Riassunto del libro XX: La vigilia della strage
Ulisse si corica nel portico ma non riesce a dormire. Vede le serve uscire ridendo per andare dai Proci, e il cuore gli ringhia dentro come una cagna che difende i cuccioli. Si batte il petto e dice al suo cuore di sopportare, come aveva sopportato nella grotta del Ciclope. Si rigira nel letto come un ventre di capra sul fuoco. Atena gli appare e lo rassicura. Anche Penelope non dorme e prega Artemide di farla morire; ha sognato Ulisse accanto a lei. All’alba Ulisse chiede a Zeus un segno: arriva un tuono a ciel sereno e una donna che macina il grano lo interpreta come presagio di vendetta. La casa si prepara per la festa di Apollo. Eumeo porta i maiali; Melanzio insulta di nuovo Ulisse; il bovaro Filezio, fedele, lo saluta con gentilezza e dice che ogni volta che pensa al padrone gli vengono le lacrime. I Proci tramano di uccidere Telemaco, ma un’aquila con una colomba li scoraggia. Durante il banchetto Ctesippo lancia a Ulisse una zampa di bue. Telemaco reagisce con durezza. Atena suscita nei Proci una risata folle; Teoclimeno vede le loro teste avvolte nella notte, le pareti macchiate di sangue, il cortile pieno di ombre. I Proci lo deridono.
Da ricordare
- Ulisse controlla la sua rabbia con un dialogo interiore: “Sopporta, cuore”.
- Le serve infedeli tradiscono la casa.
- Filezio, il bovaro, è un nuovo servo fedele.
- La visione di Teoclimeno anticipa la strage.
Personaggi del libro
- Ulisse.
- Atena.
- Penelope.
- Filezio, il bovaro fedele.
- Melanzio, Ctesippo, i Proci.
- Teoclimeno, l’indovino.
Testo del libro XX
Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).
Il magnanimo figlio di Laerte
Giacea nell’atrio. Una recente pelle
Steso aveasi di bue con altre molte
Di pingui agnelle dagl’ingordi Achei
Sagrificate; e d’un velloso manto
Lui già corcato Eurinome coverse.
Qui co’ pensieri suoi l’eroe vegliava,
Sventure ai Proci divisando. Intanto
Le ancelle, che soleano ai Proci darsi,
Usciro di lor camere, in gran riso
11Prorompendo tra loro, e in turpe gioja.
Ei forte l’alma si sentia commossa,
E bilanciava, se avventarsi, e tutte
Porle a morte dovesse in un istante,
O consentir, che per l’estrema volta
Delinquesser le tristi; e in sè fremea.
E come allor che ai cagnolini intorno
Gira la madre, e, se un ignoto spunta,
Latra, e brama pugnar: non altrimenti
Egli, che mal patia l’opre nefande,
21Alto fremea nel generoso petto.
Pur, battendosi l’anca, e rampognando
Egli stesso il suo cor, Soffri, gli disse,
Tu, che assai peggior male allor soffristi,
Che il Ciclope fortissimo gli amici
Mi divorava. Tollerar sapesti,
Finchè me fuor dell’antro il senno trasse,
Quand’io già della vita era in su l’orlo.
Ei così i moti reprimea del core,
Che ne’ recinti suoi cheto si stette.
31Non lasciava però su l’un de’ fianchi
Di voltarsi, o su l’altro, a quella guisa,
Che pien di sangue, e d’adipe ventriglio
Uom, che si strugge di vederlo incotto,
D’un gran foco all’ardor volge, e rivolge.
Su questo ei si voltava, o su quel fianco,
Meditando fra sè, come potesse
Scagliarsi al fin contra i malnati Prenci,
Contra molti egli solo; ed ecco, scesa
Di cielo, a lui manifestarsi in forma
41D’una mortale l’Atenéa Minerva.
Stettegli sovra il capo, e tai parole
Gli volse: O degli umani il più infelice,
Perchè i conforti rifiutar del sonno?
Sei pur nel tuo palagio, appo la fida
Tua donna, e al fianco d’un figliuolo, a cui
Vorriano aver l’uguale i padri tutti.
Il ver parlasti, o Dea, rispose Ulisse:
Se non che meco io mi consiglio, come
Scagliarmi ai Proci svergognati incontro,
51Mentre in folla ognor son quelli, ed io solo.
In oltre io penso, e ciò più ancor mi turba,
Che, quando col favore anco m’avvenga
Del Tonante, e col tuo, cacciarli a Dite,
Non so dove sottrarmi a quella turba,
Che vengiarli vorrà. Tu questo libra.
Tristo! riprese la negli occhi Azzurra,
L’uomo a un compagno suo crede, a un mortale
Peggior di sè talvolta, e meno esperto,
E tu non a me Diva, e a me, che in ogni
61Travaglio tuo sempre ti guardo? Sappi,
Che se cinquanta d’uomini parlanti
Fosserci intorno pugnatrici schiere,
Sparsi per la campagna i greggi loro
Tua preda diverriano, e i loro armenti.
Chetati, e il sonno nel tuo sen ricevi:
Chè vegliando passar la notte in guardia
Troppo è molesto. Uscirai fuor tra poco
Da tutti senza dubbio i mali tuoi.
Disse, e un sopor dolcissimo gl’infuse:
71Nè pria le membra tutte quante sciolte
Gli vide, e sgombra d’ogni affanno l’alma,
Che all’Olimpo tornò l’inclita Diva.
Ma il sonno sen fuggì dagli occhi a un tratto
Della Reina, che già sovra il molle
Letto sedeasi, e ricadea nel pianto.
Come sazia ne fu, calde a Diana
Preghiere alzò la sconsolata donna:
O del Saturnio figlia, augusta Dea,
Deh! nel mio seno un de’ tuoi dardi scocca,
81E ratto poni in libertà quest’alma,
O mi rapisca il turbine, e trasporti
Per l’aria, e nelle rapide correnti
Dell’Oceàn retrogrado mi getti.
Così già le Pandaridi spariro,
Che per voler de’ Numi alla lor madre
Crucciati, e al padre, nella mesta casa
Orfanelle rimaste erano, e sole.
Venere le nutrì di dolce mele,
Di vin soave, e di rappreso latte:
91Senno, e beltade sovra ogni altra donna
Giuno compartì loro, Artemi un’alta
Statura, ed ai lavori i più leggiadri
Mano, e intelletto la gran Dea d’Atene.
Già Venere d’Olimpo i gioghi eccelsi
Montato avea, per dimandar le nozze
Delle fanciulle al fulminante Giove,
Che nulla ignora, e i tristi eventi, e i lieti
Conosce de’ mortali; e quelle intanto
Dalle veloci Arpíe furo rapite,
101E in balía date alle odïose Erinni.
Così d’Itaca me tolgano i Numi,
O d’un de’ dardi suoi l’oricrinita
Diana mi ferisca; ond’io ritrovi,
Benchè ne’ regni della morte, Ulisse,
E del mio maritaggio uom non rallegri,
Che di lui fia tanto minore. Ahi lassa!
Ben regger puossi la più ria sventura,
Quando, passati lagrimando i giorni,
Le notti almen ci riconforta il sonno,
111Che su i beni l’obblio sparge, e su i mali.
Ma sogni a me fallaci un Nume invia:
E questa notte ancor mi si corcava
Da presso il mio consorte in quel sembiante,
Che avea nel dì, che su la nave ascese.
Tacque; e sul trono d’òr l’Aurora apparve.
Ulisse udì le lagrimose voci,
Ed in sospetto entrò, che fatta accorta
Di lui si fosse, e già pareagli al capo
Vedersela vicina. Alzossi, e il manto,
121E i cuoi, tra cui giacea, raccolse, e pose
Sovra una sedia, e la bovina pelle
Fuor portò del palagio. Indi, levate
Le mani, a Giove supplicava: O Giove
Padre, e Dei tutti, che per terra, e mare
Me dopo tanti affanni al patrio nido
Riconduceste, un lieto augurio in bocca
Mettete ad un di quei, che nell’interno
Vegghiano; e all’aria aperta un tuo prodigio,
Giove, mi mostra. Così, orando, disse.
131Udillo il sommo Giove, e incontanente
Dal sublime tonò lucido Olimpo,
E l’eroe giubilonne. Al tempo istesso
Donna, che il grano macinava, detti
Presaghi gli mandò, donde non lungi
Del pastor delle genti eran le mole.
Dodici donne con assidua cura
Giravan ciascun dì dodici mole,
E in bianca polve que’ frumenti, ed orzi
Riducean, che dell’uom son forza, e vita.
141Le altre dormian dopo il travaglio grave:
Ma quella, cui reggean manco le braccia,
Compiuto non l’avea. Costei la mola
Fermò di botto, e feo volar tai voci,
Che segnale al Re furo: O padre Giove,
Degli uomini signore e degli Dei,
Forte tonasti dall’eterea volta,
E non v’ha nube. Tal portento è al certo
Per alcun de’ mortali. Ah! le preghiere
Anco di me infelice adempj, o padre.
151Cessi quest’oggi nella bella sala
Il disonesto pasteggiar de’ Proci,
Che di fatica m’hanno, e di tristezza
Presso un grave macigno omai consunta.
L’ultimo sia de’ lor banchetti questo.
Della voce allegravasi, e del tuono
L’illustre figlio di Laerte, e l’alta
Già in pugno si tenea giusta vendetta.
L’altre fantesche raccoglieansi intanto,
E un foco raccendean vivo, e perenne.
161Ma il deiforme Telemaco di letto
Surse, vestì le giovanili membra,
L’acuto brando all’omero sospese,
Legò sotto i piè molli i bei calzari,
E una valida strinse asta nodosa
Con fino rame luminoso in punta.
Giunto alla soglia, s’arrestò col piede,
E ad Euricléa parlò: Cara nutrice,
Il trattaste voi ben di cibo, e letto
L’ospite? O forse non curato giacque?
171Anco la madre mia, benchè sì saggia,
Sfallisce in questo: chi è men degno, onora,
E non cura onorar chi più sel merta.
Ed Euricléa: Figliuol, non incolparmi
La innocente tua madre. A suo piacere
Bevea l’ospite assiso; e quanto all’esca,
Domandato da lei, disse, mestieri
Non ne aver più. Come appressava l’ora
Del riposo, e del sonno, apparecchiargli
C’impose un letto: ma i tappeti molli
181Rifiutò, qual chi vive ai mali in grembo.
Corcossi nel vestibolo su fresca
Pelle di tauro, e cuoi d’agnelle: noi
D’una vellosa clamide il coprimmo.
Telemaco, ciò udito, uscia dell’alte
Stanze, al foro per ir, con l’asta in mano;
E due seguianlo pieveloci cani.
Colà gli Achei dagli schinieri egregi
Raccolti l’attendean: mentre l’antica
D’Opi di Pisenòr figlia, le ancelle
191Stimolando, Affrettatevi, dicea,
Parte a nettar la sala, e ad inaffiarla,
E le purpuree su i ben fatti seggi
Coverte a dispiegar; parte le mense
Con le umide a lavar forate spugne,
E i vasi a ripolire, e i lavorati
Nappi ritondi; ed al profondo fonte
Parte andate per l’acqua, e nel palagio
Recatela di fretta. I Proci molto
Non tarderan: sollecitar li dee
201Questo dì, che festivo a tutti splende.
Tutti ascoltaro, ed ubbidiro. Venti
Al fonte s’avviâr dalle nere acque:
L’altre gli altri compieano interni uffici.
Vennero i servi degli Achivi, e secche
Legna con arte dividean; le donne
Venner dal fonte; venne Euméo, guidando
Tre, della mandra fior, nitidi verri,
Che nel vasto cortil pascer lasciava.
Quindi, fermate nel suo Re le ciglia,
211Vecchio, impararo a rispettarti forse,
O, disse, a t’oltraggiar seguon gli Achei?
Euméo, rispose il Re, piacesse ai Numi
Questa gente punir, che nell’altrui
Magion rei fatti, ingiurïando, pensa,
E dramma di pudor non serba in petto!
Così tra lor dicean, quando il caprajo
Co’ più bei della greggia eletti corpi,
L’avido ventre a riempir de’ Proci,
Giunse, Melanzio; e seco due pastori.
221Ei le capre legò sotto il sonante
Portico, e morse nuovamente Ulisse:
Stranier, molesto ci sarai tu ancora,
Mendicando da ognun? Fuori una volta
Non uscirai? Difficilmente, io credo,
Noi ci dividerem, che l’un dell’altro
Assaggiate le man non abbia in prima:
Però che tu villanamente accatti.
Altra mensa in città dunque non fuma?
Nulla l’offeso eroe: ma sol crollava
231Tacitamente il capo, e la risposta,
Che farà con la man, tra sè volgea.
Filezio in quella sopraggiunse terzo,
Grassa vacca menando, e pingui capre,
Cui traghettò su passeggiera barca
Gente di mar, che a questa cura intende.
Le avvinse sotto il portico, e vicino
Fattosi a Euméo, l’interrogava: Euméo,
Chi è quello stranier, che ai nostri alberghi
Testè arrivò? Quali esser dice, e dove
241La sua terra nativa, e i padri suoi?
Lasso! un Monarca egli mi sembra in vista.
Certo piace agli Dei metter nel fondo
Delle sventure i vïandanti, quando
Si destina da loro ai Re tal sorte.
Disse, e appressando il forestiero, e a lui
La man porgendo, Ospite padre, salve,
Soggiunse: almen, se nella doglia or vivi,
Sorganti più sereni i giorni estremi!
Giove, qual mai di te Nume più crudo,
251Che alla fatica, e all’infortunio in preda
Lasci i mortali, cui la vita desti?
Freddo sudor bagnommi, e mi s’empiero
Gli occhi di pianto, immaginando Ulisse,
Cui veder parmi con tai panni in dosso
Tra gli uomini vagar, se qualche terra
Sostienlo ancora, e gli risplende il Sole.
Sventurato di me! L’inclito Ulisse
A me fanciullo delle sue giovenche
La cura diè ne’ Cefaleni campi;
261Ed io sì le guardai, che in infinito
L’armento crebbe dalle larghe fronti.
Questo sul mare trasportar per esca
Deggio a una turba di signori estrani,
Che nè guarda al figliuol, nè gli Dei teme:
Mentre de’ beni del mio Sir lontano
La parte, cui finor perdonò il dente,
Con gli occhi ella divora, e col desio.
Ora io stommi fra due: perchè rea cosa
Certo saria, vivo il figliuolo, a un’altra
271Gente con l’armento ir; ma d’altra parte
Pesami fieramente appo una mandra
Restar, che a me divenne omai straniera.
E se non fosse la non morta speme,
Che quel misero rieda, e sperda i Proci,
Io di qualche magnanimo padrone
Già nella corte riparato avrei:
Chè tai cose durar più non si ponno.
E l’eroe sì gli rispondea: Pastore,
Poichè malvagio non mi sembri, e stolto,
281E senno anche dimostri, odi i miei detti,
E il giuramento, che su questi siede.
Io pria tra i Numi in testimonio Giove,
E la mensa ospital chiamo, e d’Ulisse
Il venerando focolar, cui venni:
Giungerà il figlio di Laerte, e all’Orco
Precipitar gli usurpatori Proci
Vedranlo, se tu vuoi, gli occhi tuoi stessi.
Ospite, questo il Saturníde adempia,
Replicò il guardïan: vedresti, come
291Intrepido seguir del mio signore
La giusta ira io saprei. Tacque; ed Euméo
S’unia con esso, e agl’Immortali tutti
Pel ritorno del Re preghiere fea.
Morte intanto a Telemaco s’ordia
Dai Proci. È ver, che alla sinistra loro
Un’aquila comparve altovolante,
Che avea colomba trepida tra l’ugne.
Tosto Anfinomo sorse, e, Amici, disse,
Lasciam da un lato la cruenta trama,
301Cui più, che invan, si pensa; ed il convito
Ci sovvenga più presto. E il detto piacque.
I Proci entraro nel palagio, e i manti
Sovra i seggi deposero: le pingui
Capre, e i montoni s’immolaro, corse
De’ verri il sangue, e la buessa, onore
Dell’armento, cadè. Furo spartite
Le abbrustolate viscere, e mesciuto
Nell’urne il rosso vino. Euméo le tazze,
Filezio i pani dispensò ne’ vaghi
311Canestri: ma dall’urne il buon licore
Melanzio nelle ciottole versava.
E già i Prenci volgeano all’apprestate
Mense il pensier, quando d’Ulisse il figlio,
Non senza un suo perchè, seder fe’ il padre
Presso il marmoreo limitar su rozzo
Scanno, ed a picciol desco; e qui una parte
Gl’imbandì delle viscere, e gl’infuse
Vermiglio vino in tazza d’oro, e tale
Parlò: Tu pur siedi co’ Prenci, e bevi.
321Io dalle lingue audaci, e dalle mani
Ti schermirò: chè non è questo albergo
Pubblico, ma d’Ulisse, ed a me solo
Egli acquistollo. E voi frenate, o Proci,
Le man, non che le lingue, onde contesa
Qui non s’accenda, e subitana rissa.
Strinser le labbra, ed inarcâr le ciglia.
Ed Antinoo così: La minacciosa,
Compagni, di Telemaco favella,
Per molesta che sia, durarla vuolsi.
331Giove il protegge: chè altramente imposto,
Benchè canoro arringator, gli avremmo
Silenzio eterno da gran tempo. Disse:
E il dispregiò Telemaco, e si tenne.
Già i banditori l’ecatombe sacra
Degli Dei conducean per la cittade,
E raccoglieansi i capelluti Achivi
Sotto il bosco frondifero d’Apollo,
Di cui per cotanto aere il dardo vola.
E al tempo stesso, incotte omai le carni,
341Nel palagio d’Ulisse, e dagli acuti
Schidoni tratte, e poi divise in brani,
L’alto vi si tenea prandio solenne.
Parte uguale con gli altri anco ad Ulisse
Fu posta innanzi dai ministri, come
Volle il caro figliuol: nè degli oltraggi
Però Minerva consentia, che i Proci
Rimettessero un punto, acciocchè al Rege
L’ira più addentro penetrasse in petto.
V’era tra loro un malvagio uom, che avea
351Nome Ctesippo, e dimorava in Same.
Costui, fidando ne’ tesor paterni,
La consorte del Re con gli altri ambiva.
Surse, e tal favellò: Proci, ascoltate.
Il forestier, qual conveniasi, ottenne
Parte uguale con noi. Chi mai vorria
Di Telemaco un ospite fraudarne,
Chiunque fosse? Ora io di fargli intendo
Un nobil don, ch’egli potrà in mercede
Dar poscia o al bagnajuolo, o a qual tra i servi
361Gli piacerà dell’immortale Ulisse.
Così dicendo, una bovina zampa
Levò su da un canestro, e con gagliarda
Mano avventolla. L’inconcusso eroe
Sfuggilla, il capo declinando alquanto,
Ed in quell’atto d’un cotal suo riso
Sardonico ridendo; e il piè del bue
A percuotere andò nella parete.
Meglio d’assai per te, che nol cogliesti,
Sì Telemaco allora il tracotante
371Ctesippo rabbuffò: meglio, che il colpo
L’oste schivasse; però ch’io nel mezzo
Del cor senz’alcun dubbio un’asta acuta
T’avrei piantata, e delle nozze in vece
Celebrate t’avria l’esequie il padre.
Fine dunque agl’insulti. Io più fanciullo
Non son, tutto m’è noto, ed i confini
Segnar del retto, e del non retto, io valgo.
Credete voi, ch’io soffrirei tal piaga
Nelle sostanze mie, se forte troppo
381Non fosse impresa il frenar molti a un solo?
Su via, cessate dall’offese, o, dove
Sete del sangue mio l’alme vi punga,
Prendetevi il mio sangue. Io ciò pria voglio,
Che veder ciascun giorno opre sì indegne,
I forestieri dileggiati, e spesso
Battuti, e nello splendido palagio
Contaminate, oh reità! le ancelle.
Tutti ammutiro, e sol, ma tardi molto,
Favellò il Damastoride Agelao:
391Nobili amici, a chi parlò con senno,
Nessun risponda ingiurïoso, e avverso;
Nè forestier più si percuota, o altr’uomo,
Che in corte serva del divino Ulisse.
Io poi darò a Telemaco, e alla madre
Util consiglio con parole blande,
Se in cor loro entrerà. Finchè speranza
Del ritorno d’Ulisse a voi fioriva,
Gl’indugi perdonare, ed i pretesti
Vi si poteano, e il trarre in lungo i Proci:
401Chè, quando apparsa la sua faccia fosse,
Di prudenza lodati avriavi il Mondo.
Ma chiaro parmi, che più in man d’Ulisse
Il ritorno non è. Trova la madre
Dunque, e la pressa tu, che a quel de’ Proci,
Che ha più virtude, e più doni offre, vada:
Onde tu rientrar ne’ beni tutti
Del padre possi, e alla tua mensa in gioja,
Non che in pace, seder, mentre la madre
Del nuovo sposo allegrerà le mura.
411E il prudente Telemaco, Per Giove,
Rispose, e per li guai del padre mio,
Ch’erra, o perì, dalla sua patria lunge,
Ti protesto, Agelao, ch’io della madre
Non indugio le nozze, anzi la esorto
Quello a seguir, che più le aggrada, ed offre
Doni in copia maggior: ma i Dii beati
Tolgan, che involontaria io la sbandisca
Da queste soglie con severi accenti.
Disse, e Minerva inestinguibil riso
421Destò ne’ Proci, e ne travolse il senno.
Ma il riso era stranier su quelle guance:
Ma sanguigne inghiottian delle sgozzate
Bestie le carni; e poi dagli occhi a un tratto
Sgorgava loro un improvviso pianto,
E di prevista disventura il duolo
Ne’ lor petti regnava. E qui levossi
Teocliméno, il gran profeta, e disse:
Ah miseri, che veggio? E qual v’incontra
Caso funesto? Al corpo intorno, intorno
431D’atra notte vi gira al capo un nembo.
Urlo fiero scoppiò; bagnansi i volti
D’involontarie lagrime; di sangue
Tingonsi le pareti, ed i bei palchi;
L’atrio s’empie, e il cortil d’Ombre, che in fretta
Giù discendon nell’Erebo; disparve
Dal cielo il Sole, e degli aerei campi
Una densa caligine indonnossi.
Tutti beffârsi del profeta, e queste
Voci Eurimaco sciolse: Il forestiero,
441Che qua venne testè non so da dove,
Vaneggia, io penso. Giovani, su via,
Mettetel fuori, acciocchè in piazza ei vada,
Poscia che qui per notte il giorno prende.
E l’indovino, Eurimaco, rispose,
Coteste guide, che vuoi darmi, tienti.
Occhi ho in testa, ed orecchi, e due piè sotto,
E di tempra non vile un’alma in petto.
Con tai soccorsi io sgombrerò, scorgendo
Il mal, che sopra voi pende, e a cui torsi
451Non potrà un sol di voi, che gli stranieri
Oltraggiate, e studiate iniquitadi
Nella magion del pari ai Numi Ulisse.
Ciò detto, uscì da loro, ed a Piréo,
Che di buon grado il ricevè, s’addusse.
Ma i Proci, riguardandosi a vicenda,
E beffe d’ambo i forestier facendo,
Provocavan Telemaco. Non havvi,
Talun dicea, chi ad ospiti stia peggio,
Telemaco, di te. L’uno è un mendico
461Errante, omai di fame, e sete morto,
Senza prodezza, senza industria, peso
Disutil della terra; e l’altro un pazzo,
Che, per far del profeta, in piè si leva.
Vuoi tu questo seguir, ch’io ti propongo,
Sano partito? Ambo gittiamli in nave,
E li mandiam della Sicilia ai lidi.
Più gioveranno a te, se tu li vendi.
Telemaco di lui nulla curava,
Ma levati tenea tacito gli occhi
471Nel genitor, sempre aspettando il punto,
Ch’ei fatto contra i Proci impeto avrebbe.
In faccia della sala, e in su la porta
Del ginecéo, da un suo lucente seggio
Tutti i lor detti la Regina udia.
E quei, ridendo, il più soave e lauto,
Però che molte avean vittime uccise,
Convito celebrâr: ma più ingioconda
Cena di quella non fu mai, che ai Proci,
Degna mercè della nequizia loro,
481Stavan per imbandir Palla, ed Ulisse.
Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Analisi e commento del libro XX
Il libro XX è il libro dell’attesa. Tutto è pronto, ma la vendetta non è ancora cominciata. Il poeta allunga i tempi, moltiplica i segni, mostra i personaggi in una tensione crescente. È un libro quasi notturno, anche quando è giorno.
La notte di Ulisse è descritta con immagini fortissime. Vede le serve che vanno a letto con i Proci, ridendo e scherzando. Il suo cuore “latra”, come una cagna che ringhia a uno sconosciuto per difendere i cuccioli. È una similitudine animale, quasi selvaggia, che dice la violenza di quello che prova. Poi Ulisse si batte il petto e parla al proprio cuore. Questo dialogo interiore è uno dei primi esempi di monologo psicologico nella letteratura occidentale.
Ulisse si rigira nel letto, dice il testo, come un uomo che rigira sul fuoco un ventre di capra pieno di grasso e sangue, per farlo cuocere in fretta. L’immagine è domestica, quasi grottesca, ma molto efficace. Atena gli appare e lo rimprovera con dolcezza: perché ti preoccupi? Io sono con te. Anche se ci fossero cinquanta schiere di uomini, li vinceresti. Poi gli versa il sonno sulle palpebre.
Penelope, intanto, prega Artemide di ucciderla con una freccia, o che una tempesta la porti via come le figlie di Pandareo. Preferisce morire che sposare un uomo inferiore a Ulisse. Ha sognato che il marito dormiva accanto a lei, così com’era quando partì, e si è rallegrata pensando che non fosse un sogno. Il destino dei due sposi corre parallelo, nello stesso palazzo, separato da un muro.
Il giorno porta segni sempre più chiari. Zeus tuona a ciel sereno. Una schiava che macina il grano, la più debole di tutte, chiede a Zeus che quello sia l’ultimo pasto dei Proci. È una voce umile che diventa profezia. Arriva Filezio, il bovaro, che non conosce lo straniero ma lo saluta con affetto, pensando che anche il suo padrone potrebbe essere vestito così. Ulisse ha ora un secondo servo fedele.
La fine del libro è una delle pagine più inquietanti di Omero. Atena fa ridere i Proci, una risata che non controllano, e le loro carni sono sporche di sangue, gli occhi pieni di lacrime. Teoclimeno grida: vedo le vostre teste avvolte nella notte, sento il lamento, vedo le pareti coperte di sangue, il cortile pieno di fantasmi che scendono nell’Erebo. I Proci ridono di lui e lo cacciano. Il lettore, invece, sa che la visione si avvererà il giorno stesso.
Un passo da vicino
Pur, battendosi l’anca, e rampognando
Egli stesso il suo cor, Soffri, gli disse,
Tu, che assai peggior male allor soffristi,
Che il Ciclope fortissimo gli amici
Mi divorava. Tollerar sapesti,
Finchè me fuor dell’antro il senno trasse,
Quand’io già della vita era in su l’orlo.
Ei così i moti reprimea del core,Odissea, libro XX, vv. 22-29, trad. di I. Pindemonte
È il dialogo di Ulisse con il proprio cuore. Pindemonte rende con forza il gesto: Ulisse si percuote il petto e parla “egli stesso il suo cor”. La parola è un imperativo: “Soffri”, cioè sopporta. Poi il ricordo, che serve da argomento: tu hai sopportato di peggio, quando il Ciclope divorava i compagni, e hai resistito finché l’astuzia mi ha tratto fuori dalla grotta. Il passato diventa una lezione per il presente. È uno dei momenti in cui vediamo meglio come funziona la mente di Ulisse: non reprime la rabbia, la ragiona. Il verso finale, “Ei così i moti reprimea del core”, spiega che il cuore obbedisce. Platone citerà questo passo nella Repubblica come esempio di ragione che comanda alle passioni. Per noi è un esempio di autocontrollo, la virtù che più di ogni altra distingue Ulisse dagli eroi dell’Iliade.
Domande per il ripasso
- Che cosa vede Ulisse durante la notte e come reagisce?
- Quali presagi arrivano la mattina dopo?
- Che cosa vede Teoclimeno durante il banchetto?
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