Mira quel colle, o stanco mio cor vago (Petrarca, RVF 242)

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: «Mira quel colle, o stanco mio cor vago»

Dialogo interiore tra il poeta e il suo cuore. Lui invita il cuore stanco a guardare il colle dove ieri hanno lasciato Laura, che un tempo si curava di loro e ora vorrebbe far piangere ai loro occhi un lago. Lo esorta a tornare là, mentre lui resterà da solo: forse c’è ancora tempo per diminuire il dolore. Nelle terzine arriva la correzione: il poeta, che ha dimenticato sé stesso, parla al cuore come se fosse ancora con lui. Ma al momento della partenza il cuore è rimasto con Laura e si è nascosto dentro i suoi occhi.

Da ricordare

  • Sonetto, schema ABBA ABBA CDE CDE.
  • Dialogo tra il poeta e il cuore, poi rimprovero a sé stesso.
  • Separazione tra il corpo che parte e il cuore che resta.
  • Il colle dove si trova Laura.
  • Ironia finale: il cuore non è più con lui.

Parafrasi del componimento 242

Versi 1-4

«Guarda quel colle, mio cuore stanco e desideroso: lì lasciammo ieri colei che un tempo ebbe un po’ di cura di noi, e le dispiacque; ora vorrebbe trarre dai nostri occhi un lago.»

Versi 5-8

«Torna tu laggiù, perché io mi accontento di restare solo; prova se forse ci sarebbe ancora tempo per diminuire il nostro dolore, che fino a ora è cresciuto, o tu che partecipi e presagisci il mio male.»

Versi 9-11

«Ora tu che hai dimenticato te stesso e parli al cuore come se fosse ancora con te, misero e pieno di pensieri vani e sciocchi!»

Versi 12-14

«Perché quando ti separasti dal tuo sommo desiderio tu te ne andasti, e lui rimase con lei e si nascose dentro i suoi begli occhi.»

Testo del componimento 242

– Mira quel colle, o stanco mio cor vago:
ivi lasciammo ier lei, ch’alcun tempo ebbe
qualche cura di noi, et le ne ’ncrebbe,
or vorria trar de li occhi nostri un lago.

Torna tu in là, ch’io d’esser sol m’appago;
tenta se forse anchor tempo sarebbe
da scemar nostro duol, che ’nfin qui crebbe,
o del mio mal participe et presago.

– Or tu ch’ài posto te stesso in oblio
et parli al cor pur come e’ fusse or teco,
miser, et pien di pensier’ vani et sciocchi!

ch’al dipartir dal tuo sommo desio
tu te n’andasti, e’ si rimase seco,
et si nascose dentro a’ suoi belli occhi.

Testo del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

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