Eneide, libro VIII: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro VIII: Evandro e lo scudo di Enea

Turno raccoglie gli alleati e chiede aiuto all’eroe greco Diomede. Enea, preoccupato, si addormenta sulla riva del Tevere; il dio del fiume, Tiberino, gli appare in sogno e gli indica di cercare l’alleanza di Evandro, un re arcade che vive sul Palatino in lotta con i Latini. Al risveglio Enea trova sulla riva una scrofa bianca con trenta porcellini, il segno annunciato da Eleno, e la sacrifica a Giunone. Risale il fiume e arriva a Pallanteo mentre Evandro celebra una festa in onore di Ercole. Evandro lo accoglie, ricordando di aver conosciuto da giovane Anchise, e racconta perché venerano Ercole: l’eroe li ha liberati dal mostro Caco, che rubava i buoi e li nascondeva in una caverna dell’Aventino. Poi accompagna Enea per il luogo dove un giorno sorgerà Roma: la rupe Tarpea, il Campidoglio coperto di boschi, il Foro dove pascolano le vacche. Ospita Enea nella sua povera casa. Intanto Venere chiede al marito Vulcano di forgiare armi per il figlio, e i Ciclopi si mettono al lavoro. All’alba Evandro consiglia a Enea di allearsi con gli Etruschi, che si sono ribellati al crudele re Mezenzio, e gli affida il figlio Pallante con duecento cavalieri. Mentre Enea è in viaggio, Venere gli porta le armi. Sullo scudo sono raffigurati episodi della storia romana, dalla lupa che allatta Romolo e Remo alla battaglia di Azio e al trionfo di Augusto.

Da ricordare

  • Evandro e Pallanteo mostrano la Roma prima di Roma: una città povera sui colli.
  • La storia di Ercole e Caco racconta il trionfo di un eroe civilizzatore su un mostro.
  • Pallante, affidato a Enea, diventerà il motivo della sua vendetta finale.
  • Lo scudo raffigura la storia di Roma fino ad Augusto, che Enea vede senza capirla.

Personaggi del libro

  • Enea.
  • Tiberino, dio del fiume.
  • Evandro, re arcade di Pallanteo, e il figlio Pallante.
  • Ercole e Caco, nel racconto.
  • Venere e Vulcano; i Ciclopi.
  • Sullo scudo: Romolo, Augusto, Antonio e Cleopatra.

Testo del libro VIII

Traduzione di Annibale Caro (pubblicata postuma nel 1581).

Poscia che di Laurento in su la ròcca
Fe Turno inalberar di guerra il segno,
E che guerra sonâr le roche trombe,
Spinti i carri e i destrieri, e l’armi scosse
Di Marte al tempio, incontinente i cuori
Si turbâr tutti, e tutto il Lazio insieme
Con súbito tumulto si ristrinse.
Fremessi, congiurossi, rassettossi
Ognun ne l’arme. I tre gran condottieri
Messápo, Ufente, e l’empio de’ celesti

11Dispregiator Mezenzio, usciro in prima.
Accolsero i sussidi; armâr gli agresti;
Spogliâr d’agricoltor le ville e i campi.
In Arpi a Dïomede si destina
Vènulo imbasciatore: e gli s’impone
Che soccorso gli chiegga, e che gli esponga
Quanto ciò de l’Italia e del suo stato
Torni a grand’uopo; con che gente Enea,
Con quale armata v’ha già posto il piede,
E fermo il seggio, e rintegrato il culto

21A’ suoi vinti Penati; come aspira
A questo regno, e come anco per fato,
E per retaggio del dardanio seme,
Lo si promette. Che perciò da molti
È già seguito, e ch’ogni giorno avanza
E di forze e di nome. Indi soggiunga:
Quel che ’l duce de’ Teucri in ciò disegni
E che miri e che tenti (se fortuna
Gli va seconda) a te via più ch’a Turno
Esser può manifesto, e ch’a Latino.

31Questi andamenti e queste trame allora
Correan per Lazio, e lo scaltrito eroe
Le sapea tutte, onde in un mare entrato
Di gran pensieri, or la sua mente a questo,
Or a quel rivolgendo in varie parti,
D’ogni cosa avea tèma e speme e cura.
Così di chiaro umor pieno un gran vaso,
Dal sol percosso, un tremulo splendore
Vibra ondeggiando, e rinfrangendo a volo
Manda i suoi raggi, e le pareti e i palchi

41E l’aura d’ogn’intorno empie di luce.
Era la notte, e già per ogni parte
Del mondo ogni animal d’aria e di terra
Altamente giacea nel sonno immerso,
Allor che ’l padre Enea, così com’era
Dal pensier de la guerra in ripa al Tebro
Già stanco e travagliato, addormentossi.
Ed ecco Tiberino, il dio del loco
Veder gli parve, un che già vecchio al volto
Sembrava. Avea di pioppe ombra d’intorno;

51Di sottil velo e trasparente in dosso
Ceruleo ammanto, e i crini e ’l fronte avvolto
D’ombrosa canna. E de l’ameno fiume
Placido uscendo, a consolar lo prese
In cotal guisa: Enea, stirpe divina,
Che Troia da’ nemici ne riporti
E la ravvivi e la conservi eterna;
O da me, da’ Laurenti e da’ Latini
Già tanto tempo a tanta speme atteso,
Questa è la casa tua, questo è secura-

61mente, non t’arrestare, il fatal seggio
Che t’è promesso. Le minacce e ’l grido
Non temer de la guerra. Ogn’odio, ogn’ira
Cessa già de’ celesti. E perchè ’l sonno
Credenza non ti scemi, ecco a la riva
Sei già del fiume, u’ sotto a l’elce accolta
Sta la candida troia con quei trenta
Candidi figli a le sue poppe intorno.
Questo fia dunque il segno e ’l tempo e ’l loco
Da fermar la tua sede. E questo è ’l fine

71De’ tuoi travagli: onde il tuo figlio Ascanio
Dopo trent’anni, il memorabil regno
Fonderà d’Alba, che così nomata
Fia dal candore e dal felice incontro
Di questa fera. E tutto adempirassi,
Ch’io ti predìco e t’è predetto avanti.
Or brevemente quel ch’oprar convienti,
Per uscir glorïoso e vincitore
Di questa guerra, ascolta. È di qui lunge
Non molto Evandro, un re che de l’Arcadia

81È qua venuto; e sopra a questi monti
Ha degli Arcadi suoi locato il seggio.
Il loco, da Pallante suo bisavo,
È stato Pallantèo da lui nomato;
Ed essi perchè son nel Lazio esterni,
Son nemici a’ Latini, ed han con loro
Perpetua guerra. A te fa di mestiero
Con lor confederarti, e per compagni
A questa impresa avergli. Io fra le ripe
Mie stesse incontro a l’acqua a la magione

91D’Evandro agevolmente condurrotti.
Déstati de la Dea pregiato figlio;
E come pria vedrai cader le stelle,
Porgi solennemente a la gran Giuno
Preghîere e voti; e supplicando vinci
De l’inimica Dea l’ira e l’orgoglio;
Ed a me, poi che vincitor sarai.
Paga il dovuto onore. Io sono il Tebro
Cerco da te, che qual tu vedi, ondoso
Rado queste mie rive, e fendo i campi

101De la fertile Ausonia, al cielo amico
Sovr’ogni fiume. Quel che qui m’è dato,
È ’l mio seggio maggiore; e fia che poscia
Sovr’ogni altra cittade il capo estolla.
Così disse, e tuffossi. Enea dal sonno
Si scosse; il giorno aprissi, ed ei col sole
Sorgendo insieme, al suo nascente raggio
Si volse umíle: e con le cave palme
De l’onda si spruzzò del fiume, e disse:
Ninfe laurenti, ninfe ond’hanno i fiumi

111L’umore e ’l corso; e tu con l’onde tue
Padre Tebro sacrato, al vostro Enea
Date ricetto, e da’ perigli omai
Lo liberate. Ed io da qual sia fonte,
Che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce
(Poichè tanta di me pietà ti stringe)
Sempre t’onorerò, sempre di doni
Ti sarò largo. O de l’esperid’onde
Superbo regnatore, amico e mite
Ne sia il tuo nume, e i tuoi detti non vani.

121Così dicendo, de’ suoi legni elegge
I due migliori, e gli correda e gli arma
Di tutto punto. Ed ecco d’improvviso
(Mirabil mostro!) de la selva uscita
Una candida scrofa, col suo parto
Di candor pari, sopra l’erba verde
Ne la riva accosciata gli si mostra.
Tosto il pietoso eroe col gregge tutto
A l’altar la condusse; e poichè sacra
L’ebbe al gran nume tuo, massima Giuno,

131A te l’uccise. Il Tebro quella notte
Quanto fu lunga, di turbato e gonfio
Ch’egli era, si rendè tranquillo e quieto
Sì, che senza rumore e quasi in dietro
Tornando, come stagno o come piena
Palude adeguò l’onde, e tolse a’ remi
Ogni contesa. Accelerando adunque
Il camin preso, i ben unti e spalmati
Lor legni se ne vanno incontro al fiume
Com’a seconda; sì che l’onde stesse

141Stavan meravigliose e i boschi intorno,
Non soliti a veder l’armi e gli scudi,
E i dipinti navili, che da lunge
Facean novella e peregrina mostra.
Se ne van notte e giorno remigando
Di tutta forza, e i seni e le rivolte
Varcan di mano in mano, or a l’aperto,
Or tra le macchie occulti, e via volando
Segan l’onde e le selve. Era il sol giunto
A mezzo il giorno, quando incominciaro

151Da lunge a discovrir la ròcca e ’l cerchio,
E i rari allor del poverello Evandro
Umili alberghi, ch’ora al cielo adegua
La romana potenza. Immantinente
Volser le prore a terra ed appressârsi
Là ’ve per avventura il re quel giorno
Solennemente in un sacrato bosco
Avanti a la città stava onorando
Il grande Alcide. Avea Pallante seco
Suo figlio, e del suo povero senato,

161E de’ suoi primi giovini un drappello,
Che d’incensi, di vittime e di fumo
Di caldo sangue empiean l’are e gli altari.
Tosto che di lontan vider le gregge,
E per entro de’ boschi occulte e chete
Gir navi esterne, insospettiti in prima
Si levâr da le mense. Ma Pallante
Arditamente, Non movete, disse,
Seguite il sacrificio. E tosto a l’armi
Dato di piglio, incontro a lor si spinse.

171Giunto, gridò da l’argine: O compagni,
Qual fin v’adduce, o qual v’intrica errore
Per così torta e disusata via?
Ov’andate? chi siete? onde venite?
Che ne recate voi? la pace, o l’armi?
Enea di su la poppa un ramo alzando
Di pacifera oliva, Amici, disse,
Vi siamo, e siam Troiani, e coi Latini
Vostri nimici inimicizia avemo.
Questi superbamente il nostro essiglio

181Perseguitando ne fan guerra ed onta.
Ricorremo ad Evandro. A lui porgete
Da nostra parte, che de’ Teucri alcuni
Son qui venuti condottieri eletti
Per sossidi impetrarne e lega d’arme.
Stupì primieramente a sì gran nome
Pallante, indi vèr lui rivolto umíle:
Signor, qual che tu sii, scendi e tu stesso
Parla, disse, al mio padre, e nosco alloggia.
E lo prese per mano ed abbracciollo.

191Lasciato il fiume e ne la selva entrati,
Enea dinanzi al re comparve e disse:
Signor, che di bontà sovr’ogni Greco,
E di fortuna sovr’a me ten vai
Tanto che supplichevole, e co’ rami
Di benda avvolti a tua magion ne vengo;
Io, perchè sia Troiano e tu di Troia
Per nazïon nimico e per legnaggio
Agli Atridi congiunto, or non pavento
Venirti avanti, chè ’l mio puro affetto,

201Gli oracoli divini, il sangue antico
De’ maggior nostri, il tuo famoso grido,
E ’l fato e ’l mio voler m’han teco unito.
Dardano de’ Troiani il primo autore,
Nacque d’Elettra, come i Greci han detto;
E d’Elettra fu padre il grande Atlante,
Che con gli omeri suoi folce le stelle.
Vostro progenitor Mercurio fue,
Che nel gelido monte di Cillene
De la candida Maia al mondo nacque;

211E Maia ancor, se questa fama è vera,
Venne d’Atlante, e da lo stesso Atlante
Che fa con le sue spalle al ciel sostegno.
Così d’un fonte lo tuo sangue e ’l mio
Traggon principio. E quinci è che securo
Senza opra di messaggi e senza scritti,
Pria ch’io ti tenti, e pria che tu m’affidi,
Posto ho me stesso e la mia vita a rischio,
E supplichevolmente a la tua casa
Ne son venuto. I Rutuli ch’infesti

221Sono anche a te, se de l’Italia fuori
Cacceran noi, già de l’Italia tutta
L’imperio si promettono, e di quanto
Bagna l’un mare e l’altro. Or la tua fede
Mi porgi, e la mia prendi; ch’ancor noi
Siamo usi a guerra, e cor ne’ petti avemo.
Il re, mentre ch’Enea parlando stette,
Il volto e gli occhi e la persona tutta
Gli andò squadrando; e brevemente al fine
Così rispose: Valoroso eroe,

231Come lieto io t’accolgo, e come certo
Raffigurar mi sembra il volto e i gesti
E la favella di quel grande Anchise
Tuo genitore! Io mi ricordo quando
Priamo per riveder la sua sorella
Esíone e ’l suo regno, in un passaggio
Che perciò fe’ da Troia a Salamina,
Toccò d’Arcadia i gelidi confini.
De le prime lanugini fiorito
Era il mio mento a pena allor ch’io vidi

241Quei gran duci di Troia, e de’ Troiani
Lo stesso re. Con molto mio diletto
Gli mirai, gli ammirai, notai di tutti
Gli abiti e le fattezze, e sopra tutti
Leggiadro, riguardevole ed altero
Sembrommi Anchise. Un desiderio ardente
Mi prese allor d’offrirmi, e d’esser conto
A quel signore. Il visitai, gli porsi
La destra, ospite il fei, nel mio Feneo
Meco l’addussi. Ond’ei poscia partendo,

251Un arco, una faretra e molti strali
Di Licia presentommi, e d’oro appresso
Una ricca intessuta sopravesta
Con due freni indorati ch’ancor oggi
Son di Pallante mio: sì che già ferma
È tra noi quella fede e quella lega
Ch’or ne chiedete. E non fia il sol dimane
Dal balcon d’orïente uscito a pena,
Che le mie genti e i miei sussidi arete.
Intanto a questa festa, che solenne

261Facciamo ogni anno, e tralasciar non lece
(Già che venuti siete amici nostri),
Nosco restate, e come di compagni
Queste mense onorate. Avea ciò detto,
Allor che nuovi cibi e nuove tazze
Ripor vi fece, e lor tutti nel prato
A seder pose; e sopra tutti Enea,
Di villoso leon disteso un tergo,
Seco al suo desco ed al suo seggio accolse.
Per man de’ sacerdoti e de’ ministri

271Del sacrificio, d’arrostite carni
De’ tori, di vin puro, di focacce,
Gran piatti, gran canestri e gran tazzoni
N’andaro a torno; e co’ suoi Teucri tutti
Enea fu de le viscere pasciuto
Del saginato a Dio devoto bue.
Tolte le mense, e ’l desiderio estinto
De le vivande, a ragionar rivolti,
Evandro incominciò: Troiano amico,
Questo convito e questo sacrificio

281Così solenne, e questo a tanto nume
Sacrato altare, instituiti e posti
Non sono a caso; chè del vero culto
E degli antichi Dei notizia avemo.
Per memoria, per merito e per voto
D’un gran periglio sua mercè scampato,
Son questi onori a questo dio dovuti.
Mira colà quella scoscesa rupe,
E quei rotti macigni, e di quel colle
Quell’alpestra ruina, e quel deserto.

291Ivi era già remota e dentro al monte
Cavata una spelonca, ov’unqua il sole
Non penetrava. Abitatore un ladro
N’era, Caco chiamato, un mostro orrendo
Mezzo fera e mezz’uomo, e d’uman sangue
Avido sì, che ’l suol n’avea mai sempre
Tiepido. Ne grommavan le pareti,
Ne pendevano i teschi intorno affissi,
Di pallor, di squallor luridi e marci.
Volcano era suo padre; e de’ suoi fochi

301Per la bocca spirando atri vapori,
Gìa d’un colosso e d’una torre in guisa.
Contra sì diro mostro, dopo molti
Dannaggi e molte morti, il tempo al fine
Ne diede e questo dio soccorso e scampo.
Egli di Spagna vincitor ne venne
In queste parti, de le spoglie altero
Di Gerïone, in cui tre volte estinse
In tre corpi una vita, e ne condusse
Tal qui d’Ibèro un copïoso armento,

311Ch’avea pien questo fiume e questa valle.
Caco ladron feroce e furïoso,
D’ogni misfatto e d’ogni sceleranza
Ardito e frodolente esecutore,
Quattro tori involonne e quattro vacche,
Ch’eran fior de l’armento. E perchè l’orme
Indicio non ne dessero, a rovescio
Per la coda gli trasse; e ne la grotta
Gli condusse e celògli. Eran l’impronte
De’ lor piè volte al campo, e verso l’antro

321Segno non si vedea ch’a la spelonca
Il cercator drizzasse. Avea già molti
Giorni d’Anfitrïon tenuto il figlio
Qui le sue mandre, e ben pasciuto e grasso
Era il suo armento; sì che nel partire
Tutte queste foreste e questi colli
Di querimonia e di muggiti empiero.
Mugghiò da l’altro canto, e ’l vasto speco
Da lunge rintonar fece una vacca
De le rinchiuse: onde schernita e vana

331Restò di Caco la custodia e ’l furto;
Ch’udilla Alcide, e d’ira e di furore
In un subito acceso, a la sua mazza,
Ch’era di quercia nodorosa e grave,
Diè di piglio, e correndo al monte ascese.
Quel dì da’ nostri primamente Caco
Temer fu visto. Si smarrì negli occhi,
Si mise in fuga e fu la fuga un volo:
Tal gli aggiunse un timor le penne a’ piedi.
Tosto che ne la grotta si rinchiuse,

341Allentò le catene, e di quel monte
Una gran falda a la sua bocca oppose;
Ch’a la bocca de l’antro un sasso immane
Avea con ferri e con paterni ordigni
Di cataratta accomodato in guisa
Con puntelli per entro e stanghe e sbarre.
Ecco Tirinzio arriva, e come è spinto
Da la sua furia, va per tutto in volta
Fremendo, ora ai vestigi, ora ai muggiti,
Ora a l’entrata de la grotta intento.

351E portato da l’impeto, tre volte
Scorse de l’Aventino ogni pendice:
Tre volte al sasso de la soglia intorno
Si mise indarno; e tre volte affannato
Ritornò ne la valle a riposarsi.
Era de la spelonca al dorso in cima
Di selce d’ogn’intorno dirupata
Un cocuzzolo altissimo ed alpestro,
Ch’ai nidi d’avvoltoi e di tali altri
Augelli di rapina e di carogna

361Era opportuno albergo. A questo intorno
Alfin si mise; e siccom’era al fiume
Da sinistra inchinato, egli a rincontro
Lo spinse da la destra, lo divelse,
Col calce de la mazza a leva il pose,
E gli diè volta. A quel fracasso il cielo
Rintonò tutto, si crollâr le ripe,
E ’l fiume impaurito si ritrasse.
Allor di Caco fu lo speco aperto:
Scoprissi la sua regia, e le sue dentro

371Ombrose e formidabili caverne.
Come chi de la terra il globo aprisse
A viva forza, e de l’inferno il centro
Discovrisse in un tempo, e che di sopra
De l’abisso vedesse quelle oscure
Del cielo abbominate orride bolge:
Vedesse Pluto a l’improvviso lume
Restar del sole attonito e confuso;
Cotal Caco da subito splendore
Ne la sua tomba abbarbagliato e chiuso

381Digrignar qual mastino Ercole vide;
E non più tosto il vide, che di sopra
Sassi, travi, tronconi, ogn’arme addosso
Fulgurando avventògli. Ei che nè fuga
Avea nè schermo al suo periglio altronde,
Da le sue fauci (meraviglia a dirlo!)
Vapori e nubi a vomitar si diede
Di fumo, di caligine e di vampa,
Tal che miste le tenebre col foco
Togliean la vista agli occhi e ’l lume a l’antro.

391Non però si contenne il forte Alcide,
Che d’un salto in quel baratro gittossi
Per lo spiraglio, e là ’v’era del fumo
La nebbia e l’ondeggiar più denso, e ’l foco
Più rogio, a lui che ’l vaporava indarno,
S’addusse, e lo ghermì; gli fece un nodo
De le sue braccia, e sì la gola e ’l fianco
Gli strinse, che scoppiar gli fece il petto,
E schizzar gli occhi; e ’l foco e ’l fiato e l’alma
In un tempo gli estinse. Indi la bocca

401Aprì de l’antro, e la frodata preda,
E del suo frodatore il sozzo corpo
Fuor per un piè ne trasse, a cui dintorno
Corser le genti a meraviglia, ingorde
Di veder gli occhi biechi, il volto atroce,
L’ispido petto e l’ammorzato foco.
Da indi in qua questo dì santo ogn’anno
Da’ nostri è lietamente celebrato,
E ne sono i Potizii i primi autori,
E i Pinarii ministri. Allor quest’ara,

411Che massima si disse, e che mai sempre
Massima ne sarà, fu consecrata,
In questo bosco. Or via dunque, figliuoli,
Per celebrar tant’onorata festa,
Coi rami in fronte e con le tazze in mano
Il commun dio chiamate, e lietamente
L’un con l’altro invitatevi, e beete.
Ciò detto, il divisato erculeo pioppo
Tesséro altri in ghirlande, altri in festoni,
Altri i maii ne piantaro. E di già pieno

421Di sacrato liquore il gran catino,
Tutti a mensa gioiosi s’adagiaro,
E spargendo e beendo, ai santi numi
Porser preghiere e voti. Espero intanto
Era a l’occidental lito vicino
Già per tuffarsi, quando i sacerdoti
Un’altra volta, e ’l buon Potizio avanti
Con pelli indosso e con facelle in mano,
Com’è costume, a convivar tornaro,
E le seconde mense e l’are sante

431Di grati doni e di gran piatti empiero.
I Salii intorno ai luminosi altari
Givano in tresca, e di populea fronde
Cingean le tempie. I vecchi da l’un coro
Le prodezze cantavano e le lodi
Del grande Alcide; i giovini da l’altro
N’atteggiavano i fatti: come prima
Fanciul da la matrigna insidïato
I due serpenti strangolasse in culla;
Come al suolo adeguasse Ecalia e Troia,

441Città famose; come superasse
Mill’altre insuperabili fatiche
Sotto al duro tiranno, e contr’ai fati
De l’empia Dea. Tu sei, dicean cantando,
Invitto iddio, che de le nubi i figli
Nilèo e Folo uccidi; tu che ’l mostro
Domi di Creta: tu che vinci il fiero
Nemèo leone; te gl’inferni laghi,
Te l’inferno custode ebbe in orrore
Ne l’orrendo suo stesso e diro speco,

451Là ’ve tra ’l sangue e le corrose membra
Ha de la morta gente il suo covile.
Cosa non è sì spaventosa al mondo,
Che te spaventi, non lo stesso armato
Incontr’al ciel Tifèo, nè quel di Lerna
Con tanti e tanti capi orribil angue
Senza avviso ti vide o senza ardire.
A te vera di Giove inclita prole,
Umilmente inchinamo, a te del cielo
Nuovo aggiunto ornamento. E tu benigno

461Mira i cor nostri e i sacrifici tuoi.
Così pregando e celebrando in versi
Cantavan le sue pruove. E sopra tutto
Dicean di Caco e de la sua spelonca
E de’ suoi fochi: e i boschi e i colli intorno
Rispondean rintonando. Eran finiti
I sacrifici, quando il vecchio Evandro
Mosse vèr la cittade; e seco a pari
Da l’un de’ lati Enea, da l’altro il figlio
Avea, cui s’appoggiava; e ragionando

471Di varie cose, agevolava il calle.
Enea, meravigliando, in ogni parte
Volgea le luci, desïoso e lieto
Di veder quel paese, e di saperne
I siti, i luoghi e le memorie antiche.
Di che spiando, il primo fondatore
De la romana ròcca in cotal guisa
A dir gli cominciò: Questi contorni
Eran pria selve; e gli abitanti loro
Eran qui nati, ed eran fauni e ninfe,

481E genti che di roveri e di tronchi
Nate, nè di costumi, nè di culto,
Nè di tori accoppiar, nè di por viti,
Nè d’altr’arti o d’acquisto o di risparmio
Avean notizia o cura: e ’l vitto loro
Era di cacciagion, d’erbe e di pomi:
E la lor vita, aspra, innocente e pura.
Saturno il primo fu ch’in queste parti
Venne, dal ciel cacciato, e vi s’ascose.
E quelle rozze genti, che disperse

491Eran per questi monti, insieme accolse,
E diè lor leggi: onde il paese poi
Da le latebre sue Lazio nomossi.
Dicon che sotto il suo placido impero
Con giustizia, con pace e con amore
Si visse un secol d’oro, in fin che poscia
L’età, degenerando, a poco a poco
Si fe’ d’altro colore e d’altra lega.
Quinci di guerreggiar venne il furore,
L’ingordigia d’avere, e le mischianze

501De l’altre genti. L’assalîr gli Ausoni;
L’inondâr i Sicani; onde più volte
Questa, che pria Saturnia era nomata,
Ha con la signoria cangiato il nome,
E co’ signori. E quinci è che da Tebro,
Che ne fu re terribile ed immane,
Tebro fu detto questo fiume ancora,
Ch’Albula si dicea ne’ tempi antichi.
Ed ancor me de la mia patria in bando
Dopo molti perigli e molti affanni

511Del mar sofferti, ha qui l’onnipotente
Fortuna, e l’invincibil mio destino
Portato alfine; e qui posar mi féro
Gli oracoli tremendi e spaventosi
Di Carmenta mia madre, e Febo stesso
Che mia madre inspirava. E fin qui detto,
Si spinse avanti, e quell’ara mostrògli,
E quella porta, che fu poi di Roma,
Carmental detta, onore e ricordanza
De la ninfa indovina, ch’anzi a tutti

521Del Pallantèo predisse e de’ Romani
La futura grandezza. Indi seguendo
Un gran bosco gli mostra: ove l’Asilo
Romolo contrafece; e ’l Lupercale,
Che, quale era in Arcadia a Pan Liceo,
Sotto una fredda rupe era dicato.
Poscia de l’Argileto gli dimostra
La sacra selva; e d’Argo ospite il caso
Gli conta, e se ne purga e se ne scusa.
A la Tarpeia Rupe, al Campidoglio

531Poscia l’addusse; al Campidoglio or d’oro,
Che di spini in quel tempo era coverto,
Un ermo colle dai vicini agresti
Per la religïon del loco stesso
Insino allor temuto e riverito:
Ch’a veder sol quel sasso e quella selva
Si paventava. E qui soggiunse Evandro:
In questo bosco, e là ’ve questo monte
È più frondoso, un dio, non si sa quale,
Ma certo abita un dio. Queste mie genti

541D’Arcadia han ferma fede aver veduto
Qui Giove stesso balenar sovente,
E far di nembi accolta. Oltre a ciò vedi,
Qui su, quelle ruine e quei vestigi
Di quei due cerchi antichi. Una di queste
Città fondò Saturno, e l’altra Giano,
Che Saturnia e Gianicolo fur dette.
In cotal guisa ragionando Evandro,
Se ne gian verso il suo picciolo ostello.
E ne l’andar, là ’v’or di Roma è il Fòro,

551Ov’è quella più florida contrada
De le Carine, ad ogni passo intorno
Udian greggi belar, mugghiare armenti.
Giunti che furo: In questo umíle albergo
Alloggiò, disse, il vincitore Alcide,
Questa fu la sua reggia. E tu v’alloggia,
E tu ’l gradisci, e le delizie e gli agi
Spregiando, imita in ciò Tirinzio e dio,
E del tugurio mio meco t’appaga.
Così dicendo, il grand’ospite accolse

561Ne l’angusta magione, e collocollo
Là dove era di frondi e d’irta pelle
Di libic’orsa attappezzato un seggio.
Venne la notte, e le fosc’ali stese
Avea di già sovra la terra, quando
Venere come madre, e non in vano
Del suo figlio gelosa, il gran tumulto
Veggendo e le minacce de’ Laurenti,
Con Volcan suo marito si ristrinse
Con gran dolcezza; e nel suo letto d’oro,

571Amor spirando, in tal guisa gli disse:
Caro consorte, infinchè i regi argivi
Furo a’ danni di Troia, e che per fato
Cader dovea, nullo da te soccorso
Volsi, o da l’arte tua; nè ti richiesi
D’armi allor, nè di macchine, nè d’altro
Per iscampo de’ miseri Troiani.
Le man, l’ingegno tuo, le tue fatiche
Oprar non volli indarno, ancor che molto
Con Prïamo e co’ figli obligo avessi,

581E molto mi premesse il duro affanno
D’Enea mio figlio. Or per imperio espresso
E de’ fati e di Giove egli nel Lazio
E tra’ Rutuli è fermo. A te, mio sposo,
Ricorro, a te, mio venerando nume:
E, madre, per un figlio arme ti chieggio;
Quel che da te di Nèrëo la figlia,
E di Titon la moglie hanno impetrato.
Mira in quant’uopo io le ti chieggio, e quanti
E che popoli sono, a mia ruina

591E de’ miei, congregati; e qual fan d’armi
A porte chiuse orribile apparecchio.
Stava a questa richiesta in sè Vulcano
Ritroso anzi che no; quando Ciprigna
Con la tiepida neve e col viv’ostro
De le sue braccia al collo gli si avvinse,
E strinselo e baciollo. In un momento
La consueta fiamma gli s’apprese,
E per l’ossa gli corse e le midolle,
E per le vene al core; in quella guisa

601Chi di corusca nube esce repente
Una lucida lista, e lampeggiando
E serpendo, il ciel tutto empie di foco.
Sentì la scaltra, che sapea la forza
Di sua beltà, che l’avea preso e vinto:
E de l’inganno si compiacque e rise.
E ’l buon marito, che d’eterno amore
Avea il cor punto, le si volse, e disse:
A che sì lungo esordio? Ov’è, consorte,
Vèr me la tua fidanza? Io fin d’allora,

611Se t’era grado, avrei d’arme provisti
I Teucri tuoi; nè ’l padre onnipotente,
Nè i fati ci vietavano che Troia
Non si tenesse, e Prïamo non fosse
Restato ancor per diece altr’anni in vita.
Ed or s’a guerra t’apparecchi, e questo
È tuo consiglio, quel che l’arte puote
O di ferro o di liquido metallo,
Quanto i mantici han fiato, e forza il fuoco,
Io ti prometto. E tu con questi preghi

621Cessa di rivocar la possa in forse
Del tuo volere, e ’l mio desir ch’è sempre
Di far le voglie tue paghe e contente.
Così dicendo, disïoso in braccio
La si recò; gioinne, e poscia in grembo
Di lei placidamente addormentossi.
Finito il primo sonno, e de la notte
Già corso il mezzo, come feminella
Che col fuso, con l’ago e con la spuola
La sua vita sostenta e de’ suoi figli;

631Che la notte aggiungendo al suo lavoro,
E dal suo focolar pria che dal sole
Procacciandosi ’l lume, a la conocchia,
A l’aspa, a l’arcolaio essercitando
Sta le povere ancelle, onde mantenga
Il casto letto e i pargoletti suoi;
Tale in tal tempo, e con tal cura a l’opra
Surse il gran fabro, e la fucina aperse.
Giace tra la Sicania da l’un canto
E Lipari da l’altro un’isoletta

641Ch’alpestra ed alta esce de l’onde, e fuma.
Ha sotto una spelonca, e grotte intorno,
Che di feri ciclopi antri e fucine
Son, da’ lor fochi affumicati e rosi.
Il picchiar de l’incudi e de’ martelli
Ch’entro si sente, lo stridor de’ ferri,
Il fremere e ’l bollir de le sue fiamme
E de le sue fornaci, d’Etna in guisa
Intonar s’ode ed anelar si vede.
Questa è la casa, ove qua giù s’adopra

651Volcano, onde da lui Volcania è detta:
E qui per l’armi fabricar discese
Del grand’Enea. Stavan ne l’antro allora
Stèrope e Bronte e Piracmóne ignudi
A rinfrescar l’aspre saette a Giove.
Ed una allor n’avean parte polita,
Parte abbozzata, con tre raggi attorti
Di grandinoso nembo, tre di nube
Pregna di pioggia, tre d’acceso foco,
E tre di vento impetuoso e fiero.

661I tuoni v’aggiungevano e i baleni,
E di fiamme e di furia e di spavento
Un cotal misto. Altrove erano intorno
Di Marte al carro, e le veloci ruote
Accozzavano insieme, ond’egli armato
Le genti e le città scuote e commove.
Lo scudo, la corazza e l’elmo e l’asta
Avean da l’altra parte incominciati
De l’armigera Palla, e di commesso
La fregiavano a gara. Erano i fregi

671Nel petto de la Dea gruppi di serpi
Che d’oro avean le scaglie, e cento intrichi
Facean guizzando di Medusa intorno
Al fiero teschio, che così com’era
Disanimato e tronco, le sue luci
Volgea d’intorno minacciose e torve.
Tosto che giunse, Via, disse a’ ciclopi
Sgombratevi davanti ogni lavoro,
E qui meco guarnir d’arme attendete
Un gran campione. E s’unqua fu mestiero

681D’arte, di sperïenza e di prestezza,
È questa volta. Or v’accingete a l’opra
Senz’altro indugio. E fu ciò detto a pena,
Che divise le veci e i magisteri,
A fondere, a bollire, a martellare
Chi qua chi là si diede. Il bronzo e l’oro
Corrono a rivi; s’ammassiccia il ferro,
Si raffina l’acciaio; e tempre e leghe
In più guise si fan d’ogni metallo.
Di sette falde in sette doppi unite,

691Ricotte al foco e ribattute e salde.
Si forma un saldo e smisurato scudo,
Da poter solo incontro a l’armi tutte
Star de’ Latini. Il fremito del vento
Che spira da’ gran mantici, e le strida
Che, ne’ laghi attuffati e ne l’incudi
Battuti, fanno i ferri, in un sol tuono
Ne l’antro uniti, di tenore in guisa
Corrispondono a’ colpi de’ ciclopi,
Ch’al moto de le braccia or alte or basse

701Con le tenaglie e co’ martelli a tempo
Fan concerto, armonia, numero e metro.
Mentre in Eolia era a quest’opra intento
Di Lenno il padre, ecco, sorgendo il sole,
Surse al cantar de’ mattutini augelli
Il vecchio Evandro; e fuori uscío vestito
Di giubba con le guigge a’ piedi avvolte,
Com’è tirrena usanza. Avea dal destro
Omero a la Tegèa nel manco lato
Una sua greca scimitarra appesa.

711Avea da la sinistra di pantera
Una picchiata pelle, che d’un tergo
Gli si volgea su l’altro; e da la ròcca
Scendendo, gli venian due cani avanti,
Come custodi i suoi passi osservando.
In questa guisa il generoso eroe,
Come quei che tenea memoria e cura
Di compir quanto avea la sera avanti
Ragionato e promesso, a le secrete
Stanze del padre Enea si ricondusse.

721Enea da l’altra parte assai per tempo
S’era levato: e solo in compagnia
L’un seco avea Pallante, e l’altro Acate.
Poscia che rincontrati e ’nsieme accolti
Si salutaro, alfin, tra loro assisi,
A ragionar si diero. E prima Evandro
Così parlò: Signor, cui vivo, in vita
Dir si può che sia Troia, e che del tutto
Non sia caduta e vinta; in questa guerra
Quel che poss’io per tuo sossidio è poco

731A tanto affare. Il mio paese è chiuso
Quinci dal tosco fiume, e quindi ha l’armi
Che gli suonan de’ Rutuli dintorno
Fin sulle porte. Avviso e pensier mio
È per confederati e per compagni
Darti una gente numerosa e grande
Con molti regni. In tal qui tempo a punto
Sei capitato, e tal felice incontro
Ti porge amica e non pensata sorte.
È non lunge di qui, su questi monti

741D’Etruria, una famosa e nobil terra
Ch’è sopra un sasso anticamente estrutta.
Agillína si dice, ove lor seggio
Posero (è già gran tempo) i bellicosi
E chiari Lidi; e floridi e felici
Vi fur gran tempo ancora. Or sotto il giogo
Son di Mezenzio capitati al fine.
A che di lui contar le sceleranze?
A che la ferità? Dio le riservi
Per suo castigo e de’ seguaci suoi.

751Questo crudele insino a’ corpi morti
Mescolava co’ vivi (odi tormento)
Che giunte mani a mani, e bocca a bocca,
In così miserando abbracciamento
Gli facea di putredine e di lezzo,
Vivi, di lunga morte alfin morire.
I cittadini afflitti, disperati,
E fatti per paura alfin securi,
Tesero insidie a lui, fecero strage
De’ suoi, posero assedio, avventâr foco

761A le sue case. Ei de le mani uscito
Degli uccisori, ebbe rifugio a Turno
Ch’or l’accoglie e ’l difende. Onde commossa
E per giusta cagione in furia volta
L’Etruria tutta in contra al suo tiranno
Grida che muoia, e già con l’armi in mano
A morte lo persegue. A questa gente
Di molte mila condottiero e capo
Aggiungerotti. E già d’armate navi
Son pieni i liti: ognun freme, ognun chiede

771Che si spieghin l’insegne. Un vecchio solo
Aruspice e ’ndovino è, che sospesi
Gli tiene infino a qui: Gente meonia,
Dicendo, fior di gente antica e nobile,
Benchè giusto dolor contra a Mezenzio,
E degn’ira v’incenda, incontro a Lazio
Non movete voi già; ch’a nessun Italo
Domar d’Italia una tal gente è lecito,
S’esterno duce a tant’uopo non prendesi.
Così parato, e per timor confuso

781Del vaticinio stassi il campo etrusco!
E già Tarconte stesso a questa impresa
M’invita, e già mandato a presentarmi
Ha la sedia e lo scettro e l’altre insegne
Del tosco regno, perch’io re ne sia,
Ed a l’oste ne vada. Ma la tarda
E fredda mia vecchiezza, e le mie forze
Debili, smunte e diseguali al peso
Fan ch’io rifiuti. Esorterei Pallante
Mio figlio a questo impero, se non fosse

791Che nato di Sabella, Italo anch’egli
È per materna razza. Or questo incarco
Dagli anni, da la gente, dal destino,
Dal tuo stesso valore a te si deve.
E tu il prendi, Signor, ch’abile e forte
Sei più d’ogni Troian, d’ogni Latino
A sostenerlo. Ed io Pallante mio,
La mia speranza e ’l mio sommo conforto,
Manderò teco; che ’l mestier de l’arme,
Che le fatiche del gravoso Marte

801Ne la tua scuola a tollerare impari:
E te da’ suoi prim’anni, e i gesti tuoi
Meravigliando ad imitar s’avvezze.
Dugento cavalieri, il nervo e ’l fiore
De’ miei d’Arcadia, spedirò con lui,
E dugento altri il mio Pallante stesso
In suo nome daratti. Avea ciò detto
Evandro a pena, che d’Anchise il figlio
E ’l fido Acate ster co’ volti a terra
Chinati. E da pensier gravi e molesti

811Fòran oppressi, se dal ciel sereno
La madre Citerea segno non dava,
Sì come diè. Chè tal per l’aria un lume
Vibrossi d’improvviso e con tal suono,
Che parve di repente il mondo tutto
Come scoppiando e ruinando ardesse;
Ed in un tempo di terrene tube
Squillar ne l’aura alto concento udissi.
Alzaron gli occhi; e la seconda volta,
E la terza iterar sentiro il tuono;

821E vider là ’ve il cielo era più scarco
E più tranquillo, una dorata nube
E d’armi un nembo che tra lor percosse
Scintillando facean fremiti e lampi.
Stupiron gli altri. Ma il troiano eroe
Che ’l cenno riconobbe e la promessa
De la diva sua madre, Ospite, disse,
Di saver non ti caglia quel ch’importi
Questo prodigio; basta ch’ammonito
Son io dal cielo, e questo è ’l segno e ’l tempo,

831Che la mia genitrice mi predisse:
Che quandunque di guerra incontro avessi,
Allora ella dal ciel presta sarebbe
Con l’armi di Volcano a darmi aita.
Oh quanta di voi strage mi prometto,
Infelici Laurenti! e qual castigo,
Turno, da me n’avrai! quant’armi, quanti
Corpi volgere al mar, Tebro, ti veggio!
Via, patto e guerra mi si rompa omai.
Così detto, dal soglio alto levossi;

841E con Evandro e co’ suoi Teucri in prima
D’Ercole visitando i santi altari,
Il sopito carbon del giorno avanti
Lieto desta e raccende; i Lari inchina;
I pargoletti suoi Penati adora,
E di più scelte agnelle il sangue offrisce.
Indi torna a le navi, e de’ compagni
Fatte due parti, la più forte elegge
Per seco addurre a preparar la guerra;
L’altra a seconda per lo fiume invia,

851Che pianamente e senz’alcun contrasto
Si rivolga ad Ascanio e dia novelle
De le cose e del padre. A quei che seco
In Etruria adducea tosto provisti
Furo i cavalli. A lui venne in disparte
Da tutti gli altri un palafreno eletto,
Di pelle di leon tutto coverto
Ch’i velli avea di seta e l’ugna d’oro.
Per la piccola terra in un momento
Si sparge il grido ch’ai tirreni liti

861Ne va lo stuol de’ cavalieri in fretta.
Le madri paventose ai tempii intorno
Rinovellano i voti: e già per téma
Più vicino il periglio, e più l’aspetto
Sembra di Marte atroce. Evandro il figlio
Nel dipartir teneramente abbraccia;
Nè divelto da lui nè sazio ancora
Di lagrimar gli dice: O se da Giove
Mi fosse, figlio, di tornar concesso
Ora in quegli anni e ’n quelle forze, ond’io

871Sotto Preneste il primo incontro fei
Co’ miei nemici, e vincitore i monti
Arsi de’ scudi; allor ch’Èrilo stesso,
Lo stesso re con queste mani ancisi,
A cui nascendo avea Feronia madre
Date tre vite e tre corpi, e tre volte
(Meraviglia a contarlo!) era mestiero
Combatterlo e domarlo; ed io tre volte
Lo combattei, lo vinsi, e lo spogliai
D’armi e di vita; se tal, dico, io fossi,

881Mai non sarei da te, figlio, diviso;
Mai non fòra Mezenzio oso d’opporsi
A questa barba; nè per tal vicino
Vedova resterebbe or la mia terra
Di tanti cittadini. O dii superni,
O de’ superni dii nume maggiore,
Pietà d’un re servo e devoto a voi,
E d’un padre che padre è sol d’un figlio
Unicamente amato. E se da’ fati,
Se da voi m’è Pallante preservato,

891E s’io vivo or per rivederlo mai,
Questa mia vita preservate ancora
Con quanti unqua soffrir potessi affanni.
Ma se fortuna ad infortunio il tragge,
Ch’io dir non oso, or, or, prego, rompete
Questa misera vita, or ch’è la téma,
Or ch’è la speme del futuro incerta;
E che te, figlio mio, mio sol diletto
E da me desiato in braccio io tengo,
Anzi ch’altra novella me ne venga

901Che ’l cor pria che gli orecchi mi percuota.
Così ’l padre ne l’ultima partita
Disse al suo figlio; e da l’ambascia vinto,
Fu da’ sergenti riportato a braccio.
A la campagna i cavalieri intanto
Erano usciti. Enea col fido Acate,
E co’ suoi primi era nel primo stuolo.
Pallante in mezzo risplendea ne l’armi
Commesse d’oro, risplendea ne l’ostro
Che l’arme avean per sopravesta intorno;

911Ma via più risplendea ne’ suoi sembianti
Ch’eran di fiero e di leggiadro insieme.
Tale è quando Lucifero, il più caro
Lume di Citerea, da l’Oceáno,
Quasi da l’onde riforbito, estolle
Il sacro volto, e l’aura fosca inalba.
Stan le timide madri in su le mura
Pallide attentamente rimirando
Quanto puon lunge il polveroso nembo
De l’armate caterve; e i lustri e i lampi

921Che facean l’armi, tra i virgulti e i dumi
Lungo le vie. Va per la schiera il grido
Che si cavalchi; e lo squadron già mosso,
Al calpitar de la ferrata torma,
Fa ’l campo risonar tremante e trito.
È di Cere vicino, appo il gelato
Suo fiume un sacro bosco antico e grande
D’ombrosi abeti, che da cavi colli
Intorno è cinto, venerabil molto
E di gran lunge. È fama che i Pelasgi,

931Primi del Lazio occupatori esterni,
A Silvan, dio de’ campi e degli armenti,
Consecrâr questa selva, e con solenne
Rito gli dedicâr la festa e ’l giorno.
Quinci poco lontano era Tarconte
Co’ Tirreni accampato; e qui del campo
Giunti a la vista, là ’ve un alto colle
Lo scopria tutto, Enea, co’ primi suoi
Fermossi, ove i cavalli e i corpi loro
Già stanchi ebbero alfin posa e ristoro.

941Era Venere in Ciel candida e bella
Sovr’un etereo nembo apparsa intanto
Con l’armi di Volcano; e visto il figlio
Ch’oltre al gelido rio per erma valle
Sèn gía dagli altri solitario e scevro,
Apertamente gli s’offerse, e disse:
Eccoti ’l don che da me, figlio, attendi,
Di man del mio consorte. Or francamente
Gli orgogliosi Laurenti e ’l fiero Turno
Sfida a battaglia, e gli combatti e vinci.

951E, ciò detto, l’abbraccia. Indi gli addita
D’armi quasi un trofeo, ch’appo una quercia
Dianzi da lei disposte, incontro agli occhi
Facean barbaglio, e contro al sol, più soli.
D’un tanto dono Enea, d’un tale onore
Lieto, e non sazio di vederlo, il mira,
L’ammira e ’l tratta. Or l’elmo in man si prende
E l’orribil cimier contempla e ’l foco
Che d’ogni parte avventa: or vibra il brando
Fatale; or ponsi la corazza avanti

961Di fino acciaio e di gravoso pondo,
Che di sanguigna luce e di colori
Diversamente accesi era splendente,
Qual sembra di lontan cerulea nube
Arder col sole e varïar col moto.
Brandisce l’asta; gli stinier vagheggia
Nitidi e lievi, che fregiati e fusi
Son di fin oro e di forbito elettro.
Meravigliando alfin sopra lo scudo
Si ferma, e l’incredibile artificio

971Ond’era intesto, e l’argomento esplora.
In questo di commesso e di rilievo
Avea fatto de’ fochi il gran maestro
(Come de’ vaticini e del futuro
Presago anch’egli) con mirabil arte
Le battaglie, i trionfi e i fatti egregi
D’Italia, de’ Romani e de la stirpe
Che poi scese da lui; dal figlio Ascanio
Incominciando, i discendenti tutti
E le guerre che fer di mano in mano.

981V’avea del Tebro in su la verde riva
Finta la marzïal nudrice lupa
In un antro accosciata, e i due gemelli
Che da le poppe di sì fiera madre
Lascivetti pendean, senza paura
Seco scherzando. Ed ella umíle e blanda
Stava col collo in giro, or l’uno or l’altro
Con la lingua forbendo e con la coda.
V’era poco lontan Roma novella
Con una pompa, e con un circo avanti

991Pien di tumulto, ov’era un’insolente
Rapina di donzelle, un darsi a l’arme
Infra Romolo e Tazio, e Roma e Curi.
E poscia infra gli stessi regi armati,
Di Giove anzi a l’altare un tener tazze
Invece d’armi in mano, un ferir d’ambe
Le parti un porco, e far connubi e pace.
Nè di qui lunge, erano a quattro a quattro
Giunti a due carri otto destrier feroci,
Che, qual Tullo imponea (stato non fossi

1001Tu sì mendace e traditore, Albano!).
In due parti traen di Mezio il corpo;
E sì com’era tratto, i brani e ’l sangue
Ne mostravan le siepi, i carri e ’l suolo.
V’era, oltre a ciò, Porsenna, il tosco rege,
Ch’imperïosamente da l’essiglio
Rivocava i Tarquini, e ’n duro assedio
Ne tenea Roma, che del giogo schiva
S’avventava nel ferro. Avea nel volto
Scolpito questo re sdegno e minacce,

1011E meraviglia, che sol Cocle osasse
Tener il ponte; e Clelia, una donzella,
Varcar il Tebro e scior la patria e lei.
In cima dello scudo il Campidoglio
Era formato e la Tarpeia rupe,
E Manlio che del tempio e de la ròcca
Stava a difesa; e la romulea reggia
Che ’l comignolo avea di stoppia ancora.
Tra’ portici dorati iva d’argento
L’ali sbattendo e schiamazzando un’oca,

1021Ch’apria de’ Galli il periglioso agguato:
E i Galli per le macchie e per le balze
De l’erta ripa, da la buia notte
Difesi, quatti quatti erano in cima
Già de la ròcca ascesi. Avean le chiome,
Avean le barbe d’oro: aveano i sai
Di lucid’ostri divisati a liste,
E d’òr monili ai bianchi colli avvolti.
Di forti alpini dardi avea ciascuno
Da la destra una coppia, e ne’ pavesi

1031Stavan coi corpi rannicchiati e chiusi.
Quinci de’ Salii e de’ Luperci ignudi,
E de’ greggi de’ Flámini scolpito
V’avea le tresche e i cantici e i tripudi,
Ed essi tutti o coi lor fiocchi in testa,
O con gli ancili e con le tibie in mano:
Cui le sacre carrette ivano appresso
Coi santi simolacri e con gli arredi,
Che traean per le vie le madri in pompa.
E più lunge nel fondo era la bocca

1041De la tartarea tomba, e del gran Dite
La reggia aperta: ov’anco eran le pene
E i castighi degli empi. E quivi appresso
Stavi tu, scelerato Catilina,
Sopra d’un ruinoso acuto scoglio
Agli spaventi de le furie esposto.
E scevri eran da questi i fortunati
Luoghi de’ buoni, a cui ’l buon Cato è duce.
Gonfiava in mezzo una marina d’oro
Con la spuma d’argento, e con delfini

1051D’argentino color, che con le code
Givan guizzando, e con le schiene in arco
Gli aurati flutti a loco a loco aprendo.
E i liti e ’l mare e ’l promontorio tutto
Si vedea di Leucáte a l’Azia pugna
Star preparati; e d’una parte Augusto
Sovra d’un’alta poppa aver d’intorno
Europa, Italia, Roma e i suoi Quiriti,
E ’l senato e i Penati e i grandi iddii.
Di tre stelle il suo volto era lucente.

1061Due ne facea con gli occhi, ed una sempre
Del divo padre ne portava in fronte.
Ne l’altro corno Agrippa era con lui
Del marittimo stuolo invitto duce,
Ch’altero, e ’l capo alteramente adorno
De la rostrata sua naval corona,
I venti e i numi avea fausti e secondi.
Da l’altra parte vincitore Antonio,
Di vèr l’aurora e di vèr l’onde rubre
Barbari aiuti, esterne nazïoni

1071E diverse armi dal Cataio al Nilo
Tutto avea seco l’Orïente addotto:
E la zingara moglie era con lui,
Milizia infame. Ambe le parti mosse
Se ne gian per urtarsi, e d’ambe il mare
Scisso da’ remi e da’ stridenti rostri
Lacero si vedea, spumoso e gonfio.
Prendean de l’alto i legni in tanta altezza,
Che Cicladi con Cicladi divelte
Parean nel mar gir a ’ncontrarsi, o ’n terra

1081Monti con monti: da sì fatte moli
Avventavan le genti e foco e ferro,
Onde il mar tutto era sanguigno e rogio.
Stava qual Isi la regina in mezzo
Col patrio sistro, e co’ suoi cenni il moto
Dava alla pugna; e non vedea (meschina!)
Quai due colúbri le venian da tergo.
L’abbaiatore Anúbi e i mostri tutti,
Ch’eran suoi dii, contra Nettuno e contra
Venere e Palla armati eran con lei,

1091E Marte in mezzo, che nel campo d’oro
Di ferro era scolpito, or questi or quelli
A la zuffa infiammava: e l’empie Furie
Co’ lor serpenti, la Discordia pazza
Col suo squarciato ammanto, con la sferza
Di sangue tinta la crudel Bellona
Sgominavan le genti; e l’azzio Apollo
Saettava di sopra: agli cui strali
L’Egitto e gl’Indi e gli Arabi e i Sibei
Davan le spalle. E già chiamare i venti,

1101Scioglier le funi, inalberar le vele
Si vedea la regina a fuggir volta.
Già del pallor de la futura morte,
Ond’era dal gran fabro il volto aspersa,
In abbandono a l’onde, e de la Puglia
Ne giva al vento. Avea d’incontro il Nilo
Un vasto corpo, che, smarrito e mesto,
A’ vinti aperto il seno e steso il manto,
I latebrosi suoi ridotti offriva.
Cesare v’era alfin che trïonfando

1111Tre volte in Roma entrava; e per trecento
Gran templi a’ nostri dii voti immortali
Si vedean consecrati. Eran le strade
Piene tutte di plauso, di letizia,
E di feste e di giuochi. Ad ogni tempio
Concorso di matrone: ad ogni altare
Vittime, incensi e fiori. Egli di Febo
Anzi al delubro in maestade assiso
Riconoscea de’ popoli i tributi,
E la candida soglia e le superbe

1121Sue porte ne fregiava. Iva la pompa
De le genti da lui domate intanto
Varie di gonne, d’idïomi e d’armi.
Qui di Nomadi e d’Afri era una schiera
In abito discinta; ivi un drappello
Di Lèlegi, di Cari e di Geloni
Con archi e strali. Infin dai liti estremi
I Mòrini condotti erano al giogo,
E gl’indomiti Dai. Con meno orgoglio
Giva l’Eufrate: ambe le corna fiacche

1131Portava il Reno: disdegnoso il ponte
Nel dorso si scotea l’Armenio Arasse.
A tal, da tanta madre avuto dono,
E d’un tanto maestro, Enea mirando,
Benchè il velame del futuro occulte
Gli tenesse le cose, ardire e speme
Prese e gioia a vederle: e de’ nepoti
La gloria e i fati agli omeri s’impose.

Testo dell’Eneide nella traduzione di Annibale Caro da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro VIII

L’ottavo libro è quello in cui l’Eneide si avvicina di più alla città di Roma. Non quella di Augusto, con i templi di marmo, ma un villaggio di pastori. Enea risale il Tevere su due navi, e il fiume, dice Virgilio, rallenta la corrente per lasciarlo passare. È un viaggio breve e silenzioso, quasi un sogno, fino a un posto che i lettori di Virgilio conoscevano benissimo.

Evandro è un personaggio di grande delicatezza. È vecchio, greco, esule anche lui, e quando vede Enea riconosce in lui i tratti di Anchise, che aveva conosciuto da ragazzo. Questo legame personale rende l’alleanza più credibile. E poi c’è una parola che lo descrive: povertà. La sua reggia è modesta, il suo popolo piccolo. Quando fa entrare Enea nella sua casa, gli dice una frase che ogni studente di latino dovrebbe ricordare: osa, ospite, disprezzare le ricchezze. Anche Ercole è entrato qui.

Il racconto di Caco è una storia nella storia, e Virgilio lo narra con un gusto quasi da fiaba. Caco è un mostro mezzo uomo, figlio di Vulcano, che vomita fumo e vive in una grotta piena di teste umane. Ruba a Ercole alcuni buoi e, per non farsi scoprire, li trascina all’indietro per la coda, così che le orme sembrino uscire dalla caverna. Un muggito tradisce il furto. Ercole scoperchia la grotta strappando la cima della montagna e strozza il mostro. Per gli Arcadi è l’eroe che ha portato l’ordine, e il parallelo con Enea è evidente.

La passeggiata con Evandro è un piccolo capolavoro. Il re mostra a Enea i luoghi uno per uno: l’altare di Carmenta, il bosco dell’Asilo, il Lupercale, l’Argileto, la rupe Tarpea. Del Campidoglio dice che ora è coperto di cespugli, ma che già allora i contadini lo temevano, perché vi abitava un dio. Poi passano dove sarà il Foro, e lì le vacche muggiscono. Virgilio mette il suo lettore in una posizione curiosa. Vede due città sovrapposte, quella povera del mito e quella splendida in cui vive.

Il congedo di Evandro dal figlio è uno dei passi più toccanti del poema. Il vecchio lo affida a Enea perché impari da lui la guerra, poi lo abbraccia e prega gli dèi: se mi riservate di rivederlo, fatemi vivere; se c’è una disgrazia, fatemi morire adesso, mentre lo tengo ancora tra le braccia. Poi sviene, e i servi lo portano in casa. Il lettore attento sa già come andrà a finire, perché Virgilio lo ha fatto capire. Pallante non tornerà.

Lo scudo, infine, è la risposta virgiliana allo scudo di Achille del libro XVIII dell’Iliade. Omero aveva raffigurato la vita umana in generale, con città in pace e in guerra, campi e feste. Virgilio raffigura invece la storia di Roma: la lupa, il ratto delle Sabine, i Galli respinti dal Campidoglio, Catilina punito negli Inferi e Catone che dà le leggi ai giusti. Al centro c’è la battaglia di Azio, con Augusto sulla poppa e Antonio con la moglie egiziana. Il libro si chiude su un’immagine potente: Enea si carica sulle spalle lo scudo, cioè la fama e il destino dei nipoti.

Un passo da vicino

Sue porte ne fregiava. Iva la pompa
De le genti da lui domate intanto
Varie di gonne, d’idïomi e d’armi.
Qui di Nomadi e d’Afri era una schiera
In abito discinta; ivi un drappello
Di Lèlegi, di Cari e di Geloni
Con archi e strali. Infin dai liti estremi
I Mòrini condotti erano al giogo,
E gl’indomiti Dai. Con meno orgoglio
Giva l’Eufrate: ambe le corna fiacche
Portava il Reno: disdegnoso il ponte
Nel dorso si scotea l’Armenio Arasse.
A tal, da tanta madre avuto dono,
E d’un tanto maestro, Enea mirando,
Benchè il velame del futuro occulte
Gli tenesse le cose, ardire e speme
Prese e gioia a vederle: e de’ nepoti
La gloria e i fati agli omeri s’impose.

Eneide, libro VIII, vv. 1121-1138, trad. di A. Caro

Siamo alla fine della descrizione dello scudo. Augusto celebra il triplice trionfo e davanti a lui sfilano i popoli vinti, “varie di gonne, d’idïomi e d’armi”. È un elenco di nomi esotici, Nomadi, Afri, Lelegi, Cari, Geloni, Morini, che danno l’idea di un impero esteso fino ai confini del mondo. Persino i fiumi sono sottomessi: l’Eufrate scorre “con meno orgoglio”, il Reno porta le corna spezzate, l’Arasse non sopporta il ponte. Poi lo sguardo torna su Enea, e qui sta la finezza del passo. Enea guarda le immagini e non le capisce. Il velo del futuro gli nasconde i fatti, eppure ne prova “ardire e speme” e “gioia”. L’ultimo verso è tra i più belli del poema, “la gloria e i fati agli omeri s’impose”. Il gesto è concreto, quello di caricarsi uno scudo sulla spalla, ma il senso è simbolico. Come nel libro II aveva portato il padre, ora Enea porta i discendenti. Il passato e il futuro pesano sulle stesse spalle.

Domande per il ripasso

  1. Quale segno trova Enea sulla riva del Tevere?
  2. Che cosa racconta Evandro a proposito di Ercole e Caco?
  3. Quali scene sono raffigurate sullo scudo di Enea?

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