Riassunto: «Quand'io veggio dal ciel scender l'Aurora»
Ogni volta che vede l’Aurora scendere dal cielo con la fronte di rose e i capelli d’oro, Amore lo assale e il poeta impallidisce, sospirando che lì ora c’è Laura. Il gioco tra Aurora e Laura porta al mito di Titone, il vecchio sposo dell’Aurora, che il poeta invidia: Titone sa a che ora riavrà il suo tesoro, mentre lui per rivedere il suo alloro dovrebbe morire. Le separazioni di Titone non sono così dure, perché almeno di notte la sua sposa torna da lui nonostante i capelli bianchi. A lui Laura ha reso tristi le notti e scuri i giorni, lasciandogli solo il nome.
Da ricordare
- Sonetto, schema ABBA ABBA CDE CDE.
- Gioco fonico tra «l’Aurora» e «Laura ora».
- Mito di Titone, sposo dell’Aurora.
- Confronto tra la separazione temporanea di Titone e quella definitiva del poeta.
- Chiusa: di Laura resta «altro che ‘l nome».
Parafrasi del componimento 291
Versi 1-4
Quando vedo l’Aurora scendere dal cielo con la fronte di rose e i capelli d’oro, Amore mi assale, per cui impallidisco, e dico sospirando: «Laura ora è lì».
Versi 5-8
Felice Titone, tu conosci bene l’ora in cui riavrai il tuo caro tesoro: ma io che cosa devo fare del dolce alloro? Perché, se voglio rivederlo, devo morire.
Versi 9-11
Le vostre separazioni non sono così dure, perché almeno di notte suole tornare colei che non disprezza i tuoi capelli bianchi:
Versi 12-14
le mie notti le rende tristi, e i giorni oscuri, colei che si è portata via i miei pensieri e non mi ha lasciato di sé altro che il nome.
Testo del componimento 291
Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora
co la fronte di rose et co’ crin’ d’oro,
Amor m’assale, ond’io mi discoloro,
et dico sospirando: Ivi è Laura ora.
O felice Titon, tu sai ben l’ora
da ricovrare il tuo caro tesoro:
ma io che debbo far del dolce alloro?
che se ’l vo’ riveder, conven ch’io mora.
I vostri dipartir’ non son sí duri,
ch’almen di notte suol tornar colei
che non â schifo le tue bianche chiome:
le mie notti fa triste, e i giorni oscuri,
quella che n’à portato i penser’ miei,
né di sè m’à lasciato altro che ’l nome.
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
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