Dolce mio caro et precïoso pegno (Petrarca, RVF 340)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Dolce mio caro et precïoso pegno»

Laura viene chiamata dolce e prezioso pegno, tolto dalla natura e custodito dal cielo. Il poeta le chiede perché la sua pietà sia così lenta: prima rendeva degno della sua vista almeno il sonno, ora lo lascia bruciare senza ristoro. Chi la trattiene? Lassù non abitano né ira né sdegno. Ironizza poi su certi cuori pietosi della terra, che a volte si nutrono dei tormenti altrui: così anche Amore è vinto nel suo regno. Chiude con una richiesta diretta: lei che lo vede dentro e sola può finire il suo dolore, calmi i lamenti almeno con la sua ombra.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
  • Laura «precïoso pegno» custodito dal cielo.
  • Lamento per l’assenza delle visite notturne.
  • In cielo non ci sono ira né sdegno: l’assenza non ha giustificazioni.
  • Richiesta di conforto attraverso «la tua ombra».

Parafrasi del componimento 340

Versi 1-4

Mio dolce, caro e prezioso pegno, che la natura mi ha tolto e il Cielo custodisce per me, perché la tua pietà verso di me è così lenta, o sostegno abituale della mia vita?

Versi 5-8

Di solito rendevi almeno il mio sonno degno della tua vista, e ora permetti che io bruci senza alcun ristoro: e chi lo ritarda? Eppure lassù non abitano né ira né sdegno:

Versi 9-11

per cui quaggiù talvolta un cuore molto pietoso si nutre dei tormenti degli altri, tanto che Amore è vinto nel suo stesso regno.

Versi 12-14

Tu che mi vedi dentro e senti il mio male, e sola puoi finire un dolore così grande, calma i miei lamenti con la tua ombra.

Testo del componimento 340

Dolce mio caro et precïoso pegno,
che natura mi tolse, e ’l Ciel mi guarda,
deh come è tua pietà ver’ me sí tarda,
o usato di mia vita sostegno?

Già suo’ tu far il mio sonno almen degno
de la tua vista, et or sostien’ ch’i’ arda
senz’alcun refrigerio: et chi ’l retarda?
Pur lassú non alberga ira né sdegno:

onde qua giuso un ben pietoso core
talor si pasce delli altrui tormenti,
sí ch’elli è vinto nel suo regno Amore.

Tu che dentro mi vedi, e ’l mio mal senti,
et sola puoi finir tanto dolore,
con la tua ombra acqueta i miei lamenti.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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