Mai non vedranno le mie luci asciutte (Petrarca, RVF 322)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Mai non vedranno le mie luci asciutte»

Testo d’occasione che non riguarda Laura. Secondo la lettura più diffusa il destinatario è Giacomo Colonna, vescovo di Lombez e amico di Petrarca, morto nel 1341, di cui il poeta rilegge dei versi scritti per lui. Non riuscirà mai a guardare quelle righe con gli occhi asciutti e l’animo calmo, perché sembrano costruite da Amore e dalla Pietà. Si rivolge allo spirito dell’amico, che ora dal cielo gli manda dolcezza e ha riportato sulla buona strada le sue rime. Avrebbe voluto mostrargli opere più mature; un pianeta crudele li ha divisi troppo presto.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
  • Destinatario probabile: Giacomo Colonna, morto nel 1341.
  • Rilettura commossa di versi scritti dall’amico.
  • Le «tenere frondi»: la poesia giovanile del poeta.
  • Dolore per una morte arrivata «innanzi tempo».

Parafrasi del componimento 322

Versi 1-4

I miei occhi non vedranno mai asciutti, con l’animo tranquillo, quei versi in cui sembra sfavillare Amore, e che la Pietà sembra aver costruito di sua mano.

Versi 5-8

Spirito già invincibile nelle lotte terrene, che ora dal cielo fai stillare tanta dolcezza da aver riportato allo stile da cui la Morte le aveva separate le mie rime smarrite:

Versi 9-11

pensavo di mostrarti un altro lavoro, frutto delle mie tenere fronde; e quale pianeta crudele ci invidiò insieme, o mio nobile tesoro?

Versi 12-14

Chi ti nasconde e ti nega a me prima del tempo, te che vedo con il cuore e onoro con la lingua, e in cui, dolce sospiro, l’anima si quieta?

Testo del componimento 322

Mai non vedranno le mie luci asciutte
con le parti de l’animo tranquille
quelle note ov’Amor par che sfaville,
et Pietà di sua man l’abbia construtte.

Spirto già invicto a le terrene lutte,
ch’or su dal ciel tanta dolcezza stille,
ch’a lo stil, onde Morte dipartille,
le disvïate rime ài ricondutte:

di mie tenere frondi altro lavoro
cerdea mostrarte; et qual fero pianeta
ne ‘nvidiò inseme, o mio nobil tesoro?

Chi ‘nnanzi tempo mi t’asconde et vieta,
che col cor veggio, et co la lingua honoro,
e ‘n te, dolce sospir, l’alma s’acqueta?

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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