Odissea, libro XXI: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro XXI: La gara dell'arco

Penelope prende dal ripostiglio il grande arco di Ulisse, dono di Ifito, e la faretra. Piange tenendolo sulle ginocchia, poi lo porta nella sala e annuncia la gara: sposerà chi tenderà l’arco e farà passare la freccia attraverso gli anelli di dodici scuri allineate. Telemaco pianta le scuri in fila e prova per primo: tre volte fallisce, la quarta potrebbe riuscire, ma Ulisse gli fa cenno di fermarsi. I Proci provano uno dopo l’altro, scaldano l’arco e lo ungono di grasso, ma nessuno riesce. Intanto Ulisse esce con Eumeo e Filezio, si fa riconoscere mostrando la cicatrice, e dà loro istruzioni: Eumeo gli porterà l’arco, Euriclea chiuderà le porte delle stanze delle donne, Filezio sbarrerà il cortile. Eurimaco fallisce e si dispera. Antinoo propone di rimandare la gara all’indomani. Ulisse chiede di provare. I Proci protestano; Penelope dice che, se riuscirà, gli darà solo vesti e armi, non la sua mano. Telemaco la manda nelle sue stanze. Eumeo porta l’arco a Ulisse tra le minacce dei Proci. Ulisse lo esamina, lo tende senza fatica come un cantore che monta una corda sulla cetra, lo fa vibrare, e Zeus tuona. Poi tira, e la freccia passa attraverso tutte le scuri.

Da ricordare

  • La gara dell’arco è un’idea di Penelope, ma diventa lo strumento della vendetta.
  • Telemaco potrebbe tendere l’arco: è ormai degno del padre.
  • Ulisse si rivela ai servi fedeli prima della strage.
  • L’arco teso senza sforzo è paragonato a una cetra.

Personaggi del libro

  • Penelope.
  • Ulisse.
  • Telemaco.
  • Eumeo e Filezio.
  • Euriclea.
  • Antinoo, Eurimaco, Leode, i Proci.

Testo del libro XXI

Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).

Ma Palla, occhio azzurrino, alla prudente
Figlia d’Icario entro lo spirto mise
Di propor l’arco ai Proci, e i ferrei anelli,
Nella casa d’Ulisse: acerbo gioco,
E di strage principio, e di vendetta.
La donna salse alla magion più alta,
E dell’abil sua man la bella, e ad arte
Curvata chiave di metallo prese
Pel manubrio di candido elefante.
Ciò fatto, andò con le fedeli ancelle

11Nella stanza più interna, ove i tesori
Serbavansi del Re: rame, oro, e ferro
Ben travagliato. E qui giacea pur l’arco
Ritorto, e il sagittifero turcasso,
Che molte dentro a sè frecce chiudea
Dolorifere: doni, che ad Ulisse,
Cui s’abbattè nella Laconia un giorno,
Feo l’Euritide Ifíto ai Numi eguale.
S’incontraro gli eroi nella magione
D’Orsiloco in Messenia. Di Messene

21Una masnada pecore trecento
Co’ lor custodi su le lunghe navi
Rapito avea dagl’Itacesi paschi;
E a richiederle il padre, e gli altri vecchj
Giovane ambasciator per lunga strada,
Mandaro Ulisse. D’altra parte Ifíto
In traccia sen venia delle perdute
Sue dodici cavalle, e delle forti
Alla lor mamma pazïenti mule,
Donde ruina derivogli, e morte:

31Però che Alcide, il gran figliuol di Giove
D’opere grandi fabbro, a lui, che accolto
Nel suo palagio avea, non paventando
Nè la giustizia degli Dei, nè quella
Mensa ospital che gli avea posta innanzi,
Tolse iniquo la vita, e le giumente
Dalla forte unghia in sua balía ritenne.
Queste cercando, s’abbattè ad Ulisse,
E l’arco gli donò, che il chiaro Euríto
Portava, e in man del suo diletto figlio

41Pose morendo negli eccelsi alberghi.
E il Laerziade un’affilata spada
Diede, e una lancia noderosa a Ifíto,
D’un’amistà non lunga unico pegno:
Chè di mensa conoscersi a vicenda
Lor non fu dato, ed il figliuol di Giove
L’Euritide divino innanzi uccise.
Quest’arco Ulisse, allorchè in negra nave
Alle dure traea belliche prove,
Nol togliea mai; ma per memoria eterna

51Del caro amico alla parete appeso
Lasciar solealo, e sol gravarne il dosso
Nell’isola natia gli era diletto.
Come pervenne alla secreta stanza
L’egregia donna, e il limitar di quercia
Salì construtto a squadra e ripolito
Da fabbro industre, che adattovvi ancora
Le imposte ferme, e le lucenti porte,
Tosto la fune dell’anello sciolse,
E introdusse la chiave, ed i serrami

61Respinse: un rimugghiar, come di tauro,
Che di rauco boato empie la valle,
S’udì, quando le porte a lei s’apriro.
Ella montò su l’elevato palco,
Dove giaceano alle bell’arche in grembo
Le profumate vesti, e, distendendo
Quindi la man, dalla cavicchia l’arco
Con tutta distaccò la luminosa
Vagina, entro cui stava. Indi s’assise,
E, quel posato su le sue ginocchia,

71Ne’ pianti dava, e ne’ lamenti: al fine
Dalla custodia sua l’arco fuor trasse.
Ma poichè fu di lai sazia, e di pianti,
Scese, e de’ Proci nel cospetto venne,
Quello in man sostenendo, e la faretra
Gravida di mortifere saette:
Mentre le ancelle la seguian con cesta
Del ferro piena, che leggiadro a Ulisse
Di forza esercizio era, e di destrezza.
Giunta, ove quei sedean, fermava il piede

81Della sala dedalea in su la soglia
Tra l’una e l’altra ancella, e co’ sottili
Veli del crine ambo le guance ombrava.
Poi sciogliea tali accenti: O voi, che in questa
Casa, lontano Ulisse, a forza entraste,
Gl’interi giorni a consumar tra i nappi,
Nè di tal reità miglior difesa
Sapeste addur, che le mie nozze, udite.
Quando sorse il gran dì, che la mia mano
Ritener più non deggio, ecco d’Ulisse

91L’arco, che per certame io vi propongo.
Chi tenderallo, e passerà per tutti
Con la freccia volante i ferrei cerchj,
Lui seguir non ricuso, abbandonata
Questa sì bella, e di ricchezza colma
Magion de’ miei verd’anni, ond’anche in sogno
Dovermi spesso ricordare io penso.
Disse; e, chiamato Euméo, recare ai Proci
L’arco gl’ingiunse, e degli anelli il ferro.
Ei lagrimando il prese, e nella sala

101Deposelo; e Filezio in altra parte,
Vista l’arma del Re, pianto versava.
Ma sgridavali Antinoo in tai parole:
Sciocchi villani, la cui mente inferma
Oltra il presente dì mai non si stende,
Perchè tal piagnistéo? Perchè alla donna
L’alma nel petto commovete, quasi
Per se stessa non dolgasi abbastanza
Del perduto consorte? O qui sedete
Taciti a bere, o a singhiozzare uscite,

111E lasciate a noi l’arco, impresa molto,
Vaglia il ver, forte per noi tutti, e a gabbo
Da non pigliar: chè non havvi uom tra noi
Pari ad Ulisse per curvarlo. Il vidi
Negli anni miei più teneri, ed impressa
Me ne sta in mente da quel dì l’imago.
Così d’Eupite il figlio; e non pertanto
Il nervo confidavasi piegarne,
E d’anello in anel mandar lo strale.
Ma dovea prima l’infallibil freccia

121Gustare in vece dall’eroe scoccata,
Cui poc’anzi oltraggiava, e incontro a cui
Aizzava i compagni a mensa assiso.
Qui tra i Proci parlò la sacra forza
Di Telemaco: Oh Dei! Me Giove al certo
Cavò di senno. La diletta madre
Dice un altro consorte, abbandonando
Queste mura, seguir, benchè sì saggia,
E folle io rido, e a sollazzarmi attendo.
Su via, poichè a voi donna in premio s’offre,

131Cui non l’Acaica terra, e non la sacra
Pilo, ed Argo, Micene, Itaca stessa
Vanta l’eguale, o la feconda Epiro;
E il sapete voi ben, nè ch’io vi lodi
La genitrice, oggi è mestier; su via,
Con vane scuse non tirate in lungo
Questo certame, e non rifugga indietro
Dalla tesa dell’arco il vostro braccio.
Cimenterommi anch’io. S’io tenderollo,
E ne’ ferri entrerò con la mia freccia,

141Me qui lasciar per nuove nozze in duolo
La genitrice non vorrà, fuggire
Non vorrà da un figliuol, che ne’ paterni
Giochi la palma riportar già vale.
Surse, ciò detto, ed il purpureo manto
Dagli omeri deposto, e il brando acuto,
Scavò, la prima cosa, un lungo fosso,
Le colonnette con gli anelli in cima
Piantovvi, a squadra dirizzolle, e intorno
La terra vi calcò. Stupiano i Proci,

151Vedendole piantare a lui sì bene,
Bench’egli a nessun pria viste le avesse.
Ciò fatto, delle porte andò alla soglia,
E, fermatovi il piè, l’arco tentava.
Tre fïate trar volle il nervo al petto,
Tre dalla man gli scappò il nervo. Pure
Non disperava, che la quarta prova
Più felice non fosse. E già, la corda
Traendo al petto per la quarta volta,
Teso avria l’arco: ma il vietava Ulisse

161D’un cenno, e lui, che tutto ardea, frenava.
E Telemaco allor, Numi! soggiunse,
O debile io vivrò dunque, e dappoco
Tutto il mio tempo, o almen la poca etade
Forze da ributtar chi ad oltraggiarmi
Si scagliasse primier, non dammi ancora.
Ma voi, che siete più gagliardi, l’arma
Tastate adunque, e si compisca il gioco.
Detto così, l’arco ei depose a terra,
E all’incollate tavole polite

171L’appoggiò della porta, e posò il dardo
Sul cerchio, che dell’arco il sommo ornava.
Poi s’assise di nuovo. E Antinoo, il figlio
D’Eupite, favellò: Tutti, o compagni,
Dalla destra per ordine v’alzate,
Cominciando ciascun, donde il vermiglio
Licor si versa. Il detto piacque, e primo
L’Enopide Leode alzossi, ch’era
Loro indovino, e alla bell’urna sempre
Sedea più presso. Odio alla colpa ei solo

181Portava, e gli altri riprendea. Costui
L’arco lunato, ed il pennuto strale
Si recò in mano, e alla soglia ito, e fermo
Su i piedi, tentò il grave arco, e nol tese:
Chè sentì intorno alla ribelle corda
Prima stancarsi la man liscia e molle.
Altri, disse, sel prenda; io certo, amici,
Nol tenderò: ma credo ben, che a molti
Sarà morte quest’arco. È ver, che meglio
Torna il morire, che il giù torsi vivi

191Da quella speme altissima, che in queste
Mura raccolti sino a qui ci tenne.
Spera oggi alcun, non che in suo core il brami,
La Regina impalmar: ma, come visto
Questo arnese abbia, e maneggiato, un’altra
Chiederà dell’Achée peploaddobbate,
Nuzïali presenti a lei porgendo,
E a Penelope il fato uom, che di doni
Ricolmeralla, condurrà d’altronde.
Così parlato, ei mise l’arco a terra,

201E all’incollate tavole polite
L’appoggiò della porta, e posò il dardo
Sul cerchio, che dell’arco il sommo ornava.
Quindi tornò al suo seggio. E Antinoo in tali
Voci proruppe: Qual molesto, acerbo
Dalla chiostra de’ denti a te, Leode,
Detto sfuggì, che di furor m’infiamma?
A noi dunque sarà morte quest’arco?
Se tu curvar nol puoi, la madre incolpa,
Che d’archi uom non ti fece, e di saette:

211Ma gli altri Proci il curveranno, io penso.
Disse, e al custode del caprino gregge
Questo precetto diè: Melanzio, accendi
Possente foco nella sala, e appresso
Vi poni seggio, che una pelle cuopra.
Poi di bianco, e indurato adipe reca
Grande, ritonda massa, acciocchè s’unga
Per noi l’arco, e si scaldi, ed in tal guisa
Questo certame si conduca a fine.
Melanzio accese un instancabil foco,

221E con pelle di sopra un seggio pose.
Poi di bianco, e indurato adipe massa
Grande, e tonda recò. L’arco unto, e caldo
Piegar tentaro i giovani. Che valse,
Se lor non rispondean le braccia imbelli?
Ma dalla prova s’astenean finora
Eurimaco, ed Antinoo, che de’ Proci
Eran di grado, e di valore, i primi.
Usciro intanto del palagio a un tempo
Il pastor de’ majali, e quel de’ buoi,

231E Ulisse dopo. Delle porte appena
Fuor si trovaro, e del cortil, ch’ei, dolci
Parole ad ambi rivolgendo, Euméo,
Disse, e Filezio, favellar degg’io,
O i detti ritener? Di ritenerli
L’animo non mi dà. Quali sareste
D’Ulisse a pro, se d’improvviso al vostro
Cospetto innanzi il presentasse un Nume?
Ai Proci, o a lui, soccorrereste voi?
Ciò, che nel cor vi sta, venga sul labbro.

241O Giove padre, sclamò allor Filezio,
Adempj il voto mio! L’eroe qua giunga,
E un Nume il guidi. Tu vedresti, o vecchio,
Quale in me l’ardir fora, e quale il braccio.
Ed Euméo nulla meno agli Dei tutti
Pel ritorno del Re preghiere alzava.
Ei, come certo a pien fu della mente
Sincera, e fida d’ambiduo, soggiunse:
In casa eccomi io stesso, io, che, sofferte
Sventure senza numero, alla terra

251Nativa giunsi nel vigesim’anno.
So, che a voi soli desïato io spunto
Tra i servi miei: poichè degli altri tutti
Non udii, che un bramasse il mio ritorno.
Quel, ch’io farò per voi, dunque ascoltate.
Voi da me donna, e robe, ove dai Numi
D’esterminar mi si conceda i Proci,
Voi case dalla mia non lungi estrutte,
Riceverete; ed io terrovvi in conto
Di compagni a Telemaco, e fratelli.

261Ma perchè in forse non restiate punto,
Eccovi a segno manifesto il colpo,
Che d’un fiero cinghial la bianca sanna
M’impresse il dì, ch’io sul Parnaso salsi
Co’ figliuoli d’Autolico. Ciò detto,
Dalla gran cicatrice i panni tolse.
Quei, tutto visto attentamente, e tocco,
Piagnean, gittate di Laerte al figlio
Le mani intorno, e gli omeri, e la testa,
Stringendol, gli baciavano; ed Ulisse

271Lor baciò similmente e mani, e capo.
E già lasciati il tramontato Sole
Lagrimosi gli avria, se così Ulisse
Non correggeali: Fine ai pianti. Alcuno
Potria vederli, uscendo, e riportarli
Di dentro. Udite. Nella sala il piede
Riponiam tutti, io prima, e poscia voi,
E d’un segnale ci accordiamo. I Proci,
Che a me si porga la faretra, e l’arco,
Non patiran: ma tu, divino Euméo,

281L’uno, e l’altra mi reca, e di’ alle donne,
Che gli uscj chiudan delle stanze loro;
E per romor nessuna, o per lamento,
Che l’orecchio a ferir le andasse a un tratto,
Mostrisi fuori, ma quell’opra siegua,
Che avrà tra mano allor, nè se ne smaghi.
Raccomando a te poi, Filezio illustre,
Serrar la porta del cortile a chiave,
E con ritorte rafforzarla in fretta.
Entrò, ciò detto, e donde pria sorto era,

291S’assise; ed ivi a poco entraro i servi.
Già per le mani Eurimaco il grand’arco
Si rivolgeva, ed a’ rai quinci e quindi
Della fiamma il vibrava. Inutil cura!
Meglio, che gli altri, non per questo il tese.
Gemè nel cor superbo, e queste voci
Tra i sospiri mandò: Lasso! un gran duolo
Di me stesso, e di voi sento ad un’ora.
Nè già sol piango le perdute nozze:
Chè nell’ondicerchiata Itaca, e altrove,

301Sul capo a molte Achée s’increspa il crine.
Piango, che, se di forze al grande Ulisse
Tanto cediam da non curvar quest’arco,
Si rideran di noi l’età future.
No, l’Eupitide Antinoo a lui rispose,
Ciò, Eurimaco, non fia: tu stesso il vedi.
Sacro ad Apollo è questo dì. Chi l’arco
Tender potrebbe? Deponiamlo, e tutti
Lasciamo star gli anelli, e non temiamo
Che alcun da dove son, rapirli ardisca.

311Su via, l’abil coppier vada co’ nappi
Ricolmi in giro, e, poichè avrem libato,
Mettiam l’arco da parte. Al dì novello
Melanzio a noi le più fiorenti capre
Guidi da tutti i branchi, onde, bruciati
I pingui lombi al glorïoso arciero,
Si riprenda il cimento, e a fin s’adduca.
Piacque il suo detto. I banditori tosto
L’acqua diero alle man, l’urne i donzelli
Di vino incoronaro, e il dispensaro

321Con le tazze, augurando, a tutti in giro.
Come libato, e a piena voglia tutti
Bevuto ebber gli amanti, il saggio Ulisse,
Che stratagemmi in cor sempre agitava,
Così lor favellò: Competitori
Dell’inclita Regina, udir v’aggradi
Ciò, che il cor dirvi mi consiglia, e sforza.
Eurimaco fra tutti, e il pari a un Nume
Antinoo, che parlò sì acconciamente,
L’orecchio aprire alle mie voci io priego.

331Perdonate oggi all’arco, e degli Eterni
Non ostate al voler: forza domane
A cui lor piacerà, daranno i Numi.
Ma intanto a me, Proci, quell’arma: io prova
Voglio far del mio braccio, e veder, s’io
Nelle membra pieghevoli l’antico
Vigor mantengo, o se i miei lunghi errori
Disperso l’hanno, e i molti miei disagi.
Rinfocolârsi a ciò, forte temendo,
Non il polito arco ei piegasse. E Antinoo

341Lo sgridava in tal guisa: O miserando
Degli ospiti, sei tu fuor di te stesso?
Non ti contenti, che tranquillo siedi
Con noi Principi a mensa, e, che a null’altro
Stranier mendico si concede, vieni
Delle vivande, e de’ sermoni a parte?
Certo te offende il saporoso vino,
Che tracannato avidamente, e senza
Modo, e termine alcuno, a molti nocque.
Nocque al famoso Eurizïon Centauro,

351Quando venne tra i Lápiti, e nell’alta
Casa ospitale di Piritoo immensi,
Compreso di furor, mali commise.
Molto ne dolse a quegli eroi, che incontro
Se gli avventaro, e del vestibol fuori
Trasserlo, e orecchie gli mozzaro, e nari
Con affilato brando; ed ei, cui spento
Dell’intelletto il lume avean le tazze,
Sen gïa manco nel corpo, e nella mente.
Quindi s’accese una cruenta pugna

361Tra gli sdegnati Lápiti, e i Centauri:
Ma, gravato dal vin, primo il disastro
Eurizïon portò sovra se stesso.
Così te pur grave infortunio aspetta,
Se l’arco tenderai. Del popol tutto
Non fia chi s’alzi in tua difesa, e noi
Ad Echeto, degli uomini flagello,
Dalle cui man nè tu salvo uscirai,
Ti manderem su rapido naviglio.
Chetati adunque, ed il pensiero impronto

371Di contender co’ giovani ti spoglia.
Qui Penelope disse: Antinoo, quali
Di Telemaco mio gli ospiti sieno,
Turpe, ed ingiusto è il tempestarli tanto.
Pensi tu forse, che ove lo straniero,
Fidandosi di sè, l’arco tendesse,
Me quinci condurria moglie al suo tetto?
Nè lo spera egli, nè turbato a mensa
Dee per questo sedere alcun di voi.
Cosa io veder non so, che men s’addica.

381Ed Eurimaco a lei: D’Icario figlia,
Non v’ha fra noi, cui nella mente cada,
Che te pigli a consorte uom, che sì poco
Degno è di te. Ma degli Achei le lingue
Temiamo e delle Achee. La più vil bocca
Ve’, grideria, quai d’un eroe la donna
Chiedono a gara giovinotti imbelli,
Chè nè valgon piegare il suo bell’arco,
Mentre un tapino, un vagabondo, un giunto
Testè, curvollo agevolmente, e il dardo

391Per gli anelli mandò. Tal griderebbe;
E tinto andria d’infamia il nostro nome.
E così a lui Penelope rispose:
Eurimaco, non lice un nome illustre
Tra i popoli agognare a chi d’egregio
Signor la casa dal suo fondo schianta.
Perchè tinger voi stessi il nome vostro
D’infamia? È lo stranier di gran sembiante,
Ben complesso di membra, e generosa
La stirpe vanta, e non vulgare il padre.

401Dategli il risplendente arco, e veggiamo.
Se il tende, e gloria gli concede Apollo,
Prometto, e non invan, tunica bella
Vestirgli, e bella clamide, ed in oltre
Un brando a doppio taglio, e un dardo acuto
Mettergli in mano, e sotto ai piè calzari;
E là inviarlo, dove il suo cor mira.
Madre, disse Telemaco, a me solo
Sta in mano il dare, o no, quell’arco, io credo:
Nè ha in lui ragione degli Achivi alcuno,

411Che son nell’alpestra Itaca signori,
O nell’isole prossime alla verde
Elide, chiara di cavalli altrice.
E quando farne ancor dono io volessi
Al forestier, chi ’nvidïar mel puote?
Ma tu rientra; ed al telajo, e al fuso,
Come pur suoli, con le ancelle attendi.
Cura sarà degli uomini quell’arma,
E più, che d’altri, mia: chè del palagio
Il governo in me sol, madre, risiede.

421Attonita rimase, e del figliuolo
Con la parola, che nell’alma entrolle,
Risalì in alto tra le fide ancelle.
Quivi, aprendo alle lagrime le porte,
Ulisse Ulisse a nome iva chiamando:
Finchè un dolce di tanti, e tanti affanni
Sopitor sonno le mandò Minerva.
L’arco Euméo tolse intanto; e già il portava
E i Proci tutti nel garriano, e alcuno
Così dicea de’ giovani orgogliosi:

431Dove il grand’arco porti, o disennato
Porcajo sozzo? Appo le troje in breve
Te mangeran fuor d’ogni umano ajuto
Gli stessi cani di tua man nutriti,
Se Apollo è a noi propizio, e gli altri Numi.
Impaurito delle lor rampogne,
L’arco ei depose. Ma dall’altra parte
Con minacce Telemaco gridava:
Orsù, va innanzi con quell’arco. Credi
Che l’obbedire a tutti in pro ti torni?

441Pon cura, ch’io con iscagliati sassi
Dalla cittade non ti cacci al campo,
Io minor d’anni, ma di te più forte.
Oh così, qual di te, più forte io fossi
De’ Proci tutti, che qui sono! Alcuno
Tosto io ne sbalzerei fuor del palagio,
Dove il tesser malanni è lor bell’arte.
Tutti scoppiaro in un giocondo riso
Sul custode de’ verri, e della grave
Contra il garzone ira allentaro. Euméo,

451Traversata la sala, innanzi a Ulisse
Fermossi, ed il grande arco in man gli mise.
Poi, chiamata Euricléa, parlò in tal forma:
Saggia Euricléa, Telemaco le stanze
Chiuder t’ingiunge, e dell’ancelle vuole,
Che per rumor nessuna, o per lamento,
Che l’orecchio a ferir le andasse a un tratto,
Mostrisi fuori, ma quell’opra siegua,
Che avrà tra mano allor, nè se ne smaghi.
Non parlò al vento. La nutrice annosa

461Tutte impedì le uscite, e al tempo istesso
Filezio si gittò tacitamente
Fuor del palagio, e rinserrò le porte
Del cortil ben munito. Una gran fune
D’Egizio giunco per navigli intesta
Giacea sotto la loggia; ed ei con quella
Più ancor le porte rafforzò. Ciò fatto,
Rientrava, e la sedia, ond’era sorto,
Premea di nuovo, riguardando Ulisse.
Ulisse l’arco maneggiava, e attento

471Per ogni parte rivoltando il giva,
Qua tastandolo, e là, se i muti tarli
Ne avesser mai rose le corna, mentre
N’era il signor lontano. E alcun, rivolti
Gli sguardi al suo vicino, Uom, gli dicea,
Che si conosce a maraviglia d’archi,
È certo, o un arco somigliante pende
A lui dalla domestica parete,
O fabbricarne un di tal fatta ei pensa:
Così questo infelice vagabondo

481L’arco tra le sua man volta, e rivolta!
E un altro ancor de’ giovani protervi:
Deh così in bene gli rïesca tutto,
Come teso da lui sarà quell’arco!
Ma il Laerziade, come tutto l’ebbe
Ponderato, e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d’una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bischero, la corda:

491Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i Proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Giove dall’alto.
Gioì l’eroe, che di Saturno il figlio,
Di Saturno, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo;

501E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l’altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In sè chiudeale il concavo turcasso.
Posto su l’arco, ed incoccato il dardo,
Traea seduto, siccom’era, al petto
Con la man destra il nervo: indi la mira
Tra i ferrei cerchj prese, e spinse il telo,
Che, senza quinci deviare, o quindi,
Passò tutti gli anelli alto ronzando.

511Subitamente si rivolse al figlio,
E, Telemaco, disse, il forestiero
Non ti svergogna, parmi. Io punto lunge
Dal segno non andai, nè a tender l’arco
Faticai molto: le mie forze intere
Serbo, e non merto villanìe dai Proci.
Ma tempo è omai, che alla cadente luce
Lor s’appresti la cena; e poi si tocchi
La cetra molticorde, e s’alzi il canto,
In che più di piacer la mensa acquista.

521Disse, e accennò co’ sopraccigli. Allora
Telemaco, d’Ulisse il pegno caro,
La spada cinse, impugnò l’asta, e, tutto
Risplendendo nell’armi, accanto al padre,
Che pur seduto rimanea, locossi.

Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro XXI

Il libro XXI è costruito come una gara sportiva, con turni, tentativi, commenti del pubblico. Ma tutti sanno, tranne i Proci, che la gara è una trappola. Il lettore la segue con la soddisfazione di chi conosce il finale e aspetta solo di vederlo accadere.

L’arco ha una storia, e Omero la racconta prima che la gara cominci. Era un dono di Ifito, conosciuto da Ulisse in Messenia. Ifito fu poi ucciso da Eracle, che lo aveva accolto come ospite: una violazione dell’ospitalità, proprio il tema del poema. Ulisse non aveva portato l’arco a Troia, lo teneva a casa in ricordo dell’amico. Penelope lo prende dal ripostiglio, si siede e piange tenendolo sulle ginocchia. L’arco è un oggetto carico di memoria, prima che un’arma.

Il tentativo di Telemaco è un momento chiave. Tre volte tira la corda e non ci riesce. La quarta volta l’avrebbe tesa, dice il testo, ma Ulisse gli fa un cenno e lui si ferma. Telemaco finge di essere troppo debole. In questa scena il figlio dimostra due cose: di avere quasi la forza del padre e di sapergli obbedire. È la conclusione della sua crescita, cominciata nel libro I.

Il fallimento dei Proci è una piccola commedia. Leode, l’indovino, ci prova per primo e si stanca subito le mani delicate. Antinoo fa scaldare l’arco e lo fa ungere con il grasso, come se il problema fosse la rigidità del legno. Eurimaco lo rigira vicino al fuoco e non ci riesce, e si lamenta: non mi importa delle nozze, ma della vergogna di essere più deboli di Ulisse. Antinoo, furbo, propone di rimandare: oggi è festa di Apollo, non è giorno da archi.

Il riconoscimento con i servi avviene fuori dalla sala. Ulisse chiede a Eumeo e Filezio da che parte starebbero se Ulisse tornasse. Tutti e due rispondono che combatterebbero per lui. Allora mostra la cicatrice. I due piangono, lo abbracciano, gli baciano la testa e le spalle. Ulisse li calma e dà le istruzioni. È un momento di alleanza tra il re e i suoi uomini umili, che hanno conservato la fedeltà.

La fine del libro è una delle scene più belle dell’Odissea. Eumeo porta l’arco a Ulisse tra le minacce dei Proci. Ulisse lo esamina, lo rigira, controlla che i tarli non abbiano rovinato il corno. Poi lo tende senza sforzo, come un cantore esperto che monta una corda nuova sulla cetra. Fa vibrare la corda, che canta come una rondine. Zeus tuona. Ulisse prende una freccia, tira stando seduto, e la freccia passa attraverso tutte le scuri. Poi dice a Telemaco: l’ospite non ti ha fatto vergogna. È il momento di preparare la cena ai Proci.

Un passo da vicino

Ma il Laerziade, come tutto l’ebbe
Ponderato, e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d’una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bischero, la corda:
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i Proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Giove dall’alto.

Odissea, libro XXI, vv. 485-497, trad. di I. Pindemonte

È il momento in cui Ulisse tende l’arco, e Pindemonte lo rende con una similitudine che è un piccolo manifesto poetico. Ulisse ha esaminato l’arco “a parte a parte”, come un artigiano prudente. Poi lo tende “qual perito cantor”, cioè come un cantore esperto che, montata una corda nuova sulla cetra, la tira “agevolmente” girando il bischero. La guerra e la poesia vengono messe sullo stesso piano: il gesto del guerriero è paragonato a quello del cantore. Poi la prova del suono: Ulisse lascia la corda, e il nervo emette un suono acuto, “qual di garrula irondine è la voce”. La rondine annuncia la primavera, il ritorno. Qui annuncia la vendetta. I Proci impallidiscono, “trascoloraro”, e Zeus tuona con “aperti segni”. Il passo ha una calma terribile: tutto è lento, preciso, quasi elegante, prima della violenza. È un ottimo esempio di come l’Odissea costruisca la tensione con i dettagli.

Domande per il ripasso

  1. Qual è la storia dell’arco di Ulisse?
  2. Perché Telemaco non tende l’arco?
  3. A che cosa viene paragonato Ulisse mentre tende l’arco?

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