Riassunto del libro XXIII: Il segreto del letto
Euriclea corre a svegliare Penelope: Ulisse è tornato, ha ucciso i Proci. Penelope non ci crede, pensa a un dio o a un inganno. Scende nella sala e si siede di fronte a lui, in silenzio. Telemaco la rimprovera per la sua durezza. Ulisse sorride e dice al figlio di lasciarli soli. Intanto, per nascondere la strage alla città, fa suonare la cetra e ballare i servi, così chi passa crederà che si festeggino le nozze della regina. Ulisse fa il bagno e Atena lo rende bellissimo. Torna da Penelope, che ancora resiste. Allora lei mette alla prova il marito: ordina a Euriclea di spostare fuori dalla stanza il letto nuziale. Ulisse si arrabbia: quel letto non si può spostare, perché l’ha costruito lui stesso intorno al tronco di un ulivo piantato nel cortile. Penelope cede, corre ad abbracciarlo, e spiega perché è stata così prudente. Piangono insieme. Ulisse le racconta la profezia di Tiresia e il viaggio che dovrà ancora compiere. Atena allunga la notte, trattenendo l’Aurora. Vanno a letto e poi si raccontano le loro storie. Al mattino Ulisse parte per la campagna, dove vive il padre Laerte.
Da ricordare
- Penelope dubita fino all’ultimo: è prudente quanto Ulisse.
- Il segreto del letto è la prova decisiva del riconoscimento.
- Il letto costruito su un ulivo è un simbolo della stabilità del matrimonio.
- Atena allunga la notte per i due sposi.
Personaggi del libro
- Penelope.
- Ulisse.
- Euriclea.
- Telemaco.
- Atena.
Testo del libro XXIII
Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).
La buona vecchia gongolando ascese
Nelle stanze superne, alla padrona
Per nunzïar, ch’era il marito in casa.
Non le tremavan più gl’invigoriti
Ginocchj sotto; ed ella a salti giva.
Quindi le stette sovra il capo, e, Sorgi,
Disse, Penelopéa, figlia diletta,
Se il desio rimirar de’ giorni tutti
Vuoi co’ proprj occhi. Ulisse venne, Ulisse
Nel suo palagio entrò dopo anni tanti,
11E i Proci temerarj, onde turbata
La casa t’era, consumati i beni,
Molestato il figliuol, ruppe, e disperse.
E Penelope a lei: Cara nutrice,
Gl’Iddj, che fanno, come lor talenta,
Del folle un saggio, e del più saggio un folle,
La ragion ti travolsero. Guastaro
Cotesta mente, che fu sempre intégra,
Senza dubbio gl’Iddj. Perchè ti prendi
Gioco di me, cui sì gran doglia preme,
21Favole raccontandomi, e mi scuoti
Da un sonno dolce, che abbracciate, e strette
Le mie tenea care palpebre? Io mai,
Dacchè Ulisse levò nel mar le vele
Per la malvagia innominanda Troja,
Così, no, non dormíi. Su via, discendi,
Balia, e ritorna onde movesti, e sappi,
Che se tali novelle altra mi fosse
Delle mie donne ad arrecar venuta,
E me dal sonno scossa, io rimandata
31Tostamente l’avrei con modi acerbi:
Ma giovi a te, che quel tuo crin sia bianco.
Diletta figlia, ripigliò la vecchia,
Io di te gioco non mi prendo. Ulisse
Capitò veramente, ed il suo tetto
Rivide al fin: quel forestier da tutti
Svillaneggiato nella sala è Ulisse.
Telemaco il sapea: ma scortamente
I paterni consigli in sè celava,
Delle vendette a preparar lo scoppio.
41Giubbilò allor Penelope, e, di letto
Sbalzata, al seno s’accostò la vecchia,
Lasciando ir giù le lagrime dagli occhi,
E con parole alate, Ah! non volermi,
Balia cara, deludere, rispose.
S’ei, come narri, in sua magione alberga
Di qual guisa potè solo agli audaci
Drudi, che in folla rimaneanvi sempre,
Le ultrici far sentir mani omicide?
Io nol vidi, nè il so, colei riprese:
51Solo il gemer di quei, ch’eran trafitti,
L’orecchio mi feria. Noi delle belle
Stanze, onde aprir non potevam le porte,
Nel fondo sedevam turbate il core;
Ed ecco a me Telemaco mandato
Dal genitor, che mi volea. Trovai
Ulisse in piè tra i debellati Proci,
Che giacean l’un su l’altro, il pavimento
Tutto ingombrando. Oh come ratto in gioja
La tua lunga tristezza avresti volto,
61Se di polve, e di sangue asperso, e brutto,
Qual feroce leon, visto l’avessi!
Or del palagio fuor tutti in un monte
Stannosi; ed ei con solforati fuochi,
Ei, che a te m’inviò nunzia fedele,
La nobile magion purga, e risana.
Seguimi adunque; e dopo tanti mali
Ambo schiudete alla letizia il core.
Già questo lungo desiderio antico,
Che distruggeati, cessa: Ulisse vivo
71Venne al suo focolare, e nel palagio
Trovò la sposa, e il figlio, e di coloro,
Che gli noceano, vendicossi a pieno.
Tanto non esultar, non trionfare,
Nutrice mia, Penelope soggiunse,
Perchè t’è noto, quanto caro a tutti,
E sovra tutti a me caro, e al cresciuto
Suo figlio, e mio, capiterebbe Ulisse.
Ma tu il ver non parlasti. Un Nume, un Nume
Fu, che dell’opre ingiuste, e de’ superbi
81Scherni indegnato, mandò all’Orco i Proci,
Che dispregiavan sempre ogni novello
Stranier, buon fosse, o reo: quindi periro.
Ma Ulisse lungi dall’Acaica terra
Il ritorno perdè, perdè la vita.
Deh quale, o figlia, ti sfuggì parola
Dalla chiostra de’ denti? a lei la vecchia.
Il ritorno perdè, perdè la vita,
Mentre in sua casa, e al focolar suo sacro
Dimora? Il veggio: chiuderai nel petto
91Un incredulo cor, finchè vivrai.
Se non che un segno manifesto in prova
Ti recherò: la cicatrice onesta
Della piaga, che in lui di guerreggiato
Cinghial feroce il bianco dente impresse.
Quella, i piedi lavandogli, io conobbi,
E volea palesartela: ma egli,
Con le mani afferrandomi alla bocca,
D’accortezza maestro, il mi vietava.
Seguimi, io dico. Ecco me stessa io metto
101Nelle tue forze: s’io t’avrò delusa,
La morte più crudel fammi morire.
E di nuovo Penelope: Nutrice,
Chi le vie degli Dei conoscer puote?
Nè tu col guardo a penetrarle basti.
Ogni modo a Telemaco si vada,
E la morte de’ Proci, e il nostro io vegga
Liberatore, un uomo ei siasi, o un Nume.
Detto così, dalla superna stanza
Scese con mente in due pensier divisa:
111Se di lontano a interrogar l’amato
Consorte avesse, o ad appressarlo in vece,
E nelle man baciarlo, e nella testa.
Varcata, entrando, la marmorea soglia,
Da quella parte, contra lui s’assise,
Dinanzi al foco, che su lei raggiava;
Ed ei, poggiato a una colonna lunga,
Sedea con gli occhi a terra, e le parole
Sempre attendea della preclara donna,
Poichè giunti su lui n’eran gli sguardi.
121Tacita stette, e attonita gran tempo:
Il riguardava con immote ciglia,
E in quel, che ravvisarlo ella credea,
Traeanla fuor della notizia antica
Gli abiti vili, onde scorgealo avvolto.
Non si tenne Telemaco, che lei
Forte non rampognasse: O madre mia,
Madre infelice, e barbara consorte,
Perchè così dal genitor lontana?
Che non siedi appo lui? che non gli parli?
131Null’altra fora così fredda e schiva
Con marito alla patria, ed a lei giunto
Dopo guai molti nel ventesim’anno.
Ma una pietra per cuore a te sta in petto.
E a rincontro Penelope: Sospesa,
Figlio, di stupor sono, ed un sol detto
Formar non valgo, una dimanda sola,
E nè, quant’io vorrei, mirarlo in faccia.
Ma s’egli è Ulisse, e la sua casa il tiene,
Nulla più resta, che il mio stato inforsi.
141Però che segni v’han dal nuzïale
Ricetto nostro impenetrabil tratti,
Ch’esser noti sappiamo a noi due solo.
Sorrise il saggio, e pazïente Ulisse,
E converso a Telemaco, La madre
Lascia, diceagli, a suo piacer tentarmi:
Svanirà, figlio, ogni suo dubbio in breve.
Perchè in vesti mi vede umili e abbiette,
Spregiami, e penetrar non san per queste
Sino ad Ulisse i timidi suoi sguardi.
151Noi quel partito consultiamo intanto,
Che abbracciar sarà meglio. Uom, che di vita
Spogliò un uom solo, e oscuro, e di cui pochi
Sono i vendicator, pur fugge, e il dolce
Nido abbandona, ed i congiunti cari.
Or noi della città tolto il sostegno,
E il fior dell’Itacese gioventude
Mietuto abbiamo. Qual è il tuo consiglio?
E il prudente Telemaco, A te spetta,
Diletto padre, il consigliar, rispose:
161A te, con cui non v’ha chi d’accortezza
Contendere osi. Io seguirotti pronto
In ogni tuo disegno, e men, cred’io,
Le forze mi verran pria, che il coraggio.
Questo a me sembra, ripigliava Ulisse.
Bagnatevi, abbigliatevi, e novelle
Prenda ogni donna, e più leggiadre vesti.
Poi con l’arguta cetera il divino
Cantore inviti a una gioconda danza,
Acciò chi di fuori ode, o passa, o alberga
171Vicin, le nozze celebrarsi creda.
Così pria non andrà per la cittade
Della strage de’ Proci il sanguinoso
Grido, che noi non siam nell’ombreggiata
Campagna nostra giunti, in cui vedremo
Ciò, che inspirarci degnerà l’Olimpio.
Scoltato, ed ubbidito ei fu ad un’ora.
Si bagnâr, s’abbigliâr, vesti novelle
Prese ogni donna, e più fregiata apparve.
Femio la cetra nelle man recossi,
181E del canto soave, e dell’egregia
Danza il desio svegliò. Tutta sonava
Quella vasta magion del calpestio
Degli uomini trescanti, e delle donne,
Cui bella fascia circondava i fianchi.
E tal, che udia di fuor, tra sè dicea:
Alcun per fermo la cotanto ambita
Regina ottenne. Trista! che gli eccelsi
Tetti di quel, cui vergine congiunta
S’era, non custodì, finch’ei venisse.
191Così parlava; e di profonda notte
Lo strano caso rimanea tra l’ombre.
In questo mezzo Eurinome cosperse
Di lucid’onda il generoso Ulisse,
E del biondo licor l’unse, ed il cinse
Di tunica, e di clamide: ma il capo
D’alta beltade gl’illustrò Minerva.
Ei da’ lavacri uscì pari ad un Nume,
E di nuovo s’assise, ond’era sorto,
Alla sua moglie di rincontro, e disse:
201Mirabile! a te più, che all’altre donne,
Gli abitatori dell’Olimpie case
Un cuore impenetrabile formaro.
Quale altra accoglieria con tanto gelo
L’uom suo, che dopo venti anni di duolo
Alla sua patria ritornasse, e a lei?
Su via, nutrice, per me stendi un letto,
Dov’io mi corchi, e mi riposi anch’io:
Quando di costei l’alma è tutta ferro.
Mirabil, rispondea la saggia donna,
211Io nè orgoglio di me, nè di te nutro
Nel cor disprezzo, nè stupor soverchio
M’ingombra: ma guardinga i Dei mi fero.
Ben mi ricorda, quale allor ti vidi,
Che dalle spiaggie d’Itaca naviglio
Ti allontanò di remi lungo armato.
Or che badi, Euricléa, che non gli stendi
Fuor della stanza maritale il denso
Letto, ch’ei di sua mano un dì construsse,
E pelli, e manti, e sontuose coltri
221Su non vi getti? Ella così dicea,
Far volendo di lui l’ultima prova.
Crucciato ei replicò: Donna, parola
T’uscì da’ labbri fieramente amara.
Chi altrove il letto collocommi? Dura
Al più saputo torneria l’impresa.
Solo un Nume potrebbe agevolmente
Scollocarlo: ma vivo uomo nessuno,
Benchè degli anni in sul fiorir, di loco
Mutar potria senza i maggiori sforzi
231Letto così ingegnoso, ond’io già fui,
Nè compagni ebbi all’opra, il dotto fabbro.
Bella d’olivo rigogliosa pianta
Sorgea nel mio cortile i rami larga,
E grossa molto, di colonna in guisa.
Io di commesse pietre ad essa intorno
Mi architettai la maritale stanza,
E d’un bel tetto la coversi, e salde
Porte v’imposi, e fermamente attate.
Poi, vedovata del suo crin l’oliva,
241Alquanto su dalla radice il tronco
Ne tagliai netto, e con le pialle sopra
Vi andai leggiadramente, v’adoprai
La infallibile squadra, e il succhio acuto.
Così il sostegno mi fec’io del letto,
E il letto a molta cura io ripolíi,
L’intarsïai d’oro, d’avorio, e argento
Con arte varia, e di taurine pelli,
Tinte in lucida porpora, il ricinsi.
Se a me riman, qual fabbricailo, intatto,
251O alcun, succiso dell’olivo il fondo,
Portollo in altra parte, io, donna, ignoro.
Questo fu il colpo, che i suoi dubbj tutti
Vincitore abbattè. Pallida, fredda,
Mancò, perdè gli spiriti, e disvenne.
Poscia corse ver lui dirittamente,
Disciogliendosi in lagrime; ed al collo
Ambe le braccia gli gittava intorno,
E baciavagli il capo, e gli dicea:
Ah! tu con me non t’adirare, Ulisse,
261Che in ogni evento ti mostrasti sempre
Degli uomini il più saggio. Alla sventura
Condannavanci i Numi, a cui non piacque,
Che de’ verdi godesse anni fioriti
L’uno appo l’altro, e quindi a poco a poco
L’un vedesse imbiancar dell’altro il crine.
Ma, se il mirarti, e l’abbracciarti, un punto
Per me non fu, tu non montarne in ira.
Sempre nel caro petto il cor tremavami,
Non venisse a ingannarmi altri con fole:
271Chè astuzie ree covansi a molti in seno.
Nè la nata di Giove Elena Argiva
D’amor sariasi, e sonno a uno straniero
Congiunta mai, dove previsto avesse,
Che degli Achei la bellicosa prole
Nuovamente l’avrebbe alla diletta
Sua casa in Argo ricondotta un giorno.
Un Dio la spinse a una indegna opra; ed ella
Pria, che di dentro ne sentisse il danno,
Non conobbe il velen, velen, da cui
281Tanto cordoglio a tutti noi discorse.
Ma tu mi desti della tua venuta
Certissimo segnale: il nostro letto,
Che nessun vide mai, salvo noi due,
E Attoride la fante a me già data
Dal padre mio, quand’io qua venni, e a cui
Dell’inconcussa nuzïale stanza
Le porte in guardia son, tu quello affatto
Mi descrivesti; e al fin pieghi il mio core,
Ch’esser potria, nol vo’ negar, più molle.
291A questi detti s’eccitò in Ulisse
Desio maggior di lagrime. Piagnea,
Sì valorosa donna, e sì diletta
Stringendo al petto. E il cor di lei qual era?
Come ai naufraghi appar grata la terra,
Se Nettun fracassò nobile nave,
Che i vasti flutti combatteano, e i venti,
Tanto che pochi dal canuto mare
Scampâr notando a terra, e con le membra
Di schiuma, e sal tutte incrostate, e lieti,
301Su la terra montâr, vinto il periglio:
Così gioía Penelope, il consorte
Mirando attenta, nè staccar sapea
Le braccia d’alabastro a lui dal collo.
E già risorta lagrimosi il ciglio
Visti gli avria la ditirosea Aurora,
Se l’occhio azzurro di Minerva un pronto
Non trovava compenso. Egli la Notte
Nel fin ritenne della sua carriera,
Ed entro all’Oceàn fermò l’Aurora,
311Giunger non consentendole i veloci
Dell’alma luce portator destrieri,
Lampo, e Fetonte, ond’è guidata in cielo
La figlia del mattin su trono d’oro.
Ulisse allor queste parole volse
Non liete alla sua donna: O donna, giunto
Non creder già de’ miei travagli il fine.
Opra grande rimane, immensa, e cui
Fornir, benchè a fatica, io tutta deggio.
Tanto mi disse di Tiresia l’Ombra
321Il dì, ch’io, per saver del mio ritorno,
E di quel de’ compagni, al fosco albergo
Scesi di Dite. Or basta. Il nostro letto
Ci chiama, e il sonno, di cui tutta in noi
Entrerà l’ineffabile dolcezza.
E Penelope a lui così rispose:
Quello a te sempre apparecchiato giace,
Poichè di ritornar ti diero i Numi.
Ma tu quest’opra, di cui qualche Dio
Risvegliò in te la rimembranza, dimmi.
331Tu non vorrai da me, penso, celarla
Poscia, e il tosto saperla a me par meglio.
Sventurata, perchè, l’altro riprese,
Tal nel tuo petto, e sì fervente brama?
Nulla io t’asconderò: benchè goderne
Certo più, che il mio core, il tuo non deggia.
L’Ombra ir m’impose a città molte, un remo
Ben fabbricato nelle man tenendo,
Nè prima il piè fermar, che ad una nuova
Gente io non sia, che non conosce il mare,
341Nè cosperse di sal vivande gusta,
Nè delle navi dalle rosse guance,
O de’ remi, che sono ale alle navi,
Notizia vanta. E mi diè un segno il vate.
Quel dì, che un altro pellegrino, a cui
M’abbatterò per via, me un ventilabro
Portar dirà su la gagliarda spalla,
Allora, infitto nella terra il remo,
E vittime perfette a Re Nettuno
Svenate, un toro, un arïete, un verro,
351Riedere io debbo alle paterne case,
E per ordine offrir sacre ecatombi
Agli Dei tutti, che in Olimpo han seggio.
Quindi a me fuor del mare, e mollemente
Consunto al fin da una lenta vecchiezza,
Morte sopravverà placida, e dolce,
E beate vivran le genti intorno.
Ecco il destin, che il tuo consorte aspetta.
Ed ella ripigliò: Se una vecchiezza
Migliore i Dei promettonti, che tutta
361L’altra etade non fu, t’allegra dunque,
O d’ogni angoscia vincitor felice.
Eurinome frattanto, ed Euricléa
Di molli coltri, e di tappeti il casto
Letto adornavan delle faci al lume.
Ciò in brev’ora compiuto, a’ suoi riposi
Euricléa si ritrasse, ed Eurinóme
Inver la stanza maritale Ulisse
Precedeva, e Penelope, tenendo
Fiaccola in man: poi ritirossi anch’ella;
371E con pari vaghezza i due consorti
Del prisco letto rinnovaro i patti.
Telemaco non meno, ed i pastori,
Fatti i lor piè cessar dalla gioconda
Danza, e quei delle donne, al sonno in preda
S’abbandonaro nell’oscura sala.
Ma Penelope, e Ulisse un sovrumano
De’ mutui lor ragionamenti varj,
Che la notte copria, prendean diletto.
Ella narrava, quanto a lei di doglia
381Diè la vista de’ Proci, ed il trambusto,
In ch’era la magion, mentre, velando
La loro audacia dell’amor col manto,
Sempre a terra stendean pecora, o bue,
E dai capaci dogli il delicato
Vino attigneano. D’altra parte Ulisse
Que’ mali, che in se stesso, o a gente avversa,
Sofferti avea pellegrinando, o inflitti,
Le raccontava: un non so che di dolce
L’anima ricercavale, ed a lei,
391Finch’ei per tutte andò le sue vicende,
Non abbassava le palpebre il sonno.
Tolse a dir, come i Ciconi da prima
Vinse, e poi de’ Lotofagi alla pingue
Terra sen venne; e rammentò gli eccessi
Del barbaro Ciclope, e la sagace
Vendetta fatta di color tra i suoi,
Ch’ei metteasi a vorar senza pietade.
Come ad Eolo approdò, da cui gentile
Accoglienza, e licenza ebbe del pari:
401Ma non ancor gli concedeano i fati
La contrada natia, donde rapillo
Subitana procella, e sospirante
Molto, e gemente, il ricacciò nell’alto.
Quindi l’amaro descriveale arrivo
Alla funesta dalle larghe porte
Cittade de’ Lestrigoni, e gli ancisi
Compagni tanti, e i fracassati legni,
Fuor che uno, sovra cui salvossi appena.
Gli scaltrimenti descrivea di Circe,
411E il viaggio impensato in salda nave,
Per consultar del Teban vate l’alma,
Alla casa inamabile di Pluto,
Dove s’offriro a lui gli antichi amici,
Ombre guerriere, ed Anticléa, che in luce
Poselo, e intese alla sua infanzia cara.
Aggiunse le Sirene, innanzi a cui
Passare ardì con disarmati orecchi,
E gl’instabili scogli, e la tremenda
Cariddi, e Scilla, cui non vider mai
421I più destri nocchieri impunemente.
Nè l’estinto tacea del Sole armento,
E la vermiglia folgore di Giove
Altitonante, che percosse il legno,
E i compagni sperdè. Campò egli a terra
Solo, e afferrò all’Ogigia isola; ed ivi
Calipso, che bramava essergli sposa,
Il ritenea nelle sue cave grotte,
L’adagiava di tutto, e giorni eterni
Senza canizie prometteagli: pure
431Nel seno il cor mai non piegògli. Al fine
Dopo infiniti guai giunse ai Feaci,
Che al par d’un Nume l’onoraro, e in nave
Di rame carca, e d’oro, e di vestiti,
All’aer dolce de’ natii suoi monti
Rimandârlo. Quest’ultima parola
Delle labbra gli uscia, quando soave
Scioglitor delle membra, e d’ogni cura
Disgombrator, sovra lui cadde il sonno.
Ma in questo mezzo la Pupilleazzurra
441Di Laerte il figliuol non obbliava.
Come le parve, ch’ei goduto avesse
Di notturna quïete appo la fida
Moglie abbastanza, incontanente mosse,
E a levarsi eccitò dall’Oceàno
Sul trono d’òr la ditirosea Aurora,
Perchè la terra illuminasse, e il cielo.
Surse allora l’eroe dal molle letto,
E questi accenti alla consorte volse:
Consorte, sino al fondo ambi la coppa
451Bevemmo del dolor; tu, che piangevi
Il mio ritorno disastroso, ed io,
Cui Giove, e gli altri Dei, dalla bramata
Patria volean tra mille affanni in bando.
Or, che agli Eterni riunirci piacque,
Cura tu prenderai di quanto in casa
Restami; ed io di ciò, che gli orgogliosi
Proci usurpâro a me, parte co’ doni
Del popol mio, parte co’ miei conquisti,
Ristorerommi a pieno, in sin che tutte
461Si riempian di nuovo a me le stalle.
Io nella folta di diverse piante
Campagna sua corro a veder l’antico
Genitor, che per me tanto dolora.
Tu, benchè saggia, il mio precetto ascolta.
Sorto il novello Sol, per la cittade
Della morte de’ Proci andrà la fama.
Sali nell’alto con le ancelle, e siedi,
Ed in guisa ivi sta, che non t’accada
Nè voce ad alcun volgere, nè sguardo.
471Detto, vestissi le bell’armi, e il prode
Figlio animava, e i due pastori, e a tutti
Prendere ingiunse i marzïali arnesi.
Quelli, obbedendo, armavansi, e, dischiuse
Le porte, usciano: precedeali Ulisse.
Già si spargea su per la terra il lume:
Ma fuor della città tosto li trasse
Di nube cinti l’Atenéa Minerva.
Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Analisi e commento del libro XXIII
Il libro XXIII racconta il riconoscimento più atteso dell’Odissea, e lo fa in modo sorprendente. Penelope non corre tra le braccia del marito. Dubita, osserva, mette alla prova. È lei a guidare la scena, e Ulisse, il grande ingannatore, viene a sua volta ingannato.
Euriclea è comica all’inizio. Corre su per le scale ridendo, le ginocchia le tremano dalla gioia, sveglia Penelope e le dice tutto in un fiato. Penelope la rimprovera: gli dèi ti hanno fatto impazzire. Poi, quando la vecchia insiste, risponde con prudenza: forse un dio ha ucciso i Proci per punirli, ma Ulisse è morto lontano. Il dubbio di Penelope è ragionevole. Ha visto tanti stranieri raccontare storie per ottenere un mantello.
La scena nella sala è lunga e silenziosa. Penelope si siede di fronte a Ulisse, alla luce del fuoco, e lo guarda: a volte le sembra di riconoscerlo, a volte no, con quei vestiti sporchi. Telemaco si arrabbia: madre crudele, nessuna donna starebbe così lontana dal marito tornato dopo vent’anni. Penelope risponde con calma: se è davvero Ulisse, ci riconosceremo da segni che solo noi due conosciamo. Ulisse sorride. Capisce.
Il trucco della festa nuziale è un dettaglio da non trascurare. Ulisse ordina di suonare e ballare, perché la gente fuori pensi che Penelope si sia sposata. È un modo per guadagnare tempo prima che le famiglie dei Proci scoprano la strage. Ma è anche un’ironia sottile: si celebra davvero un matrimonio, quello di Ulisse e Penelope che si ritrovano.
La prova del letto è un capolavoro. Penelope dice a Euriclea: sposta il letto fuori dalla stanza, preparalo per lui. Ulisse esplode. Chi ha spostato il mio letto? Nessuno potrebbe, nemmeno il più forte. E racconta come l’ha costruito: c’era un ulivo nel cortile, grosso come una colonna, e lui ha costruito la stanza intorno, ha tagliato la chioma, ha squadrato il tronco e ne ha fatto il piede del letto, poi l’ha decorato con oro, argento e avorio. Il letto non si può muovere perché ha le radici nella terra. Penelope ha avuto la prova che cercava. Solo il vero Ulisse poteva conoscere quel segreto, e soprattutto solo lui poteva arrabbiarsi così.
Il riconoscimento finale è uno dei più belli della letteratura. Penelope gli corre incontro, gli getta le braccia al collo, gli bacia il viso. Gli spiega che aveva paura di essere ingannata, come Elena. Ulisse piange tenendola stretta. E il narratore usa una similitudine che rovescia i ruoli: Penelope è felice come i naufraghi che toccano terra dopo che Poseidone ha distrutto la loro nave. Il naufrago, per tutto il poema, era Ulisse. Ora è lei. Anche Penelope ha attraversato il suo mare.
Un passo da vicino
Chi altrove il letto collocommi? Dura
Al più saputo torneria l’impresa.
Solo un Nume potrebbe agevolmente
Scollocarlo: ma vivo uomo nessuno,
Benchè degli anni in sul fiorir, di loco
Mutar potria senza i maggiori sforzi
Letto così ingegnoso, ond’io già fui,
Nè compagni ebbi all’opra, il dotto fabbro.
Bella d’olivo rigogliosa pianta
Sorgea nel mio cortile i rami larga,
E grossa molto, di colonna in guisa.
Io di commesse pietre ad essa intorno
Mi architettai la maritale stanza,
E d’un bel tetto la coversi, e saldeOdissea, libro XXIII, vv. 225-238, trad. di I. Pindemonte
È il racconto del letto, la prova che fa crollare le difese di Penelope. Ulisse è indignato: “Chi altrove il letto collocommi?”. Sarebbe difficile anche per un uomo esperto, solo un dio potrebbe spostarlo. Poi racconta la costruzione, con la precisione di un artigiano. C’era una “bella d’olivo rigogliosa pianta” nel cortile, grossa come una colonna. Lui ci ha costruito intorno la stanza, con pietre ben commesse e un tetto solido. Nei versi successivi taglierà la chioma, squadrerà il tronco, ne farà il piede del letto. Notate il possessivo e la prima persona: “io… mi architettai la maritale stanza”. Ulisse rivendica il letto come opera sua, così come aveva costruito la zattera. L’ulivo è la pianta di Atena, simbolo di sapienza e di pace, ed è radicato nella terra di Itaca. Il matrimonio di Ulisse e Penelope ha la stessa natura: non si sposta, perché ha radici. È un simbolo di una forza straordinaria, che chiude il cerchio del ritorno.
Domande per il ripasso
- Perché Penelope non crede subito che lo straniero sia Ulisse?
- In che cosa consiste la prova del letto?
- Che cosa fa Atena per i due sposi durante la notte?
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