Riassunto: «L'aura che 'l verde lauro et l'aureo crine: testo e parafrasi»
Sospirando, la brezza muove il lauro verde e i capelli d’oro di Laura e, con i suoi aspetti graziosi e nuovi, fa uscire le anime dai corpi. Laura è una rosa bianca nata tra spine dure, gloria del nostro tempo: quando si troverà al mondo un’altra come lei? Il poeta prega Dio di farlo morire prima di lei. Così non vedrà il grande danno di tutti, il mondo rimasto senza il suo sole, né i propri occhi senza l’unica luce che hanno. Né vedrà l’anima che non vuole pensare ad altro, né le orecchie che non sanno ascoltare altro, prive delle sue parole oneste.
Da ricordare
- Sonetto, schema ABBA ABBA CDC DCD.
- Ancora il gioco tra aura, lauro e aureo crine.
- Laura come «candida rosa nata in dure spine».
- Preghiera di morire prima di Laura.
- Presagio della morte di Laura, sempre più vicina nella raccolta.
Parafrasi del componimento 246
Versi 1-4
La brezza che muove soavemente sospirando il lauro verde e i capelli d’oro, con i suoi aspetti graziosi e nuovi rende le anime pellegrine fuori dai loro corpi.
Versi 5-8
Rosa candida nata tra spine dure, quando ci sarà qualcuno che trovi al mondo una pari a lei, gloria della nostra età? O Giove vivo, manda, ti prego, la mia fine prima della sua:
Versi 9-11
così che io non veda il grande danno di tutti, e il mondo rimanere senza il suo sole, né i miei occhi, che non hanno altra luce;
Versi 12-14
né l’anima, che non vuole pensare ad altro, né le orecchie, che non sanno udire altro, private delle sue dolci parole oneste.
Testo del componimento 246
L’aura che ’l verde lauro et l’aureo crine
soavemente sospirando move,
fa con sue viste leggiadrette et nove
l’anime da’ lor corpi pellegrine.
Candida rosa nata in dure spine,
quando fia chi sua pari al mondo trove,
gloria di nostra etate? O vivo Giove,
manda, prego, il mio in prima che ’l suo fine:
sí ch’io non veggia il gran publico danno,
e ’l mondo remaner senza ’l suo sole,
né li occhi miei, che luce altra non ànno;
né l’alma, che pensar d’altro non vòle,
né l’orecchie, ch’udir altro non sanno,
senza l’oneste sue dolci parole.
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Torna alla guida al Canzoniere o alla pagina su Francesco Petrarca.