Nel 1874 Verga, che a Milano scrive romanzi di passioni mondane, pubblica una novella che non somiglia a nulla di quanto aveva fatto: Nedda, la storia di una povera raccoglitrice di olive. Pochi anni dopo arriveranno Rosso Malpelo, i Malavoglia e l’idea che l’opera debba sembrare «essersi fatta da sé». Seguiamo la sua vita da Catania a Firenze e a Milano, e ritorno, per capire come nasce il verismo di cui è il maestro.
Giovanni Verga: le opere principali in ordine
Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 e vi muore il 27 gennaio 1922. Le sue opere principali si dividono in due fasi. Nella fase preverista scrive romanzi sentimentali e mondani come Storia di una capinera (1871) ed Eva (1873). La svolta arriva con la novella Nedda (1874) e soprattutto con la raccolta Vita dei campi (1880), che contiene Rosso Malpelo e Cavalleria rusticana. Seguono i due romanzi del Ciclo dei vinti, I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1889), e le Novelle rusticane (1883). Il ciclo, progettato in cinque romanzi, resta incompiuto. Filo comune della fase verista sono l’impersonalità del narratore, la regressione nel punto di vista dei personaggi e la “lotta per la vita” dei vinti. Per un confronto con il romanzo storico dell’Ottocento vedi la scheda su Alessandro Manzoni.
Qui ci fermiamo ai titoli essenziali. Se vi serve l’elenco completo, dai romanzi giovanili come I carbonari della montagna fino alle ultime novelle e al teatro, con l’anno e due righe su ciascun libro, trovate tutto nella pagina Opere di Verga in ordine cronologico.
La vita: da Catania a Milano, e ritorno
Gli anni catanesi
Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840, in una famiglia di proprietari terrieri con qualche titolo nobiliare e possedimenti nella zona di Vizzini, dove passa parte dell’infanzia. Il suo primo maestro, Antonino Abate, è un letterato di idee patriottiche, e i primi romanzi del ragazzo sono pieni di Risorgimento: Amore e patria, scritto a sedici anni e mai pubblicato, e I carbonari della montagna (1861-1862), stampato a sue spese con i soldi che la famiglia gli aveva dato per gli studi di legge. All’università non si laureerà mai.
Firenze e Milano
Nel 1869 si trasferisce a Firenze, allora capitale, dove conosce Luigi Capuana, che diventerà il suo amico e interlocutore più importante. Qui scrive Storia di una capinera (1871), il romanzo epistolare di una ragazza costretta al convento, il suo primo vero successo. Nel 1872 si sposta a Milano, la città più moderna d’Italia, e ci resta per circa vent’anni. Frequenta i salotti, gli scapigliati, gli editori. Scrive romanzi di passioni mondane come Eva (1873), Tigre reale ed Eros (1875), ma intanto qualcosa cambia.
La svolta verista
Nel 1874 esce Nedda, che lui stesso chiama «bozzetto siciliano». Negli anni successivi legge i naturalisti francesi, discute con Capuana, e arriva a una scelta radicale: raccontare la Sicilia povera senza commentarla. Nel 1878 pubblica Rosso Malpelo, nel 1880 la raccolta Vita dei campi, nel 1881 I Malavoglia. Il romanzo, oggi un classico, all’epoca è un insuccesso; a Capuana Verga scrive che ha fatto «fiasco, fiasco pieno e completo». Non si ferma: seguono le Novelle rusticane (1883) e Mastro-don Gesualdo (1889).
Il ritorno e il silenzio
Il successo vero arriva dal teatro: nel 1884 la versione drammatica di Cavalleria rusticana, con Eleonora Duse, è un trionfo, e nel 1890 l’opera di Pietro Mascagni tratta dalla stessa novella fa il giro del mondo. Verga fa causa per i diritti e la vince. Nel 1893 torna a Catania. Lavora a lungo al terzo romanzo del ciclo, La duchessa de Leyra, ma ne completa solo il primo capitolo. Gli ultimi trent’anni sono quasi di silenzio. Nel 1920 viene nominato senatore e Pirandello tiene un discorso per i suoi ottant’anni. Muore a Catania il 27 gennaio 1922.
Le opere da conoscere
Le novelle: Vita dei campi e Novelle rusticane
Le novelle sono il laboratorio del Verga verista. In Vita dei campi ci sono Rosso Malpelo, La lupa, Jeli il pastore, Cavalleria rusticana e L’amante di Gramigna, con la lettera-prefazione in cui Verga spiega che l’opera d’arte dovrà sembrare «essersi fatta da sé». L’attacco di Rosso Malpelo mostra subito il metodo: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo». Chi parla non è l’autore, è la voce del paese, con i suoi pregiudizi. Il ragionamento è assurdo, e il lettore deve accorgersene da solo. Ne parliamo nel riassunto di Rosso Malpelo.
Nelle Novelle rusticane il tema dominante è la roba. Mazzarò, il protagonista della novella omonima, ha passato la vita ad accumulare terre, e quando sa di dover morire esce nel cortile ad ammazzare a bastonate anatre e tacchini gridando «Roba mia, vientene con me!».
I Malavoglia
La famiglia Toscano, detta Malavoglia, vive di pesca ad Aci Trezza. Per migliorare la propria condizione padron ’Ntoni compra a credito un carico di lupini; la barca, la Provvidenza, naufraga, e da lì comincia una lunga caduta: debiti, morti, la perdita della casa del nespolo. Il romanzo si apre così: «Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza». È un racconto corale, in cui il narratore adotta il modo di pensare e di parlare del villaggio.
Mastro-don Gesualdo
Il protagonista è un muratore diventato ricchissimo con il lavoro e l’astuzia. Sposa una nobile decaduta per salire di grado, ma non sarà mai accettato dai nobili e non sarà più accettato dai poveri: il titolo stesso, «mastro» e «don» insieme, dice questa doppia estraneità. Muore solo, nel palazzo della figlia, a Palermo. Rispetto ai Malavoglia il punto di vista si concentra su un solo personaggio e il tono si fa più cupo.
Il Ciclo dei vinti
Nella prefazione ai Malavoglia Verga annuncia un ciclo di cinque romanzi: I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, La duchessa de Leyra, L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso. L’idea è risalire la scala sociale, dai pescatori all’aristocrazia, per mostrare che la «fiumana del progresso» travolge tutti, a ogni livello. Chi cerca di migliorare la propria condizione finisce per essere vinto. Verga ne scrive due, più un capitolo del terzo. Il tema è approfondito in Verga e il Verismo: l’impersonalità e il Ciclo dei vinti.
Impersonalità, regressione, ideale dell’ostrica
Tre parole chiave da sapere spiegare. L’impersonalità è la scelta dell’autore di non intervenire, di non giudicare, di lasciare che i fatti parlino. La regressione è la tecnica con cui il narratore si abbassa al livello dei personaggi e ne assume la mentalità e il linguaggio, spesso con il discorso indiretto libero e con proverbi e modi di dire siciliani tradotti in italiano. L’ideale dell’ostrica, infine, viene dalla novella Fantasticheria (1879): come l’ostrica sopravvive solo restando attaccata allo scoglio, così i poveri si salvano solo se restano legati alla famiglia e al paese. Chi se ne stacca, come il giovane ’Ntoni dei Malavoglia, è perduto.
Dietro queste scelte c’è una visione pessimista. Verga non crede che la storia porti necessariamente a un miglioramento, e non pensa che lo scrittore possa cambiare le cose. Può solo guardare, con esattezza. È una differenza enorme rispetto a Manzoni, che commenta e giudica, e anche rispetto a Zola, che scriveva con l’idea di denunciare per riformare.
Russo, Luperini e gli altri
Luigi Russo ha letto Verga come lo scrittore dei vinti e della rottura di un mondo contadino: la famiglia, l’onore, la roba, e il momento in cui non reggono più. È la lettura che per decenni è stata la base della scuola. Romano Luperini, a partire dagli anni Settanta, ha spostato l’accento. L’«ideale dell’ostrica», il restare attaccati allo scoglio, non gli appare un semplice proverbio: è anche un’ideologia, la diffidenza verso il progresso, raccontata dal di dentro. Nello stesso tempo ha mostrato quanto sia moderna la tecnica, lo straniamento, il discorso indiretto libero, il narratore che parla con le parole del paese. Non dovete scegliere un critico e buttare l’altro. Russo vi dà il mondo. Luperini vi dà il sospetto su quel mondo, e gli strumenti con cui è scritto.
Le opere, una per una, restano nelle schede dei Malavoglia e di Vita dei campi. Il posto nell’anno è l’indice del secondo Ottocento.
L’incipit di Rosso Malpelo
«Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone». La logica è quella della cava, non di Verga: ecco l’impersonalità in una riga.
Per l’interrogazione
Una risposta completa su Verga parte dalle date (1840-1922, Catania), distingue la fase preverista da quella verista con la svolta di Nedda e Rosso Malpelo, elenca le opere in ordine e spiega con un esempio l’impersonalità e la regressione. Se vi chiedono un confronto, quello con Manzoni funziona sempre: entrambi raccontano gli umili, ma con due narratori opposti. Per avere le date sotto gli occhi c’è anche la pagina sulle opere di Verga in ordine cronologico, e per il quadro della corrente la spiegazione del Verismo.
Collegamenti per lo studio
Per ampliare il percorso, consulta la guida all’Inferno di Dante. Ripassa anche la spiegazione della Divina Commedia. Per il romanzo storico, trovi la guida ai Promessi Sposi. Per il confronto tra correnti, leggi la spiegazione del Verismo. Per il Novecento, completa con la spiegazione di Pirandello.
Verga opere: cosa rispondere in trenta secondi
Alla domanda «giovanni verga opere» o semplicemente «verga opere» serve un ordine cronologico con una tesi, non una lista da elenco telefonico. Prima fase: romanzi “mondani” e passionali (Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale, Eros). Poi la svolta: Nedda (1874) apre alla materia popolare. Arrivano le novelle di Vita dei campi (tra cui Rosso Malpelo, Cavalleria rusticana) e il progetto del Ciclo dei Vinti: I Malavoglia (1881), Mastro-don Gesualdo (1889). Le altre opere previste del ciclo non furono completate come Manzoni avrebbe voluto per il suo romanzo: Verga si ferma, e questo “non finito” fa parte della storia critica.
In un tema, collegate sempre un’opera a un procedimento: impersonalità, regressione, ideale dell’ostrica. Senza quel legame, l’elenco delle opere resta vuoto. Per le novelle partite da Rosso Malpelo; per il movimento, da Verismo: spiegazione.
Domande frequenti
Quali sono le opere di Verga in ordine cronologico?
Le principali sono: Storia di una capinera (1871), Eva (1873), Nedda (1874), Vita dei campi (1880), I Malavoglia (1881), Novelle rusticane (1883), Per le vie (1883), Mastro-don Gesualdo (1889). Il confine da ricordare è Nedda: da lì Verga passa dai romanzi mondani al verismo.
Qual è il romanzo più famoso di Verga?
I Malavoglia, uscito nel 1881. Racconta una famiglia di pescatori di Aci Trezza rovinata da un carico di lupini affondato in mare. È il primo romanzo del Ciclo dei vinti, seguito da Mastro-don Gesualdo.
Che cos’è il Ciclo dei vinti?
Il progetto di cinque romanzi sulla lotta per migliorare la propria condizione, dal pescatore al nobile. Verga ne scrisse solo due, I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Del terzo, La duchessa di Leyra, restano pochi capitoli.
Quando e dove è morto Verga?
A Catania, il 27 gennaio 1922. Era nato nella stessa città nel 1840. Negli ultimi anni scriveva pochissimo ed era stato nominato senatore nel 1920.
Per leggere il romanzo capitolo per capitolo, con il testo integrale e il commento, c’è la guida ai Malavoglia.