Mia benigna fortuna e ‘l viver lieto (Petrarca, RVF 332)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Mia benigna fortuna e 'l viver lieto»

Sestina doppia, un esperimento unico: dodici stanze invece di sei, sempre sulle stesse sei parole finali, vita lieta, notti, stile, rime, pianto, morte, che ruotano ossessivamente. La felicità di un tempo, con i suoi giorni chiari e il dolce stile, si è rovesciata in dolore, e il poeta arriva a odiare la vita. Si chiede dove sia finita la sua poesia d’amore, che ora sa parlare solo di morte. Vorrebbe avere la voce di Orfeo per riportare indietro Laura come Euridice; non potendo, chiede alla Morte di prenderlo e agli altri amanti di pregare per lui.

Da ricordare

  • Sestina doppia: dodici stanze di sei versi più congedo di tre.
  • Parole rima: lieto, notti, stile, rime, pianto, morte.
  • Riflessione sul cambiamento dello stile, dalla dolcezza al lutto.
  • Mito di Orfeo ed Euridice: la poesia che vorrebbe vincere la morte.
  • Unico caso di sestina doppia nel Canzoniere.

Parafrasi del componimento 332

Prima stanza

La mia fortuna benigna e la vita lieta, i giorni luminosi e le notti tranquille, i sospiri soavi e il dolce stile che risuonava nei miei versi e nelle rime, trasformati all’improvviso in dolore e in pianto, mi fanno odiare la vita e desiderare la morte.

Seconda stanza

Morte crudele, acerba, inesorabile, mi dai motivo di non essere mai lieto, ma di passare tutta la vita nel pianto, con giorni oscuri e notti dolorose. I miei sospiri pesanti non entrano nelle rime, e il mio duro tormento supera ogni stile.

Terza stanza

Dove è stato condotto il mio stile amoroso? A parlare d’ira, a ragionare di morte. Dove sono i versi, dove sono finite le rime che un cuore gentile ascoltava pensoso e lieto? Dove sono i racconti d’amore di notte? Ora non parlo e non penso ad altro che al pianto.

Quarta stanza

Un tempo, insieme al desiderio, il pianto mi era così dolce da insaporire di dolcezza ogni stile aspro, e mi faceva vegliare tutte le notti: ora piangere mi è più amaro della morte, perché non spero più lo sguardo onesto e lieto, argomento alto per le mie rime basse.

Quinta stanza

Amore pose dentro i begli occhi un bersaglio chiaro alle mie rime, e ora l’ha mutato in pianto, ricordando con dolore il tempo lieto: perciò vado cambiando stile con il pensiero e prego di nuovo te, pallida Morte, di togliermi da notti così penose.

Sesta stanza

Il sonno è fuggito dalle mie notti crudeli, e il suono consueto dalle mie rime rauche, che non sanno trattare altro che la morte: così il mio canto si è trasformato in pianto. Il regno d’Amore non ha uno stile tanto vario: è ora tanto triste quanto fu mai lieto.

Settima stanza

Nessuno visse mai più lieto di me, nessuno vive più triste di giorno e di notte; e raddoppiando il dolore raddoppia lo stile, che trae dal cuore rime così piene di lacrime. Vissi di speranza, ora vivo soltanto di pianto, e contro la Morte non spero altro che la Morte.

Ottava stanza

La Morte mi ha ucciso, e solo la Morte può farmi tornare a rivedere quel viso lieto che mi faceva piacere i sospiri e il pianto, la brezza dolce e la pioggia delle mie notti, quando tessevo in rime pensieri scelti e Amore sollevava il mio debole stile.

Nona stanza

Avessi ora uno stile così pietoso da poter strappare la mia Laura alla Morte, come Orfeo strappò la sua Euridice senza rime, vivrei ancora più lieto che mai! Se non può essere, una di queste notti chiuda finalmente queste due fonti di pianto.

Decima stanza

Amore, ho pianto per molti e molti anni il mio grave danno con uno stile doloroso, e da te non spero mai notti meno crudeli: perciò mi sono deciso a pregare la Morte che mi porti via di qui per farmi lieto, dove è colei che canto e piango nelle rime.

Undicesima stanza

Se le mie rime stanche possono salire così in alto da raggiungere lei, che è fuori dall’ira e dal pianto e ora rende lieto il cielo con le sue bellezze, riconoscerà bene lo stile cambiato, che forse le piacque prima che la Morte facesse per lei un giorno luminoso e per me notti nere.

Dodicesima stanza

O voi che sospirate desiderando notti migliori, che ascoltate d’amore o lo cantate in rime, pregate che la Morte, porto delle miserie e fine del pianto, non sia più sorda con me; cambi una volta il suo antico stile, che rattrista ogni uomo e può rendere me così lieto.

Congedo

Può rendermi lieto in una o in poche notti: e con stile aspro e rime angosciose prego che la Morte metta fine al mio pianto.

Testo del componimento 332

Mia benigna fortuna e ’l viver lieto,
i chiari giorni et le tranquille notti
e i soavi sospiri e ’l dolce stile
che solea resonare in versi e ’n rime,
vòlti subitamente in doglia e ’n pianto,
odiar vita mi fanno, et bramar morte.

Crudel, acerba, inexorabil Morte,
cagion mi dài di mai non esser lieto,
ma di menar tutta mia vita in pianto,
e i giorni oscuri et le dogliose notti.
I mei gravi sospir’ non vanno in rime,
e ’l mio duro martir vince ogni stile.

Ove è condutto il mio amoroso stile?
A parlar d’ira, a ragionar di morte.
U’ sono i versi, u’ son giunte le rime,
che gentil cor udia pensoso et lieto;
ove ’l favoleggiar d’amor le notti?
Or non parl’io, né penso, altro che pianto.

Già mi fu col desir sí dolce il pianto,
che condia di dolcezza ogni agro stile,
et vegghiar mi facea tutte le notti:
or m’è ’l pianger amaro piú che morte,
non sperando mai ’l guardo honesto et lieto,
alto sogetto a le mie basse rime.

Chiaro segno Amor pose a le mie rime
dentro a’ belli occhi, et or l’à posto in pianto,
con dolor rimembrando il tempo lieto:
ond’io vo col penser cangiando stile,
et ripregando te, pallida Morte,
che mi sottragghi a sí penose notti.

Fuggito è ’l sonno a le mie crude notti,
e ’l suono usato a le mie roche rime,
che non sanno trattar altro che morte,
cosí è ’l mio cantar converso in pianto.
Non à ’l regno d’Amor sí vario stile,
ch’è tanto or tristo quanto mai fu lieto.

Nesun visse già mai piú di me lieto,
nesun vive piú tristo et giorni et notti;
et doppiando ’l dolor, doppia lo stile
che trae del cor sí lagrimose rime.
Vissi di speme, or vivo pur di pianto,
né contra Morte spero altro che Morte.

Morte m’à morto, et sola pò far Morte
ch’i’ torni a riveder quel viso lieto
che piacer mi facea i sospiri e ’l pianto,
l’aura dolce et la pioggia a le mie notti,
quando i penseri electi tessea in rime,
Amor alzando il mio debile stile.

Or avess’io un sí pietoso stile
che Laura mia potesse tôrre a Morte,
come Euridice Orpheo sua senza rime,
ch’i’ vivrei anchor piú che mai lieto!
S’esser non pò, qualchuna d’este notti
chiuda omai queste due fonti di pianto.

Amor, i’ ò molti et molt’anni pianto
mio grave danno in doloroso stile,
né da te spero mai men fere notti:
et però mi son mosso a pregar Morte
che mi tolla di qui, per farme lieto,
ove è colei ch’i’ canto et piango in rime.

Se sí alto pôn gir mie stanche rime,
ch’agiungan lei ch’è fuor d’ira et di pianto,
et fa ’l ciel or di sue bellezze lieto,
ben riconoscerà ’l mutato stile,
che già forse le piacque anzi che Morte
chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.

O voi che sospirate a miglior’ notti,
ch’ascoltate d’Amore o dite in rime,
pregate non mi sia piú sorda Morte,
porto de le miserie et fin del pianto;
muti una volta quel suo antiquo stile,
ch’ogni uom attrista, et me pò far sí lieto.

Far mi pò lieto in una o ’n poche notti:
e ’n aspro stile e ’n angosciose rime
prego che ’l pianto mio finisca Morte.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Torna alla guida al Canzoniere o alla pagina su Francesco Petrarca.