Odissea, libro XIX: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro XIX: Penelope e la cicatrice

Di notte Ulisse e Telemaco portano via le armi dalla sala. Poi Penelope scende a parlare con lo straniero. Gli chiede chi sia; lui finge di essere un cretese, Etone, fratello di Idomeneo, e racconta di aver ospitato Ulisse vent’anni prima. Penelope piange. Per metterlo alla prova gli chiede come fosse vestito Ulisse: lui descrive il mantello purpureo e la fibbia d’oro con un cane che afferra un cerbiatto. Penelope riconosce i dettagli e piange ancora. Ulisse le assicura che il marito tornerà presto. Penelope ordina di lavare i piedi all’ospite. Se ne occupa Euriclea, la vecchia nutrice, che osserva la somiglianza con Ulisse. Mentre gli lava le gambe tocca una cicatrice: è quella lasciata da un cinghiale sul Parnaso, quando Ulisse da ragazzo andò a trovare il nonno Autolico. Euriclea lascia cadere il piede nel catino, l’acqua si rovescia. Ulisse la afferra alla gola e le impone il silenzio. Penelope, distratta da Atena, non si accorge di nulla. Poi racconta un sogno: un’aquila uccide le sue venti oche. Ulisse lo interpreta: il marito ucciderà i Proci. Penelope parla delle due porte dei sogni, di corno e d’avorio, e annuncia che il giorno dopo farà la gara dell’arco: sposerà chi tenderà l’arco di Ulisse e farà passare una freccia attraverso dodici scuri.

Da ricordare

  • Il dialogo tra Penelope e Ulisse è pieno di ambiguità.
  • La cicatrice è il segno fisico dell’identità di Ulisse.
  • La digressione sulla caccia al cinghiale racconta l’origine del nome di Ulisse.
  • Penelope decide la gara dell’arco, che darà a Ulisse l’occasione della vendetta.

Personaggi del libro

  • Ulisse.
  • Penelope.
  • Euriclea, la nutrice.
  • Telemaco.
  • Nel racconto: Autolico, nonno di Ulisse.
  • Melanto, serva insolente.

Testo del libro XIX

Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).

Nell’ampia sala rimanea l’eroe,
Strage con Palla macchinando ai Proci.
Subito al figlio si converse, e disse:
Telemaco, levar di questi luoghi
L’armi conviene, e trasportarle in alto.
Se le bell’armi chiederanno i Proci,
Con parolette a lusingarli volto,
Io, lor dirai, dal fumo atro le tolsi,
Perchè non eran più, quali lasciolle
Ulisse il giorno, che per Troja sciolse;

11Ma deturpate, scolorate, ovunque
Il bruno le toccò vapor del foco.
Sovra tutto io temei, nè senza un Nume
Destossi in me questo timor, non forse
Dopo molto votar di dolci tazze
Tra voi sorgesse un’improvvisa lite,
E l’un l’altro ferisse, ed il convito
Contaminaste, e gli sponsali. Grande
Allettamento è all’uom lo stesso ferro.
Telemaco seguì del suo diletto

21Padre il comando, e alla nutrice, cui
Tosto a sè dimandò, Mamma, dicea,
Su via, ritieni nelle stanze loro
Le femmine rinchiuse, in sin ch’io l’armi,
Che qui nella mia infanzia, e nell’assenza
Del padre, mi guastò neglette il fumo,
Trasporti in alto. Collocarle io voglio,
Dove del foco non le attinga il vampo.
Ed Euricléa, Figlio, rispose, in petto
Deh ti s’annidi al fin senno cotanto,

31Che regger possa la tua casa, e intatti
Serbar gli averi tuoi! Ma chi la strada
Ti schiarerà? Quando non vuoi, che innanzi
Con le fiaccole in man vadan le ancelle.
Il forestier, Telemaco riprese.
Chi si nutre del mio, benchè venuto
Di lunge, io mai non patirollo inerte.
Tanto bastò a colei, perchè ogni porta
Del ben construtto ginecéo fermasse.
Ulisse incontanente, e il caro figlio

41Correano ad allogar gli elmi chiomati,
Gli umbilicati scudi, e l’aste acute;
E avanti ad ambo l’Atenéa Minerva,
Tenendo in mano una lucerna d’oro,
Chiarissimo spargea lume d’intorno.
E Telemaco al padre: O padre, quale
Portento! Le pareti, ed i bei palchi,
E le travi d’abete, e le sublimi
Colonne a me rifolgorare io veggio.
Scese, io credo, qua dentro alcun de’ Numi.

51Taci, rispose Ulisse: i tuoi pensieri
Rinserra in te, nè cercare oltre. Usanza
Degli abitanti dell’Olimpo è questa.
Or tu vanne a corcarti: io qui rimango,
Le ancelle a spiar meglio, e della saggia
Madre le inchieste a provocar, che molte
Certo, ed al pianto miste, udire avviso.
Disse; e il figliuolo indi spiccossi, e al vivo
Delle faci splendor nella remota
Cella si ritirò de’ suoi riposi,

61L’Aurora ad aspettar: ma nella sala,
Strage con Palla agli orgogliosi Proci
Architettando, rimanea l’eroe.
La prudente Reina intanto uscia
Pari a Diana, e all’aurea Vener pari,
Della stanza secreta. Al foco appresso
L’usato seggio di gran pelle steso,
E cui d’Icmalio l’ingegnosa mano
Tutto d’avorj, e argenti avea commesso,
Le collocaro: sostenea le piante

71Un polito sgabello. In questa sede
La madre di Telemaco posava.
Venner le ancelle dalle bianche braccia
A tor via dalle mense il pan rimasto,
E i vôti nappi, onde bevean gli amanti.
Poi dai bracieri il mezzospento foco
Scossero a terra, e nuove legna, e molte,
Sopra vi accatastâr, perchè schiarata
La sala fosse, e riscaldata a un tempo.
Melanto allor per la seconda volta

81Ulisse rampognava: Ospite, adunque
La notte ancor t’avvolgerai molesto
Per questa casa, e adocchierai le donne?
Fuori, sciagurato, esci, e del convito,
Che ingojasti, t’appaga; o ver, percosso
Da questo tizzo, salterai la soglia.
Con torvo sguardo le rispose Ulisse:
Malvagia, perchè a me guerra sì atroce?
Perchè la faccia mia forse non lustra?
Perch’io mal vesto, e, dal bisogno astretto,

91Qual tapino uomo, e vïandante, accatto?
Felice un giorno anch’io splendidi ostelli
Tra le genti abitava, e ad un ramingo,
Qual fosse, o in quale stato a me s’offrisse,
Del mio largia: molti avea servi, e nulla
Di ciò mi venia meno, ond’è chiamato
Ricco, e beata l’uom vita conduce.
Ma Giove, il figlio di Saturno, e nota
La cagione n’è a lui, disfar mi volle.
Guarda però, non tutta un giorno cada,

101Donna, dal viso tuo quella beltade,
Di cui fra l’altre ancelle or vai superba:
Guarda, non monti in ira, e ti punisca
La tua padrona; o non ritorni Ulisse,
Come speme ne’ petti ancor ne vive.
E s’ei perì, tal per favor d’Apollo
Fuor venne il figlio dell’acerba etade,
Che femmina, di cui sien turpi i fatti,
Mal potria nel palagio a lui celarsi.
Udì tutto Penelope, e l’ancella

111Sgridò repente: O temerario petto,
Cagna sfacciata, io pur nelle tue colpe,
Che in testa ricadrannoti, ti colgo.
Sapevi ben, poichè da me l’udisti,
Ch’io lo straniero interrogar volea,
Un conforto cercando in tanta doglia.
Dopo questo, ad Eurinome si volse
Con tali accenti: Eurinome, uno scanno
Reca, e una pelle, ove, sedendo, m’oda
L’ospite favellargli, e mi risponda.

121Disse; e la dispensiera un liscio scanno
Recò in fretta, e giù pose, e d’una densa
Pelle il coprì. Vi s’adagiava il molto
Dai casi afflitto, e non mai domo, Ulisse,
Cui Penelope a dir così prendea:
Ospite, io questo chiederotti in prima.
Chi? di che loco? e di che stirpe sei?
E Ulisse, che più là d’ogni uomo seppe:
Donna, esser può giammai pel Mondo tutto
Chi la lingua snodare osi in tuo biasmo?

131La gloria tua sino alle stelle sale,
Qual di Re sommo, che sembiante a un Nume,
E su molti imperando uomini, e forti,
Sostiene il dritto: la ferace terra
Di folti gli biondeggia orzi, e frumenti,
Gli arbor di frutti aggravansi, robuste
Figlian le pecorelle, il mar dà pesci
Sotto il prudente reggimento, e giorni
L’intera nazïon mena felici.
Ma pria, che della patria, e del lignaggio,

141Di tutt’altro mi chiedi, acciò non cresca
Di tai memorie il dolor mio più ancora.
Un infelice io son, nè mi conviene
Seder, piagnendo, nella tua magione:
Chè i suoi confini ha il pianto, e ai luoghi vuolsi
Mirare, e ai tempi. Se non tu, sdegnarsi
Ben potria contro a me delle serventi
Tue donne alcuna, e dire ancor, che quello,
Che fuor m’esce degli occhi, è il molto vino.
E la saggia Penelope a rincontro:

151Ospite, a me virtù, sembianza, tutto
Rapito fu dagl’Immortali, quando
Co’ Greci ad Ilio navigava Ulisse.
S’ei, rientrando negli alberghi aviti,
A reggere il mio stato ancor togliesse,
Ciò mia gloria sarebbe, e beltà mia.
Or le cure m’opprimono, che molte
Mandaro a me gli abitator d’Olimpo.
Quanti ha Dulichio, e Same, e la selvosa
Zacinto, e la serena Itaca Prenci,

161Mi ambiscon ripugnante; e sottosopra
Volgon così la reggia mia, che poco
Agli ospiti omai fommi, e ai supplicanti
Veder, nè troppo degli araldi io curo.
Io mi consumo, sospirando Ulisse.
Quei m’affrettano intanto all’abborrito
Passo, ed io contra lor d’inganni m’armo.
Pria grande a oprar tela sottile, immensa,
Nelle mie stanze, come un Dio spirommi,
Mi diedi, e ai Proci incontanente io dissi:

171Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Quando già Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch’io questo possa
Lugubre ammanto per l’eroe Laerte,
Acciocchè a me non pera il vano stame,
Prima fornir, che l’inclemente Parca
Di lunghi sonni apportatrice il colga.
Non vo’, che alcuna delle Achée mi morda,
Se ad uom, che tanto avea d’arredi vivo,
Fallisse un drappo, in cui giacersi estinto.

181A questi detti s’acchetaro. Intanto
Io, finchè il dì splendea, l’insigne tela
Tesseva, e poi la distessea la notte,
Di mute faci alla propizia fiamma.
Un triennio così l’accorgimento
Sfuggíi degli Achei tutti, e fede ottenni.
Ma, giuntomi il quarto anno, e le stagioni
Tornate in sè con lo scader de’ mesi,
E de’ celeri dì compiuto il giro,
Côlta dai Proci, per viltà di donne

191Nulla di me curanti, alla sprovvista,
E gravemente improverata, il drappo
Condurre al termin suo dovei per forza.
Ora io nè declinar le odiate nozze
So, nè trovare altro compenso. A quelle
M’esortano i parenti, e non comporta,
Che la sua casa gli si strugga, il figlio,
Che ormai tutto conosce, e al suo retaggio
Intender può, qual cui dà gloria Giove.
Ad ogni modo la tua patria dimmi,

201Dimmi la stirpe: d’una pietra certo
Tu non uscisti, o d’una quercia, come
Suona d’altri nel Mondo antica fama.
O veneranda, le rispose Ulisse,
Donna del Laerziade, il mio lignaggio
Saper vuoi dunque? Io te l’insegno. È vero,
Che augumento ne avran gli affanni miei,
Natural senso di chïunque visse
Misero pellegrin molt’anni e molti
Dalla patria lontan: ma tu non cessi

211D’interrogarmi, e satisfarti io voglio.
Bella, e feconda sovra il negro mare
Giace una terra, che s’appella Creta,
Dalle salse onde d’ogni parte attinta.
Gli abitanti v’abbondano, e novanta
Contien cittadi, e la favella è mista:
Poichè vi son gli Achei, sonvi i natíi
Magnanimi Cretesi, ed i Cidonj,
E i Dorj in tre divisi, e i buon Pelasgi.
Gnosso vi sorge, città vasta, in cui

221Quel Minosse regnò, che del Tonante
Ogni nono anno era agli arcani ammesso.
Ei generò Deucalïone, ond’io,
Cui nascendo d’Etòn fu posto il nome,
Nacqui, e nacque il mio frate Idomenéo
Di popoli pastor, che di virtute
Primo, non che d’età, co’ degni Atridi
Ad Ilio andò su le rostrate navi.
Là vidi Ulisse, ed ospitali doni
Gli feci. A Creta spinto avealo un forte

231Vento, che, mentr’ei pur ver la superba
Troja tendea, dalle Malée lo svolse,
E il fermò nell’Amniso, ove lo speco
D’Ilitía s’apre in disastrosa piaggia,
Sì che scampò dalle burrasche appena.
Entrato alla città, d’Idomenéo,
Che venerando, e caro egli chiamava
Ospite suo, cercò: se non che il giorno
Correa decimo, o undecimo, che a Troja
Passato il mio fratello era sul mare.

241Ma io l’addussi nel palagio, a cui
Nulla d’agi mancava, e dove io stesso
Quell’onor gli rendei, ch’io seppi meglio.
E fu per opra mia, che la cittade
Bianco pan, dolce vino, e buoi da mazza,
I suoi compagni a rallegrar, gli diede.
Dodici dì nell’isola restaro,
Perchè levato da un avverso Nume
Imperversava un Aquilon sì fiero,
Che a stento si reggea l’uomo su i piedi.

251Quello il dì terzodecimo al fin cadde;
E solcavan gli Achei l’onde tranquille.
Così fingea, menzogne molte al vero
Símili proferendo: ella, in udirle,
Pianto versava, e distruggeasi tutta.
E come neve, che su gli alti monti
Sùbito vento d’Occidente sparse,
Sciogliesi d’Euro all’improvviso fiato,
Sì che gonfiati al mar corrono i fiumi:
Tal si stemprava in lagrime, piangendo

261L’uom suo diletto, che sedeale al fianco.
Della consorte lagrimosa Ulisse
Pietà nell’alma risentia: ma gli occhi
Stavangli, quasi corno, o ferro fosse,
Nelle palpebre immoti, e gli stagnava
Nel petto ad arte il ritenuto pianto.
Ella, poichè di lagrime fu sazia,
Così ripigliò i detti: Ospite, io voglio
Far prova ora di te, se, qual racconti,
Ulisse, e i suoi, tu ricettasti in Creta.

271Dimmi: quai panni rivestianlo? e quale
Di lui, de’ suoi compagni era l’aspetto?
Rispose il ricco di consigli Ulisse:
Vigesim’anno è omai, ch’egli da Creta
Si drizzò a Troja, e il favellare, o donna,
Di sì antica stagion duro mi sembra.
Io tutta volta ubbidirò, per quanto
Potrà sovra di sè tornar la mente.
Un folto Ulisse avea manto velloso
Di porpora, cui doppio unia sul petto

281Fermaglio d’oro, e nel dinanzi ornava
Mirabile ricamo: un can da caccia
Tenea co’ piedi anterïori stretto
Vajo cerbiatto, e con aperta bocca
Sovra lui, che tremavane, pendea;
E stupia il Mondo a rimirarli in oro
Effigïati ambo così, che l’uno
Soffoca l’altro, e già l’addenta, e l’altro
Fuggir si sforza, e palpita ne’ piedi.
In dosso ancora io gli osservai sì molle

291Tunica, e fina sì, qual di cipolla
Vidi talor l’inaridita spoglia,
E splendea, come il Sol; tal che di molte
Donne, che l’addocchiâr, fu maraviglia.
Ma io non so, se in Itaca gli stessi
Vestiti usasse, o alcun di quei, che seco
Partiro su la nave, o in lor magioni
Viaggiante l’accolsero, donati
Gli avesse a lui: chè ben voluto egli era,
E pochi l’agguagliaro in Grecia eroi.

301So, che una spada del più fino rame,
E un bel manto purpureo, e una talare
Vesta in dono io gli porsi, e all’impalcata
Nave il guidai di riverenza in segno.
Araldo, che d’età poco il vincea,
L’accompagnava: alto di spalle, e grosso,
Dov’io rappresentarlo a te dovessi,
Nero la cute, ed i capelli crespo,
E chiamavasi Euribate. Fra tutti
I suoi compagni l’apprezzava Ulisse,

311Come più di pensieri a sè conforme.
A queste voci maggior voglia in lei
Surse di pianto, conosciuti i segni,
Che sì chiari e distinti esporsi udiva.
Fermato il lagrimare, Ospite, disse,
Di pietà mi sembrasti, e d’ora innanzi
Di grazia mi parrai degno, e d’onore.
Io stessa gli recai dalla secreta
Stanza piegate le da te descritte
Vesti leggiadre, io nel purpureo manto

321La sfavillante d’òr fibbia gli affissi.
Or nè vederlo più, nè accorlo in questa
Sua dolce terra sperar posso. Ahi crudo
Destin ben fu, che alla malvagia Troja,
Nome abborrito, su per l’onda il trasse!
D’Ulisse, egli riprese, inclita donna,
Al bel corpo, che struggi, omai perdona,
Nè più volerti macerar nell’alma,
L’uom tuo piangendo. Non già ch’io ten biasmi:
Chè ognuna spento quell’uom piange, a cui

331Vergine si congiunse, e diede infanti,
Benchè diverso nel valor da Ulisse,
Che agli Dei somigliar canta la fama.
Ma resta dalle lagrime, e l’orecchio
Porgi al mio dir, che sarà vero, e intégro.
Io de’ Tesproti tra la ricca gente,
Ch’ei vive, intesi, e già ritorna, e molti
Tesor, che qua e là raccolse, adduce.
È ver, che perdè il legno, e i suoi compagni,
Della Trinacria abbandonando i lidi,

341Per la giusta di Giove ira, e del Sole,
Di cui morto que’ folli avean l’armento.
Il mar, che tutti gl’inghiottì, sospinse
Lui su gli avanzi della nave infranta
Al caro degli Dei popol Feace.
Costor di cuore il riverian, qual Nume,
Colmavanlo di doni, e in patria salvo
Ricondurre il volean: se non che nuove
Terre veder pellegrinando, e molti
Tesori radunar, più saggio avviso

351Parve all’eroe d’accorgimenti mastro,
E cui non v’ha chi di saver non ceda.
Così a me de’ Tesproti il re Fidóne
Disse, e giurava, in sua magion libando,
Che varata la barca era, e parati
Color, che deon ripatriarlo. Quindi
Mi congedò: chè per Dulichio a sorte
Le vele alzava una Tesprozia nave.
Ma ei mostrommi in pria, quanto avea Ulisse
Raccolto errando, e che una casa intera

361Per dieci etadi a sostener bastava.
Poi soggiungeami, che a Dodona ir volle,
Giove per consultare, e udir dall’alta
Quercia indovina, se ridursi ai dolci
Campi d’Itaca sua dopo sì lunga
Stagion dovesse alla scoperta, o ignoto.
Salvo è dunque, e vicin: nè dagli amici
Disgiunto, e schiuso dalle avite mura
Gran tempo rimarrà. Vuoi tu, ch’io giuri?
Prima il Saturnio in testimonio io chiamo,

371Sommo tra i Numi, ed ottimo, e d’Ulisse
Poscia il sacrato focolar, cui venni:
Tutto, qual dico, seguir dee. Quest’anno,
L’uno uscendo de’ mesi, o entrando l’altro,
Varcherà Ulisse le paterne soglie.
Oh s’avveri! Penelope rispose.
Tai dell’affetto mio pegni tu avresti,
Che quale, o forestiero, in te con gli occhi
Desse, diria: Vedi mortal beato!
Ma altro io penso, e quel, ch’io penso, fia:

381Nè riederà il consorte, nè tu scorta
Impetrerai: chè non v’ha più un Ulisse
Qui, se pur v’era un giorno, e non fu sogno,
Un Ulisse non v’ha, che i venerandi
Ospiti accor nel suo real palagio
Sappia, ed accommiatarli. Or voi, mie donne,
Lavate i piedi allo straniero, e un denso
Di coltri, e vesti, e splendidi mantelli
Letto gli apparecchiate, ov’ei corcato
Tutta notte si scaldi in sino all’Alba.

391L’Alba comparsa in Orïente appena,
Voi tergetelo, e ungetelo; ed ei mangi
Seduto in casa col mio figlio, e guai
De’ servi a quel, che ingiurïarlo ardisse!
Ufficio più non gli sarà commesso,
Per cruccio, ch’ei mostrassene. Deh come
Sapresti, o forestier, ch’io l’altre donne
Vinco, se vinco, di bontate, e senno,
Mentre di cenci, e di squallor coverto
Pasteggiar ti lasciassi entro l’albergo?

401Cose brevi son gli uomini. Chi nacque
Con alma dura, e duri sensi nutre,
Le sventure a lui vivo il Mondo prega,
E il maledice morto. Ma se alcuno
Ciò, che v’ha di più bello, ama, ed in alto
Poggia con l’intelletto, in ogni dove
Gli ospiti portan la sua gloria, e vola
Eterno il nome suo di bocca in bocca.
Saggia del figlio di Laerte donna,
Ripigliò Ulisse, le vellose vesti

411Cadeanmi in odio, ed i superbi manti,
Da quel dì, che su nave a lunghi remi
Lasciai di Creta i nevicosi monti.
Io giacerò, qual pur solea, passando
Le intere notti insonne. Oh quante notti
Giacqui in sordido letto, e dell’Aurora
Mal corcato affrettai la sacra luce!
Nè a me de’ piedi la lavanda piace:
Nè delle donne, che ne’ tuoi servigi
Spendonsi, alcuna toccherà il mio piede,

421Se non è qualche annosa, e onesta vecchia,
Che al par di me sofferto abbia a’ suoi giorni.
A questa il piè non disdirei toccarmi.
E l’egregia Penelope di nuovo:
Ospite caro, pellegrin di senno
Non capitò qua mai, che di te al core
Mi s’accostasse più, di te, che in modo
Leggiadro esprimi ogni prudente senso.
Una vecchia ho molto avvisata e scorta,
Che nelle braccia sue quell’infelice

431Raccolse uscito del materno grembo,
E buon latte gli dava, ed il crescea.
Ella, benchè di vita un soffio in lei
Rimanga sol, ti laverà le piante.
Via, fedele Euricléa, sorgi, e a chi d’anni
Pareggia il tuo signor, le piante lava.
Tal ne’ piedi vederlo, e nelle mani
Parmi in qualche da noi lontana parte:
Chè ratto l’uom tra le sciagure invecchia.
Euricléa con le man coperse il volto,

441E versò calde lagrime, e dolenti
Parole articolò: Me sventurata,
Figlio, per amor tuo! Più, che altri al Mondo,
Te, che nol merti, odia il Saturnio padre.
Tanti non gli arse alcun floridi lombi,
Tante ecatombe non gli offerse, come
Tu, di giunger pregandolo a tranquilla
Vecchiezza, e un prode allevar figlio, ed ecco
Che del ritorno il dì Giove ti spense.
O buon vegliardo, allor che a un alto albergo

451D’alcun signor lontano ei pellegrino
S’appresserà, l’insulteran le donne,
Qual te insultaro tutte queste serpi,
Da cui, l’onte schivandone, e gli oltraggi,
Venir tocco ricusi; ed a me quindi
La figlia saggia del possente Icario
Tal ministero impon, che non mi grava.
Io dunque il compierò, sì per amore
Della Reina, e sì per tuo: chè forte
Commossa dentro il sen l’alma io mi sento.

461Ma tu ricevi un de’ miei detti ancora:
Fra molti grami forestier, che a questa
Magion s’avvicinaro, un sol, che Ulisse
Nella voce, ne’ piedi, in tutto il corpo,
Somigliasse cotanto, io mai nol vidi.
Vecchia, rispose lo scaltrito eroe,
Così chiunque ambo ci scorse, afferma:
Correr tra Ulisse, e me, qual tu ben dici,
Somiglianza cotal, che l’un par l’altro.
L’ottima vecchia una lucente conca

471Prese, e molta fredd’acqua entro versovvi,
E su vi sparse la bollente. Ulisse,
Che al focolar sedea, ver l’ombra tutto
Si girò per timor, non Euricléa
Scorgesse, brancicandolo, l’antica
Margine ch’ei portava in su la coscia,
E alla sua fraude si togliesse il velo.
Euricléa nondimen, che già da presso
Fatta gli s’era, ed il suo Re lavava,
Il segno ravvisò della ferita

481Dal bianco dente d’un cinghiale impressa
Sul monte di Parnaso; e ciò fu, quando
Della sua madre al genitor famoso
Garzone andò, ad Autolico, che tutti
Del rapir vinse, e del giurar nell’arti,
Per favor di Mercurio, a cui sì grate
Cosce d’agnelli ardeva, e di capretti,
Che ogni suo passo accompagnava il Nume.
Autolico un dì venne all’Itacese
Popolo in mezzo, e alla città, che nato

491Era di poco alla sua figlia un figlio.
Questo Euricléa su le ginocchia all’avo
Dopo il convito pose, e feo tai detti:
Antiloco, tu stesso il nome or trova
Da imporre in fronte al grazïoso parto,
Per cui stancasti co’ tuoi voti i Numi.
E prontamente Autolico in risposta:
Genero, e figlia mia, quel gl’imporrete
Nome, ch’io vi dirò. D’uomini, e donne
Su l’altrice di molti immensa terra

501Spavento io fui: dunque si chiami Ulisse.
Io poi, se, di bambin fatto garzone,
Nel superbo verrà materno albergo
Sovra il Parnaso, ove ho le mie ricchezze,
Doni gli porgerò, per cui più lieto
Discenderà da me, che a me non salse.
A ricevere Ulisse andò tai doni,
E Autolico l’accolse, ed i suoi figli,
Con amiche parole, e aperte braccia;
E l’avola Anfitéa, strettolo al petto,

511Il capo, ed ambi gli baciò i begli occhi.
Ai figli il padre comandò, nè indarno,
La mensa: un bue di cinque anni menaro,
Lo scojâr, l’acconciâr, tutto il partiro;
E i brani, che ne fur con arte fatti,
Negli schidoni infissero, e ugualmente
Li dispensâr, domi che gli ebbe il foco.
Così tutto quel dì d’ugual per tutti
Prandio godean sino all’Occaso. Il Sole
Caduto, e apparsa della notte l’ombra,

521La dolcezza provâr, cui reca il sonno.
Ma come figlia del mattin l’Aurora
Si mostrò in ciel ditirosata, e bella,
I figliuoli d’Autolico, ed Ulisse
Con molti cani a una gran caccia usciro.
La vestita di boschi alta montagna
Salgono, e in breve tra i ventosi gioghi
Veggonsi di Parnaso. Il Sol recente,
Dalle placide sorto acque profonde
Dell’Oceàn, su i rugiadosi campi

531Saettava i suoi raggi, e i cacciatori
Scendeano in una valle: innanzi i cani
Ivan, fiutando le salvatic’orme,
E co’ figli d’Autolico, pallando
Una lancia, che lunga ombra gittava,
Tra i cani, e i cacciatori andava Ulisse.
Smisurato cinghiale in così folta
Macchia giacea, che nè di venti acquosi
Forza, nè raggio mai d’acuto Sole
La percoteva, nè le piogge affatto

541V’entravano: copria di secche foglie
Gran dovizia la terra. Il cinghial fiero,
Che al calpestio, che gli sonava intorno,
Appressare ognor più sentia la caccia,
Sbucò del suo ricetto, e orribilmente
Rizzando i peli della sua cervice,
E con pregni di foco occhi guatando,
Stette di contra. Ulisse il primo, l’asta
Tenendo sopramano, impeto fece
In lui, ch’ei d’impiagare ardea di voglia:

551Ma la fera prevennelo, ed il colse
Sovra il ginocchio con un colpo obliquo
Della gran sanna, e ne rapì assai carne;
Nè però della coscia all’osso aggiunse.
Ferilla Ulisse allor nell’omer destro,
Dove il colpo assestò: scese profonda
L’aguzza punta della fulgid’asta;
E il mostro su la polvere cadè,
Mettendo un grido, e ne volò via l’alma.
Ma d’Autolico i figli a Ulisse tutti

561Travagliavansi intorno: acconciamente
Fasciâr la piaga, e con possente incanto
Il sangue ne arrestaro, e dell’amato
Padre all’albergo il trasportaro in fretta.
Sanato appieno, e di bei doni carco,
Contenti alla cara Itaca contento
Lo rimandaro. Il padre suo Laerte,
E la madre Anticléa, gioían pur troppo
Del suo ritorno, e il richiedean di tutto,
E più della ferita; ed ei narrava,

571Come, invitato a una silvestre guerra
Da’ figliuoli dell’avo, il bianco dente
Piagollo d’un cinghial sovra il Parnaso.
Tal cicatrice l’amorosa vecchia
Conobbe, brancicandola, ed il piede
Lasciò andar giù: la gamba nella conca
Cadde, ne rimbombò il concavo rame,
E piegò tutto da una banda, e in terra
L’acqua si sparse. Gaudio a un’ora, e duolo
La prese, e gli occhi le s’empiêr di pianto,

581E in uscir le tornò la voce indietro.
Proruppe al fin, prendendolo pel mento:
Caro figlio, tu sei per certo Ulisse,
Nè io, nè io ti ravvisai, che tutto
Pria non avessi il mio signor tastato.
Tacque; e guardò Penelope, volendo
Mostrar, che l’amor suo lungi non era.
Ma la Reina nè veder di contra
Poteo, nè mente por: chè Palla il core
Le torse altrove. Ulisse intanto strinse

591Con la man destra ad Euricléa la gola,
E a sè tirolla con la manca, e disse:
Nutrice, vuoi tu perdermi? Tu stessa,
Sì, mi tenesti alla tua poppa un giorno,
E nell’anno ventesimo, sofferte
Pene infinite, alla mia patria io venni.
Ma, poichè mi scopristi, e un Dio sì volle,
Taci, e di me qui dentro altri non sappia:
Però ch’io giuro, e non invan, che s’io
Con l’ajuto de’ Numi i Proci spegno,

601Nè da te pur, benchè mia balia, il braccio,
Che l’altre donne ucciderà, ritengo.
Figlio, qual mai dal core osò parola
Salirti in su le labbra? ella riprese.
Non mi conosci tu nel petto un’alma
Ferma, ed inespugnabile? Il segreto
Io serberò, qual dura selce, o bronzo.
Ciò senti ancora, e tel rammenta: dove
Spengan gli Dei per la tua mano i Proci,
Delle donne in palagio ad una ad una

611Qual t’ingiuria, io dirotti, e qual t’onora.
Nutrice, del tuo indizio uopo non havvi,
Ripigliò Ulisse. Io per me stesso tutte
Le osserverò, conoscerolle: solo
Tu a tacer pensa, e lascia il resto ai Numi.
La vecchia tosto per nuov’acqua uscío,
Sparsa tutta la prima. Asterso ch’ebbe
Ulisse, ed unto, ei nuovamente al foco,
Calde aure a trarne, s’accostò col seggio,
E co’ panni la margine coverse.

621E Penelope allor: Brevi parole,
Ospite, ancora. Già de’ dolci sonni
Il tempo è giunto per color, cui lieve
Doglia consente il ricettarli in petto:
Ma doglia a me non lieve i Numi diero.
Finchè riluce il dì, solo ne’ pianti
Piacere io trovo, e ne’ sospiri, mentre
Guardo ai lavori dell’ancelle, e a’ miei.
La notte poi, quando ciascun s’addorme,
Che val corcarmi, se le molte cure

631Crudele intorno al cor muovonmi guerra?
Come allor che di Pandaro la figlia
Ne’ giorni primi del rosato aprile,
La fioriscente Filomela, assisa
Degli arbor suoi tra le più dense fronde,
Canta soavemente, e in cento spezza
Suoni diversi la instancabil voce,
Iti, che a Zeto partorì, piangendo,
Iti caro, che poi barbara uccise
Per insania, onde più sè non conobbe:

641Non altrimenti io piango, e l’alma incerta
In questa or piega, ed ora in quella parte,
S’io stia col figlio, e intégro serbi il tutto,
Le sostanze, le serve, e gli alti tetti,
Del mio consorte rispettando il letto,
E del popol le voci; o quello io siegua
Degli Achei tra i miglior, che alle mie nozze,
Doni infiniti presentando, aspira.
Sino a tanto che il figlio era di senno,
Come d’età, fanciullo ancor, lasciata

651Questa io mai non avrei per altra casa:
Ma or, ch’ei crebbe, e della pubertade
Già la soglia toccò, men priega ei stesso,
Non potendo mirar lo strazio indegno,
Che di lui fan gli Achivi. Or tu, su via,
Spiegami un sogno, ch’io narrarti intendo.
Venti nella mia corte oche nutrisco,
E di qualche diletto emmi il vederle
Coglier da limpid’acqua il biondo grano.
Mentr’io le osservo, ecco dall’alto monte

661Grande aquila calar curvorostrata,
Frangere a tutte la cervice, tutte
L’una su l’altra riversarle spente.
E risalir ver l’etere divino.
Io mettea lai, benchè nel sogno, e strida,
E le nobili Achee dal crin ricciuto
Veniano a me, che miserabilmente
L’oche plorava dall’aguglia morte,
E a me intorno affollavansi. Ma quella,
Rivolando dal ciel, su lo sporgente

671Tetto sedeasi, e con umana voce,
Ti raccheta, diceami, e spera, o figlia
Del glorïoso Icario: un vano sogno
Questo non è, ma visïon verace
Di ciò, che seguirà. Nell’oche i Proci
Ravvisa, e in queste d’aquila sembianze
Il tuo consorte, che al fin venne, e tutti
Stenderà nel lor sangue a terra i Proci.
Tacquesi; e il sonno abbandonommi, ed io,
Gittando gli occhi per la corte, vidi

681Le oche mie, che nel truogolo, qual prima,
I graditi frumenti ivan beccando.
Donna, rispose di Laerte il figlio,
Altramente da quel, che Ulisse feo,
Non lice il sonno interpretar: l’eccidio
Di tutti i Proci manifesto appare.
E la saggia Penelope: Non tutti,
Ospite, i sogni investigar si ponno.
Scuro parlano, e ambiguo, e non risponde
L’effetto sempre. Degli aerei sogni

691Son due le porte, una di corno, e l’altra
D’avorio. Dall’avorio escono i falsi,
E fantasmi con sè fallaci e vani
Portano: i veri dal polito corno,
E questi mai l’uom non iscorge indarno.
Ah! creder non poss’io, che quinci uscisse
L’immagin fiera d’un evento, donde
Tanta verrebbe a me gioja, e al mio figlio.
Ma odi attento i detti miei. Già l’Alba,
Che rimuover mi dee da questi alberghi,

701Ad apparir non tarderà. Che farmi?
Un giuoco io propor vo’. Dodici pali,
Quai puntelli di nave, intorno a cui
Va del fabbro la man, piantava Ulisse
L’un dietro all’altro con anelli in cima;
Ed ei, lunge tenendosi, spingea
Per ogni anello la pennuta freccia.
Io tal cimento proporrò. Chi meglio
Tender l’arco saprà fra tutti i Proci,
E d’anello in anello andar col dardo,

711Lui seguir non ricuso, abbandonando
Questa sì bella, e ben fornita, e ricca
Magion de’ miei verd’anni, ond’anche in sogno
Dovermi spesso ricordare io penso.
O veneranda, ripigliava Ulisse,
Donna del Laerziade, una tal prova
Punto non differir: pria, che un de’ Proci
Questo maneggi arco lucente, e il nervo
Ne tenda, e passi pe’ ritondi ferri,
Ti s’offrirà davante il tuo consorte.

721E Penelope al fine: Ospite, quando,
Vicino a me sedendoti, il diletto
Protrar della tua voce a me volessi,
Non mi cadrebbe su le ciglia il sonno.
Ma non può sempre l’uom vivere insonne:
Chè legge a tutto stabiliro, e meta
Su la terra fruttifera gli Eterni.
Io, nelle stanze alte salita, un letto
Premerò, che divenne a me lugubre
Dal dì, che Ulisse il canape funesto

731Per la nemica sciolse infanda Troja.
Tu nel palagio ti riposa, e a terra
Sdrajati, o, se ti piace, a te le mie
Donne apparecchieran, dove corcarti.
La Regina, ciò detto, alle superne
Montò sue stanze, e non già sola; ed ivi
Sino a tanto piangea l’amato Ulisse,
Che un dolce sonno sovra lei spargesse
La cilestra negli occhi augusta Diva.

Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro XIX

Il libro XIX è uno dei più raffinati dell’Odissea, e anche uno dei più discussi. Marito e moglie parlano per la prima volta dopo vent’anni, ma solo uno dei due lo sa. O forse no. Molti studiosi si sono chiesti se Penelope, in fondo, non abbia intuito qualcosa. Il testo non lo dice, ma lascia aperti tanti spiragli.

Il colloquio comincia con una domanda di Penelope: chi sei, da dove vieni? Ulisse cerca di evitarla, poi racconta una storia cretese, come aveva fatto con Atena ed Eumeo. Dice di aver ospitato Ulisse a Creta, durante il viaggio verso Troia. Penelope piange, e il narratore usa un’immagine bellissima: si scioglie come la neve sulle montagne quando soffia lo scirocco. Ulisse, intanto, prova pietà ma tiene gli occhi fermi “come di corno o di ferro”. Non può piangere davanti a lei.

La prova dei vestiti è un modo per verificare la verità. Ulisse descrive il mantello e soprattutto la fibbia d’oro, con un cane che tiene tra le zampe un cerbiatto palpitante. Penelope riconosce tutto: quei vestiti li aveva preparati lei. È un riconoscimento a metà, perché riconosce il racconto ma non il narratore. Poi parla della sua situazione, dell’inganno della tela, della pressione dei genitori e del figlio. È un ritratto di donna sola, stanca e lucida.

La scena della cicatrice è stata analizzata da Erich Auerbach in un saggio famoso, “La cicatrice di Ulisse”, che apre il suo libro <em>Mimesis</em>. Auerbach notava che Omero, proprio nel momento di massima tensione, si ferma per raccontare in modo disteso la storia della cicatrice: il nonno Autolico, il nome scelto per il bambino, la caccia sul Parnaso, il cinghiale, la ferita. Tutto è illuminato, nulla è lasciato in ombra. È uno stile che Auerbach contrapponeva a quello della Bibbia, più concentrato e misterioso.

Dentro la digressione c’è un dettaglio importante: l’origine del nome. Autolico, che si vantava di essere il più grande ladro e spergiuro del suo tempo, dice di chiamare il nipote Odisseo, perché lui stesso è “odiato” da molti, o “adirato” con molti (il verbo greco ha entrambi i sensi). L’identità di Ulisse è legata fin dall’inizio all’inganno e all’odio. E la cicatrice, ferita della giovinezza, diventa il segno che lo fa riconoscere.

La fine del libro è dedicata ai sogni. Penelope racconta di aver sognato un’aquila che uccide le sue oche. Nel sogno stesso l’aquila parla e dice di essere Ulisse. Lo straniero conferma. Ma Penelope non si fida: ci sono due porte dei sogni, dice, una di corno, da cui escono i sogni veri, e una d’avorio, da cui escono i falsi. Non sa da quale venga il suo. Poi annuncia la gara dell’arco. È lei a mettere in moto la vendetta, senza saperlo. O sapendolo?

Un passo da vicino

Tal cicatrice l’amorosa vecchia
Conobbe, brancicandola, ed il piede
Lasciò andar giù: la gamba nella conca
Cadde, ne rimbombò il concavo rame,
E piegò tutto da una banda, e in terra
L’acqua si sparse. Gaudio a un’ora, e duolo
La prese, e gli occhi le s’empiêr di pianto,
E in uscir le tornò la voce indietro.
Proruppe al fin, prendendolo pel mento:
Caro figlio, tu sei per certo Ulisse,
Nè io, nè io ti ravvisai, che tutto
Pria non avessi il mio signor tastato.
Tacque; e guardò Penelope, volendo
Mostrar, che l’amor suo lungi non era.

Odissea, libro XIX, vv. 574-587, trad. di I. Pindemonte

È il riconoscimento di Euriclea, uno dei più intensi del poema. La vecchia nutrice ha appena toccato la cicatrice e la riconosce “brancicandola”: il verbo è popolare, e rende il gesto di chi tasta alla cieca. Il piede le sfugge, la gamba cade nel catino di rame, che “rimbombò” e si piegò di lato. L’acqua si sparge per terra. Il rumore e il disordine della scena traducono lo sconvolgimento della donna. Poi l’emozione: “Gaudio a un’ora, e duolo / la prese”. Gioia e dolore insieme, gli occhi pieni di lacrime, la voce che si blocca. Infine le parole: “Caro figlio, tu sei per certo Ulisse”, e la confessione di non averlo riconosciuto finché non lo ha toccato. Notate l’ultimo gesto: Euriclea guarda Penelope per farle capire. Ma Atena ha distolto la mente della regina. Il riconoscimento avviene a un passo da lei, e lei non vede. È uno dei momenti più teatrali dell’Odissea, costruito sul contrasto tra chi sa e chi non sa.

Domande per il ripasso

  1. Come mette alla prova Penelope lo straniero?
  2. Come Euriclea riconosce Ulisse?
  3. Che cosa rappresentano le due porte dei sogni?

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