Riassunto: «Quando il soave mio fido conforto»
Di notte Laura viene a sedersi sul bordo del letto, come una presenza familiare che consola. Porta un ramo di palma e uno di alloro e spiega di essere scesa dal cielo solo per confortare il poeta. Gli rimprovera il pianto continuo: se l’avesse amata davvero, dovrebbe gioire che lei sia passata a una vita migliore. Lui risponde che piange soltanto sé stesso, rimasto al buio. Laura spiega i due rami, vittoria e trionfo, e quando lui le chiede dei capelli biondi e degli occhi, lei precisa di essere spirito: quel corpo è terra da anni. Poi gli asciuga le lacrime e svanisce insieme al sonno.
Da ricordare
- Canzone di sei stanze di undici versi più congedo.
- Dialogo notturno tra il poeta e Laura beata, in forma di sogno.
- Simboli della palma (vittoria) e del lauro (trionfo).
- Laura «spirito ignudo» corregge l’attaccamento del poeta al corpo.
- Finale delicato: lei gli asciuga il viso, poi sparisce col sonno.
Parafrasi del componimento 359
Prima stanza
Quando il mio conforto dolce e fedele, per dare riposo alla mia vita stanca, si siede sul lato sinistro del letto con il suo parlare dolce e saggio, tutto pallido di pietà e di paura le dico: «Da dove vieni ora, anima felice?». Lei tira fuori dal bel seno un ramoscello di palma e uno di alloro e dice: «Mi sono mossa dal cielo sereno dell’Empireo e da quei luoghi santi, e vengo soltanto per consolarti».
Seconda stanza
La ringrazio umilmente con gesti e parole, poi le chiedo: «E come conosci la mia condizione?». E lei: «Le onde tristi del pianto, di cui non sei mai sazio, con il vento dei sospiri arrivano fino al cielo attraverso tanto spazio e turbano la mia pace: ti dispiace così tanto che io abbia lasciato questa miseria e sia giunta a una vita migliore, cosa che dovrebbe farti piacere, se tu mi avessi amata quanto mostravi nell’aspetto e nelle parole».
Terza stanza
Rispondo: «Io non piango altro che me stesso, rimasto nelle tenebre e nel tormento, sempre sicuro della tua salita al cielo come di una cosa che si vede da vicino. Come avrebbero potuto Dio e la Natura mettere tanta virtù in un cuore giovane, se la salvezza eterna non fosse stata destinata al tuo agire buono, o tu, una delle anime rare, che vivesti nobilmente qui tra noi e poi volasti subito in cielo?».
Quarta stanza
«Ma io che cos’altro devo fare se non piangere sempre, infelice e solo, perché senza di te non sono niente? Fossi morto da lattante, nella culla, per non provare i tormenti dell’amore!». E lei: «Perché continui a piangere e a consumarti? Quanto sarebbe meglio alzare le ali da terra, pesare con una bilancia giusta le cose mortali e queste tue dolci chiacchiere ingannevoli, e seguirmi, se è vero che mi ami tanto, cogliendo ormai qualcuno di questi rami!».
Quinta stanza
«Volevo chiederti», rispondo allora, «che cosa significano quei due rami». E lei: «Rispondi da solo, tu la cui penna ne onora tanto uno: la palma è vittoria, e io, ancora giovane, vinsi il mondo e me stessa; l’alloro indica il trionfo, di cui sono degna grazie a quel Signore che mi diede la forza. Ora tu, se qualcuno ti fa violenza, rivolgiti a Lui, chiedi a Lui soccorso, così che alla fine della tua strada siamo insieme con Lui».
Sesta stanza
«Sono questi i capelli biondi e il nodo d’oro che ancora mi stringe», le domando, «e quei begli occhi che furono il mio sole?». «Non sbagliare insieme agli sciocchi», dice, «e non parlare né credere come loro. Sono uno spirito nudo e godo in cielo: quello che cerchi è terra da molti anni, ma per toglierti dagli affanni mi è concesso apparire così; e sarò ancora quella, più bella che mai, più cara a te, insieme severa e pietosa, salvando la tua salvezza e la mia».
Congedo
Io piango; e lei con le sue mani mi asciuga il viso, poi sospira dolcemente e mi rimprovera con parole capaci di spezzare i sassi: e dopo se ne va lei, e se ne va il sonno.
Testo del componimento 359
Quando il soave mio fido conforto
per dar riposo a la mia vita stanca
ponsi del letto in su la sponda manca
con quel suo dolce ragionare accorto,
tutto di pietà et di paura smorto
dico:”Onde vien’ tu ora, o felice alma?”
Un ramoscel di palma
et un di lauro trae del suo bel seno,
et dice:”Dal sereno
ciel empireo et di quelle sante parti
mi mossi et vengo sol per consolarti”.
In atto et in parole la ringratio
humilmente, et poi demando:”Or donde
sai tu il mio stato?” Et ella: “Le triste onde
del pianto, di che mai tu non se’ satio,
coll’aura de’ sospir’, per tanto spatio
passano al cielo, et turban la mia pace:
sí forte ti dispiace
che di questa miseria sia partita,
et giunta a miglior vita;
che piacer ti devria, se tu m’amasti
quanto in sembianti et ne’ tuoi dir’ mostrasti”.
Rispondo: “Io non piango altro che me stesso
che son rimaso in tenebre e ’n martire,
certo sempre del tuo al ciel salire
come di cosa ch’uom vede da presso.
Come Dio et Natura avrebben messo
in un cor giovenil tanta vertute,
se l’eterna salute
non fusse destinata al tuo ben fare,
o de l’anime rare,
ch’altamente vivesti qui tra noi,
et che súbito al ciel volasti poi?
Ma io che debbo altro che pianger sempre,
misero et sol, che senza te son nulla?
Ch’or fuss’io spento al latte et a la culla,
per non provar de l’amorose tempre!”_
Et ella: “A che pur piangi et ti distempre?
Quanto era meglio alzar da terra l’ali,
et le cose mortali
et queste dolci tue fallaci ciance
librar con giusta lance,
et seguir me, s’è ver che tanto m’ami,
cogliendo omai qualchun di questi rami!”
“I’ volea demandar – respond’io allora – :
Che voglion importar quelle due frondi?”_
Et ella: “Tu medesmo ti rispondi,
tu la cui non penna tanto l’una honora:
palma è victoria, et io, giovene anchora,
vinsi il mondo, et me stessa; il lauro segna
trïumpho, ond’io son degna,
mercé di quel Signor che mi die’ forza.
Or tu, s’altri ti sforza,
a Lui ti volgi, a Lui chiedi soccorso,
sí che siam Seco al fine del tuo corso”.
“Son questi i capei biondi, et l’aureo nodo,
– dich’io – ch’ancor mi stringe, et quei belli occhi
che fur mio sol? ” “Non errar con li sciocchi,
né parlar – dice – o creder a lor modo.
Spirito ignudo sono, e ’n ciel mi godo:
quel che tu cerchi è terra, già molt’anni,
ma per trarti d’affanni
m’è dato a parer tale; et anchor quella
sarò, piú che mai bella,
a te piú cara, sí selvaggia et pia,
salvando inseme tua salute et mia”.
I’ piango; et ella il volto
co le sue man’ m’asciuga, et poi sospira
dolcemente, et s’adira
con parole che i sassi romper ponno:
et dopo questo si parte ella, e ’l sonno.
Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
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