et sconsolato,
cui poco inanzi era ’l morir beato.
Nelli occhi ov’habitar solea ’l mio core
fin che mia dura sorte invidia n’ebbe,
che di sí ricco albergo il pose in bando,
di sua man propria avea descritto Amore
con lettre di pietà quel ch’averrebbe
tosto del mio sí lungo ir desïando.
Bello et dolce morire era allor quando,
morend’io, non moria mia vita inseme,
anzi vivea di me l’optima parte:
or mie speranza sparte
à Morte, et poca terra il mio ben preme;
et vivo; et mai nol penso ch’i’ non treme.
Se stato fusse il mio poco intellecto
meco al bisogno, et non altra vaghezza
l’avesse disvïando altrove vòlto,
ne la fronte a madonna avrei ben lecto:
– Alfin se’ giunto d’ogni tua dolcezza
et al principio del tuo amaro molto. –
Questo intendendo, dolcemente sciolto
in sua presentia del mortal mio velo
et di questa noiosa et grave carne,
potea inanzi lei andarne,
a veder preparar sua sedia in cielo:
or l’andrò dietro, omai, con altro pelo.
Canzon, s’uom trovi in suo amor viver queto,
di’: – Muor’ mentre se’ lieto,
ché morte al tempo è non duol, ma refugio;
et chi ben pò morir, non cerchi indugio. –
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
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