Dante nasce a Firenze nel 1265 e muore esule a Ravenna nel 1321. A scuola la sua vita conviene dividerla in due: prima la Firenze di Beatrice, degli amici stilnovisti e dell’impegno politico; poi, dal 1302, l’esilio, durante il quale scrive il Convivio, il De vulgari eloquentia, la Monarchia e la Commedia. Lo diceva lui stesso, per bocca di Cacciaguida: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui».
Perché Dante
Ci sono scrittori importanti e scrittori senza i quali una letteratura non esisterebbe nella forma che conosciamo. Dante appartiene alla seconda specie. Ha preso un volgare cittadino, il fiorentino, usato fino ad allora per sonetti d’amore e lettere di mercanti, e lo ha costretto a dire tutto: la teologia e l’osteria, la politica e la tenerezza, l’orrore e la beatitudine. Ha riflettuto sulla lingua prima di tutti, ha inventato un metro, la terzina, e ha scritto un poema che da sette secoli si legge, si commenta, si recita a memoria. Quando diciamo che una cosa è «dantesca» intendiamo qualcosa di enorme e di preciso insieme: è esattamente l’effetto che fa la sua poesia.
Firenze e l’esilio
Dante Alighieri nasce tra maggio e giugno del 1265 in una famiglia di piccola nobiltà guelfa, non ricca e senza grande peso politico. Perde presto la madre; il padre muore quando lui è ancora ragazzo. Nel Paradiso rivendicherà con orgoglio un antenato crociato, Cacciaguida, ma la sua vera formazione è quella di un giovane fiorentino colto: la scuola di grammatica, l’amicizia con Guido Cavalcanti, l’insegnamento di Brunetto Latini, i sonetti scambiati con gli altri poeti. Sposa Gemma Donati, a cui era stato promesso da bambino, e ne ha almeno tre figli, Iacopo, Pietro e Antonia. Beatrice, la donna della Vita nuova, è secondo la tradizione Beatrice Portinari, sposata a un Bardi e morta nel 1290.
Nel 1289 Dante combatte a cavallo nella battaglia di Campaldino, contro i ghibellini di Arezzo. Poi entra in politica: nel 1295 si iscrive all’arte dei medici e speziali, condizione necessaria per avere cariche pubbliche dopo gli Ordinamenti di giustizia, e siede nei consigli del comune. Dal 15 giugno al 15 agosto del 1300 è uno dei sei priori, la carica più alta. Firenze è allora divisa tra due fazioni guelfe, i Bianchi guidati dai Cerchi e i Neri guidati dai Donati, e i priori, per calmare la città, mandano al confino i capi di entrambe le parti. Tra loro c’è Guido Cavalcanti, che si ammala e muore pochi mesi dopo.
Dante sta con i Bianchi, ostili alle ingerenze di Bonifacio VIII. Nell’autunno del 1301 è in ambasceria a Roma quando Carlo di Valois, mandato dal papa, entra a Firenze e consegna la città ai Neri. Il 27 gennaio 1302 Dante viene condannato per baratteria, cioè per corruzione, a una multa e all’esclusione dai pubblici uffici; il 10 marzo, non essendosi presentato, la condanna diventa a morte sul rogo. Non tornerà mai più.
Gli anni dell’esilio sono un vagabondaggio tra le corti dell’Italia settentrionale: Forlì, Verona presso gli Scaligeri, la Lunigiana dei Malaspina, il Casentino. Ben presto Dante rompe anche con gli altri esuli Bianchi, quella «compagnia malvagia e scempia» da cui si separa per fare «parte per te stesso». Nel 1310 la discesa in Italia dell’imperatore Arrigo VII gli fa sperare la fine delle discordie, e Dante scrive lettere infiammate ai principi e ai fiorentini; ma Arrigo muore nel 1313. Nel 1315 Firenze offre un’amnistia agli esuli a condizione di un’ammissione pubblica di colpa: Dante rifiuta, con una lettera a un amico in cui dice che non tornerà per una via che offenda il suo onore. Gli ultimi anni li passa a Verona, ospite di Cangrande della Scala, e poi a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta. Muore nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, al ritorno da un’ambasceria a Venezia, probabilmente di malaria. Le sue ossa sono ancora a Ravenna. Sul rapporto tra la sua vita politica e il poema vedete la pagina sul pensiero politico di Dante.
Le opere, dalla Vita nova alla Commedia
Le opere di Dante si possono leggere come le tappe di un unico cammino: dalla poesia d’amore giovanile alla filosofia, dalla riflessione sulla lingua a quella sulla politica, fino al poema che tiene insieme tutto. Conviene seguirle in ordine.
Rime ed epistole
Le Rime non sono un libro organizzato dall’autore, ma la raccolta moderna delle poesie rimaste fuori dalle altre opere. Ci trovate di tutto: sonetti stilnovisti scambiati con gli amici, come «Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io»; la tenzone con Forese Donati, piena di insulti comici e volgari; le «rime petrose», scritte per una donna dura come la pietra, aspre nel suono e nella metrica; le canzoni morali dell’esilio, come «Tre donne intorno al cor mi son venute». Sono il laboratorio in cui Dante prova tutti gli stili. Le Epistole, in latino, sono tredici e comprendono le lettere politiche per Arrigo VII e quella, discussa, a Cangrande, che spiega come leggere il Paradiso.
Vita nova
Composta probabilmente tra il 1292 e il 1295, è la storia dell’amore per Beatrice raccontata in prosa e in versi: Dante sceglie trentuno poesie già scritte e le collega con una prosa narrativa e con brevi commenti. Non è un diario. È la ricostruzione, fatta a posteriori, di un percorso che va dall’amore che fa soffrire alla lode, e dalla lode alla morte di Beatrice, che si chiude con la promessa di dire di lei «quello che mai non fue detto d’alcuna». La trovate spiegata nella pagina sulla Vita nuova e, per il sonetto più famoso, in quella su Tanto gentile e tanto onesta pare.
Convivio
Nei primi anni dell’esilio Dante progetta un’enciclopedia in volgare: un «banchetto» di sapere per chi non conosce il latino, nobili, donne, mercanti, esclusi dalle università. Doveva comprendere quindici trattati, ciascuno di commento a una canzone; ne scrive quattro e si ferma. Il primo trattato contiene una difesa appassionata del volgare, «sole nuovo» che sorgerà dove il latino tramonta. Approfondite nella scheda sul Convivio.
De vulgari eloquentia
Negli stessi anni, in latino, perché si rivolge ai dotti, Dante scrive il primo trattato sulla lingua volgare. Esamina i dialetti italiani, li scarta uno dopo l’altro, compreso il fiorentino, e cerca un volgare «illustre», comune ai migliori poeti di tutta la penisola. Anche quest’opera resta incompiuta, interrotta nel secondo libro. Vedete la scheda sul De vulgari eloquentia.
Monarchia
È il trattato politico, in tre libri, scritto forse intorno al 1312-1313 o negli ultimi anni. Dante sostiene che l’umanità ha bisogno di un imperatore universale per vivere in pace, che l’impero romano fu voluto da Dio e che l’autorità dell’imperatore viene direttamente da Dio, non dal papa. Nel 1329 il libro fu bruciato a Bologna per ordine di un legato pontificio, e più tardi fu messo all’Indice. La scheda è sulla Monarchia.
Commedia (Inferno, Purgatorio, Paradiso)
Scritta probabilmente tra il 1304-1307 e la morte, è un poema di cento canti in terzine, divisi in tre cantiche: 34 per l’Inferno, perché il primo fa da proemio, 33 per il Purgatorio e 33 per il Paradiso. Racconta un viaggio nei tre regni dell’aldilà compiuto nella settimana santa del 1300. Dante la chiamò semplicemente Comedìa, perché comincia male e finisce bene e usa uno stile che sa anche abbassarsi; l’aggettivo «divina» glielo diede Boccaccio, e comparve nel titolo solo in un’edizione veneziana del 1555. Tutto il resto lo trovate nella spiegazione della Divina Commedia e nella guida all’Inferno.
Il volgare di Dante
Dante è il primo scrittore italiano che pensa la lingua come un problema. Nel De vulgari eloquentia cerca un volgare nobile e selezionato; nella Commedia fa quasi il contrario, e accoglie tutto. Accanto alle parole della teologia ci sono quelle della cucina e della bottega, accanto ai latinismi i termini dialettali, accanto alle similitudini sublimi le parolacce dei diavoli. Il poema si apre con un registro «comico», cioè medio e basso, e sale fino al linguaggio rarefatto del Paradiso, dove Dante deve perfino inventare verbi nuovi, come «trasumanar», per dire ciò che non si può dire. Questa varietà, che i linguisti chiamano plurilinguismo, è la ragione per cui Bembo lo considerava un modello pericoloso e per cui noi lo consideriamo inesauribile. Il passaggio da una cantica all’altra è spiegato nella pagina su come cambia lo stile dall’Inferno al Paradiso.
Amore, politica, salvezza
Se si dovessero scegliere tre parole per tenere insieme tutta l’opera di Dante, sarebbero queste. Non sono temi separati: nella sua testa si intrecciano continuamente.
Cominciamo dall’amore. Il giovane Dante parte dalla lezione stilnovista, l’amore che nasce solo nel cuore gentile, e nella Vita nuova arriva alla lode disinteressata di Beatrice, una donna che è già quasi un segno di Dio. Nella Commedia però l’amore diventa qualcosa di molto più vasto. Nel canto V dell’Inferno Francesca ripete quasi alla lettera i versi dei poeti d’amore, «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende», e proprio quella poesia l’ha portata alla dannazione: è una delle pagine in cui Dante fa i conti con il proprio passato. Nel Purgatorio Virgilio spiega che l’amore è la radice di tutto ciò che facciamo, del bene e del male, «sementa in voi d’ogne virtute / e d’ogne operazion che merta pene». E il poema si chiude con «l’amor che move il sole e l’altre stelle»: l’amore come forza che regge l’universo.
Poi la politica. Dante ha pagato con l’esilio il suo impegno, e nel poema parla di Firenze con un misto di nostalgia e di furore. La sua idea, sviluppata nella Monarchia, è che l’umanità abbia bisogno di due guide indipendenti: l’imperatore per la felicità terrena, il papa per quella eterna. Quando una delle due invade il campo dell’altra, il mondo va in rovina. Lo dice Marco Lombardo nel canto XVI del Purgatorio: Roma «due soli aver, che l’una e l’altra strada / facean vedere, e del mondo e di Deo». L’Italia del suo tempo, senza imperatore e con un papato corrotto, gli appare come una nave senza nocchiero, «Ahi serva Italia, di dolore ostello».
Infine la salvezza, che è il senso stesso del viaggio. La Commedia racconta un uomo smarrito che ritrova la strada, e lo fa perché tutti i lettori possano ritrovarla. Per Dante l’uomo è libero, e risponde delle proprie scelte; ma da solo non basta, ha bisogno della ragione, rappresentata da Virgilio, e della grazia, che passa attraverso Beatrice. Ecco perché amore, politica e salvezza stanno insieme: un amore ordinato rende buono l’individuo, una politica giusta rende buona la città, e tutte e due preparano l’uomo all’eternità.
Sette secoli di lettori
La fortuna di Dante comincia subito. Pochi mesi dopo la sua morte il figlio Iacopo scrive un commento all’Inferno, e nel giro di qualche anno ne arrivano altri: quello latino del bolognese Graziolo Bambaglioli, quello di Iacopo della Lana, il primo a commentare tutto il poema, l’anonimo detto «Ottimo commento», quello dell’altro figlio, Pietro. Nel secondo Trecento il poema viene spiegato in pubblico: Boccaccio a Firenze nel 1373, Benvenuto da Imola a Bologna. Nessun altro testo in volgare aveva mai avuto un trattamento simile, riservato fino ad allora alla Bibbia e ai classici.
Nel Quattrocento il commento di Cristoforo Landino, stampato a Firenze nel 1481, accompagna la Commedia con le prime incisioni ispirate ai disegni di Botticelli. Nel Cinquecento, però, il vento cambia. Pietro Bembo, che fa di Petrarca e Boccaccio i modelli della lingua letteraria, trova Dante troppo vario, troppo pronto a usare parole basse. Per due secoli Dante resta un classico rispettato più che amato, e nel 1757 il gesuita Saverio Bettinelli arriva a scrivere, nelle Lettere virgiliane, che del poema si salvano pochi canti. Gli risponde subito Gasparo Gozzi con una Difesa di Dante.
La grande riscoperta è romantica. Foscolo, Mazzini e i patrioti del Risorgimento vedono in Dante il padre della nazione e il profeta di un’Italia unita. Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana, legge i grandi personaggi, Francesca, Farinata, Ugolino, come creature vive. Nel 1921 Benedetto Croce, nella Poesia di Dante, propone una distinzione che farà discutere a lungo: da una parte la «poesia», gli episodi lirici e drammatici; dall’altra la «struttura», l’impalcatura teologica, che sarebbe solo un romanzo dottrinale.
Il Novecento ha superato quella separazione. Erich Auerbach, con il saggio Figura del 1938 e poi con Mimesis, ha mostrato che nella Commedia la realtà terrena dei personaggi e il loro destino eterno sono una cosa sola. Gianfranco Contini ha studiato il rapporto tra Dante personaggio e Dante poeta. Fuori d’Italia, T. S. Eliot scrisse nel 1929 un saggio in cui metteva Dante accanto a Shakespeare. E il pubblico non si è mai fermato: dalle letture in piazza alla giornata nazionale del Dantedì, celebrata il 25 marzo dal 2020, il poema continua a essere letto ad alta voce, come voleva il suo autore.
Come studiarlo
Percorso per il liceo
Indicazioni e problemi per lo studio rivolti a studenti liceali:
- Analizzare la funzione della Vita Nuova nell’evoluzione biografica e poetica di Dante: in che misura il testo costruisce un modello di autobiografia poetica?
- Confrontare un episodio significativo dell’Inferno con una lirica dello Stilnovo per evidenziare continuità e rotture tematiche e linguistiche.
- Riflettere sul concetto di allegoria: come si articola nei tre regni della Commedia la relazione fra significato letterale e significato allegorico?
- Discutere le ragioni e le conseguenze dell’uso del volgare nelle opere maggiori: quali vantaggi culturali e comunicativi comporta questa scelta?
Approfondimento universitario
Problemi e percorsi di ricerca per gli studi universitari:
- Indagare la rete intertestuale della Commedia con i testi biblici, i classici latini e la filosofia scolastica: quali procedure ermeneutiche usa Dante per integrare questi registri?
- Indagare il rapporto fra autobiografia e finzione letteraria nella Vita Nuova e nella Commedia, considerando gli strumenti della critica filologica e narratologica.
- Analizzare De vulgari eloquentia e il Convivio come momenti complementari della teoria linguistica dantesca, valutando le implicazioni per la storia della lingua italiana.
- Valutare la dimensione politica della Monarchia e le sue ricadute sulla recezione della figura dantesca nelle teorie dello Stato e del diritto medievale.
Collegamenti per lo studio
- Versioni di latino Versioni di greco
- Periodi storici
- Lezioni
- Indice dalle origini al Trecento
- Il Duecento: storia e società
In evidenza per la Commedia
Per consultare il testo, visita l’archivio della Divina Commedia e vai al primo canto dell’Inferno.
Per l’analisi di un episodio celebre e molto richiesto a scuola, leggi il Canto V dell’Inferno, Paolo e Francesca; per il viaggio di Ulisse, consulta anche il Canto XXVI dell’Inferno.
Per una visione d’insieme, consulta anche la spiegazione e il riassunto della Divina Commedia.
Per collegare Dante ai grandi percorsi della letteratura, consulta anche la guida ai Promessi Sposi. Per il secondo Ottocento, trovi qui la spiegazione del Verismo. Per il Novecento, completa il percorso con la spiegazione di Pirandello.
Approfondisci
Prosegui il percorso con queste pagine collegate.