Riassunto del libro X: Eolo e Circe
Ulisse continua il racconto. Arrivano all’isola di Eolo, signore dei venti, che li ospita per un mese e alla partenza dà a Ulisse un otre di pelle con dentro tutti i venti contrari, lasciando libero solo lo Zefiro. Dopo nove giorni vedono Itaca. Ulisse, stremato, si addormenta, e i compagni aprono l’otre credendo che contenga oro: i venti escono e li riportano da Eolo, che li caccia. Arrivano nella terra dei Lestrigoni, giganti antropofagi, che distruggono a sassate tutte le navi tranne quella di Ulisse. Poi approdano a Eea, l’isola della maga Circe. Metà dei compagni, guidati da Euriloco, vanno al palazzo; Circe offre loro una bevanda e li trasforma in porci. Solo Euriloco scappa e avverte Ulisse. Ermes incontra Ulisse e gli dà un’erba magica, il moly, che lo protegge dagli incantesimi. Ulisse beve senza effetto, minaccia Circe con la spada e la costringe a giurare. Circe libera i compagni, che tornano più giovani e belli. Restano con lei un anno. Poi i compagni chiedono di partire. Circe dice a Ulisse che prima dovrà andare nell’Ade a consultare l’indovino Tiresia. Elpenore, il più giovane, cade dal tetto dove dormiva ubriaco e muore.
Da ricordare
- Itaca viene vista e persa: il ritorno fallisce per colpa dei compagni.
- Con i Lestrigoni Ulisse perde quasi tutta la flotta.
- Circe trasforma gli uomini in animali; l’erba moly protegge Ulisse.
- Il viaggio nell’Ade è una tappa necessaria per tornare.
Personaggi del libro
- Ulisse.
- Eolo, re dei venti.
- I Lestrigoni e il loro re Antifate.
- Circe, la maga.
- Euriloco, compagno prudente e ribelle.
- Ermes.
- Elpenore, il compagno che muore cadendo dal tetto.
Testo del libro X
Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822).
Giungemmo nell’Eolia, ove il diletto
Agl’immortali Dei d’Ippota figlio,
Eolo, abitava in isola natante,
Cui tutta un muro d’infrangibil rame,
E una liscia circonda eccelsa rupe.
Dodici, sei d’un sesso, e sei dell’altro,
Gli nacquer figli in casa; ed ei congiunse
Per nodo marital suore, e fratelli,
Che avean degli anni il più bel fior sul volto.
Costoro ciascun dì siedon tra il padre
11Caro, e l’augusta madre, ad una mensa
Di varie carca dilicate dapi.
Tutto il palagio, finchè il giorno splende,
Spira fragranze, e d’armonie risuona.
Poi, caduta su l’isola la notte,
Chiudono al sonno le bramose ciglia
In traforati, e attappezzati letti
Con le donne pudiche i fidi sposi.
Questo il paese fu, questo il superbo
Tetto, in cui me per un intero mese
21Co’ modi più gentili Eolo trattava.
Di molte cose mi chiedea: di Troja,
Del navile de’ Greci, e del ritorno;
E il tutto io gli narrai di punto in punto.
Ma come, giunta del partir mio l’ora,
Parole io mossi ad impetrar licenza,
Ei, non che dissentir, del mio viaggio
Pensier si tolse, e cura; e della pelle
Di bue novenne presentommi un otre,
Che imprigionava i tempestosi venti:
31Poichè de’ venti dispensier supremo
Fu da Giove nomato; ed a sua voglia
Stringer lor puote, o rallentare il freno.
L’otre nel fondo del naviglio avvinse
Con funicella lucida d’argento,
Che non ne uscisse la più picciol’aura;
E sol tenne di fuori un opportuno
Zefiro, cui le navi, e i naviganti
Diede a spinger su l’onda. Eccelso dono,
Che la nostra follia volse in disastro!
41Nove dì senza posa, e tante notti
Veleggiavamo; e già veniaci incontro
Nel decimo la patria, e omai vicini
Quei vedevam, che raccendeano i fochi:
Quando me stanco, perch’io regger volli
Della nave il timon, nè in mano altrui,
Onde il corso affrettar, lasciarlo mai,
Sorprese il sonno. I miei compagni intanto
Favellavan tra loro, e fean pensiero,
Che argento, ed oro alle mie case, doni
51Del generoso Ippotade, io recassi.
Numi! come di sè, dicea taluno
Rivolto al suo vicin, tutti innamora
Costui, dovunque navigando arriva!
Molti da Troja dispogliata arredi
Riporta belli, e prezïosi; e noi,
Che le vie stesse misurammo, a casa
Torniam con le man vôte. In oltre questi
L’Ippotade gli diè pegni d’amore.
Orsù, veggiam quanto in suo grembo asconda
61D’oro, e d’argento la bovina pelle.
Così prevalse il mal consiglio. L’otre
Fu preso, e sciolto; e immantinente tutti
Con furia ne scoppiâr gli agili venti.
La subitana orribile procella
Li rapìa dalla patria, e li portava
Sospirosi nell’alto. Io, cui l’infausto
Sonno si ruppe, rivolgea nell’alma,
Se di poppa dovessi in mar lanciarmi,
O soffrir muto, e rimaner tra i vivi.
71Soffrii, rimasi: ma, coverto il capo,
Giù nel fondo io giacea, mentre le navi,
Che i compagni di lutto empieano indarno,
Ricacciava in Eolia il fiero turbo.
Scendemmo a terra, acqua attignemmo, e a mensa
Presso le navi ci adagiammo. Estinta
Del cibarsi, e del ber l’innata voglia,
Io con un de’ compagni, e con l’araldo,
M’inviai d’Eolo alla magion superba;
E tra la dolce sposa, e i figli cari
81Banchettante il trovai. Sul limitare
Sedevam della porta. Alto stupore
Mostraro i figli, e con parole alate,
Ulisse, mi dicean, come venistu?
Qual t’assalì Demone avverso? Certo
Cosa non fu da noi lasciata indietro,
Perchè alla patria, e al tuo palagio, e ovunque
Ti talentasse più, salvo giungessi.
Ed io con petto d’amarezza colmo:
Tristi compagni, e un sonno infausto a tale
91Condotto m’hanno. Or voi sanate, amici,
Che il potete, tal piaga. In questa guisa
Le anime loro io raddolcir tentai.
Quelli ammutiro. Ma il crucciato padre,
Via, rispose, da questa isola, e tosto,
O degli uomini tutti il più malvagio:
Chè a me nè accor, nè rimandar con doni
Lice un mortal, che degli Eterni è in ira.
Via, poichè l’odio lor qua ti condusse.
Così Eolo sbandia me dal suo tetto,
101Che de’ gemiti miei tutto sonava.
Mesti di nuovo prendevam dell’alto:
Ma si stancavan di lottar con l’onda,
Remigando, i compagni, e del ritorno
Moria la speme ne’ dogliosi petti.
Sei dì navigavamo, e notti sei;
E col settimo Sol della sublime
Città di Lamo dalle larghe porte,
Di Lestrigonia, pervenimmo a vista.
Quivi pastor, che a sera entra col gregge,
111Chiama un altro, che fuor con l’armento esce.
Quivi uomo insonne avria doppia mercede,
L’una pascendo i buoi, l’altra le agnelle
Dalla candida lana: sì vicini
Sono il diurno, ed il notturno pasco.
Bello, ed ampio n’è il porto: eccelsi scogli
Cerchianlo d’ogni parte, e tra due punte,
Che sporgon fuori, e ad incontrar si vanno,
S’apre un’angusta bocca. I miei compagni,
Che nel concavo porto a entrar fur pronti,
121Propinque vi tenean le ondivaganti
Navi, e avvinte tra lor; quando nè grande
Vi s’alza mai, nè picciola onda, e sempre
Una calma vi appar tacita, e bianca.
Io sol rimasi col naviglio fuori,
Che al sasso estremo con intorta fune
Raccomandai: poi, su la rupe asceso,
Quanto si discopria, mirava intorno.
Lavor di bue non si scorgea, nè d’uomo:
Sol di terra salir vedeasi un fumo.
131Scelgo allor due compagni, e con l’araldo
Màndoli a investigar, quali l’ignota
Terra produce abitatori e nutre.
La via diritta seguitâr, per dove
I carri conduceano alla cittade
Dagli alti monti la troncata selva;
E s’abbattero a una real fanciulla,
Del Lestrigone Antifate alla figlia.
Che del fonte d’Artacia, onde costuma
Il cittadino attignere, in quel punto
141Alle pure scendea linfe d’argento.
Le si fero da presso, e chi del loco
Re fosse, e su qual gente avesse impero,
La domandaro; ed ella pronta l’alto
Loro additò con man tetto del padre.
Tocco ne aveano il limitare appena,
Che femmina trovâr di sì gran mole,
Che rassembrava una montagna; e un gelo
Si sentiro d’orror correr pel sangue.
Costei di botto Antifate chiamava
151Dalla pubblica piazza, il rinomato
Marito suo, che disegnò lor tosto
Morte barbara, e orrenda. Uno afferronne,
Che gli fu cena: gli altri due con fuga
Precipitosa giunsero alle navi.
Di grida la cittade intanto empiea
Antifate. I Lestrigoni l’udiro,
E accorrean chi da un lato, e chi dall’altro,
Forti di braccio, in numero infiniti,
E giganti alla vista. Immense pietre
161Così dai monti a fulminar si diero,
Che d’uomini spiranti, e infranti legni
Sorse nel porto un suon tetro, e confuso.
Ed alcuni infilzati eran con l’aste,
Quali pesci guizzanti, e alle ferali
Mense future riserbati. Mentre
Tal seguìa strage, io, sguainato il brando,
E la fune recisa, a’ miei compagni
Dar di forza nel mar co’ remi ingiunsi,
Se il fuggir morte premea loro; e quelli
171Di tal modo arrancavano, che i gravi
Massi, che piovean d’alto, il mio naviglio
Lietamente schivò: ma gli altri tutti
Colà restaro sfracellati e spersi.
Contenti dello scampo, e in un dogliosi
Per li troppi compagni in sì crudele
Guisa periti, navigammo avanti,
E su l’isola Eéa sorgemmo, dove
Circe, Diva terribile, dal crespo
Crine, e dal dolce canto, avea soggiorno.
181Suora germana del prudente Eeta,
Dal Sole aggiornator nacque, e da Persa
Dell’antico Oceàn figliuola illustre.
Taciti a terra ci accostammo, entrammo,
Non senza un Dio, che ci guidasse, il cavo
Porto, e sul lido uscimmo; e qui due giorni
Giacevamo, e due notti, il cor del pari
La stanchezza rodendoci, e la doglia.
Come recato ebbe il dì terzo l’Alba,
Io, presa l’asta, ed il pungente brando,
191Rapidamente andai sovra un’altezza,
Se d’uomo io vedessi opra, o voce udissi.
Fermato il piè su la scoscesa cima,
Scôrsi un fumo salir d’infra una selva
Di querce annose, che in un vasto piano
Di Circe alla magion sorgeano intorno.
Entrar disposi senza indugio in via,
E il paese cercar: poi, ripensando,
Al legno in vece rivoltare i passi,
Cibo dare ai compagni, e alcuni prima
201A esplorare inviar, mi parve il meglio.
Già tra la nave, e me poco restava:
Quando ad un de’ Celesti, in cui pietade
Per quella solitudine io destai,
Grosso, ed armato di ramose corna
Drizzare alla mia volta un cervo piacque.
Spinto dal Sole, che il cuocea co’ raggi,
De’ paschi uscia della foresta, e al fiume
Scendea con labbra sitibonde; ed io
Su la spina lo colsi a mezzo il tergo
211Sì, che tutto il passò l’asta di rame.
Nella polve cadè, mandando un grido,
E via ne volò l’alma. Accorsi, e, il piede
Pontando in esso, dalla fonda piaga
Trassi il cerro sanguigno, ed il sanguigno
Cerro deposi a terra: indi virgulti
Divelsi, e giunchi, attorcigliaili, fune
Sei spanne lunga ne composi, e i morti
Piedi ne strinsi dell’enorme fera.
Al fin sul collo io la mi tolsi, e mossi,
221Su la lancia poggiandomi, al naviglio:
Chè mal potuto avrei sovra una sola
Spalla portar così sformata belva.
Presso la nave scaricaila; e ratto
Con soavi parole i miei compagni,
A questo rivolgendomi, ed a quello,
Così tentai rianimare: Amici,
Prima del nostro dì d’Aide alle porte
Non calerem, benchè ci opprima il duolo.
Su, finchè cibo avemo, avem licore,
231Non mettiamli in obblio; nè all’importuna
Fame lasciamci consumar di dentro.
Quelli, ubbidendo alle mie voci, usciro
Delle latebre loro, e, in riva al mare,
Che frumento non genera, venuti,
Stupian del cervo. Sì gran corpo egli era!
E come sazj del mirarlo furo,
Ne apparecchiaro non vulgar convito,
Sparse prima di chiara onda le palme.
Così tutto quel dì sino all’Occaso
241Di carne opima, e di fumoso vino
L’alma riconfortammo: il Sol caduto,
E comparse le tenebre, nel sonno
Ci seppellimmo al mormorio dell’onde.
Ma sorta del mattin la rosea figlia,
Tutti io raccolsi a parlamento, e dissi:
Compagni, ad onta di guai tanti, udite.
Qui, d’onde l’Austro spira, o l’Aquilone,
E in qual parte il Sole alza, in qual dechina,
Noto non è. Pur consultare or vuolsi,
251Qual consiglio da noi prender si debba,
Se v’ha un consiglio: di che forte io temo.
Io d’in su alpestre poggio isola vidi
Cinta da molto mar, che bassa giace,
E nel cui mezzo un nereggiante fumo
D’infra un bosco di querce al ciel si volve.
Rompere a questo si sentiro il core,
D’Antifate membrando, e del Ciclope
La ferocia, i misfatti, e le nefande
Della carne dell’uom mense imbandite.
261Strida metteano, e discioglieansi in pianto.
Ma del pianto che pro? che delle strida?
Tutti in due schiere uguali io li divisi,
E diedi ad ambo un Duce: all’una il saggio
Euriloco, e me all’altra. Indi nel cavo
Rame dell’elmo agitavam le sorti,
Ed Euriloco uscì, che in via si pose
Senza dimora. Ventidue compagni,
Lagrimando, il seguian; nè affatto asciutte
Di noi, che rimanemmo, eran le guance.
271Edificata con lucenti pietre
Di Circe ad essi la magion s’offerse,
Che vagheggiava una feconda valle.
Montani lupi, e leon falbi, ch’ella
Mansuefatti avea con sue bevande,
Stavano a guardia del palagio eccelso,
Nè lor già s’avventavano; ma in vece
Lusingando scotean le lunghe code,
E su l’anche s’ergeano. E quale i cani
Blandiscono il signor, che dalla mensa
281Si leva, e ghiotti bocconcelli ha in mano:
Tal quelle di forte unghia orride belve
Gli ospiti nuovi, che smarriti al primo
Vederle s’arretraro, ivan blandendo.
Giunti alle porte, la Deessa udiro
Dai ben torti capei, Circe, che dentro
Canterellava con leggiadra voce,
Ed un’ampia tessea, lucida, fina,
Maravigliosa, immortal tela, e quale
Della man delle Dive uscir può solo.
291Polite allor, d’uomini capo, e molto
Più caro, e in pregio a me, che gli altri tutti,
Sciogliea tai detti: Amici, in queste mura
Soggiorna, io non so ben, se donna, o Diva,
Che, tele oprando, del suo dolce canto
Tutta fa risentir la casa intorno.
Voce mandiamo a lei. Disse, e a lei voce
Mandaro; e Circe di là tosto, ov’era,
Levossi, e aprì le luminose porte,
E ad entrare invitavali. In un groppo
301La seguian tutti incautamente, salvo
Euriloco, che fuor, di qualche inganno
Sospettando, restò. La Dea li pose
Sovra splendidi seggi; e lor mescea
Il Pramnio vino con rappreso latte,
Bianca farina, e mel recente; e un succo
Giungeavi esizïal, perchè con questo
Della patria l’obblio ciascun bevesse.
Preso, e votato dai meschini il nappo,
Circe batteali d’una verga, e in vile
311Stalla chiudeali: avean di porco testa,
Corpo, setole, voce; ma lo spirto
Serbavan dentro, qual da prima, integro.
Così rinchiusi, sospirando, furo:
Ed ella innanzi a lor del cornio i frutti
Gettava, e della rovere, e dell’elce,
De’ verri accovacciati usato cibo.
Nunzio verace dell’infausto caso
Venne rapido Euriloco alla nave.
Ma non potea per iterati sforzi
321La lingua disnodar: gonfi portava
Di pianto i lumi, e un vïolento duolo
L’alma gli percotea. Noi, figurando
Sventure nel pensier, con maraviglia
L’interrogammo; ed ei l’eccidio al fine
De’ compagni narrò: Nobile Ulisse,
Attraversato delle querce il bosco,
Come tu comandavi, eccoci a fronte
Magion construtta di politi marmi,
Che di mezzo a una valle alto s’ergea.
331Tessea di dentro una gran tela, e canto
Donna, o Diva, chi ’l sa? stridulo alzava.
Voce mandaro a lei. Levossi, e aperse
Le porte, e ne invitò. Tutti ad un corpo
Nella magion disavvedutamente
Seguianla: io no, che sospettai di frode.
Svaniro insieme tutti; e per istarmi
Lungo, ch’io feci, ad esplorare assiso,
Traccia d’alcun di lor più non m’apparve.
Disse; ed io grande alle mie spalle, e acuta,
341Spada d’argento bullettata appesi,
Appesi un valid’arco, e ingiunsi a lui,
Che innanzi per la via stessa mi gisse.
Ma Euriloco, i ginocchi ad ambe mani
Stringendomi, e piangendo, Ah! mal mio grado,
Con supplici gridò parole alate,
Là non guidarmi, o del gran Giove alunno,
Donde, non che altri ricondur, tu stesso
Ritornar non potrai. Fuggiam, fuggiamo
Senza indugio con questi, e la vicina
351Parca schiviam, finchè schivarla è dato.
Euriloco, io risposi, e tu rimanti,
Di carne, e vino a riempirti il ventre,
Lungo la nave. Io, cui severa stringe
Necessitate, andrò. Ciò detto, a tergo
La nave negra io mi lasciava, e il mare.
Già per le sacre solitarie valli
Della Maga possente all’alta casa
Presso io mi fea, quando Mercurio, il Nume,
Che arma dell’aureo caducéo la destra,
361In forma di garzone, a cui fiorisce
Di lanuggine molle il mento appena,
Mi venne incontro, e per la man mi prese,
E, Misero! diss’ei con voce amica,
Perchè ignaro de’ lochi, e tutto solo,
Muovi così per queste balze a caso?
Sono in poter di Circe i tuoi compagni,
E li chiudon, quai verri, anguste stalle.
Venistu forse a riscattarli? Uscito
Dell’immagine tua penso, che a terra
371Tu ancor cadrai. Se non che trarti io voglio
Fuor d’ogni storpio, e in salvo porti. Prendi
Questo mirabil farmaco, che il tristo
Giorno dal capo tuo storni, e con esso
Trova il tetto di Circe, i cui perversi
Consigli tutti io t’aprirò. Bevanda
Mista, e di succo esizïale infusa,
Colei t’appresterà: ma le sue tazze
Contra il farmaco mio nulla varranno.
Più oltre intendi. Come te la Diva
381Percosso avrà d’una sua lunga verga,
Tu cava il brando, che ti pende al fianco,
E, di ferirla in atto, a lei t’avventa.
Circe, compresa da timor, sue nozze
T’offrirà pronta: non voler tu il letto
Della dea ricusare, acciò ti sciolga
Gli amici, e amica ti si renda. Solo
Di giurarti costringila col grande
Degl’immortali Dei giuro, che nulla
Più non sarà per macchinarti a danno:
391Onde, poichè t’avrà l’armi spogliate,
Del cor la forza non ti spogli ancora.
Finito il ragionar, l’erba salubre
Porsemi già dal suol per lui divelta,
E la natura divisonne: bruna
N’è la radice; il fior bianco di latte;
Moli i Numi la chiamano: resiste
Alla mano mortal, che vuol dal suolo
Staccarla; ai Dei, che tutto ponno, cede.
Detto, dalla boscosa isola il nume
401Alle pendici dell’Olimpo ascese;
Ed io ver Circe andai: ma di pensieri
In gran tempesta m’ondeggiava il core.
Giunto alla Diva dalle belle trecce,
La voce alzai dall’atrio. Udimmi, e ratta
Levossi, e aprì le luminose porte,
E m’invitava: io la seguia non lieto.
Sovra un distinto d’argentini chiovi
Seggio a grand’arte fatto, e vago assai,
Mi pose: lo sgabello i piè reggea.
411Quindi con alma, che pensava mali,
La mista preparommi in aureo nappo
Bevanda incantatrice, ed io la presi
Dalla sua mano, e bebbi; e non mi nocque.
Però in quel che la Dea me della lunga
Verga percosse, e, Vanne, disse, e a terra
Co’ tuoi compagni nella stalla giaci,
Tirai dal fianco il brando, e contra lei,
Di trafiggerla in atto, io mi scagliai.
Circe, mandando una gran voce, corse
421Rapida sotto il colpo, e le ginocchia
Con le braccia afferrommi, e queste alate
Parole mi drizzò, non senza pianto:
Chi sei tu? donde sei? la patria dove?
Dove i parenti a te? Stupor m’ingombra,
Che l’incanto bevuto in te non possa,
Quando io non vidi, cui passasse indarno
Per la chiostra de’ denti il mio veleno.
Certo un’anima invitta in petto chiudi.
Sarestu forse quel sagace Ulisse,
431Che Mercurio a me sempre iva dicendo
Dover d’Ilio venir su negra nave?
Per fermo sei. Nella vagina il brando
Riponi, e sali il letto mio: dal core
D’entrambi ogni sospetto amor bandisca.
Circe, risposi, che da me richiedi?
Io cortese ver te, che in sozze belve
Mi trasformasti gli uomini? Rivolgi
Tacite frodi entro te stessa; ed io
La tua penetrerò stanza secreta,
441Onde, poichè m’avrai l’armi spogliate,
Del cor la forza tu mi spogli ancora?
No, se non giuri prima, e con quel grande
Degl’immortali Dei giuro, che nulla
Più non sarai per macchinarmi a danno.
Dissi; e la Dea giurò. Di Circe allora
Le belle io salsi maritali piume.
Quattro serviano a lei nel suo palagio
Di quelle Ninfe, che dai boschi nate
Sono, o dai fonti liquidi, o dai sacri,
451Che devolvonsi al mar, rapidi fiumi.
L’una gittava su i politi seggi
Bei tappeti di porpora, cui sotto
Bei tappeti mettea di bianco lino:
L’altra mense d’argento innanzi ai seggi
Spiegava, e d’oro v’imponea canestri:
Mescea la terza nell’argentee brocche
Soavissimi vini, e d’auree tazze
Copria le mense: ma la quarta il fresco
Fonte recava, e raccendea gran fuoco
461Sotto il vasto treppiè, che l’onda cape.
Già fervea questa nel cavato bronzo,
E me la Ninfa guidò al bagno, e l’onda
Pel capo mollemente, e per le spalle
Spargermi non cessò, ch’io mi sentii
Di vigor nuovo rifiorir le membra.
Lavato, ed unto di licor d’oliva,
E di tunica, e clamide coverto,
Sovra un distinto d’argentini chiovi
Seggio a grand’arte fatto, e vago assai,
471Mi pose: lo sgabello i piè reggea.
E un’altra Ninfa da bel vaso d’oro
Purissim’acqua nel bacil d’argento
Mi versava, e stendeami un liscio desco,
Che di candido pane, e di serbate
Dapi a fornir la dispensiera venne.
Cíbati, mi dicea la veneranda
Dispensiera, ed instava; ed io, d’ogni esca
Schivo, in altri pensieri, e tutti foschi,
Tenea la mente, pur sedendo, infissa.
481Circe, ratto che avvidesi, ch’io mesto
Non mi curava della mensa punto,
Con queste m’appressò voci sul labbro:
Perchè così, qual chi non ha favella,
Siedi, Ulisse, struggendoti, e vivanda
Non tocchi, nè bevanda? In te sospetto
S’annida forse di novello inganno?
Dopo il mio giuramento a torto temi.
Ed io: Circe, qual mai retto uomo e saggio
Vivanda toccheria prima, o bevanda,
491Che i suoi vedesse riscattati, e salvi?
Fa, che liberi io scorga i miei compagni,
Se vuoi, che della mensa io mi sovvegna.
Circe uscì tosto con in man la verga,
E della stalla gl’infelici trasse,
Che di porci novenni avean l’aspetto.
Tutti le stavan di rincontro; e Circe,
D’uno all’altro passando, un prezïoso
Sovra lor distendea benigno unguento.
Gli odiati peli, che la tazza infesta
501Produsse, a terra dalle membra loro
Cadevano; e ciascun più, che non era,
Grande apparve di corpo, e assai più fresco
D’etade in faccia, e di beltà più adorno.
Mi ravvisò ciascuno, ed afferrommi
La destra; e un così tenero, e sì forte
Compianto si levò, che la magione
Ne risonava orrendamente, e punta
Sentiasi di pietà la stessa Maga.
Ella, standomi al fianco, O sovrumano
511Di Laerte figliuol, provvido Ulisse,
Corri, diceami, alla tua nave, e in secco
La tira, e cela nelle cave grotte
Le ricchezze, e gli arnesi: indi a me torna,
E i diletti compagni adduci teco.
M’entrò il suo dir nell’alma. Al lido io corsi,
E i compagni trovai, che appo la nave
Di lagrime nutriansi, e di sospiri.
Come, se riedon le satolle vacche
Dai verdi prati al rusticale albergo,
521I vitelli saltellano, e alle madri,
Che più serraglio non ritienli, o chiostra,
Con frequente muggir corrono intorno:
Così con pianto a me, vistomi appena,
Intorno s’aggiravano i compagni,
E quei mostravan su la faccia segni,
Che vi si scorgerian, se il dolce nido,
Dove nacquero, e crebbero, se l’aspra
Itaca avesser tocca. O, lagrimando
Dicean, di Giove alunno, una tal gioja
531Sarebbe a stento in noi, se ci accogliesse
D’Itaca il porto. Ma, su via, l’acerbo
Fato degli altri raccontar ti piaccia.
Ed io con dolce favellar: La nave
Si tiri in secco, e nelle cave grotte
Le ricchezze si celino, e gli arnesi.
Poi seguitemi in fretta; ed i compagni
Nel tetto sacro dell’illustre Circe
Vedrete assisi ad una mensa, in cui
Di là d’ogni desio la copia regna.
541Pronti obbediro. Ripugnava Euriloco
Solo, ed or questo m’arrestava, or quello,
Gridando, Sventurati, ove ne andiamo?
Qual mai vi punge del disastro sete,
Che discendiate alla Maliarda, e vôlti
Siate in leoni, in lupi, o in sozzi verri,
Il suo palagio a custodir dannati?
L’ospizio avrete del Ciclope, quando
Calaro i nostri nella grotta, e questo
Prode Ulisse guidavali, di cui
551Morte ai miseri fu lo stolto ardire.
Così Euriloco; ed io la lunga spada
Cavar pensai della vagina, e il capo
Dal busto ai piè sbalzargli in su la polve,
Benchè vincol di sangue a me l’unisse.
Ma tutti quinci riteneanmi, e quindi
Con favella gentil: Di Giove alunno,
Costui sul lido, se ti piace, in guardia
Della nave rimangasi, e alla sacra
Magion noi guida. Detto ciò, dal mare
561Meco venian, nè restò quegli indietro:
Tanto della minaccia ebbe spavento.
Cura prendeasi Circe in questo mezzo
Degli altri, che lavati, unti, e di buone
Tuniche cinti, e di bei manti furo.
Seduti a mensa li trovammo. Come
Si sguardaro l’un l’altro, e sul passato
Con la mente tornaro, in pianti, e in grida
Davano; e ne gemean pareti, e volte.
M’appressò allora, e mi parlò in tal guisa
571L’inclita tra le Dive: O di Laerte
Gran prole, o ricco di consigli Ulisse,
Modo al dirotto lagrimar si ponga.
Noto è a me pur, quanti nel mar pescoso
Duraste affanni, e so le crude offese,
Che vi recaro in terra uomini ostili.
Su via, gioite omai, finchè nel petto
Vi rinasca l’ardir, ch’era in voi, quando
Itaca alpestre abbandonaste in prima.
Bassi or gli spirti avete, e freddo il sangue,
581Per la memoria de’ viaggi amari
Nelle menti ancor viva, e l’allegrezza
Disimparaste tra cotanti guai.
Agevolmente ci arrendemmo. Quindi
Pel continuo rotar d’un anno intero
Giorno non ispuntò, che a lauta mensa
Me non vedesse, e i miei compagni in festa.
Ma rivolto già l’anno, e le stagioni
Tornate in sè col varïar de’ mesi,
Ed il cerchio dei dì molti compiuto,
591I compagni, traendomi in disparte,
Infelice! mi dissero, del caro
Cielo nativo, e delle avite mura
Non ti rammenterai, se vuole il fato,
Che in vita tu rimanga, e le rivegga?
Sano avviso mi parve. Il Sol caduto,
E coverta di tenebre la terra,
Quei si corcaro per le stanze; ed io,
Salito il letto a maraviglia bello
Di Circe, supplichevoli drizzai
601Alla Dea, che m’udì, queste parole:
Attiemmi, o Circe, le impromesse, e al caro
Rendimi natio ciel, cui sempre vola,
Non pure il mio, ma de’ compagni il core,
De’ compagni, che stanno a me d’intorno,
Sempre che tu da me t’apparti, e tutta
Con le lagrime lor mi struggon l’alma.
O di Laerte sovrumana prole,
La Dea rispose, ritenervi a forza
Io più oltre non vo’. Ma un’altra via
611Correre in prima è d’uopo: è d’uopo i foschi
Di Pluto, e di Proserpina soggiorni
Vedere in prima, e interrogar lo spirto
Del Teban vate, che, degli occhi cieco,
Puro conserva della mente il lume;
Di Tiresia, cui sol diè Proserpina
Tutto portar tra i morti il senno antico.
Gli altri non son, che vani spettri, ed Ombre.
Rompere il core io mi sentii. Piagnea,
Su le piume giacendomi, nè i raggi
621Volea del Sol più rimirare. Al fine,
Poichè del pianger mio, del mio voltarmi
Su le piume io fui sazio, Or qual, ripresi,
Di tal viaggio sarà il Duce? All’Orco
Nessun giunse finor su negra nave.
Per difetto di guida, ella rispose,
Non t’annojar. L’albero alzato, e aperte
Le tue candide vele, in su la poppa
T’assidi, e spingerà Borea la nave.
Come varcato l’Oceáno avrai,
631Ti appariranno i bassi lidi, e il folto
Di pioppi eccelsi, e d’infecondi salci
Bosco di Proserpína: a quella piaggia,
Che l’Oceán gorghiprofondo batte,
Ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.
Rupe ivi s’alza, presso cui due fiumi
S’urtan tra lor romoreggiando, e uniti
Nell’Acheronte cadono: Cocito,
Ramo di Stige, e Piriflegetonte.
Appréssati alla rupe, ed una fossa,
641Che un cubito si stenda in lungo, e in largo,
Scava, o prode, tu stesso; e mel con vino,
Indi vin puro, e limpidissim’onda,
Vérsavi, a onor de’ trapassati, intorno,
E di bianche farine il tutto aspergi.
Poi degli estinti prega i frali, e vôti
Capi, e prometti lor, che nel tuo tetto,
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell’armento fiore,
Lor sagrificherai, di doni il rogo
651Riempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerai nerissimo arïete,
Che della greggia tua pasca il più bello.
Compiute ai Mani le preghiere, uccidi
Pecora bruna, ed un monton, che all’Orco
Volgan la fronte: ma converso tieni
Del fiume alla corrente in quella il viso.
Molte Ombre accorreranno. A’ tuoi compagni
Le già sgozzate vittime, e scojate
Mettere allor sovra la fiamma, e ai Numi,
661Al prepotente Pluto, e alla tremenda
Proserpina drizzar voti comanda.
E tu col brando sguainato siedi,
Nè consentir, che anzi, che parli al vate,
I Mani al sangue accostinsi. Repente
Il profeta verrà, Duce di genti,
Che sul vïaggio tuo, sul tuo ritorno
Pel mar pescoso alle natie contrade
Ti darà, quanto basta, indizio e lume.
Così la Diva; e d’in su l’aureo trono
671L’Aurora comparì. Tunica e manto
Circe stessa vestimmi; a sè ravvolse
Bella, candida, fina, ed ampia gonna,
Si strinse al fianco un’aurea fascia, e un vago
Su i ben torti capei velo s’impose.
Ma io, passando d’una in altra stanza,
Confortava i compagni, e ad uno ad uno
Con molli detti gli abbordava: Tempo
Non è più da sfiorare i dolci sonni.
Partiamo, e tosto. Il mi consiglia Circe.
681Si levaro, e obbediro. Ahi che nè quinci
Mi si concesse ricondurli tutti!
Un Elpenore v’era, il qual d’etate
Dopo gli altri venia, poco nell’armi
Forte, nè troppo della mente accorto.
Caldo del buon licore, onde irrigossi,
Si divise dagli altri, ed al palagio
Mi si corcò, per rinfrescarsi, in cima.
Udito il suon della partenza, e il moto,
Riscossesi ad un tratto, e, per la lunga
691Scala di dietro scendere obbliando,
Mosse di punta sovra il tetto, e cadde
Precipite dall’alto: il collo ai nodi
Gli s’infranse, e volò l’anima a Dite.
Ragunatisi i miei, Forse, io lor dissi,
Alle patrie contrade andar credete.
Ma un altro pria la venerabil Diva
Ci destinò cammin, che ai foschi regni
Di Pluto, e di Proserpina conduce,
Per quivi interrogar del rinomato
701Teban Tiresia l’indovino spirto.
Duol mortale gli assalse a questi detti.
Piangeano, e fermi rimanean lì lì,
E la chioma stracciavansi: ma indarno
Lo strazio della chioma era, ed il pianto.
Mentre al mar tristi tendevamo, e spesse
Lagrime spargevam, Circe, che in via
Pur s’era posta, alla veloce nave
Legò la bruna pecora, e il montone.
Ci oltrepassò, che non ce ne avvedemmo,
711Con piè leggiero. Chi potria de’ Numi
Scorgere alcun, che qua, o là si mova,
Quando dall’occhio uman voglion celarsi?
Testo dell’Odissea nella traduzione di Ippolito Pindemonte da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Analisi e commento del libro X
Il libro X è il libro delle occasioni perdute e delle seconde possibilità. Ulisse vede Itaca, così vicina da distinguere i fuochi dei pastori, e la perde per un attimo di sonno. Poi perde undici navi su dodici. Poi rischia di perdere i compagni rimasti, trasformati in porci. E tuttavia alla fine del libro ha di nuovo una strada, anche se passa per il regno dei morti.
L’episodio di Eolo è amarissimo. L’otre dei venti è un dono perfetto: con lo Zefiro alle spalle, in nove giorni sono a casa. Ulisse tiene il timone da solo, senza dormire, per tutto il viaggio. Proprio quando la terra è in vista, crolla. I compagni, gelosi, pensano che il re dei venti gli abbia dato oro e argento, e che lui non voglia dividerlo. Aprono l’otre. Il dettaglio psicologico è finissimo: non è avidità pura, è il risentimento di chi torna a mani vuote dopo dieci anni di guerra.
I Lestrigoni sono un’altra versione dei Ciclopi, ancora più spaventosa. Una ragazza che prende l’acqua alla fonte indica agli esploratori la casa del padre, il re Antifate. La moglie del re è alta come una montagna. Il re afferra subito un uomo e lo mangia. Poi i giganti lanciano massi sulle navi chiuse nel porto e infilzano gli uomini come pesci. Solo Ulisse, che aveva ormeggiato fuori dal porto, si salva. Ancora una volta la sua prudenza fa la differenza.
Circe è un personaggio complesso. Vive in un palazzo nel bosco, circondata da lupi e leoni ammansiti, canta mentre tesse. Accoglie i compagni con gentilezza e poi li trasforma in porci, che però conservano la mente umana: piangono nei porcili. È un’immagine inquietante, che molti hanno letto come una metafora della degradazione dell’uomo che si abbandona ai piaceri. Ma l’Odissea non insiste su questa lettura. Le interessa di più il confronto tra Circe e Ulisse.
Il confronto è guidato da Ermes, che appare come un giovane e dà a Ulisse il moly, un’erba dalla radice nera e dal fiore bianco come il latte, difficile da strappare per gli uomini. Con quella Ulisse beve la pozione senza danni, sguaina la spada e Circe si getta ai suoi piedi. Capisce subito: tu sei Ulisse, Ermes me lo aveva predetto. Da nemica diventa alleata. Il rovesciamento è rapido, quasi da favola.
Il libro si chiude con due momenti di grande umanità. Il primo è la reazione dei compagni quando tornano uomini: piangono, e piange anche Circe. Poi, dopo un anno, sono loro a ricordare a Ulisse il ritorno. Il secondo è la morte di Elpenore, il più giovane, “non molto valoroso né saggio”, che aveva dormito sul tetto per il fresco e cade svegliandosi di colpo. Nessuno se ne accorge. Lo ritroveremo nel libro XI, primo tra le ombre.
Un passo da vicino
Se vuoi, che della mensa io mi sovvegna.
Circe uscì tosto con in man la verga,
E della stalla gl’infelici trasse,
Che di porci novenni avean l’aspetto.
Tutti le stavan di rincontro; e Circe,
D’uno all’altro passando, un prezïoso
Sovra lor distendea benigno unguento.
Gli odiati peli, che la tazza infesta
Produsse, a terra dalle membra loro
Cadevano; e ciascun più, che non era,
Grande apparve di corpo, e assai più fresco
D’etade in faccia, e di beltà più adorno.Odissea, libro X, vv. 493-504, trad. di I. Pindemonte
È il momento in cui Circe, ormai vinta, ridà forma umana ai compagni. Il testo segue la scena come un rituale: Circe esce con la verga in mano, apre la stalla, ne fa uscire gli “infelici” che hanno l’aspetto di “porci novenni”, cioè di nove anni, ben cresciuti. Stanno in fila davanti a lei. Circe passa dall’uno all’altro e li unge con un unguento “benigno”. Gli “odiati peli” cadono dalle membra. Il verbo “cadere” e l’aggettivo “odiati” fanno sentire il sollievo della trasformazione. I versi successivi raccontano che i compagni tornano uomini più giovani, più belli e più alti di prima, e che riconoscono Ulisse e piangono. Pindemonte rende bene la lentezza del rito, con frasi lunghe e ordinate. Il passo mostra che la magia, nell’Odissea, non è solo pericolo. Può anche restituire, e perfino migliorare, ciò che aveva tolto.
Domande per il ripasso
- Perché i compagni aprono l’otre di Eolo?
- Come Ulisse si salva dalla magia di Circe?
- Che cosa deve fare Ulisse prima di poter tornare a casa?
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