«Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli»: così Vittorio Alfieri riassume sé stesso nella lettera a Ranieri de’ Calzabigi. Chi studia Alfieri deve partire da questa volontà ostinata, perché è il motore della sua vita e del suo teatro.
Vittorio Alfieri (1749-1803) è il maggiore autore tragico del Settecento italiano. Le opere da ricordare sono le tragedie Saul e Mirra, il trattato politico Della tirannide, l’autobiografia Vita di Vittorio Alfieri da Asti e le Rime. Tutto ruota intorno a tre nuclei: l’odio per la tirannide, la passione per la libertà individuale, un io eroico e tormentato che guarda già verso la sensibilità romantica.
Le opere di Vittorio Alfieri in ordine
Alfieri ha scritto molto e in pochi anni, quasi tutto tra il 1775 e il 1790. Per orientarvi, ecco le opere principali con le date essenziali.
- Cleopatra (1775), la prima tragedia, rappresentata a Torino e poi rinnegata dall’autore
- le tragedie della libertà e della tirannide, ideate tra il 1775 e il 1782: Filippo, Antigone, Virginia, Oreste, La congiura de’ Pazzi, Timoleone
- Della tirannide (scritto nel 1777, stampato nel 1789) e Del principe e delle lettere (1778-1786)
- Saul (1782), forse il suo capolavoro, con il re biblico in lotta contro Dio e contro sé stesso
- Mirra (1784-1786), la tragedia della passione colpevole che non si può confessare
- l’edizione completa delle tragedie, stampata a Parigi da Didot tra il 1787 e il 1789
- le Rime (1789) e il Misogallo (1793-1798), contro la Francia rivoluzionaria
- la Vita scritta da esso, iniziata nel 1790, chiusa poco prima della morte e pubblicata nel 1806
Biografia
Un giovane nobile irrequieto
Nasce ad Asti il 16 gennaio 1749 in una famiglia nobile. Studia all’Accademia Reale di Torino, di cui più tardi darà un giudizio durissimo, e poi parte: per anni gira la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, la Germania, la Russia, la Spagna e il Portogallo. Lo spinge un’irrequietezza che lui stesso racconterà nella Vita. Dai viaggi riporta due immagini opposte: l’Inghilterra come modello di paese libero, la Prussia di Federico II come ritratto del dispotismo.
La scelta delle lettere
La svolta arriva con la scoperta della vocazione letteraria, che affronta con una disciplina quasi militare. Nel 1775 fa rappresentare a Torino la sua prima tragedia, Cleopatra. Sa di conoscere meglio il francese dell’italiano, e allora si trasferisce a lungo in Toscana per impadronirsi della lingua letteraria, studiando i classici italiani e latini. Per non dipendere dal re di Sardegna cede i suoi beni alla sorella in cambio di una rendita: un gesto che dice molto del suo bisogno di indipendenza.
Gli anni della maturità
Vive tra Torino, Roma, Firenze e Parigi, accanto a Louise Stolberg, contessa d’Albany, che gli resta vicina per gran parte della vita adulta. A Parigi cura l’edizione completa delle tragedie e vede scoppiare la Rivoluzione: prima la saluta con favore, poi ne condanna gli eccessi, e il Misogallo è il suo sfogo contro la Francia rivoluzionaria. Gli ultimi anni li passa soprattutto a Firenze, dove muore l’8 ottobre 1803. È sepolto in Santa Croce, in un monumento di Antonio Canova.
Nella sua autobiografia la vita diventa un percorso di autodisciplina e di conquista dell’indipendenza, ed è proprio questa l’immagine pubblica che Alfieri ha voluto lasciare di sé.
Che cos’è la tirannide
Nel trattato Della tirannide, scritto nel 1777 e pubblicato più tardi, Alfieri dà una definizione molto ampia: è tirannide ogni governo in cui chi comanda sta al di sopra delle leggi, quindi anche la monarchia assoluta. Davanti al tiranno l’uomo libero ha poche strade: la solitudine, il rifiuto, e nei casi estremi il suicidio o il tirannicidio. Nel Del principe e delle lettere aggiunge un corollario che lo riguarda da vicino: il letterato deve restare indipendente dal potere.
Come è fatta una tragedia alfieriana
Le tragedie considerate canoniche sono diciannove. Alfieri rispetta le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, riduce i personaggi all’essenziale e scrive un endecasillabo aspro, spezzato, volutamente lontano dalla musicalità del melodramma. Lo schema di partenza è lo scontro fra un tiranno e un eroe della libertà; nelle opere più riuscite, però, il conflitto si sposta dentro un solo personaggio.
Saul
Il vecchio re d’Israele è geloso del giovane Davide e si sente abbandonato da Dio. Alterna momenti di lucidità a crisi di follia, finché, sconfitto dai Filistei, si uccide. Saul è insieme tiranno e vittima: il nemico vero ce l’ha dentro. Scheda su Saul.
Mirra
Il soggetto viene dalle Metamorfosi di Ovidio. Mirra prova per il padre Ciniro una passione incestuosa che non osa confessare; il segreto la consuma, e quando finalmente lo rivela si toglie la vita. È la tragedia dello scontro fra desiderio e coscienza morale. Scheda su Mirra.
Le altre
Tra le altre tragedie ricordate almeno Filippo, Antigone, Oreste, Agamennone, Virginia, Maria Stuarda, Bruto primo e Bruto secondo.
La Vita e le Rime
La Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso è divisa per età (puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità) e racconta come un giovane nobile ozioso diventi poeta tragico. Le Rime seguono il modello di Petrarca e contengono autoritratti e riflessioni sul proprio carattere.
«Volli, e volli sempre»
La frase più citata di Alfieri viene dalla Lettera responsiva a Ranieri de’ Calsabigi: «volli, e volli sempre, e fortissimamente volli». Di solito la si usa per parlare della sua volontà ferrea. In origine si riferiva al suo modo di comporre le tragedie, e conviene ricordarlo all’interrogazione.
Le domande che vi faranno
Illuminista o preromantico?
Tutte e due le cose, ed è bene dirlo all’orale. Dell’Illuminismo condivide la lotta contro il dispotismo; l’individualismo eroico e passionale lo porta invece verso il Preromanticismo.
Che cosa c’entra con il Risorgimento?
Molto, anche se Alfieri muore prima. Le generazioni successive lessero il suo culto della libertà e dell’Italia come un’anticipazione degli ideali risorgimentali.
Quante tragedie ha scritto?
Diciannove sono quelle canoniche, pubblicate nell’edizione parigina curata da lui; a queste si aggiungono alcuni testi postumi.
Vita, tragedie, date
Vittorio Alfieri nasce ad Asti il 16 gennaio 1749 e muore a Firenze l’8 ottobre 1803. Tra queste due date la vita che racconta lui stesso non è un curriculum. È una conversione alle lettere. Fino al 1775 è un nobile che viaggia e si annoia. Poi, a Torino, fa recitare Cleopatra e decide che scriverà tragedie. La formula che conoscete, dalla lettera a Ranieri de’ Calzabigi, non è un verso di Saul: «Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli». È il modo in cui ha voluto essere ricordato.
Le tragedie che lui considerava finite sono diciannove, stampate a Parigi da Didot tra il 1787 e il 1789, sotto il suo controllo. Prima di quell’edizione c’è il decennio di lavoro. Non sono tutte «tragedie della libertà», e all’orale si perde un punto se le si chiama così in blocco.
C’è il gruppo politico. Filippo, ideato nel 1775 e poi riscritto, mette Filippo II contro il figlio Carlos: il tiranno non alza la voce, lavora di sospetto. Virginia, composta nel 1777, prende Livio. Il padre uccide la figlia per sottrarla ad Appio Claudio. Il gesto sta ancora fuori dal personaggio, come una sentenza da eseguire. Antigone, Oreste, La congiura de’ Pazzi, Timoleone e i due Bruti restano su questa corda, con differenze che non serve schiacciare in una formula sola.
Poi il baricentro entra nell’animo. Saul è del 1782. Il re non è solo il persecutore di Davide: è un uomo che Dio ha lasciato, e che passa dalla tenerezza al furore nella stessa scena. Mirra, composta tra il 1784 e il 1786, non ha un tiranno in scena. Ha una passione che non si può dire. Se vi chiedono «Alfieri» e avete tempo per un solo testo, scegliete Saul e dite questa differenza. Nelle prime tragedie il male è un re. Nelle ultime è dentro chi parla.
A Firenze, in Santa Croce, è sepolto nel monumento di Canova. Foscolo, nei Sepolcri, lo mette tra le tombe che accendono chi resta: «e a questi marmi / venne spesso Vittorio ad ispirarsi». Alfieri era morto da pochi anni quando il carme uscì, nel 1807. La Vita scritta da esso, cominciata nel 1790, uscì postuma nel 1806. Non è un certificato di ogni viaggio. È il libro in cui il poeta si costruisce la statua: il giovane dissipato, la rinuncia ai beni ceduti alla sorella in cambio di una rendita, l’odio per le corti. Va letta come un’opera.
Le date da non scambiare, se la domanda è secca: 1749 Asti, 1775 Cleopatra, 1777 Della tirannide (a stampa solo nel 1789), 1782 Saul, 1787-89 le tragedie da Didot, 1803 Firenze, 1806 la Vita. Il quadro del secolo, con Goldoni e Parini, è nella pagina sull’Illuminismo italiano.
Alfieri letto dai testi, non dal riassunto
Una biografia di Alfieri si impara in mezz’ora. Quello che fa la differenza, in verifica, è saper portare un esempio. Ne bastano tre, presi da tre opere diverse.
Il sonetto in cui si guarda allo specchio
Nelle Rime c’è un autoritratto che comincia così: «Sublime specchio di veraci detti, / mostrami in corpo e in anima qual sono». Lo specchio non è quello di vetro. Sono le parole vere, quelle che non adulano. Poi il sonetto passa in rassegna il corpo (capelli, fronte, occhi) e il carattere, con i suoi sbalzi: ira e dolcezza, superbia e malinconia. Per una domanda sull’individualismo alfieriano è l’esempio più comodo, perché l’io qui non si nasconde dietro un personaggio tragico. Parla di sé, e lo fa senza sconti.
Saul, il re che non regge più sé stesso
Nel terzo atto Davide canta per calmare Saul, e per un momento il vecchio re sembra tornare in pace. Dura poco: basta un accenno alla spada, al potere, e la gelosia riesplode. Questa oscillazione è la tragedia intera. Alla fine, con i Filistei ormai vicini e i figli morti, Saul si getta sulla propria spada. Muore da re, cioè da uomo che decide almeno la propria fine. Se all’interrogazione vi chiedono perché Saul sia diverso dalle prime tragedie, rispondete con questa scena: il tiranno non ha più un avversario esterno da odiare, ha soltanto sé stesso.
Mirra, la parola che non si può dire
Per quattro atti Mirra tace. Rifiuta le nozze con Pereo, si consuma, non spiega. Il segreto esce solo nel quinto atto, a frammenti, davanti al padre Ciniro; subito dopo la ragazza si uccide con la spada di lui. Il teatro di Alfieri qui fa una cosa nuova: la tensione non nasce da quello che i personaggi fanno, ma da quello che non riescono a pronunciare. Per questo Mirra piace tanto ai critici moderni.
Prima Parini, dopo Foscolo: dove sta Alfieri
Gli insegnanti amano la domanda di collegamento. Alfieri sta in mezzo a due nomi che dovete conoscere. Giuseppe Parini è di vent’anni più vecchio: illuminista moderato, critica i nobili dall’interno, con l’ironia. Alfieri è nobile lui stesso e non ironizza. Rifiuta, si ribella, si chiude nella propria grandezza. Ugo Foscolo, più giovane, raccoglie proprio questo: l’esule, l’uomo libero che non si piega, l’Italia sognata. Non è un caso che nei Sepolcri lo collochi in Santa Croce accanto a Machiavelli, Michelangelo e Galileo.
Detto in una frase da orale: Parini corregge la società, Alfieri la sfida, Foscolo ne fa un mito.
Tre errori che si sentono spesso
Il primo: dire che Alfieri è un illuminista e basta. Ne condivide l’odio per il dispotismo, ma la fede nel progresso e nelle riforme dall’alto gli è estranea; anzi, diffida dei sovrani «illuminati» quanto degli altri.
Il secondo: confondere la Vita con un diario. È un’autobiografia costruita, scritta a distanza di anni, in cui l’autore sceglie che cosa ricordare e come.
Il terzo riguarda la lingua. Alfieri era piemontese e da giovane parlava e scriveva soprattutto in francese. L’italiano letterario lo ha conquistato da adulto, studiando i classici in Toscana. Il suo verso duro, pieno di pause, viene anche da lì: è la lingua di chi l’ha dovuta forzare, non ereditare.
Come prepararlo
Tenete separate le notizie biografiche dalla lettura diretta dei testi: all’interrogazione conta saper dire che cosa succede in una scena, non solo dove viveva l’autore. Fissate tre cose: la definizione alfieriana di tirannide, la struttura essenziale delle tragedie e il conflitto interiore di Saul e di Mirra. Per inserirlo nel suo secolo leggete Goldoni, Parini e Alfieri nell’Illuminismo italiano.