Odissea, libro XVII: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro XVII: Il cane Argo

Telemaco va in città e racconta alla madre il viaggio, senza rivelarle il ritorno di Ulisse. Teoclimeno annuncia a Penelope che Ulisse è già a Itaca. Intanto Eumeo e Ulisse camminano verso la città. Alla fonte incontrano il capraio Melanzio, servo infedele, che insulta Ulisse e gli dà un calcio; Ulisse si trattiene. Arrivati davanti alla reggia, vedono un vecchio cane steso sul letame, pieno di zecche: è Argo, il cane che Ulisse aveva allevato da cucciolo prima di partire. Il cane riconosce il padrone, muove la coda e abbassa le orecchie, ma non ha la forza di avvicinarsi. Ulisse si asciuga una lacrima di nascosto. Argo muore subito dopo aver rivisto il padrone, dopo vent’anni. Nella sala, Ulisse va a chiedere l’elemosina tra i Proci. Quasi tutti gli danno qualcosa; Antinoo invece lo insulta e gli scaglia contro uno sgabello che lo colpisce alla spalla. Ulisse non reagisce. Anche gli altri Proci disapprovano. Penelope, saputo l’accaduto, vuole parlare con lo straniero per avere notizie di Ulisse. Telemaco starnutisce forte e Penelope ride, prendendolo come un buon presagio. Ulisse le fa dire che parleranno la sera.

Da ricordare

  • Argo è il primo essere che riconosce Ulisse, senza bisogno di prove.
  • La morte del cane chiude vent’anni di attesa.
  • Melanzio è un servo traditore, opposto a Eumeo.
  • I Proci mostrano la loro crudeltà verso il mendicante.

Personaggi del libro

  • Ulisse, travestito da mendicante.
  • Argo, il cane.
  • Eumeo.
  • Melanzio, il capraio infedele.
  • Antinoo, che colpisce Ulisse.
  • Telemaco, Penelope, Teoclimeno.

Testo del libro XVII

Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).

Tosto che aperse del mattin la figlia
Con rosea man l’eteree porte al Sole,
Telemaco, d’Ulisse il caro germe,
Che inurbarsi volea, sotto le piante
S’avvinse i bei calzari, e la nodosa
Lancia, che in man ben gli s’attava, tolse,
E queste al suo pastor drizzò parole:
Babbo, a cittade io vo, perchè la madre
Veggami, e cessi il doloroso pianto,
Che altramente cessar, credo, non puote.

11Tu l’infelice forestier la vita
Guidavi a mendicar: d’un pan, d’un colmo
Nappo non mancherà chi lo consoli.
Nello stato, in ch’io sono, a me non lice
Sostener tutti. Monteranne in ira?
Non farà, che il suo male. Io dal mio lato
Parlerò sempre con diletto il vero.
Amico, disse allora il saggio Ulisse,
Partire intendo anch’io. Più, che ne’ campi,
Nella cittade accattar giova: un frusto

21Chi vorrà, porgerammi. Io più d’etade
Non sono a rimaner presso le stalle,
E obbedire un padron, checchè m’imponga.
Tu vanne: a me quest’uom sarà per guida,
Come tu ingiungi, sol che prima il foco
Mi scaldi alquanto, e più s’innalzi il Sole.
Triste, qual vedi, ho vestimenta, e guardia
Prender degg’io dal mattutino freddo,
Che sul cammin, che alla città conduce,
Ed è, sento, non breve, offender puommi.

31Telemaco senz’altro in via si pose,
Mutando i passi con prestezza, e mali
Nella sua mente seminando ai Proci.
Come fu giunto al ben fondato albergo,
Portò l’asta, e appoggiolla ad una lunga
Colonna, e in casa, la marmorea soglia
Varcando, penetrò. Primiera il vide
La nutrice Euricléa, che le polite
Pelli stendea su i varïati seggi,
E a lui diritta, lagrimando, accorse:

41Poi tutte gli accorrean l’altre d’Ulisse
Fantesche intorno, e tra le braccia stretto
Su le spalle il baciavano, e sul capo.
Frattanto uscia della secreta stanza,
Pari a Diana, e all’aurea Vener pari,
La prudente Penelope, che al caro
Figlio gettò le man, piangendo, al collo,
E la fronte baciògli, ed ambo gli occhi
Stellanti; e, non restandosi dal pianto,
Telemaco, gli disse, amata luce,

51Venisti adunque! Io non credea più i lumi
Fissare in te, dacchè una ratta nave,
Contra ogni mio desir, dietro alla fama
Del genitor furtivamente a Pilo
T’addusse. Parla: quale incontro avesti?
Madre, del grave rischio, ond’io campai,
Replicava Telemaco, il dolore
Non rinnovarmi in petto, e lo spavento.
Ma in alto sali con le ancelle: quivi
Lavata, e cinta d’una pura veste

61Le membra delicate, a tutti i Numi
Ecatombe legittime prometti,
Se mi consente il vendicarmi Giove.
Io per un degno forestier, che venne
Meco da Pilo, andrò alla piazza. Innanzi
Co’ miei fidi compagni io lo spedii,
E commisi a Piréo, che in sua magione
L’introducesse, e sino al mio ritorno
Con onore il trattasse, e con affetto.
Non indarno ei parlò. Lavata, e cinta

71Di veste pura il delicato corpo,
Penelope d’intégre a tutti i Numi
Ecatombe votavasi, ove al figlio
Il vendicarsi consentisse Giove.
Nè Telemaco a uscir fuor del palagio
Molto tardò: l’asta gli empiea la mano,
E due bianchi il seguian cani fedeli.
Stupia ciascun, mentr’ei mutava il passo:
Tal grazia sovra lui Palla diffuse.
Gli alteri Proci stavangli da questo

81Lato, e da quel, voci parlando amiche,
Ma nel profondo cor fraudi covando.
Se non ch’ei tosto si sciogliea da essi;
E là, dove sedea Mentore, dove
Antífo, ed Aliterse, che paterni
Gli eran compagni dalla prima etade,
A posar s’avviò: quei d’ogni cosa
L’addimandaro. Sopraggiunse intanto
Piréo, lancia famosa, il qual nel foro
Per la cittade il forestier menava,

91A cui s’alzò Telemaco, e s’offerse.
E così primo favellò Piréo:
Telemaco, farai, che al mio soggiorno
Vengan le donne tue per que’ superbi
Doni, onde Menelao ti fu cortese.
E il prudente Telemaco: Piréo,
Ignoto è ancor di queste cose il fine.
Se i Proci, me secretamente anciso,
Tutto divideransi il mio retaggio,
Prima, che alcun di loro, io di que’ doni

101Vo’ che tu goda. E dove io lor dia morte,
A me lieto recar li potrai lieto.
Disse, e guidò nella sua bella casa
L’ospite sventurato. Ivi, deposte
Sovra i troni le clamidi vellute,
Sceser nel bagno, e come astersi, ed unti
Per le servili man furo, e di manto
Vago, e di vaga tunica vestiti,
Su i ricchi seggi a collocarsi andaro.
E qui l’ancella da bell’aureo vaso

111Purissim’acqua nel bacil d’argento
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i bianchi
Pani venne ad imporre, e non già poche
Delle dapi non fresche, ond’è custode.
Penelope sedea di fronte al caro
Figlio, e non lungi dalle porte; e fini
Velli purpurei, a una polita sede
Poggiandosi, torcea. Que’ due la destra
Stendeano ai cibi: nè fu pria repressa

121La fame loro, e la lor sete spenta,
Che in tai voci la madre i labbri apriva:
Io, figlio, premerò, salita in alto,
Quel, che divenne a me lugubre letto,
Dappoi che Ulisse inalberò le vele
Co’ figliuoli d’Atréo, lugubre letto,
Ch’io da quel giorno del mio pianto aspergo.
Non vorrai dunque tu prima, che i Proci
Entrino alla magion, dirmi, se nulla
Del ritorno del padre udir t’avvenne?

131E il prudente Telemaco a rincontro:
Madre, il tutto io dirò. Pilo trovammo,
Ed il pastor de’ popoli Nestorre.
Qual padre accoglie con carezze un figlio
Dopo lunga stagion d’altronde giunto,
Tal me in sua reggia, e tra l’illustre prole,
La bianca testa di Nestorre accolse.
Ma diceami, che nulla udì d’Ulisse,
O vivo fosse, o fatto polve, ed ombra.
Quindi al pugnace Menelao mandommi

141Con buon cocchio, e destrieri; ed io là vidi
L’argiva Eléna, per cui Teucri, e Greci,
Così piacque agli Dei, tanto sudaro.
Il bellicoso Menelao repente
Chiedeami, qual bisogno alla divina
Sparta m’avesse addotto. Io non gli tacqui
Nulla, e l’Atride: Ohimè! d’un eroe dunque
Volean giacer nel letto uomini imbelli?
Siccome allor che malaccorta cerva,
I cerbiatti suoi teneri e lattanti

151Deposti in tana di leon feroce,
Cerca, pascendo, i gioghi erti, e l’erbose
Valli profonde; e quello alla sua cava
Riede frattanto, e cruda morte ai figli
Porta, e alla madre ancor: non altrimenti
Porterà cruda morte ai Proci Ulisse.
Ed oh piacesse a Giove, a Febo, e a Palla,
Che qual si levò un dì contra l’altero
Filomelíde nella forte Lesbo,
E tra le lodi degli Achivi a terra

161Con mano invitta, lotteggiando, il pose,
Tal costoro affrontasse! Amare nozze
Foran le loro, e la lor vita un punto.
Quanto alla tua domanda, il Re soggiunse,
Ciò raccontarti senza fraude intendo,
Che un oracol verace, il marin vecchio
Proteo, svelommi. Asseverava il Nume,
Che molte e molte lagrime dagli occhi
Spargere il vide in solitario scoglio,
Soggiorno di Calipso, inclita Ninfa,

171Che rimandarlo niega; ond’ei, cui solo
Non avanza un naviglio, e non compagni,
Che il careggin del mar su l’ampio dorso,
Star gli convien della sua patria in bando.
Ciò in Isparta raccolto, io ne partii;
E un vento in poppa m’inviaro i Numi,
Che rattissimo ad Itaca mi spinse.
Con tai voci Telemaco alla madre
L’anima in petto scompigliava. Insorse
Teocliméno allora: O veneranda

181Della gran prole di Laerte donna,
Tutto ei già non conobbe. Odi i miei detti:
Vero, e intégro sarà l’oracol mio.
Primo tra i Numi in testimonio Giove,
E la mensa ospital chiamo, ed il sacro
Del grande Ulisse limitar, cui venni:
Lo sposo tuo nella sua patria terra
Siede, o cammina, le male opre ascolta,
E morte a tutti gli orgogliosi Proci
Nella sua mente semina. Mel disse

191Chiaro dal cielo un volator, ch’io scorsi,
E al tuo figlio mostrai, sedendo in nave.
E la saggia Penelope: Deh questo,
Ospite, accada! Tali, e tanti avresti
Del mio sincero amor pegni, che ognuno
Ti chiameria, scontrandoti, beato.
Mentre così parlando, e rispondendo
Di dentro ivan la madre, il figlio, e il vate,
Gli alteri Proci alla magion davante
Dischi lanciavan per diletto, e dardi

201Sul pavimento lavorato e terso,
Della baldanza lor solito arringo.
Ma giunta l’ora della mensa, e addotte
Le vittime da tutti intorno i campi,
Medonte, che nel genio ai Proci dava
Più, che altro in fra gli araldi, e ai lor banchetti
Sempre assistea, Giovani, disse, quando
Godeste omai de’ giochi, entrar v’aggradi,
Sì che il convivio s’imbandisca. Ingrata
Cosa non parmi il convivare al tempo.

211Sursero immantinente, ed alle voci
Del banditor non repugnaro. Entrati,
Deposer su le sedie i manti loro.
Pingui capre scannavansi, e più grandi
Montoni, e grossi porci, e una buessa
Di branco; e il prandio s’apprestava. E intanto
Dai campi alla cittade andar d’un passo
Preparavansi Ulisse, ed il pastore.
Pria favellava Euméo d’uomini Capo:
Stranier, se il mio piacere io far potessi,

221Tu delle stalle rimarresti a guardia.
Ma poichè partir brami, e ciò pur vuolsi
Dal mio signor, le cui rampogne io temo,
Però che gravi son l’ire de’ Grandi,
Moviam: già vedi, che scemato è il giorno,
E infredderà più l’aere in ver la sera.
Tai cose ad uom, che non le ignora, insegni,
Ripigliò il Laerziade. Ebben, moviamo:
Ma vammi innanzi, e dà, se da una pianta
Il recidesti, un forte legno, a cui

231Per la via, che malvagia odo, io mi regga.
Disse, e agli omeri suoi per una torta
Corda il suo rotto, e vil zaino sospese,
E il bramato baston porsegli Euméo.
Quindi le stalle abbandonâr, di cui
Rimaneano i famigli a guardia, e i cani.
Così ver la città sotto le forme
D’un infelice mendicante, e vecchio,
E curvo sul bastone, e con le membra
Nelle vesti più turpi, il suo Re stesso

241L’amoroso pastore allor guidava.
Già, vinto il sentiero aspro, alla cittade
Si fean vicini, ed apparia la bella,
Donde attignea ciascun, fonte artefatta,
Che una pura tra l’erbe onda volvea.
Construsserla tre Regi: Itaco prima,
Poi Nerito, e Polittore. Rotondo
D’alni acquidosi la cerchiava un bosco,
Fredda cadea l’onda da un sasso, e sopra
Un altar vi sorgea sacro alle Ninfe,

251Dove offria preci il vïandante, e doni.
Qui di Dolio il figliuol, Melanzio, in loro
S’incontrò: conducea le capre, il fiore
Del gregge, ai Proci; e il seguian due pastori.
Li vide appena, che bravolli, e indegne
Saettò in loro, e temerarie voci,
Che tutto commovean d’Ulisse il core.
Or sì, dicea, che un tristo a un tristo è guida.
Giove li forma, indi gli accoppia. Dove
Meni tu quel ghiottone, o buon porcajo,

261Quel mendico importuno, e delle mense
Peste, che a molte signorili porte
Logorerassi gli omeri, di pane
Frusti chiedendo, non treppiedi, o conche?
Se tu le stalle a custodir mel dessi,
E a purgarmi la corte, e a’ miei capretti
La frasca molle ad arrecar, di solo
Bevuto siere ingrosseria ne’ fianchi.
Ma poichè solo alle tristi opre intese,
Travagliar non vorrà, vorrà più presto,

271Di porta in porta domandando, un ventre
Pascere insazïabile. Ma senti
Cosa, che certo avvenir dee. Se all’alta
Magion s’accosterà del grande Ulisse,
Molti sgabelli di man d’uom lanciati
Alla sua testa voleranno intorno,
E le coste trarrannogli di loco.
Ciò disse, ed appressollo, e nella coscia
Gli diè d’un calcio, come stolto ch’era,
Nè dalla via punto lo smosse: fermo

281Restava Ulisse, e in sè volgea, se l’alma
Col nodoso baston torgli dovesse,
O in alto sollevarlo, e su la nuda
Terra gettarlo capovolto. Ei l’ira
Contenne, e sopportò. Se non ch’Euméo
Al caprar si converse, e improverollo,
E, levate le man, molto pregava:
O belle figlie dell’Egïoco, Ninfe
Najadi, se il mio Re v’arse giammai
D’agnelli, e di capretti i pingui lombi,

291Empiete il voto mio. Rieda, ed un Nume
La via gli mostri. Ti cadria, caprajo,
Quella superbia dalle ardite ciglia,
Con cui vieni oltraggioso, e sì frequente,
Dai campi alla città. Quindi per colpa
De’ cattivi pastori a mal va il gregge.
Oh oh, Melanzio ripigliò di botto,
Che mi latra oggi quello scaltro cane,
Che un giorno io spedirò sovra una bruna
Nave dalla serena Itaca lunge,

301Perchè a me in copia vettovaglia trovi?
Così il Dio dal sonante arco d’argento
Telemaco uccidesse oggi, o dai Proci
Domo fosse il garzon, come ad Ulisse
Non sorgerà della tornata il giorno!
Ciò detto, ivi lasciolli ambo, che lento
Moveano il piede, e, suo cammin seguendo,
D’Ulisse alla magion ratto pervenne.
Subito entrava, e s’assidea tra i Proci
Di rimpetto ad Eurimaco, che tutto

311Era il suo amore: nè i donzelli accorti,
E la solerte dispensiera, innanzi
Un solo istante s’indugiaro a porgli
Quei parte delle carni, e i pani questa.
Ulisse, ed il pastore al regio albergo
Giungeano intanto. S’arrestaro, udita
L’armonia dolce della cava cetra:
Chè l’usata canzon Femio intonava.
Tale ad Euméo, che per man prese, allora
Favellò il Laerziade: Euméo, d’Ulisse

321La bella casa ecco per certo. Fora,
Benchè tra molte, il ravvisarla lieve.
L’un pian su l’altro monta, è di muraglia
Cinto il cortile, e di steccati, doppie
Sono e salde le porte. Or chi espugnarla
Potria? Gran prandio vi si tiene, io credo:
Poichè l’odor delle vivande sale,
E risuona la cetera, cui fida
Voller compagna de’ conviti i Numi.
E tu così gli rispondesti, Euméo:

331Facile a te, che lunge mai dal segno
Non vai, fu il riconoscerla. Su via,
Ciò pensiam, che dee farsi. O tu primiero
Entra, e ai Proci ti mesci, ed io qui resto,
O tu rimani, e metterommi io dentro.
Ma troppo a bada non istar: chè forse,
Te veggendo di fuor, potrebbe alcuno
Percuoterti, o scacciarti. Il tutto pesa.
Quel veggio anch’io, che alla tua mente splende,
Gli replicava il pazïente Ulisse.

341Dentro mettiti adunque: io rimarrommi.
Nuovo ai colpi non sono, e alle ferite,
E la costanza m’insegnaro i molti
Tra l’armi, e in mar danni sofferti, a cui
Questo s’aggiungerà. Tanto comanda
La forza invitta dell’ingordo ventre,
Per cui cotante l’uom dura fatiche,
E navi arma talor, che guerra altrui
Dell’infecondo mar portan su i campi.
Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,

351Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse,
La testa, ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma come, spinto dal suo fato a Troja,
Poco frutto potè. Bensì condurlo
Contra i lepri, ed i cervi, e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli, e buoi sparso alle porte innanzi,
Finchè, i poderi a fecondar d’Ulisse,

361Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E, benchè tra que’ cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,

371Celandosi da Euméo, cui disse tosto:
Euméo, quale stupor! Nel fimo giace
Cotesto, che a me par cane sì bello.
Ma non so, se del pari ei fu veloce,
O nulla valse, come quei da mensa,
Cui nutron per bellezza i lor padroni.
E tu così gli rispondesti, Euméo:
Del mio Re lungi morto è questo il cane.
Se tal fosse di corpo, e d’atti, quale
Lasciollo, a Troja veleggiando, Ulisse,

381Sì veloce a vederlo, e sì gagliardo,
Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
Perdesse mai. Or l’infortunio ei sente.
Perì d’Itaca lunge il suo padrone,
Nè più curan di lui le pigre ancelle:
Chè pochi dì stanno in cervello i servi,
Quando il padrone lor più non impera.
L’onniveggente di Saturno figlio

391Mezza toglie ad un uom la sua virtude,
Come sopra gli giunga il dì servile.
Ciò detto, il piè nel sontuoso albergo
Mise, e avviossi drittamente ai Proci;
Ed Argo, il fido can, poscia che visto
Ebbe dopo dieci anni e dieci Ulisse,
Gli occhi nel sonno della morte chiuse.
Ma l’egregio Telemaco fu il primo,
Che scorgesse il pastor nella superba
Sala passato; e a sè il chiamò d’un cenno.

401Ed ei, rivolto d’ogn’intorno il guardo,
Levò uno scanno ivi giacente, dove
Seder solea lo scalco, e le infinite
Carni partire ai banchettanti Proci.
Levollo, ed a Telemaco di contra
Il piantò presso il desco, e vi s’assise;
E delle carni a lui pose davanti
Lo scalco, e pani dal canestro tolti.
Ulisse ivi a non molto anch’egli entrava
Símil ne’ cenci, e nel baston nodoso,

411Su cui piegava il tergo, a un infelice
Paltonier d’anni carco. Entrato appena,
Sopra il frassineo limitar sedea,
Con le spalle appoggiandosi ad un saldo
Stipite cipressin, cui già perito
Fabbro alzò a piombo, e ripolì con arte.
Telemaco il pastor chiama, e, togliendo
Quanto avea pane il bel canestro, e quanta
Carne nelle sue man capir potea,
Questo, gli dice, all’ospite tu reca,

421E gli comanda, che a ciascun de’ Proci
S’accosti mendicando. A cui nel fondo
Dell’inopia cascò, nuoce il pudore.
Andò il pastor repente, e, allo straniero
Soffermandosi in faccia, Ospite, disse,
Ciò ti manda Telemaco, e t’ingiunge,
Che mendicando ti presenti a ognuno
De’ Proci in giro. A cui nel fondo, ei dice,
Dell’inopia cascò, nuoce il pudore.
E il Laerziade rispondea: Re Giove,

431Telemaco dal ciel con occhio guarda
Benigno sì, ch’ei nulla brami indarno.
Detto ciò solo, prese ad ambe mani
Ulisse il tutto, e colà innanzi ai piedi
Su la bisaccia ignobile sel pose.
Finchè il divin Demodoco cantava,
Cibavasi l’uom saggio: al tempo stesso
L’un dal cibo cessò, l’altro dal canto.
Strepitavano i Proci entro la sala:
Ma Palla, al figlio di Laerte apparsa,

441L’esortò i pani ad accattar dai Proci,
Tastando chi più asconda, o men tristezza,
Benchè a tutti la Dea scempio destini.
Ei volse a destra, e ad accattar da tutti
Gïo, stendendo la man, come se mai
Esercitato non avesse altr’arte.
Mossi a pietade il soccorreano, e forte
Stupiano, e domandavansi a vicenda,
Chi fosse, e donde il forestier venisse.
E qui Melanzio, Udite, o dell’illustre

451Penelope, dicea, vagheggiatori.
L’ospite io vidi, a cui la via mostrava
De’ porci il guardïan: ma da qual chiara
Stirpe disceso egli si vanti, ignoro.
Guardïan famosissimo, Antinóo
Così Euméo rimbrottò, perchè costui
Guidasti alla città? Ci mancan forse
Vagabondanti paltonieri infesti,
Delle mense flagello? O, che d’Ulisse
Qui si nutra ciascun, poco ti cale,

461Che questo ancor, donde io non so, chiamasti?
E tal risposta tu gli festi, Euméo:
Prode, Antinoo, sei tu, ma ben non parli.
Chi un forestiero a invitar mai d’altronde
Va, dove tal non sia, che al mondo giovi,
Come profeta, o sanator di morbi,
O fabbro industre in legno, o nobil vate,
Che le nostr’alme di dolcezza innondi?
Questi invitansi ognor, non un mendico,
Che ci consumi, e non diletti, o serva.

471Ma tu i ministri del mio Re lontano
Più, che ogni altro de’ Proci, e de’ ministri
Me più, che ogni altro, tormentar non cessi.
Non men curo io però, finchè la saggia
Penelope, e Telemaco deiforme,
Vivono a me nella magion d’Ulisse.
Ma Telemaco a lui: Taci, parole
Non cangiar molte con Antinoo. È usanza
Di costui l’assalir con aspri detti
Chi non l’offende, e incitar gli altri ancora.

481Poi, converso a quel tristo, In ver, soggiunse,
Cura di me, qual padre, Antinoo, prendi,
Tu, che l’ospite vuoi sì duramente
Quinci sbandire. Ah nol consenta Giove!
Dagline: io, non che oppormi, anzi l’esigo.
La madre d’annojare, o alcun de’ servi
Del padre mio, tu non temer per questo.
Ma cosa tal non è da te, cui solo
La propria gola soddisfar talenta.
O alto di favella, e d’alma indomo

491D’Eupite disse incontanente il figlio,
Che parlasti, Telemaco? Se i Proci
Quel don, ch’io serbo a lui, gli fesser tutti,
Starsi almeno ei dovria tre lune in casa
Da noi lontano; e, lo sgabello preso,
Su cui tenea beendo i molli piedi,
Alto in aria il mostrò. Gli altri cortesi
Gli eran pur d’alcun che, sì ch’ei trovossi
Di carni, e pani la bisaccia colma.
Mentre alla soglia, degli Achivi i doni

501Per gustar, ritornava, ad Antinóo
Si fermò innanzi, e dìsse: Amico, nulla
Dunque mi porgi? Degli Achivi il primo
Mi sembri, come quei, che a Re somiglia.
Quindi più ancor, che agli altri, a te s’addice
Largo mostrarti: io le tue lodi, il giuro,
Per tutta spargerò l’immensa terra.
Tempo già fu, ch’io di te al par felice
Belle case abitava, e ad un ramingo,
Qual fosse, e in quale stato a me venisse,

511Del mio largia: molti avea servi, e nulla
Di ciò falliami, onde gioiscon quelli,
Che ricchi, e fortunati il Mondo chiama.
Giove, il perchè ei ne sa, strugger mi volle,
Ei, che in Egitto per mio mal mi spinse
Con ladroni moltivaghi: viaggio
Lungo, e funesto. Nell’Egitto fiume
Fermai le ratte navi, ed ai compagni
Restarne a guardia ingiunsi, e quell’ignota
Terra ire alcuni ad esplorar dall’alto.

521Ma questi da un ardir folle, e da un cieco
Desio portati, a saccheggiar le belle
Campagne degli Egizj, a via menarne
Le donne, e i figli non parlanti, i grami
Coltivatori a uccidere. Volonne
Tosto il rumore alla città, nè prima
L’Alba s’imporporò, che i cittadini
Vennero, e pieno di cavalli, e fanti
Fu tutto il campo, e del fulgor dell’armi.
Cotale allora il Fulminante pose

531Desir di pugna de’ compagni in petto,
Che un sol far testa non osava: uccisi
Fur parte, e parte presi, e ad opre dure
Sforzati; e ovunque rivolgeansi gli occhi,
Un disastro apparia. Me consegnaro
A Demetore Jaside, che in quelle
Parti era giunto, e dominava in Cipro,
Dond’io, carco di mali, al fin qua venni.
E di nuovo così d’Eupite il figlio:
Qual Genio avverso una sì fatta lue,

541Le nostre mense a conturbar, ci addusse?
Tienti nel mezzo, e dal mio desco lunge,
Se un’altra Egitto amara, e un’altra Cipro
Trovar non brami in Itaca. Io mendico
Mai non conobbi più impudente e audace.
T’offri a ciascun l’un dopo l’altro, e allarga
Ciascun per te la man senza consiglio:
Chè rotto cade ogni ritegno, dove
Regna la copia, e dell’altrui si dona.
Poh! replicava il Laerziade, indietro

551Ritirandosi alquanto, alla sembianza
Poco l’animo adunque in te risponde.
Chi mai creder potria, che pur di sale
A supplicante tu daresti un grano
Dalla tua mensa, tu, che un frusto darmi
Dall’altrui non sapesti, e così ricca?
Montò Antinoo in più furia, e, torve in lui
Fissando le pupille, Ora io non penso,
Che uscirai quinci con le membra sane,
Poscia che all’onte ne venisti. Disse,

561E afferrò lo sgabello, ed avventollo,
E in sulla punta della destra spalla
Percosse il forestiero. Ulisse fermo
Stette, qual rupe, nè d’Antinoo il colpo
Smosselo: bensì tacito la testa
Crollò, agitando la vendetta in core.
Indi sul limitar sedea di nuovo,
Deposto il zaino tutto pieno, e ai Proci
Favellava così: Competitori
Dell’illustre Reina, udir vi piaccia

571Ciò, che il cor dirvi mi comanda. Dove
Pe’ campi, per la greggia, o per l’armento
Pugnando è l’uom ferito, il porta in pace.
Me per la trista, ed importuna fame,
Gran fonte di disastri, Antinoo offese.
Ma se ha propizj Dei, se ha Furie ultrici,
Chi non ha nulla, della morte il giorno
Pria, che quel delle nozze, Antinoo colga.
E d’Eupite il figliuol: Tranquillo, e assiso,
Cíbati, o forestiere, o quinci sgombra,

581Acciò gli schiavi, poichè sì favelli,
Per li piedi, e le man te del palagio
Non traggan fuori, e tu ne vada in pezzi.
Tutti d’ira s’accesero, ed alcuno,
Mal, disse, festi, Eupitide, un tapino
Vïandante a ferir. Sciaurato! S’egli
Degli abitanti dell’Olimpo fosse?
Spesso d’estrano pellegrino in forma
Per le cittadi si raggira un Nume,
Vestendo ogni sembianza, e alle malvage

591De’ mortali opre, ed alle giuste guarda.
Tai voci Antinoo dispregiava. Intanto
Della percossa rea gran duol nel petto
Telemaco nodria. Non però a terra
Dalle ciglia una lagrima gli cadde.
Sol crollò anch’ei tacitamente il capo,
Ruminando nel cor l’alta vendetta.
Ma la saggia Penelope, cui giunse
L’annunzio in alto dell’indegno colpo,
Tra le ancelle proruppe in questi accenti:

601Deh così lui d’un de’ suoi dardi il Nume
Dal famoso d’argento arco ferisca!
Ed Eurinome a lei: Se gl’Immortali
Fesser pieni i miei voti, a un sol de’ Proci
Non mostreriasi la nuov’Alba in cielo.
Nutrice mia, Penelope riprese,
Mi spiaccion tutti, perchè tutti ingiusti:
Ma del par, che la morte, Antinoo abborro.
Move per casa un ospite infelice
Dalla sua fame a mendicar costretto.

611Ciascun gli dà, tal ch’ei n’ha il zaino colmo;
E d’Eupite il figliuol d’uno sgabello
Nella punta dell’omero il percuote.
Cotesti accenti tra le ancelle assisa
Liberò dalle labbra; e in quella Ulisse
il suo prandio compiea. Ma la Regina,
Euméo chiamato a sè, Va, gli dicea,
De’ pastori il più egregio, ed a me invia
Quel forestiere, onde in colloquio io seco
Mi restringa, e richiedagli, se mai

621D’Ulisse udì, se il vide mai con gli occhi,
Ei, che di gran viaggi uom mi rassembra.
E tu così le rispondesti Euméo:
Oh volesser gli Achei per te, Regina,
Tacersi alcuni istanti! Ei tal favella,
Che somma in cor ti verseria dolcezza.
Io tre giorni appo me l’ebbi, e tre notti,
Che fuggito era da un’odiata nave:
Nè però tutti mi narrò i suoi guai.
Qual racceso dai Numi illustre vate

631Voce sì grata agli ascoltanti innalza,
Che l’orecchio, fissando in lui le ciglia,
Se dal canto riman, tendono ancora:
Tal mi beava nella mia capanna.
Dissemi, che di padre in figlio a Ulisse
Dell’ospitalità stringealo il nodo;
Che nativo di Creta era, del grande
Minosse culla; e che di là, cadendo
D’un mal sempre nell’altro, a’ tuoi ginocchi
Venia di gramo supplicante in atto.

641M’affermò, che d’Ulisse avea tra i ricchi
Tesproti udito, che vive anco, e molti
All’avita magion tesori adduce.
La prudente Penelope a rincontro:
Vanne, ed a me l’invia, sì ch’io l’ascolti.
Gli altri o fuor delle porte, o nel palagio
Trastullin pur, poscia che han lieto il core.
Crescono i monti delle lor sostanze,
Di cui solo una parte i servi loro
Toccano; ed essi qui l’intero giorno

651Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo, e dell’armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne votando,
Fanno una strage: ne’ v’ha un altro Ulisse,
Che atto a fermarla sia. Ma l’eroe giunga,
E piena con Telemaco di tanti
Barbari oltraggi prenderà vendetta.
Finito non avea, che il figlio ruppe
In un alto starnuto, onde la casa
Risonò tutta. La Regina rise,

661E, Va, disse ad Euméo, corri, e il mendico
Mandami. Starnutare alle mie voci
Non udisti Telemaco? Maturo
De’ Proci è il fato, nè alcun fia che scampi.
Ciò senti ancora, e in mente il serba. Quando
Verace in tutto ei mi riesca, i cenci
Gli cangerò di botto in vesti belle.
Corse il fido pastore, e allo straniero,
Standogli presso, Ospite padre, disse,
Te la saggia Penelope, la madre

671Di Telemaco, vuole: il cor la spinge
D’Ulisse a ricercar, benchè sol dato
Le abbian sin qui le sue ricerche duolo.
Quando verace ti conosca, i cenci
Ti cangerà di botto in vesti belle.
Cibo non mancherà chi ti largisca,
Se tu l’andrai per la città chiedendo.
Euméo, rispose il pazïente Ulisse,
Alla figlia d’Icario, alla prudente
Penelope, da me nulla del vero

681Si celerà. So le vicende appieno
D’Ulisse, con cui sorte io m’ebbi eguale:
Ma la turba difficile de’ Proci,
Di cui del ciel sino alla ferrea volta
Monta l’audace tracotanza, io temo.
Pur testè, mentr’io gïa lungo la sala,
Nulla oprando di mal, percosso io fui;
E non prevenne il doloroso insulto
Telemaco, non che altri. Il Sol cadente
Ad aspettar nelle sue stanze adunque

691Tu la conforta. Mi domandi allora
Del ritorno d’Ulisse innanzi al foco:
Poichè il vestito mio mal mi difende.
Tu il sai, cui prima supplicante io venni.
Diè volta, udito questo, il buon pastore;
E Penelope a lui, che già la soglia
Col piè varcava: Non mel guidi, Euméo?
Che pensa il forestier? Tema de’ Proci,
O vergogna di sè, forse occupollo?
Guai quel mendico, cui ritien vergogna!

701Ma tu così le rispondesti, Euméo:
Ei, come altri farebbe in pari stato,
De’ superbi schivar l’onte desia.
Bensì t’esorta sostener, Regina,
Finchè il dì cada. Così meglio voi
Potrete ragionar sola con solo.
Gran senno in lui, chiunque sia, dimora,
Ella riprese: chè sì audaci, e ingiusti
Non ha l’intero Mondo uomini altrove.
Euméo ritornò ai Proci, e di Telemaco

711Parlando, onde altri non potesse udirlo,
All’orecchia vicin, Caro, gli disse,
Le mandre, tua ricchezza, e mio sostegno,
A custodire io vo. Tu su le cose
Qui veglia, e più sovra te stesso, e pensa,
Che i giorni passi tra una gente ostile,
Cui prima, ch’ella noi, Giove disperda.
Sì, babbo mio, Telemaco rispose.
Parti, ma dopo il cibo, e al dì novello
Torna, e vittime pingui adduci teco.

721Tacque; ed Euméo sovra il polito scanno
Nuovamente sedea. Cibato, ai campi
Ire affrettossi, gli steccati addietro
Lasciando, e la magion d’uomini piena
Gozzoviglianti, cui piacere il ballo
Era, e il canto piacer, mentre spiegava
L’ali sue nere sovra lor la Notte.

Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro XVII

Il libro XVII contiene un episodio che quasi tutti ricordano, anche chi non ha mai letto l’Odissea: la morte del cane Argo. Ma il libro è più ampio, e conviene leggerlo intero, perché mostra Ulisse che entra per la prima volta nella propria casa da straniero.

L’incontro con Melanzio è la prima prova di umiliazione. Il capraio, un servo che si è schierato con i Proci, incontra Eumeo e il mendicante presso una fonte dove i cittadini prendono l’acqua. Li insulta con un proverbio crudele, “un dio conduce sempre il simile al simile”, e dà un calcio a Ulisse. Ulisse pensa per un momento di ammazzarlo con il bastone o di sbatterlo a terra, poi si trattiene. Questo controllo è la sua forza. Melanzio pagherà nel libro XXII.

La scena di Argo è costruita in modo da stupire. Eumeo e Ulisse parlano davanti al palazzo, e un cane steso sul letame alza la testa e le orecchie. È Argo, “del paziente Ulisse”. Il narratore ci racconta in pochi versi la sua storia: Ulisse lo aveva allevato da cucciolo, ma era partito per Troia prima di poterne godere. I giovani lo portavano a caccia di lepri, cervi e capre selvatiche. Ora è vecchio, trascurato, pieno di zecche. I servi, in assenza del padrone, non se ne curano.

Il riconoscimento è silenzioso. Argo scodinzola, abbassa le orecchie, ma non riesce a muoversi verso il padrone. Ulisse si asciuga una lacrima di nascosto, per non farsi scoprire da Eumeo, e gli chiede di quel cane così bello, se sia stato un buon cane da caccia o solo un cane da tavola. Eumeo risponde con orgoglio: era il migliore, nessuna bestia gli sfuggiva nel bosco. Poi aggiunge una frase amara: il padrone è morto lontano, e le donne non se ne occupano. Mentre loro entrano nel palazzo, Argo muore, “dopo aver visto Ulisse al ventesimo anno”.

Nella sala, Ulisse va da un Proco all’altro chiedendo un pezzo di pane, come un vero mendicante. Lo fa su consiglio di Atena, per vedere chi è giusto e chi no. Quasi tutti gli danno qualcosa. Antinoo no. Anzi lo insulta e gli lancia uno sgabello. Ulisse resta fermo come una roccia, scuote la testa e medita vendetta. Gli altri Proci rimproverano Antinoo: forse è un dio travestito, dicono, perché gli dèi girano tra gli uomini in forma di stranieri. Questa frase è importante. È la teologia dell’ospitalità che i Proci hanno dimenticato.

La fine del libro sposta l’attenzione su Penelope. Vuole incontrare lo straniero, che ha viaggiato molto e forse sa qualcosa di Ulisse. Mentre parla, Telemaco starnutisce così forte che la casa rimbomba, e lei ride. Per gli antichi lo starnuto era un presagio. Ulisse, prudente, rimanda l’incontro alla sera. Il lettore sa che l’incontro tra marito e moglie si avvicina.

Un passo da vicino

Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse,
La testa, ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma come, spinto dal suo fato a Troja,
Poco frutto potè. Bensì condurlo
Contra i lepri, ed i cervi, e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli, e buoi sparso alle porte innanzi,
Finchè, i poderi a fecondar d’Ulisse,
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E, benchè tra que’ cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,
Celandosi da Euméo, cui disse tosto:

Odissea, libro XVII, vv. 350-371, trad. di I. Pindemonte

L’episodio di Argo è breve e perfetto. Pindemonte lo apre con un movimento semplice: mentre Eumeo e Ulisse parlano, “Argo, il cane, / ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse, / la testa, ed ambo sollevò gli orecchi”. L’ordine delle parole è spezzato, quasi a imitare la fatica del cane che si solleva. Poi la sua storia, raccontata in pochi versi: allevato dal padrone, mai goduto da lui, usato dai giovani per la caccia, ora abbandonato sul letame “di muli, e buoi”, che i servi avrebbero portato nei campi come concime. Il dettaglio delle “turpi zecche” è crudo e realistico. Poi il riconoscimento: “Squassò la coda festeggiando”, abbassò le orecchie, ma non poté muoversi. E Ulisse, “riguardatolo”, si asciuga una lacrima “con man furtiva”. L’aggettivo dice tutto: Ulisse non può nemmeno piangere apertamente per il suo cane. Il passo commuove perché il primo a riconoscere l’eroe non è un uomo, è un animale, che non ha bisogno di cicatrici o di prove.

Domande per il ripasso

  1. Chi è Melanzio e come tratta Ulisse?
  2. Come riconosce Argo il suo padrone?
  3. Come si comporta Antinoo quando Ulisse gli chiede l’elemosina?

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