Riassunto del libro XVIII: Il mendicante Iro
Arriva alla reggia un altro mendicante, Iro, grosso, vorace e codardo, che i Proci usano come messaggero. Vuole cacciare Ulisse dalla soglia e lo sfida. I Proci, divertiti, organizzano un incontro di pugilato, con un premio di ventri di capra ripieni. Quando Ulisse si alza la veste e mostra le cosce e le spalle robuste, Iro trema. Ulisse decide di non ucciderlo, per non farsi riconoscere, e lo colpisce sotto l’orecchio: Iro cade sputando sangue. Ulisse lo trascina fuori e lo mette seduto contro il muro del cortile. I Proci gli offrono cibo. Anfinomo gli porge due pani e un brindisi. Ulisse, che lo stima, lo avverte con un discorso sulla fragilità dell’uomo: Ulisse tornerà presto e sarà una strage, vattene finché puoi. Anfinomo resta, perché Atena lo ha già destinato a morire. Atena ispira a Penelope di mostrarsi ai Proci: la rende più bella nel sonno. Penelope scende, rimprovera Telemaco per aver permesso l’umiliazione dell’ospite, poi dice ai Proci che i pretendenti dovrebbero portare doni, non divorare i beni altrui. Ciascuno manda a prendere un dono. Ulisse si rallegra della sua astuzia. Di notte la serva Melanto lo insulta; Eurimaco lo deride e gli lancia uno sgabello.
Da ricordare
- La lotta con Iro è un episodio comico, ma mostra la forza di Ulisse.
- Il discorso ad Anfinomo è una riflessione sulla condizione umana.
- Penelope inganna i Proci per ottenere doni: astuta come il marito.
- Le serve infedeli, come Melanto, si schierano con i Proci.
Personaggi del libro
- Ulisse, il mendicante.
- Iro, mendicante della reggia.
- Anfinomo, il Proco più giusto.
- Penelope.
- Telemaco.
- Melanto, serva infedele.
- Eurimaco, Antinoo.
Testo del libro XVIII
Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).
Un accattante pubblico sorvenne,
Di mendicar per la cittade usato,
Famoso vorator, che mai non disse
Per molto cibo, e per vin molto, Basta,
E gigante a vederlo, ancor che poco
Di forza, e cuore in sì gran corpo fosse.
Egli avea nome Arnéo: così chiamollo
Nel dì, che nacque, la diletta madre.
Ma dai giovani tutti Iro nomato
Era, come colui, che le imbasciate
11Portar solea, qual gliene desse il carco.
Giunto fu appena, che scacciava Ulisse
Dalla sua casa, ed il mordea co’ detti:
Vecchio, via dal vestibolo, se vuoi,
Ch’io non ti tragga fuor per un de’ piedi.
Non vedi l’ammiccar, perch’io ti tragga,
Di tutti a me? Pur m’arrossisco, e stommi.
Ma lévati, o alle prese io con te vegno.
Bieco Ulisse guatollo, e, Sciagurato,
Rispose, in opra io non t’offendo, o in voce,
21Nè, che alcuno a te doni, anco a man piene,
T’invidio io punto. Questa soglia entrambi
Ci capirà. Tu non dovresti noja
Del mio bene sentir, tu, che un mendico
Mi sembri al par di me. Dispensatori
Delle ricchezze all’uom sono i Celesti.
Invitarmi a pugnar non ti consiglio,
Onde infiammato, benchè vecchio, d’ira
Le labbra io non t’insanguini, ed il petto.
Più assai tranquillo io ne sarei domane:
31Chè alla magion del figlio di Laerte
Ritorno far tu non potresti, io credo.
Poh, sdegnato il pezzente Iro riprese,
Più volubili i detti a questo ghiotto
Corrono, e ratti più, che non a vecchia,
Che sempre al focolar s’aggira intorno.
S’io queste man pongogli addosso, tutti
Dalle mascelle, come a ingordo porco
Entrato fra le biade, i denti io schianto.
Or bene, un cinto senza più ti cuopra,
41E questi ci conoscano alla pugna,
Che tosto avremo. Io veder voglio, come
Con uom combatterai tanto più verde.
Così sul liscio limitar dell’alte
Porte garrian d’ingiurïosi motti.
Avvisossene Antinoo, e, dolcemente
Ridendo, sciolse tai parole: Amici,
Nulla di sì giocondo a questi alberghi
Gli abitator dell’etra unqua mandaro.
Si bisticcian tra lor l’ospite, ed Iro,
51E già le man frammischiano. Su via,
Meglio alla zuffa raccendiamli ancora.
Tutti s’alzaro, nelle risa dando,
E ai due straccioni s’affollaro intorno.
Ed Antinoo così: Nobili Proci,
Sentite un pensier mio. Di que’ ventrigli
Di capre, che di sangue, e grasso empiuti
Sul foco stan per la futura cena,
Scelga qual più vorrà chi vince, e quindi
D’ogni nostro convito a parte sia:
61Nè più tra noi s’aggiri altro cencioso.
Ciò piacque a tutti. Ma l’accorto eroe,
Cui non fallian le astuzie, Amici, disse,
Ad uom dagli anni, e dai disastri rotto
Con giovane pugnar non parmi bello.
E pur botte a ricevere, e ferite
La rea mi spinge imperïosa fame.
Ma voi giurate almen, che nessuno, Iro
Per favorir, me della man gagliarda
Percuoterà, male adoprando: troppo
71Mi tornerebbe allor duro il cimento.
Giuraro. E di Telemaco in tal guisa
La sacra possa favellò: Straniero,
Di respinger costui ti detta il core?
Respingilo: nè alcun temer de’ Proci.
Chi t’oserà percuotere, con molti
A combattere avrà. Gli ospiti io curo,
E tal favella non condannan certo
Eurimaco, ed Antinoo, ambo prudenti.
Disse; e ciascuno approvò il detto. Ulisse
81Si spogliò tosto, e de’ suoi panni un cinto
Formossi, e nudi i lati omeri, nudo
Mostrò il gran petto, e le robuste braccia,
E i magni fianchi discoprì: Minerva,
Che per lui scese dall’Olimpo, tutte
De’ popoli al pastor le membra crebbe.
Stupiro i Proci fieramente, e alcuno
Così dicea, volgendosi al vicino:
Iro, già non più Iro, in su la testa
S’avrà tratto egli stesso il suo malanno,
91Tai fianchi ostenta, e tali braccia il veglio!
A queste voci malamente d’Iro
L’animo commoveasi. E non pertanto
Col cinto ai lombi, e pallido la faccia,
Gli schiavi a forza il conducean: su l’ossa
Tremavangli le carni. Antinoo allora
Prendealo a rimbrottar: Millantatore,
Perchè or non muori, o a che nascesti un giorno,
Tu, che sì temi, e tremi uom dagli affanni
Non men, che dall’età, snervato e domo?
101Ma odi quel, che di te fia. Se a terra
Con vincitrice man colui ti mette,
Io te gettato in una ratta nave
Manderò nell’Epiro al Rege Echeto,
Flagello de’ mortali; il qual ti mozzi
Gli orecchi, e il naso con acerbo ferro,
E, da stracciarsi crudi, a un can vorace
Butti gli svelti genitali in preda.
Un tremor gli entrò in corpo ancor più forte:
Ma il condusser nel mezzo. I due campioni
111Le mani alzaro: dubitava Ulisse,
Se del pugno così dar gli dovesse,
Che lui caduto abbandonasse l’alma,
O atterrarlo, e non più, con minor colpo.
Questo partito scelse, onde agli Achivi
Celarsi meglio. Iro la destra spalla
Ad Ulisse colpì; ma Ulisse in guisa
Sotto l’orecchia l’investì nel collo,
Che l’ossa fracassògli: usciagli il rosso
Sangue fuor per la bocca, ed ei mugghiando
121Cascò, digrignò i denti, e il pavimento
Calcitrando battè. Gli amanti a quella
Vista, levate le lor braccia in alto,
Scoppiavan delle risa. Intanto Ulisse,
L’un de’ piedi afferratogli, il traea
Pel vestibolo fuor sino alla corte,
E all’entrata del portico. Ciò fatto,
Col dosso al muro l’appoggiò, gli pose
Bastone in mano, e, Qui, gli disse, or siedi,
E scaccia dal palagio i cani, e i ciacchi,
131Nè più arrogarti, così vil, qual sei,
Su gli ospiti dominio, e su i mendichi:
Chè un’altra volta non t’incontri peggio.
Così dicendo, si gittava intorno
Alle spalle il suo zaino, e al limitare
Ritornava, e sedeavi. Rientraro
Con dolce riso in su le labbra i Proci,
Ed a lui blande rivolgean parole:
Ospite, Giove a te con gli altri Numi
Quanto più brami, e t’è più caro, invii,
141A te, che la città smorbasti a un tratto
Di questo insazïabile accattone,
Che ad Echeto, degli uomini flagello,
Tra poco andrà su gli Epiroti lidi.
Così parlaro; e dell’augurio Ulisse
Godea nell’alma; e Antinoo un gran ventriglio
Di sangue, e di pinguedine ripieno
Gli recò innanzi. Ma il valente Anfinomo
Due presentògli dal canestro tolti
Candidissimi pani, e, propinando
151Con aurea tazza, Salve, disse, o padre,
Forestier, salve: se infelice or vivi,
Lieti scorranti almeno i dì futuri.
Anfinomo, l’eroe scaltro rispose,
D’intendimento, e di ragion dotato
Mi sembri, e in questo tu ritrai dal padre,
Da Niso Dulichiense, ond’io la fama
Sonare udia, buono del par, che ricco,
Da cui diconti nato; e fede ancora
Ne fa il tuo senno, e le parole, e gli atti.
161A te dunque io favello, e tu i miei detti
Ricevi, e serba in te. Sai tu di quanto
Spira, e passeggia su la terra, o serpe,
Ciò, che al Mondo havvi di più infermo? È l’uomo.
Finchè stato felice i Dei gli danno,
E il suo ginocchio di vigor fiorisce,
Non crede, che venir debbagli sopra
L’infortunio giammai. Sopra gli viene?
Con ripugnante alma indegnata il soffre:
Chè quali i giorni son, che foschi, o chiari,
171De’ mortali il gran padre e de’ Celesti
D’alto gli manda, tal dell’uomo è il core.
Vissi anch’io vita fortunata, e illustre,
E, secondando la mia forza, e troppo
Nel genitor fidando, e ne’ germani,
Non giuste, vaglia il vero, opre io commisi.
Ma ciascuno a ben far dee per l’ingegno,
E quel, che dai Numi ha, fruir tranquillo:
Nè costoro imitar, che iniquamente
Struggono i beni, e la pudica donna
181Oltraggian d’un eroe, che lungo tempo
Dalla sua patria, e dagli amici, io credo,
Lontano ancor non rimarrà; che a questi
Luoghi anzi è assai vicino. Al tuo ricetto
Quindi possa guidarti un Dio pietoso,
E torti agli occhi suoi, com’egli appaja:
Poichè decisa senza molto sangue,
Messo ch’egli abbia in sua magione il piede,
Non fia tra i Proci, e lui l’alta contesa.
Libò, ciò detto, e accostò ai labbri il nappo,
191E tornollo ad Anfinomo. Costui
Per la sala iva, conturbato il core,
E squassando la testa, ed il suo male
Divinando, ma invan: fuggir non puote,
Legato anch’ei da Palla, onde cadesse
Per l’asta di Telemaco. Nel seggio,
Donde sorto era, si ripose intanto.
Ma d’Icario alla figlia, alla prudente
Penelope, la Dea dai glauchi lumi
Spirò il disegno di mostrarsi ai Proci,
201Perchè lor s’allargasse il core in petto
Di nuova speme, ed in onor più grande
Presso il consorte, e il figlio ella salisse.
Diede, nè ben sa come, in un gran riso,
E tai detti formò: Sento un desire
Non pria sentito di mostrarmi ai Proci,
Eurinome, bench’io tutti gli abborra.
Utile avviso in lor presenza io bramo
A Telemaco dare, il qual troppo usa
Con que’ superbi giovani, che accenti
211Ti drizzan blandi, e insídianti da tergo.
Saggio è il consiglio, Eurinome rispose.
Va, figlia, dunque, ed il tuo nato assenna.
Ma pria ti lava, e su le guance poni
L’usato unguento. Apparir vuoi con faccia
Dalle lagrime tue solcata e guasta?
Quel pianger sempre, e dall’un giorno all’altro
Nullo divario far, poco s’addice.
Già venne il figlio nell’età fiorita,
In cui vederlo con l’onor del mento
221Sì ardentemente supplicavi ai Numi.
Per zelo, che di me l’alma ti scaldi,
Replicava Penelope, di bagni,
Eurinome, o di liscj, or non parlarmi.
Il dì, che Ulisse, s’imbarcò per Troja,
Tolsermi ogni beltà dal volto i Numi.
Bensì Autonoe mi chiama, e Ippodamía,
Che da lato mi stieno. Ai Proci sola
Non offrirommi: chè pudor mel vieta.
Tacque; e la vecchia Eurinome le donne
231A chiamar tosto, e ad affrettarle, uscío.
Ma l’occhiazzurra Dea, nuovo pensiero
Formando nella mente, alla pudica
Figlia d’Icario un molle sonno infuse.
Mentre giacea sovra il suo seggio, e tutte
Il molle sonno le sciogliea le membra,
Palla Minerva di celesti doni
La rifornia, perchè di lei più sempre
Invaghisser gli Achei. Pria su le guance
Quella, che tien dalla bellezza il nome,
241Sparse divina essenza, onde si lustra
La inghirlandata d’òr Vener, se mai
Va delle Grazie al dilettoso ballo:
Poi di corpo la crebbe, e ricolmolla
Nel volto, e tal su lei candor distese,
Che l’avorio tagliato allora allora
Ceder dovesse al paragon. La Diva
Risalì dell’Olimpo in su le cime.
Venner le ancelle strepitando, e ratto
Si riscosse Penelope dal sonno,
251E con man gli occhi stropicciossi, e disse:
Qual dolce sonno della sua fosc’ombra
Me infelice coprì! Deh così dolce
Morte subitamente in me la casta
Artemide scoccasse; ed io l’etade
Più non avessi a consumar nel pianto,
Sospirando il valor sommo, infinito,
D’un eroe, cui non sorse in Grecia il pari.
Così detto, scendea dalle superne
Lucide stanze al basso, e non già sola,
261Ma con Autonoe, e Ippodamía da tergo.
Sul limitar della Dedalea sala,
Ove i Proci sedean, trovasi appena,
Che arresta il piè tra l’una e l’altra ancella
L’ottima delle donne, e co’ sottili
Veli del crine ambo le guance adombra.
Senza forza restaro, e senza moto:
L’alma più inteneria, si raddoppiava
Delle nozze il desire in ogni petto.
Ella queste a Telemaco parole:
271Figlio, io te più non riconosco. Sensi
Nutrivi in mente più maturi e scorti
Nella tua fanciullezza; ed or, che grande
Ti veggio, e in un’età più ferma entrato,
Or, che stranier, che a riguardar si fesse
La tua statura, e la beltà, te prole
D’uom beato diria, più non dimostri
Giustizia, o senno. Tollerar sì indegno
Trattamento d’un ospite in tua reggia?
Oltraggio sì crudel, che vendicato
281Non siagli, puote a un forestier qui usarsi,
Che su te non ne cada eterno scorno?
Il prudente Telemaco rispose:
Madre, perchè ti crucci, io non mi sdegno.
Meglio, che pria, ch’io di fanciullo uscissi,
Le umane cose, il pur mi credi, intendo,
E tra lor non confondo il torto, e il dritto.
Ma tutto oprare, o antiveder, non valgo,
Circondato qual sono, e insidïato
Da fiera gente; e d’assistenti solo.
291Quanto alla lotta tra l’estranio, ed Iro,
Parte i Proci non v’ebbero, e del primo
Fu la vittoria. Ed oh! piacesse al padre
Giove, e alla Diva Pallade, e ad Apollo,
Che tentennasse a cotestor già domi
La testa, e si sfasciassero le membra,
Nel vestibolo agli uni, e agli altri in sala,
Come a quell’Iro, che alle porte or siede
Dell’atrio, il capo qua e là piegando,
D’un ebbro in guisa, e che su i piedi starsi
301Non può, nè a casa ricondursi: tanto
Le membra riportonne afflitte e peste.
Così la madre, e il figlio. Indi tai voci
Eurimaco a Penelope drizzava:
Figlia d’Icario, se te vista tutti
Avesser per l’Iasio Argo gli Achivi,
Turba qui di rivali assai più folta
Banchetteria dallo spuntar dell’Alba:
Chè non v’ha donna, che per gran sembiante,
Per bellezza, e per senno, a te s’agguagli.
311E la nobile a lui d’Icario figlia:
Eurimaco, virtù, sembianza, tutto
Mi rapiro gli Dei, quando gli Argivi
Sciolser per Troja, e con gli Argivi Ulisse.
S’egli, riposto in sua magione il piede,
A reggere il mio stato ancor prendesse,
Ciò mia gloria sarebbe, e beltà mia.
Ora io m’angoscio: tanti a me sul capo
Mali piombaro. Ei, d’imbarcarsi in atto,
Prese la mia con la sua destra, e, Donna,
321Disse, non credo io già, che i forti Achei
Da Troja tutti riederanno illesi:
Poichè sento pugnaci essere i Teucri,
Gran sagittarj, e cavalieri egregi,
Che pel campo agitar sanno i destrieri
Rapidamente: quel, che in breve il fato
Delle guerre terribili decide.
Quindi, se me ricondurran gli Eterni,
O Troja riterrà morto, o cattivo,
Sposa, io non so. Tu sovra tutto veglia.
331Rispetta il padre mio, la madre onora,
Come oggi, od ancor più, finch’io son lunge.
E allor che del suo pel vedrai vestito
Del figlio il mento, a qual ti fia più in grado,
Lasciando la magion, vanne consorte.
Tal favellava; ed ecco giunto il tempo.
L’infausta notte apparirà, che dee
Portare a me queste odïose nozze,
A me, cui Giove ogni letizia spense.
Ma ciò la mia tristezza oggi più aggrava,
341Che gli usi antichi non si guardan punto.
Color, che donna illustre, e d’uom possente
Figlia un dì ambiano, e contendean tra loro,
Belle conducean vittime, gli amici
Per convitar della bramata donna,
E doni a questa offrian: non già l’altrui
Struggeano impunemente a mensa assisi.
Disse, e l’eroe gioì, ch’ella in tal modo
De’ Proci i doni procurasse, e loro
Molcesse il petto con parole blande,
351Mentre in fondo del cor altro volgea.
Ma così Antinoo allor: Nobil d’Icario
Figlia, saggia Penelope, ricevi
I doni, che gli Achei già per offrirti
Sono, e cui fora il ricusar stoltezza:
Ma noi di qua non ci torrem, se un prima
De’ più illustri fra noi te non acquista.
Piacquero i detti; e alla sua casa ognuno
Per li doni spedì. L’araldo un grande
Recò ad Antinoo, e vario, e assai bel peplo,
361Che avea dodici d’òr fibbie lampanti
Con ardiglioni ben ricurvi attate.
Eurimaco un monile addur si fece,
D’oro, e intrecciato d’ambra, opra da insigne
Mastro sudata, che splendea, qual Sole.
Due serventi portaro a Euridamante
Finissimi orecchini a tre pupille,
Donde grazia infinita uscia di raggi.
Fregio non fu men prezïoso il vezzo,
Che Re Pisandro, di Polittor figlio,
371Dalle mani d’un servo ebbe; e non meno
Belli d’ogni altro Achéo parvero i doni.
La divina Penelope seguita
Dall’ancelle co’ doni alle superne
Stanze montava; e i Proci al ballo, e al canto,
Finchè, a romper nel mezzo i lor diletti,
L’ombra notturna sovra lor cadesse.
Caduta sovra lor l’ombra notturna,
Tre gran bracieri saettanti luce,
Cui legne secche, e dure, e fêsse appena,
381Nodriano, i servi collocâr nel mezzo;
E allumâr qua e là più faci ancora.
Cura di questi fuochi aveano alterna
Le donne del palagio. A queste feo
Tai detti il ricco di consigli Ulisse:
Schiave d’Ulisse, del Re vostro assente
Per sì lunga stagion, la veneranda
Regina vostra a ritrovar salite.
Fusi rotando, o pettinando lane,
Sedetele vicino, e ne’ suoi mali
391La confortate. Mio pensier frattanto
Sarà, che ai Proci non fallisca il lume.
Quando attendere ancor volesser l’Alba,
Me non istancheran: chè molto io sono
Da molto tempo a tollerare avvezzo.
Questi detti lor feo. Riser le ancelle,
E a vicenda guardavansi, e schernirlo
Con villane parole una Melanto,
Bella guancia, s’ardia. Dolio costei
Generò, ma Penelope nutrilla,
401Siccome figlia, nulla mai di quanto
Lusinga le fanciulle, a lei negando:
Nè s’afflisse per ciò con la Regina
Melanto mai, che anzi tradiala, e s’era
A Eurimaco d’amor turpe congiunta.
Costei pungea villanamente Ulisse:
Ospite miserabile, tu sei
Un uomo, io credo, di cervello uscito,
Tu, che in vece d’andar nell’officina
D’un fabbro a coricarti o in vil taverna,
411Qui tra una schiera te ne stai di Prenci,
Lungo cianciando, e intrepido. Alla mente
Ti salì senza forse il molto vino,
O d’uom briaco hai tu la mente, e quindi
Senza construtto parli. O esulti tanto,
Perchè il ramingo Iro vincesti? Bada,
Non alcun qui senza indugiare insorga,
Che, d’Iro assai miglior, te nella testa
Con le robuste man pesti, e t’insozzi
Tutto di sangue, e del palagio scacci.
421Bieco guatolla, e le rispose Ulisse:
Cagna, io ratto a Telemaco i tuoi sensi,
Perch’ei ti tagli qui medesmo in pezzi,
A riportare andrò. Così dicendo,
Le femmine atterrì, che per la casa
Mosser veloci, benchè a tutte forte
Le ginocchia tremassero: sì presso
Ciò, ch’ei lor detto avea, credeano al vero.
Ei si fermò presso i bracieri ardenti,
La luce ravvivandone, e tenendo
431Gli occhi ne’ Proci ognor, mentre nemiche
Cose agitava, e non indarno, in petto.
Minerva intanto non lasciava i Proci
Rimanersi dall’onte, acciò in Ulisse
Crescer dovesse col dolor lo sdegno.
Eurimaco di Polibo parlava
Primo, l’eroe mordendo, e a nuovo riso
Provocando i compagni: Udite, amanti
Dell’inclita Regina, un mio pensiero,
Che tacer non poss’io. Non senza un Nume
441Venne costui nella magion d’Ulisse.
Splender gli veggo, come face, il capo,
Sovra cui non ispunta un sol capello.
Quindi, al rovesciator delle munite
Città converso, Forestier, soggiunse,
Vorrestu a me servir, s’io ti pigliassi
Per assestar nel mio poder le siepi,
E gli alberi piantar? Buona mercede
Tu ne otterresti: cotidiano vitto,
E vestimenti al dosso, e ai piè calzari.
451Ma perchè sol fosti di vizj a scuola,
Anzi, che faticar, pitoccar vuoi,
Onde, se t’è possibile, sfamarti.
Eurimaco, rispose il saggio Ulisse,
Se tra noi gara di lavor sorgesse
A primavera, quando il giorno allunga,
E con adunche in man falci taglienti
Ci ritenesse un prato ambo digiuni
Sino alla notte, e non mancasse l’erba;
O fosser da guidare ad ambo dati
461Grandi, rossi, gagliardi, e d’erba sazj
Tauri d’etade, e di virtude uguali,
E date quattro da spezzar sul campo
Sode bobulce col pesante aratro:
Vedresti il mio vigor, vedresti, come
Aprir saprei dritto, e profondo il solco!
Poni ancor, che il Saturnio un’aspra guerra
Da qualche parte ci volgesse addosso,
Ed io scudo, e due lance, ed alle tempie
Salda celata di metallo avessi,
471Misto ai primi guerrier mi scorgeresti
Nella battaglia, e l’importuna fame
Gittare a me non oseresti in faccia.
Or protervo è il tuo labbro, e duro il core,
E forte in certa guisa, e grande sembri,
Perchè con poca gente usi, e non brava:
Ma Ulisse giunga, o appressi almeno, e queste
Porte, benchè assai larghe, a te già volto
Negli amari, cred’io, passi di fuga
Deh come a un tratto sembreriano anguste!
481Eurimaco in maggior collera salse,
E, guardandolo bieco, Ah! doloroso,
Disse, vuoi tu, ch’io ti diserti? Ardisci
Così gracchiar fra tanti, e nulla temi?
O il vin t’ingombra, o tu nascesti pazzo,
O quel vinto Iro ti cavò di senno.
Ciò detto, prese lo sgabel: ma Ulisse
S’abbassava d’Anfinomo ai ginocchj,
Per cansarsi da Eurimaco, che in vece
Nella man destra del coppier percosse.
491Cascata rimbombò la coppa in terra,
E il pincerna ululando andò riverso.
Strepitavano i Proci entro la sala
Dall’ombre cinta della notte, e alcuno
Mirando il suo vicin, Morto, dicea,
Prima, che giunto qua, l’ospite fosse!
Portato non ci avria questo sì grave
Tumulto. Or si battaglia, e per chi dunque?
Per un mendico; e già svanì de’ nostri
Prandj il diletto, ed il più vil trionfa.
501E Telemaco allor: Che insania è questa,
Miseri, a cui non cal più della mensa?
Certo vi turba, e vi commuove un Dio.
Su via, poichè de’ cibi, e de’ licori
Tacerà il desiderio in tutti voi,
Ite a corcarvi, se vel detta il core,
Ne’ vostri alberghi: chè nessuno io scaccio.
Tutti, mordendo il labbro, alle sicure
Parole di Telemaco stupiro.
Ma tra lor sorse Anfinomo, l’illustre
511Figliuol di Niso: Amici, a chi ben parla
Sinistro più non si risponda, o acerbo,
Nè l’ospite s’oltraggi, o alcun de’ servi,
Che in corte son del rinomato Ulisse.
Muova il coppiere in giro; e poscia, fatti
I libamenti, nelle nostre case,
Le membra al sonno per offrir, si vada,
E si lasci a Telemaco la cura
Dello stranier, quando al suo tetto ei venne.
Disse, e non fu, cui non piacesse il detto.
521L’inclito Mulio, il Dulichiense araldo
D’Anfinomo, versò dall’urna il vino,
E a tutti in giro nelle tazze il porse;
Ed i Proci libaro, e del licore
Dolce, qual mele, s’innondaro il petto.
Ma com’ebber libato, e a piena voglia
Bevuto, ognun, per dar le membra al sonno,
Affrettò di ritrarsi al proprio albergo.
Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Analisi e commento del libro XVIII
Il libro XVIII è un libro di contrasti. Si apre con una zuffa tra mendicanti, quasi una farsa, e si chiude con una regina che seduce i suoi pretendenti per strappare loro dei doni. In mezzo c’è un discorso tra i più profondi del poema. È un buon esempio di come l’Odissea sappia mescolare il comico e il serio.
Iro è un personaggio da commedia. Il suo vero nome è Arneo, ma i giovani lo chiamano Iro perché porta messaggi, come Iride, la messaggera degli dèi. È grosso e mangione, ma non ha forza. Quando vede i muscoli di Ulisse, si spaventa. Antinoo lo minaccia: se perdi ti mando dal re Echeto, che taglia naso e orecchie. Il combattimento dura un attimo. Ulisse lo colpisce sotto l’orecchio, Iro cade, scalcia, sputa sangue. I Proci ridono fino a morirne, dice il testo con un’espressione che suona come una profezia.
La scelta di Ulisse di non ucciderlo è significativa. Potrebbe, ma non vuole farsi notare. È la stessa prudenza che gli ha fatto sopportare il calcio di Melanzio e lo sgabello di Antinoo. Questa capacità di misurare la forza è uno dei suoi tratti più forti. Ulisse non è un uomo che si lascia andare. Sceglie il momento.
Il discorso ad Anfinomo è il cuore del libro. Anfinomo è stato gentile, gli ha offerto due pani e un brindisi. Ulisse gli parla come un vecchio saggio: di tutto ciò che respira e cammina sulla terra, la cosa più debole è l’uomo. Finché gli dèi gli danno fortuna, non pensa che verrà la sventura; quando viene, la sopporta a malincuore. Poi, quasi apertamente, lo avverte: il padrone di questa casa non è lontano, vattene prima che torni. Anfinomo si allontana con il cuore pesante, ma non se ne va. Atena lo ha legato alla sua sorte. È uno dei momenti più tragici del poema.
L’apparizione di Penelope è una scena studiatissima. Atena la addormenta e la rende più bella, più alta, con la pelle più bianca dell’avorio. Penelope scende con due ancelle, si ferma accanto a una colonna, si copre il viso con il velo. I Proci sono sconvolti dal desiderio. Lei rimprovera Telemaco, poi parla a Eurimaco: Ulisse, partendo, mi disse di risposarmi quando il figlio fosse cresciuto, e quel momento è arrivato. Ma i pretendenti, di solito, portano doni, non mangiano i beni della sposa. Ciascun Proco manda a prendere un dono prezioso. Ulisse gioisce in silenzio: lei li inganna con dolci parole, mentre la sua mente pensa ad altro.
Le ultime pagine mostrano le serve infedeli. Melanto, cresciuta da Penelope come una figlia, è l’amante di Eurimaco e insulta il mendicante. Ulisse la minaccia di riferirlo a Telemaco, e le serve fuggono spaventate. Eurimaco lo prende in giro e gli lancia uno sgabello, che colpisce il coppiere. Telemaco, con un’autorità nuova, rimanda tutti a casa. Il tempo dei Proci sta per finire.
Un passo da vicino
A te dunque io favello, e tu i miei detti
Ricevi, e serba in te. Sai tu di quanto
Spira, e passeggia su la terra, o serpe,
Ciò, che al Mondo havvi di più infermo? È l’uomo.
Finchè stato felice i Dei gli danno,
E il suo ginocchio di vigor fiorisce,
Non crede, che venir debbagli sopra
L’infortunio giammai. Sopra gli viene?
Con ripugnante alma indegnata il soffre:
Chè quali i giorni son, che foschi, o chiari,
De’ mortali il gran padre e de’ Celesti
D’alto gli manda, tal dell’uomo è il core.Odissea, libro XVIII, vv. 161-172, trad. di I. Pindemonte
Il discorso di Ulisse ad Anfinomo è una delle pagine più alte dell’Odissea. Ulisse comincia con una domanda: sai che cosa c’è al mondo “di più infermo”, cioè di più debole, tra tutto ciò che respira e cammina sulla terra? Pindemonte aggiunge “o serpe”, cioè striscia, per rendere il senso di ogni creatura vivente. La risposta è secca, in un emistichio: “È l’uomo”. Poi la spiegazione: finché gli dèi gli danno fortuna e le ginocchia sono forti, l’uomo non pensa che possa arrivare la sventura. Quando arriva, la sopporta “con ripugnante alma”, cioè a malincuore. La chiusa è una sentenza: “quali i giorni son, che foschi, o chiari, / … d’alto gli manda, tal dell’uomo è il core”. L’animo umano cambia con i giorni che Zeus manda. È una riflessione che Leopardi avrebbe potuto sottoscrivere. Detta da un mendicante a un principe, e da un re travestito a un uomo che sta per morire, acquista un’ironia tragica.
Domande per il ripasso
- Perché Ulisse decide di non uccidere Iro?
- Che cosa dice Ulisse ad Anfinomo?
- Come riesce Penelope a ottenere doni dai Proci?
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