Eneide, libro I: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro I: La tempesta e l'arrivo a Cartagine

Il poema si apre con il proemio e con l’ira di Giunone, che odia i Troiani e sa che dalla loro stirpe nascerà Roma, destinata a distruggere la sua amata Cartagine. La dea convince Eolo, re dei venti, a scatenare una tempesta sulla flotta di Enea, che dalla Sicilia sta navigando verso l’Italia. Una nave affonda, le altre si disperdono. Nettuno si accorge del disordine, rimprovera i venti e calma il mare. Enea approda con sette navi sulla costa della Libia, uccide sette cervi per sfamare i compagni e li consola, pur avendo il cuore pieno di angoscia. In cielo Venere si lamenta con Giove, che la rassicura: i discendenti di Enea fonderanno Roma e avranno un impero senza fine. Il giorno dopo Venere appare al figlio vestita da cacciatrice e gli racconta la storia di Didone, fuggita da Tiro dopo l’assassinio del marito Sicheo. Avvolto in una nube, Enea entra a Cartagine, vede nel tempio di Giunone le pitture della guerra di Troia e piange. Arriva Didone, che accoglie i compagni dispersi; Enea si mostra e la ringrazia. Durante il banchetto Cupido, che ha preso l’aspetto di Ascanio, accende nella regina l’amore. Alla fine Didone chiede a Enea di raccontare la caduta di Troia.

Da ricordare

  • Il proemio annuncia i due temi del poema: il viaggio (libri I-VI) e la guerra nel Lazio (libri VII-XII).
  • L’ira di Giunone è la forza che si oppone al destino di Enea per tutto il poema.
  • Giove profetizza la grandezza di Roma: è la prima delle profezie che danno senso alla storia.
  • Davanti alle pitture del tempio Enea capisce che la sua sofferenza è già diventata racconto.

Personaggi del libro

  • Enea, eroe troiano, figlio di Venere e di Anchise.
  • Giunone, nemica dei Troiani; Eolo, re dei venti.
  • Nettuno, che placa la tempesta.
  • Venere e Giove.
  • Didone, regina di Cartagine.
  • Acate, il fedele compagno di Enea; Ilioneo, che parla per i Troiani dispersi.
  • Cupido, nell’aspetto di Ascanio (Iulo), figlio di Enea.

Testo del libro I

Traduzione di Annibale Caro (pubblicata postuma nel 1581).

Quell’io che già tra selve e tra pastori
Di Titiro sonai l’umil sampogna,
E che, de’ boschi uscendo, a mano a mano
Fei pingui e colti i campi, e pieni i voti
D’ogn’ingordo colono, opra che forse
Agli agricoli è grata; ora di Marte
L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti

11E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta

21Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?
Grande, antica, possente e bellicosa
Colonia de’ Fenici era Cartago,
Posta da lunge incontr’Italia e ’ncontra
A la foce del Tebro, a Giunon cara
Sì che le fur men care ed Argo e Samo.

31Qui pose l’armi sue, qui pose il carro,
Qui di porre avea già disegno e cura
(Se tale era il suo fato) il maggior seggio,
E lo scettro anco universal del mondo.
Ma già contezza avea ch’era di Troia
Per uscire una gente, onde vedrebbe
Le sue torri superbe a terra sparse,
E de la sua ruina alzarsi in tanto,
Tanto avanzar d’orgoglio e di potenza,
Che ancor de l’universo imperio avrebbe:

41Tal de le Parche la volubil rota
Girar saldo decreto. Ella, che tema
Avea di ciò, non posto anco in oblio
Come, a difesa de’ suoi cari Argivi,
Fosse a Troia acerbissima guerriera:
Ripetendone i semi e le cagioni,
Se ne sentia nel cor profondamente
Or di Pari il giudicio or l’arroganza
D’Antigone, il concubito d’Elettra,
Lo scorno d’Ebe, alfin di Ganimede

51E la rapina e i non dovuti onori.
Da tante, oltre al timor, faville accesa,
Quei pochi afflitti e miseri Troiani
Ch’avanzaro agl’incendi, a le ruine,
Al mare, ai Greci, al dispietato Achille,
Tenea lunge dal Lazio; onde gran tempo,
Combattuti da’ venti e dal destino,
Per tutti i mari andâr raminghi e sparsi:
Di sì gravoso affar, di sì gran mole
Fu, dar principio a la romana gente.

61Eran di poco, e del cospetto a pena
De la Sicilia navigando usciti,
E già, preso de l’alto, a piene vele
Se ne gian baldanzosi, e con le prore
E co’ remi facean l’onde spumose;
Quando punta Giunon d’amara doglia,
Dunque, disse, ch’io ceda? e che di Troia
Venga a signoreggiar Italia un re,
Ch’io nol distorni? Oh, mi son contra i fati!
Mi sieno: osò pur Pallade, e poteo

71Ardere e soffocar già degli Argivi
Tanti navili, e tanti corpi ancidere
Per lieve colpa e folle amor d’un solo,
Aiace d’Oilèo. Contra costui
Ella stessa vibrò di Giove il telo
Giù dalle nubi; ella commosse i venti
E turbò ’l mare, e i suoi legni disperse:
E quando ei già dal fulminato petto
Sangue e fiamme anelava, a tale un turbo
In preda il diè, che per acuti scogli

81Miserabil ne fe rapina e scempio.
Tanto può Palla? Ed io, io degli Dei
Regina, io sposa del gran Giove e suora,
Son di quest’una gente omai tant’anni
Nimica in vano? E chi più de’ mortali
Sarà che mi sacrifichi, e m’adori?
Ciò fra suo cor la Dea fremendo ancora,
Giunse in Eolia, di procelle e d’austri
E de le furie lor patria feconda.
Eolo è suo re ch’ivi in un antro immenso

91Le sonore tempeste e i tempestosi
Venti, sì com’è d’uopo, affrena e regge.
Eglino impetuosi e ribellanti
Tal fra lor fanno e per quei chiostri un fremito,
Che ne trema la terra e n’urla il monte.
Ed ei lor sopra, realmente adorno
Di corona e di scettro, in alto assiso,
L’ira e gl’impeti lor mitiga e molce.
Se ciò non fosse, il mar, la terra e ’l cielo
Lacerati da lor, confusi e sparsi

101Con essi andrian per lo gran vano a volo.
Ma la possa maggior del padre eterno
Provvide a tanto mal serragli e tenebre
D’abissi e di caverne: e moli e monti
Lor sopra impose: ed a re tale il freno
Ne diè, ch’ei ne potesse or questi or quelli
Con certa legge o rattenere o spingere.
A cui davanti l’orgogliosa Giuno
Allor umíle e supplichevol disse:
Eölo, (poi che ’l gran Padre del cielo

111A tanto ministerio ti propose
Di correggere i venti e turbar l’onde)
Gente inimica a me, mal grado mio,
Naviga il mar tirreno; e giunta a vista
È già d’Italia, al cui reame aspira;
E d’Ilio le reliquie, anzi Ilio tutto
Seco v’adduce e i suoi vinti Penati.
Sciogli, spingi i tuoi venti, gonfia l’onde,
Aggiragli, confondigli, sommergigli,
O dispergigli almeno. Appo me sono

121Sette e sette leggiadre ninfe e belle;
E di tutte più bella e più leggiadra
È Deiopèa. Costei voglio io, per merto
Di ciò, che sia tua sposa; e che tu seco
Di nodo indissolubile congiunto,
Viva lieto mai sempre, e ne divenga
Padre di bella e di te degna prole.
Eolo a rincontro: A te, regina, disse,
Conviensi che tu scopra i tuoi desiri,
Ed a me ch’io gli adempia. Io ciò che sono

131Son qui per te. Tu mi fai Giove amico,
Tu mi dài questo scettro e questo regno,
Se re può dirsi un che comandi a’ venti.
Io, tua mercè, su co’ Celesti a mensa
Nel ciel m’assido; e co’ mortali in terra
Son di nembi possente e di tempeste.
Così dicendo, al cavernoso monte
Con lo scettro d’un urto il fianco aperse,
Onde repente a stuolo i venti usciro.
Avean già co’ lor turbini ripieni

141Di polve e di tumulto i colli e i campi,
Quando quasi in un gruppo ed Euro e Noto
S’avventaron nel mare, e fin da l’imo
Lo turbâr sì che ne fer valli e monti;
Monti, ch’al ciel, quasi di neve aspersi,
Sórti l’un dopo l’altro, a mille a mille
Volgendo, se ne gian caduchi e mobili
Con suono e con ruina i liti a frangere.
Il gridar, lo stridore, il cigolare
De’ legni, de le sarti e de le genti,

151I nugoli che ’l cielo e ’l dì velavano.
La buia notte ond’era il mar coverto,
I tuoni, i lampi spaventosi e spessi,
Tutto ciò che s’udia, ciò che vedevasi
Rappresentava orror, perigli e morte:
Smarrissi Enea di tanto, e tale un gielo
Sentissi, che tremante al ciel si volse
Con le man giunte, e sospirando disse:
O mille volte fortunati e mille
Color che sotto Troia e nel cospetto

161De’ padri e de la patria ebbero in sorte
Di morir combattendo! O di Tideo
Fortissimo figliuol, ch’io non potessi
Cader per le tue mani e lasciar ivi
Questa vita affannosa, ove lasciolla,
Vinto per man del bellicoso Achille,
Ettor famoso e Sarpedonte altero?
E se d’acqua perire era il mio fato,
Perchè non dove Xanto, o Simoenta
Volgon tant’armi e tanti corpi nobili?

171Così dicea; quand’ecco d’Aquilone
Una buffa a rincontro, che stridendo
Squarciò la vela, e ’l mar spinse a le stelle.
Fiaccârsi i remi; e là ’ve era la prua,
Girossi il fianco; e d’acqua un monte intanto
Venne come dal cielo a cader giù.
Pendono or questi or quelli a l’onde in cima:
Or a questi or a quei s’apre la terra
Fra due liquidi monti, ove l’arena,
Non men ch’ai liti, si raggira e ferve.

181Tre ne furon dal Noto a l’are spinte:
Are chiaman gli Ausoni un sasso alpestro
Da l’altezza de l’onde allor celato,
Che sorgea primo in alto mare altissimo:
E tre ne fur dal pelago a le Sirti
(Miserabil aspetto) ne le secche
Tratte da l’Euro, e ne l’arene immerse.
Una, che ’l carco avea del fido Oronte
Con le genti di Licia, avanti agli occhi
Di lui perì. Venne da Bora un’onda,

191Anzi un mar, che da poppa in guisa urtolla,
Che ’l temon fuori e ’l temonier ne spinse;
E lei girò sì che ’l suo giro stesso
Le si fe sotto e vortice e vorago,
Da cui rapita, vacillante e china,
Quasi stanco palèo, tre volte volta,
Calossi gorgogliando, e s’affondò.
Già per l’ondoso mar disperse e rare
Le navi e i naviganti si vedevano;
Già per tutto di Troia, a l’onde in preda,

201Arme, tavole, arnesi a nuoto andavano;
Già quel ch’era più valido e più forte
Legno d’Ilïonèo, già quel d’Acate
E quel d’Abante e quel del vecchio Alete,
Ed alfin tutti sconquassati, a l’onde
Micidïali aveano i fianchi aperti;
Quando, a tanto rumor, da l’antro uscito
Il gran Nettuno, e visto del suo regno
Rimescolarsi i più riposti fondi:
Oh, disse irato, ond’è questa importuna

211Tempesta? E grazïoso il capo fuori
Trasse de l’onde; e rimirando intorno,
Per lo mar tutto dissipati e laceri
Vide i legni d’Enea; vide lo strazio
De’ suoi, ch’a la tempesta, a la ruina
E del mare e del cielo erano esposti.
E ben conobbe in ciò, come suo frate,
Che ne fòra cagion l’ira e la froda
De l’empia Giuno. Euro a sè chiama e Zefiro,
E ’n tal guisa acremente li rampogna:

221Tanta ancor tracotanza in voi s’alletta,
Razza perversa? Voi, voi, senza me.
Nel regno mio la terra e ’l ciel confondere
E far nel mare un sì gran moto osate?
Io vi farò…… Ma, di mestiero è prima,
Abbonazzar quest’onde. Altra fïata
In altra guisa il fio mi pagherete
Del fallir vostro. Via tosto di qua,
Spirti malvagi; e da mia parte dite
Al vostro re, che questo regno e questo

231Tridente è mio e che a me solo è dato.
Per lui sono i suoi sassi e le sue grotte,
Case degne di voi; quella è sua reggia;
Quivi solo si vanti; e per regnare,
De la prigion de’ suoi venti non esca.
Così dicendo, in quanto a pena il disse,
La tempesta cessò, s’acquetò ’l mare,
Si dileguâr le nubi, apparve il sole.
Cimotoe e Triton, l’una con l’onde,
L’altro col dorso, le tre navi in dietro

241Ritirâr da lo scoglio in cui percossero.
Le tre che ne l’arena eran sepolte
Egli stesso, le vaste Sirti aprendo,
Sollevò col tridente, ed a sè trassele.
Poscia sovra al suo carro d’ogn’intorno
Scorrendo lievemente, ovunque apparve,
Agguagliò ’l mare, e lo ripose in calma.
Come adivien sovente in un gran popolo,
Allor che per discordia si tumultua,
E ’mperversando va la plebe ignobile,

251Quando l’aste e le faci e i sassi volano
E l’impeto e ’l furor l’arme ministrano,
Se grave personaggio e di gran merito
Esce lor contro, rispettosi e timidi,
Fatto silenzio, attentamente ascoltano,
Ed al detto di lui tutti s’acquetano;
Così d’ogni ruina e d’ogni strepito
Fu ’l mar disgombro, allor che umíle e placido
A ciel aperto il gran rettor del pelago
Co’ suoi lievi destrier volando scórselo.

261Stanchi i Troiani ai liti ch’eran prossimi
Drizzaro il corso, e ’n Libia si trovarono.
È di là lungo a la riviera un seno,
Anzi un porto; chè porto un’isoletta
Lo fa, che in su la bocca al mare opponsi.
Questa si sporge co’ suoi fianchi in guisa
Ch’ogni vento, ogni flutto, d’ogni lato
Che vi percuota, ritrovando intoppo,
O si frange, o si sparte, o si riversa.
Quinci e quindi alti scogli e rupi altissime,

271Sotto cui stagna spazïoso un golfo
Securo e queto: e v’ha d’alberi sopra
Tale una scena, che la luce e ’l sole
Vi raggia, e non penètra; un’ombra opaca,
Anzi un orror di selve annose e folte.
D’incontro è di gran massi e di pendenti
Scogli un antro muscoso, in cui dolci acque
Fan dolce suono; e v’ha sedili e sponde
Di vivo sasso; albergo veramente
Di Ninfe, ove a fermar le stanche navi

281Nè d’àncora v’è d’uopo, nè di sarte.
Qui sol con sette, che raccolse a pena
Di tanti legni, Enea ricoverossi.
Qui stanchi tutti e maceri, e del mare
Ancor paurosi, i liti a pena attinsero,
Ch’a a terra avidamente si gittarono.
Acate fece in pria selce e focile
Scintillar foco, e dielli esca e fomento.
Altri poscia d’intorno ad altri fuochi
(Come quei che di vitto avean disagio,

291E le biade trovâr corrotte e molli)
Si dier con vari studi e vari ordigni
A rasciugarle, a macinarle, a cuocerle.
Intanto Enea sovr’un de’ scogli asceso,
Quanto si discopria con l’occhio intorno,
Stava mirando se alcun legno fosse
Per alcun luogo apparso, o quel d’Anteo,
O quel di Capi, o pur quel di Caíco
Che in poppa avea la più sublime insegna.
Nïun ne vide: ma ben vide errando

301Gir per la spiaggia tre gran cervi, e dietro
D’altri minori innumerabil torma,
Ch’in sembianza d’armenti empían le valli.
Fermossi: e pronto a cotal uso avendo
L’arco e ’l turcasso (chè quest’armi appresso
Gli portava mai sempre il fido Acate)
Diè lor di piglio: e saettando prima
I primi tre, che più vide altamente
Erger le teste e inalberar le corna,
Contra ’l volgo si volse; e ’l lito e ’l bosco,

311Ovunque gli scorgea, fulgurò tutto.
Ne cacciò, ne ferì, strage ne fece
A suo diletto: nè si vide prima
Sazio, che, come sette eran le navi,
Sette non ne vedesse a terra stesi.
In questa guisa, ritornando al porto,
Gli spartì parimente a’ suoi compagni;
E con essi del vin, che ’l buon Aceste
A l’uscir di Sicilia in don gli diede,
Molt’urne dispensò per ricrearli.

321Poscia, a conforto lor, così lor disse:
Compagni, rimembrando i nostri affanni,
Voi n’avete infiniti omai sofferti
Vie più gravi di questi. E questi fine
(Quando che sia), la dio mercede, avranno.
Voi la rabbia di Scilla, voi gli scogli
Di tutti i mari omai, voi de’ Ciclopi
Varcaste i sassi; ed or qui salvi siete.
Riprendete l’ardir, sgombrate i petti
Di téma e di tristizia. E’ verrà tempo

331Un dì, che tante e così rie venture,
Non ch’altro, vi saran dolce ricordo.
Per vari casi, e per acerbi e duri
Perigli è d’uopo a far d’Italia acquisto.
Ivi riposo, ivi letizia piena
Vi promettono i fati, e nuova Troia
E nuovi regni alfine. Itene intanto:
Soffrite, mantenetevi, serbatevi
A questo, che dal ciel si serba a voi,
Sì glorïoso e sì felice stato.

341Così dicendo a’ suoi, pieno in sè stesso
D’alti e gravi pensier, tenea velato
Con la fronte serena il cor doglioso.
Fecer tutti coraggio; e di cibo avidi
Già rivolti a la preda, altri le tergora
Le svelgon da le coste, altri sbranandola,
Mentre è tiepida ancor, mentre che palpita,
Lunghi schidioni e gran caldaie apprestano,
E l’acqua intorno e ’l fuoco vi ministrano.
Poscia d’un prato e seggio e mensa fattisi,

351Taciti prima sopra l’erba agiandosi,
D’opima carne e di vin vecchio empiendosi,
Quanto puon lietamente si ricreano.
Poichè fur sazi a ragionar si diero,
Con voce or di timore or di cordoglio,
De’ perduti compagni, in dubbio ancora
Se fosser vivi, o se pur giunti al fine
Più de’ richiami lor nulla curassero.
Enea vie più di tutti, e di pietate
E di dolor compunto, il caso acerbo

361Or d’Àmico or d’Oronte, e Lico e Gía
Ne’ sospir richiamava e ’l buon Cloanto.
Erano al fine omai; quando il gran Giove
Da l’alta spera sua mirando in giuso
La terra e ’l mar di questo basso globo;
Mentre di lito in lito, e d’uno in altro
Scerne i popoli tutti, al cielo in cima
Fermossi, e ne la Libia il guardo affisse.
Venere, allor ch’a le terrene cose
Lo vide intento, dolcemente afflitta

371Il volto, e molle i begli occhi lucenti,
Gli si fece davanti, e così disse:
Padre, che de’ mortali e de’ celesti
Siedi eterno monarca, e folgorando
Empi di téma e di spavento il mondo,
E quale ha contra te fallo sì grave
Commesso Enea mio figlio, o i suoi Troiani,
Che dopo tanti affanni e tante stragi,
C’han di lor fatto il ferro, il fuoco e il mare,
Non trovin pace, nè pietà, nè loco

381Pur che gli accetti? In cotal guisa omai
Del mondo son, non che d’Italia, esclusi.
Io mi credea, signor (quel che promesso
N’era da te), che tornasse anco un giorno
(Quando che fosse) il generoso germe
Di Dárdano a produr que’ glorïosi
Eroi, quei duci invitti, quei Romani
De l’universo domatori e donni:
E tu nèl promettesti. Or come, padre,
Il ciel cangia destino, e tu consiglio?

391Questa sola credenza era cagione
Di consolarmi in parte de l’eccidio
De la mia Troia, ch’io soffrissi in pace
Tante ruine sue, fato con fato
Ricompensando. Or la fortuna stessa,
E via più fera, la persegue e dura.
E quanto durerà, signore, ancora?
Tal non fu già d’Antenore l’essiglio;
Ch’ei non più tosto de l’achive schiere
Per mezzo uscío, che con felice corso

401Penetrò d’Adria il seno; entrò securo
Nel regno de’ Liburni; andò fin sopra
Al fonte di Timavo; e là ’ve il fiume
Fremendo il monte intuona, e là ’ve aprendo
Fa nove bocche in mare, e, mar già fatto,
Inonda i campi e rumoreggia e frange,
Padoa fondò, pose de’ Teucri il seggio,
E diè lor nome, e le lor armi affisse.
Ivi ridotto il suo regno, e composto
Quïetamente, or lo si gode in pace.

411E noi, noi del tuo sangue, e che da te
Avemo anco del cielo arra e possesso,
Ad una sola indegnamente in ira,
Perdute, oimè! le proprie navi, fuori
Siamo d’Italia e di speranza ancora
Di non mai più vederla. Or questo è ’l pregio
Che si deve a pietade? e questo è ’l regno
Che da te, padre mio, ne si promette?
Sorrise Giove, e con quel dolce aspetto
Con che ’l ciel rasserena e le tempeste,

421Rimirolla, basciolla, e così dissele:
Non temer, Citerea, che saldi e certi
Stanno i fati de’ tuoi. S’adempieranno
Le mie promesse; sorgeran le torri
De la novella Troia; vedrai le mura
Di Lavinio; porrai qui fra le stelle
Il magnanimo Enea. Chè nè ’l destino
In ciò si cangerà, nè ’l mio consiglio.
Ma per trarti d’affanni, io tel dirò
Più chiaramente; e scoprirotti intanto

431De’ fati i più reconditi secreti.
Figlia, il tuo figlio Enea tosto in Italia
Sarà; farà gran guerra, vincerà;
Domerà fere genti: imporrà leggi;
Darà costumi e fonderà città:
E di già, vinti i Rutuli, tre verni
E tre stati regnar Lazio vedrallo.
Ascanio giovinetto, or detto Iulo,
Ed Ilo prima infin ch’Ilio non cadde,
Succederagli: e trenta giri interi

441Del maggior lume, il sommo imperio avrà.
Trasferirallo in Alba: Alba la lunga
Sarà la reggia sua possente e chiara.
Qui regneranno poi sotto la gente
D’Ettore, un dopo l’altro, un corso d’anni
Tre volte cento; finch’Ilia regina
Vergine, e sacra, del gran Marte pregna,
D’un parto produrrà gemella prole.
Indi capo ne fia Romolo invitto.
Questi, invece di manto, adorno il tergo

451De la sua marzïal nudrice lupa,
Di Marte fonderà la gran cittade;
E dal nome di lui Roma diralla.
A Roma non pongo io termine o fine:
Chè fia del mondo imperatrice eterna.
E l’aspra Giuno, che or la terra e il mare
E il ciel per téma intorbida e scompiglia,
Con più sano consiglio, al mio conforme,
Procurerà che la romana gente
In arme e ’n toga a l’universo imperi.

461E così stabilisco. E così tempo
Ancor sarà ch’Argo, Micene e Ftia
E i Greci tutti tributari e servi
De la casa di Assáraco saranno.
Di questa gente, e de la Iulia stirpe,
Che da quel primo Iulo il nome ha preso,
Cesare nascerà, di cui l’impero
E la gloria fia tal, che per confine
L’uno avrà l’Oceáno, e l’altra il cielo.
Questi, già vinto il tutto, poi che onusto

471De le spoglie sarà de l’Orïente,
Anch’egli avrà da te qui seggio eterno,
E là giù fra’ mortali incensi e voti.
L’aspro secolo allor, l’armi deposte,
Si farà mite. Allor la santa Vesta,
E la candida Fede e ’l buon Quirino
Col frate Remo il mondo in cura avranno.
Allor con salde e ben ferrate sbarre
De la guerra saran le porte chiuse:
E dentro infra la rugine sepolto,

481Con cento nodi incatenato e stretto
Gran tempo si starà l’empio Furore;
E rabbioso fremendo orribilmente,
Con fuoco a gli occhi e bava e sangue ai denti
Morderà l’armi e le catene indarno.
Così detto, spedì tosto da l’alto
Di Maia il figlio a far sì ch’a’ Troiani
Fosse Cartago e il suo paese amico,
Perchè del fato la regina ignara,
Non fosse lor, per ferità de’ suoi

491O per sua tèma, inospitale e cruda.
Vassene il messagger per l’aria a volo
Velocemente, e ne la Libia giunto,
Quel ch’imposto gli fu ratto essequisce.
E già, la dio mercè, lasciano i Peni
La lor fierezza; e la regina in prima
S’imbeve d’un affetto e d’una mente
Verso i Troiani affabile e benigna.
La notte intanto, del pietoso Enea
Molti furo i sospir, molti i pensieri.

501Conchiuse alfin ch’a l’apparir del giorno
Spïar dovesse, e riportarne avviso
A’ suoi compagni, in qual paese il vento
Gli avesse spinti; e s’uomini o pur fere
(Perchè incolto vedea) quivi abitassero.
Così tra selve ombrose e cave rupi
Fatti i legni appiattar, sol con Acate,
E con due dardi in mano in via si pose.
In mezzo de la selva una donzella,
Ch’era sua madre, sì com’era avanti

511Che madre fosse, incontro gli si fece.
Donzella a l’armi, a l’abito, al sembiante
Parea di Sparta, o quale in Tracia Arpalice
Leggiera è sciolta, il dorso affaticando
Del fugace destrier, l’Ebro varcava.
Al collo avea da cacciatrice un arco
Abile e lesto, i crini a l’aura sparsi,
Nudo il ginocchio; e con bel nodo stretto
Tenea raccolto de la gonna il seno.
Ella fu prima a dire: Avreste voi,

521Giovani, de le mie sorelle alcuna
Vista errar quinci, o ch’aggia l’arco al fianco,
O che gli omeri vesta d’una pelle
Di cervier maculato, o che gridando
D’un zannuto cignal segua la traccia?
Così Venere disse: ed, a rincontro,
Di Venere il figliuol così rispose:
Niuna ho de le tue veduta, o ’ntesa,
Vergine…. qual ti dico, e di che nome
Chiamar ti deggio? chè terreno aspetto

531Non è già ’l tuo, nè di mortale il suono:
Dea sei tu veramente, o suora a Febo,
O figlia a Giove, o de le ninfe alcuna:
E chiunque tu sii, propizia e pia
Vèr noi ti mostra, e i nostri affanni ascolta.
Dinne sotto qual cielo, in qual contrada
Siamo or del mondo: chè raminghi andiamo
E qui dal vento e da fortuna spinti
Nulla o degli abitanti o de’ paesi
Notizia abbiamo. A te, s’a ciò m’aiti,

541Di nostra man cadrà più d’una vittima.
Venere allor soggiunse: Io non m’arrogo
Celeste onore. In Tiro usan le vergini
Di portar arco e di calzar coturni;
E di Tiro e d’Agenóre le genti
Traggon principio, che qui seggio han posto:
Ma ’l paese è di Libia, ed avvi in guerra
Gente feroce. Or n’è capo e regina
Dido che, da l’insidie del fratello
Fuggendo, è qui venuta. A dirne il tutto

551Lunga fòra novella e lungo intrico.
Ma toccandone i capi, avea costei
Sichèo per suo consorte, uno il più ricco
Di terra e d’oro, che in Fenicia fosse,
Da la meschina unicamente amato,
Anzi il suo primo amore. Il padre intatta
Nel primo fior di lei seco legolla.
Ma del regno di Tiro avea lo scettro
Pigmalïon suo frate, un signor empio,
Un tiranno crudele e scelerato

561Più ch’altri mai. Venne un furor fra loro
Tal, che Sichèo da questo avaro e crudo,
Per sete d’oro, ove men guardia pose,
Fu tra gli altari ucciso; e non gli valse
Che la germana sua tanto l’amasse.
Ciò fe celatamente: e per celarlo
Vie più, con finzïoni e con menzogne
Deluse un tempo ancor l’afflitta amante.
Ma nel fin, di Sichèo la stessa imago,
Fuor d’un sepolcro uscendo, sanguinosa,

571Pallida, macilenta e spaventevole,
L’apparve in sogno, e presentolle, avanti
Gli empi altari ove cadde, il crudo ferro
Che lo trafisse, e del suo frate tutte
L’occulte scelleraggini l’aperse.
Poscia: Fuggi di qua, fuggi, le disse,
Tostamente, e lontano. E per sossidio
De la sua fuga, le scoperse un loco
Sotterra, ov’era inestimabil somma
D’oro e d’argento, di molt’anni ascoso.

581Quinci Dido commossa, ordine occulto
Di fuggir tenne, e d’adunar compagni;
Chè molti n’adunò, parte per odio,
Parte per téma di sì rio tiranno.
Le navi, che trovâr nel lito preste,
Caricâr d’oro, e fer vela in un subito.
Così il vento portossene la speme
De l’avaro ladrone. E fu di donna
Questo sì degno e memorabil fatto.
Giunsero in questi luoghi, ov’or vedrai

591Sorger la gran cittade e l’alta ròcca
De la nuova Cartago, che dal fatto
Birsa nomossi, per l’astuta merce
Che, per fondarla, fer di tanto sito
Quanto cerchiar di bue potesse un tergo.
Ma voi chi siete? onde venite? e dove
Drizzate il corso vostro? A tai richieste
Pensando Enea, dal più profondo petto
Trasse la voce sospirosa, e disse:
O Dea, se da principio i nostri affanni

601Io contar ti volessi, e tu con agio
Udisse una da me sì lunga istoria,
Non finirei che fine avrebbe il giorno.
Noi siam Troiani (se di Troia antica
Il nome ti pervenne unqua agli orecchi),
E la tempesta che per tanti mari
Già cotant’anni ne travolve e gira,
N’ha qui, come tu vedi, alfin gittati.
Io sono Enea, quel pio che da’ nemici
Scampati ho meco i miei patrii Penati,

611Fino a le stelle omai noto per fama.
Italia vo cercando, che per patria
Giove m’assegna, autor del sangue mio.
Con diece e diece ben guarnite navi
Uscii di Frigia, il mio destin seguendo
E lo splendor de la materna stella.
Or sette me ne son restate a pena,
Scommesse, aperte e disarmate tutte.
Ed io mendico, ignoto e peregrino,
De l’Asia in bando, da l’Europa escluso,

621E ’n fin dal mar gittato or ne la Libia,
Vo per deserti inospiti e selvaggi.
E qual m’è più del mondo or luogo aperto?
Venere intenerissi; e nel suo figlio
Tanta amara doglienza non soffrendo,
Così ’l duol con la voce gl’interruppe:
Chiunque sei, tu non sei già, cred’io,
Al cielo in ira; poi che a sì grand’uopo
Ti diè ricovro a sì benigno ospizio.
Segui pur francamente, e quinci in corte

631Va di questa magnanima regina;
Ch’io già t’annunzio le tue navi e i tuoi
Da miglior venti in miglior parte addotti
Salvi e securi omai, se i miei parenti
Non m’ingannâr quando gli augúri appresi.
Mira là sovra a quel tranquillo stagno
Dodici allegri cigni, che pur dianzi
Confusi e dissipati a cielo aperto
Erano in preda al fero augel di Giove,
Com’or, sottratti dal suo crudo artiglio,

641Rimessi in lunga ed ozïosa riga
Si rivolgono a terra, e già la radono.
E sì com’essi con gioiose ruote
Trattando l’aria, col cantar, col plauso
Mostrato han d’allegria segno e di scampo;
Così placato il mare, a piene vele,
E le tue navi e gli tuoi naviganti
O preso han porto, o tosto a prender l’hanno:
Vattene or lieto ove ’l sentier ti mena.
Ciò detto, nel partir, la neve e l’oro,

651E le rose del collo e de le chiome,
Come l’aura movea, divina luce
E divino spirâr d’ambrosia odore:
E la veste, che dianzi era succinta,
Con tanta maestà le si distese
Infino a’ piè, ch’a l’andar anco, e Dea
Veracemente e Venere mostrossi.
Poscia che la conobbe, e la sua fuga
O fermare o seguir più non poteo,
Con un rammarco tal dietro le tenne:

661Ahi! madre, ancora tu vèr me crudele,
A che tuo figlio con mentite larve
Tante volte deludi? A che m’è tolto
Di congiunger la mia con la tua destra?
Quando fia mai ch’io possa a viso aperto
Vederti, udirti, ragionarti, e vera
Riconoscerti madre? Egli in tal guisa
Si querelava; e verso la cittade
Se ne giano invisibili ambidue:
Chè la Dea, sospettando non tra via

671Fossero distornati o trattenuti,
Di folta nebbia intorno gli coverse.
Ella in alto levossi, e Cipri e Pafo
Lieta rivide, ov’entro al suo gran tempio
Da cento altari ha cento volte il giorno
D’incensi e di ghirlande odori e fumi.
Ed essi intanto in vèr le mura a vista
Giunser de la città, ch’al colle incontro
Fe lor superba e specïosa mostra.
Maravigliasi Enea che sì gran macchina

681Già sorga, ove pur dianzi non vedevasi
Forsi altro che foreste o che tugurii.
Mira il travaglio, mira la frequenzia,
E le porte e le vie piene di strepito.
Vede con quanto ardor le turbe tirie
Altri a le mura, altri a la ròcca intendono.
E i gravi legni e i gran sassi che volgono
Questi, che i siti ai propri alberghi insolcano;
E quei, che del senato e de gli offici
Piantan le curie e i fòri e le basiliche.

691Scorge là presso al mar che ’l porto cavano;
Qua sotto al colle, ch’un teatro fondano,
Per le cui scene i gran marmi che tagliano,
E le colonne, che tant’alto s’ergono,
Le rupi e i monti, a cui son figli, adeguano.
Con tal sogliono industria a primavera
Le sollecite pecchie al sole esposte
Per fiorite campagne esercitarsi,
Quando le nuove lor cresciute genti
Mandano in campo a côr manna e rugiada,

701Di celeste liquor le celle empiendo;
O quando incontro a scaricare i pesi
Van de l’altre compagne; o quando a stuolo
Scacciano i fuchi, ingorde bestie e pigre,
Che, solo intente a logorar l’altrui,
De le conserve lor si fan presepi,
Allor che l’opra ferve, allor che ’l mèle
Sparge di timo d’ogn’intorno odore.
O fortunati voi, di cui già sorge
Il desiato seggio, Enea dicendo,

711A parte a parte lo contempla e loda.
Arriva intanto alla muraglia, e chiuso
Ne la sua nube (meraviglia a dirlo)
Tra gente e gente va, che non è visto.
Era nel mezzo a la cittade un bosco
Di sacro rezzo e grato, ove sospinti
Da la tempesta capitaro i Peni
Primieramente; e nel fondar trovaro
Quel che pria da Giunon fu lor predetto
Di barbaro destrier teschio fatale,

721La cui sembianza imagine e presagio
Fu poi, che quella gente e quella terra
Saria per molte età ferace e fera.
Qui fabbricava la sidonia Dido
Un gran tempio a Giunone, il cui gran nume
E i doni e la materia e l’artificio
Lo facean prezïoso e venerando.
Mura di marmo avea, colonne e fregi
Di mischi, e gradi e travi e soglie e porte
Di risonante e solido metallo.

731Qui si ristette Enea; qui vide cosa
Che téma gli scemò, speme gli accrebbe,
E di pace affidollo e di salute;
Chè mentre, in aspettando la regina
Ch’ivi s’attende, la città vagheggia,
Mentre nel tempio l’apparato e l’opre
E ’l valor degli artefici contempla,
Agli occhi una parete gli s’offerse,
In cui tutta per ordine dipinta
Era di Troia la famosa guerra.

741E conosciuti a le fattezze conte
Prima il troiano re, poscia l’argivo
E ’l fero d’ambidue nimico Achille,
Fermossi, e lagrimando: O, disse, Acate,
Mira fin dove è la notizia aggiunta
De le nostre ruine! or quale ha ’l mondo
Loco che pien non sia de’ nostri affanni?
Ecco Priamo, ecco Troia; e qui si pregia
Ancor vertù; chè ferità non regna
Là ’ve umana miseria si compiagne.

751Or ti conforta, chè tal fama ancora
Di pro ti fia cagione e di salvezza.
Così dicendo, e la già nota istoria
Mirando, or con sospiri, ed or con lutto
Va di vana pittura il cor pascendo.
E come quei ch’a Troia il tutto vide,
I siti rammentandosi e le zuffe,
Col sembiante riscontra il vivo e ’l vero.
Quinci vede fuggir le greche schiere,
Quindi le frigie: a quelle Ettorre infesto,

761A queste Achille, a cui parea d’intorno
Che solo il suon del carro e solo il moto
Del cimiero avventasse orrore e morte.
Nè senza lagrimar Reso conobbe
Ai destrier bianchi, ai bianchi padiglioni,
Fatti di sangue in mille parti rossi:
Chè sotto v’era Diomede, anch’egli
Insanguinato; e si facea d’intorno
Alta strage di gente che nel sonno,
Prima che da lui morta, era sepolta.

771Vedea quindi i cavalli al campo addotti,
Che non potêr (fato a’ Troiani avverso!)
Di Troia erba gustare, o ber del Xanto.
Scorge d’un’altra parte in fuga vòlto
Droïlo, già senz’armi e senza vita:
Giovinetto infelice, che di tanto
Diseguale ad Achille, ebbe ardimento
Di stargli a fronte. Egli in su ’l vòto carro
Giacea rovescio, e strascinato e lacero
Da’ suoi cavalli, avea la destra ancora

781A le redini involta, e ’l collo e i crini
Traea per terra; e l’asta, onde trafitto
Portava il petto, con la punta in giuso
Scrivea note di sangue in su la polve.
Ecco intanto venir di Palla al tempio
In lunga schiera ed ordinata pompa
Le donne d’Ilio a far del peplo offerta.
Battonsi i petti, e scapigliate e scalze
Paion pregar divotamente afflitte
Perdono e pace; ed ella irata e fera,

791Volte le luci a terra e ’l tergo a loro,
Mostra fastidio di mirarle e sdegno.
Vede il misero Ettòr che già tre volte
Tratto era d’Ilio a la muraglia intorno.
Vede il padre più misero, ch’in forza
Del dispietato e suo nimico Achille,
Oro in premio gli dà del suo cadavero;
Spettacolo crudel che gli trafigge
Profondamente e più d’ogn’altro il core,
Ove il carro, gli arnesi e ’l corpo stesso

801Vede d’un tanto amico, ed un re tale,
Che solo e disarmato e supplichevole
Stassi a l’ucciditor del figlio avanti.
Vi riconobbe ancor sè stesso, ov’era
A dura mischia incontro a’ greci eroi.
Riconobbe lo stuol che d’Orïente
Addusse de l’Aurora il negro figlio:
E lui raffigurò, che di Vulcano
Avea lo sbergo e l’armatura in dosso.
Scorge d’altronde di lunati scudi

811Guidar Pentesilèa l’armate schiere
De l’Amazzoni sue: guerriera ardita,
Che succinta, e ristretta in fregio d’oro
L’adusta mamma, ardente e furïosa
Tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
Di qual sia cavalier non teme intoppo.
Stava da tante meraviglie ad una
Sola vista ristretto, attento e fiso
Enea pien di vaghezza e di stupore:
Quand’ecco la regina, accompagnata

821Da real corte, con real contegno
Entro al tempio bellissima comparve
Qual su le ripe de l’Eurota suole,
O ne’ gioghi di Cinto, allor Dïana
Ch’a l’Orèadi sue la caccia indíce,
A mille che le fan cerchio d’intorno,
Divisar vari offici, e faretrata,
Da la faretra in su gir sovra l’altre
Neglettamente altera, onde a Latona
S’intenerisce per dolcezza il core;

831Tale era Dido, e tal per mezzo a’ suoi
Se ne gía lieta, e dava ordine e forma
Al nuovo regno, ai magisteri, a l’opre.
Giunta al cospetto de la Diva, in mezzo
De la maggior tribuna, in alto assisa,
Cinta d’armati, in maestà si pose:
E mentre con dolcezza editti e leggi
Porge a la gente, e con egual compenso
L’opre distribuisce e le fatiche;
Rivolgendosi Enea, nel tempio stesso

841Vede da gran concorso attorneggiati
Entrar Sergesto, Anteo, Cloanto e gli altri
Troiani, che da sè disgiunti e sparsi
Avea dianzi del mar l’aspra tempesta.
Stupor, timor, letizia, tenerezza
E disio d’abbracciarli e di mostrarsi
Assaliro in un tempo Acate e lui.
Ma, dubii del successo, entro la nube
Dissimulando se ne stero, e cheti,
Per ritrar che seguisse e che seguito

851Fosse già de le navi e de’ compagni,
Di cui questi eran primi e gli più scelti
Di ciascun legno. E già pieno era il tempio
Di tumulto e di voti ch’altamente
Si sentian vènia risonare e pace.
Poichè furo entromessi, e ch’udïenza
Fur lor concessa, il saggio Ilïoneo
Prese umilmente in cotal guisa a dire:
Sacra Regina, a cui dal cielo è dato
Fondar nuova cittade, e con giustizia

861Por freno a gente indomita e superba,
Noi miseri Troiani, a tutti i venti,
A tutti i mari omai ludibrio e scherno,
Caduti dopo l’onde in preda al foco
Che da’ tuoi si minaccia ai nostri legni,
Preghianti a proveder che nel tuo regno
Non si commetta un sì nefando eccesso.
Fa’ cosa di te degna, abbi di noi
Pietà, che pii, che giusti, ch’innocenti
Siamo, non predatori, non corsari

871De le vostre marine o de l’altrui:
Tanto i vinti d’ardire, e gl’infelici
D’orgoglio e di superbia oimè! non hanno.
Una parte d’Europa è, che da’ Greci
Si disse Esperia, antica, bellicosa,
E fertil terra, dagli Enotrei cólta.
Prima Enotria nomossi, or, come è fama,
Preso d’Italo il nome, Italia è detta.
Qui ’l nostro corso era diritto, quando
Orïon tempestoso i venti e ’l mare

881Sì repente commosse, e mar sì fero,
Venti sì pertinaci, e nembi e turbi
Così rabbiosi, che sommersi in parte
E dispersi n’ha tutti: altri a le secche,
Altri a gli scogli, ed altri altrove ha spinti:
E noi pochi, di tanti, ha qui condotti.
Ma qual sì cruda gente, qual sì fera
E barbara città quest’uso appruova,
Che ne sia proibita anco l’arena?
Che guerra ne si muova, e ne si vieti

891Di star ne l’orlo de la terra a pena?
Ah! se de l’armi e de le genti umane
Nulla vi cale, a Dio mirate almeno,
Che dal ciel vede, e riconosce i meriti
E i demeriti altrui. Capo e re nostro
Era pur dianzi Enea, di cui più giusto,
Più pio, più pro’ ne l’armi, più sagace
Guerrier non fu già mai. Se questi è vivo,
Se spira, se il destin non ce l’invidia,
Quanto ne speriam noi, tanto potresti

901Tu non pentirti a provocarlo in prima
A cortesia. Ne la Sicilia ancora
Avem terre, avem’ armi, avemo Aceste
Che n’è signore, ed è de’ nostri anch’egli.
Quel che vi domandiamo è spiaggia, è selva,
È vitto da munir, da risarcire
I vòti e stanchi e sconquassati legni,
Per poter lieti (ritrovando il duce
E gli altri nostri, o se pur mai n’è dato
Veder l’Italia) ne l’Italia addurne;

911Ma se nostra salute in tutto è spenta,
Se te nostro signor, nostro buon padre,
Di Libia ha ’l mare, e più speranza alcuna
Non ci riman del giovinetto Iulo,
Almen tornar ne la Sicania, ond’ora
Siam qui venuti e dove il buon’Aceste
N’è parato mai sempre ospite e rege.
Al dir d’Ilïoneo fremendo tutti
Assentirono i Teucri, e la regina
Con gli occhi bassi e con benigna voce

921Brevemente rispose: O miei Troiani,
Toglietevi dal cuore ogni timore,
Ogni sospetto. Gli accidenti atroci,
La novità di questo regno a forza
Mi fan sì rigorosa, e sì guardinga
De’ miei confini. E chi di Troia il nome,
Chi de’ Troiani i valorosi gesti,
E l’incendio non sa di tanta guerra?
Non han però sì rozzo core i Peni:
Non sì lunge da lor si gira il sole,

931Che nè pietà nè fama unqua v’arrive.
Voi di qui sempre, o de la grand’Esperia
E di Saturno che cerchiate i campi,
O che vogliate pur d’Aceste e d’Erice
Tornare ai liti, in ogni caso liberi
Ve n’andrete e sicuri. Ed io d’aita
Scarsa non vi sarò, nè di sossidio:
E se qui dimorar meco voleste,
Questa è vostra città. Tirate al lito
Vostri navili: chè da’ Teucri a’ Tiri

941Nulla scelta farò, nullo divaro.
Così qui fosse il vostro re con voi!
Così ci capitasse! Ma cercando
Io manderò di lui fino a l’estremo
De’ miei confini la riviera tutta,
Se per sorte gittato in queste spiagge
Per selve errando o per cittadi andasse.
Rincorossi a tal dire il padre Enea
E ’l forte Acate; e di squarciare il velo
Stavan già desïosi. Acate il primo

951Mosse dicendo: omai, signor, che pensi?
Tutto è sicuro, e tutti a salvamento
I nostri legni e i nostri amici avemo.
Sol un ne manca; e questo a noi davanti
Il mar sorbissi. Ogni altra cosa al detto
Di tua madre risponde. A pena Acate
Ciò disse, che la nugola s’aperse,
Assottigliossi e col ciel puro unissi.
Rimase in chiaro Enea, tale ancor egli
Di chiarezza e d’aspetto e di statura,

961Che come un Dio mostrossi: e ben a Dea
Era figliuol, che di bellezza è madre.
Ei degli occhi spirava e de le chiome
Quei chiari, lieti e giovenili onori
Ch’ella stessa di lui madre gl’infuse.
Tale aggiunge l’artefice vaghezza
A l’avorio, a l’argento, al pario marmo,
Se di fin’oro li circonda e fregia.
Cotal, comparso d’improviso a tutti,
Si fece avanti a la regina, e disse:

971Quegli che voi cercate Enea troiano,
Son qui, dal mar ritolto. A te ricorro
Vera regina, a te sola pietosa
De le nostre ineffabili fatiche.
Tu noi, rimasi al ferro, al fuoco, a l’onde
D’ogni strazio bersaglio, d’ogni cosa
Bisognosi e mendici, nel tuo regno
E nel tuo albergo umanamente accogli.
A renderti di ciò merito eguale
Bastante non son io nè fòran quanti

981De la gente di Dárdano discesi
Vanno per l’universo oggi dispersi.
Ma gli Dei (s’alcun Dio de’ buoni ha cura,
Se nel mondo è giustizia, se si truova
Chi d’altamente adoperar s’appaghe)
Te ne dian guiderdone. Età felice!
Avventurosi genitori e grandi
Che ti diedero al mondo! Infin ch’i fiumi
Si rivolgono al mare, infin ch’a’ monti
Si giran l’ombre, infin c’ha stelle il cielo,

991I tuoi pregi, il tuo nome e le tue lodi
Mi saran sempre, ovunque io sia, davanti.
Ciò detto, lietamente a’ suoi rivolto,
Al caro Ilïoneo la destra porse,
La sinistra a Sergesto, e poscia al forte
Cloanto, al forte Gía: l’un dopo l’altro
Tutti gli salutò. Stupì Didone
Nel primo aspetto d’un sì nuovo caso,
E d’un uom tale, indi riprese a dire:
Qual forza, o qual destino a tanti rischi

1001T’hanno in sì strani, in sì feri paesi
Esposto, o de la Dea famoso figlio?
E sei tu quell’Enea che in su la riva
Di Simoenta il gran dardanio Anchise
Di Venere produsse? Io mi ricordo
Quel che n’intesi già da Teucro, quando,
Fuor di sua patria, il suo padre fuggendo,
Nuovi regni cercava. Egli a Sidone
Venne in quel tempo a dar sossidio a Belo.
Belo mio padre allor facea l’impresa

1011E ’l conquisto di Cipro. Infin d’allora
Io del caso di Troia e del tuo nome
E de l’oste de’ Greci ebbi notizia.
Ed ei ch’era sì rio nimico vostro,
Celebrava il valor di voi Troiani,
E trar volea da Troia il suo legnaggio.
Voi da me dunque amico e fido ospizio,
Giovini, arete. E me fortuna ancora,
A la vostra simile, ha similmente
Per molti affanni a questi luoghi addotta,

1021Sì che natura e sofferenza e pruova
De’ miei stessi travagli ancor me fanno
Pietosa e sovvenevole agli altrui.
Ciò detto, Enea cortesemente adduce
Ne la sua reggia. In ogni tempio indíce
Feste e preci solenni. Ordina appresso
Che si mandino al mar venti gran tori,
Cento gran porci, cento grassi agnelli
Con cento madri, e ciò ch’a’ suoi compagni
Per vitto e per letizia è di mestiero.

1031Dentro al real palagio, realmente,
De’ più gentili e sontuosi arnesi
Il convito e le stanze orna e prepara;
Cuopre d’ostro le mura; empie le mense
D’argento e d’oro, ove per lunga serie
Son de’ padri e degli avi i fatti egregi.
Enea, cui la paterna tenerezza
Quetar non lascia, a le sue navi innanzi
Ratto spedisce Acate, che di tutto
Ascanio avvisi, ed a sè tosto il meni;

1041Chè in Ascanio mai sempre intento e fiso
Sta del suo caro padre ogni pensiero.
Gli comanda, oltre a ciò, ch’a la regina
Porti alcune a donar spoglie superbe
Che si salvâr da la ruina a pena
E dal foco di Troia: un ricco manto
Ricamato a figure, e di fin’oro
Tutto contesto: un prezïoso velo,
Cui di pallido acanto un ampio fregio
Trapunto era d’intorno: ambi ornamenti

1051D’Elena argiva, e di sua madre Leda
Mirabil dono. In questo avea le bionde
Sue chiome avvolte il dì che di Micene
A nuove nozze, e non concesse, uscío;
E porti anco lo scettro, onde superba
Ilïone di Prïamo sèn giva
Primogenita figlia, e ’l suo monile
Di gran lucide perle; e quella stessa,
Onde ’l fronte cingea, doppia corona,
Di gemme orïentali ornata e d’oro.

1061Tutto ciò procurando il fido Acate
In vèr le navi accelerava il piede.
Venere in tanto con nuov’arte e nuovi
Consigli s’argomenta a far che in vece
E ’n sembianza d’Ascanio il suo Cupido
Se ne vada in Cartago; e con quei doni,
Con le dolcezze sue, con la sua face
Alletti, incenda, amor desti e furore
Nel petto a la regina, onde sospetto
Più non aggia o ’l suo regno, o la perfidia

1071De la sua gente, o di Giunon l’insidie,
Che da pensare e da vegghiar le danno
Tutte le notti. E, fatto a sè venire
L’alato Dio, così seco ragiona:
Figlio, mia forza e mia maggior possanza:
Figlio, che del gran padre anco non temi
L’orribil tèlo, onde percosso giacque
Chi ne diè fin nel ciel briga e spavento,
A te ricorro e dal tuo nume aita
Chieggio a l’altro mio figlio Enea tuo frate.

1081Come Giuno il persegua, e come l’aggia
Per tutti i mari omai spinto e travolto,
Tu ’l sai che del mio duol ti sei doluto
Più volte meco. Or la sidonia Dido
L’ave in sua forza, e con benigni e dolci
Modi fin qui l’accoglie e lo trattiene.
Ma là dov’è, lassa! che val, comunque
Sia caramente accolto? in casa a Giuno
Da le carezze ancor chi m’assecura?
Ch’ella più neghittosa, o meno atroce,

1091In un caso non fia di tanto affare.
E però con astuzia e con inganno
Cerco di prevenirla, e del tuo foco
Ardere il cuor de la regina in guisa,
Ch’altro nume nol mute, e meco l’ami
D’immenso affetto. Or come agevolmente
Ciò porre in atto e conseguir si possa,
Ascolta. Enea manda testè chiamando
Il suo regio fanciullo, amor supremo
Del caro padre, e mio sommo diletto,

1101Perchè de’ Tirii a la città sèn vada
Con doni a la regina, che di Troia
A l’incendio avanzarono ed al mare.
Questo vinto dal sonno, o sopra l’alta
Citèra, o dentro al sacro bosco Idalio
Terrò celato sì ch’ei non s’accorga,
Ed accorto di ciò non faccia altrui
Con alcun suo rintoppo. E tu che puoi,
Fanciullo, il noto fanciullesco aspetto
Mentire acconciamente, in lui ti cangia

1111Sola una notte, e gli suoi gesti imita.
E quando Dido al suo real convito
Riceveratti, e, come a mensa fassi,
Sarà, bevendo e ragionando, allegra;
Quando, come farà, cortese in grembo
Terratti, abbracceratti, e dolci baci
Porgeratti sovente, a poco a poco
Il tuo foco le spira e ’l tuo veleno.
Al voler della sua diletta madre
Pronto mostrossi e baldanzoso Amore,

1121E gittò l’ali; ed in un tempo l’abito
E ’l sembiante e l’andar prese di Iulo.
Ciprigna intanto al giovinetto Ascanio
Tale un profondo e dolce sonno infuse,
E ’n guisa l’adattò, che agiatamente
In grembo lo si tolse; e ne la cima
De la selvosa Idalia, entro un cespuglio
Di lieti fiori e d’odorata persa,
A la dolce aura, a la fresc’ombra il pose.
Cupido co’ suoi doni allegramente,

1131Per far quanto gli avea la madre imposto,
Con la guida si pon d’Acate ’n via.
Giunse, che giunta era Didone appunto
Ne la gran sala, che di fini arazzi,
Di fior, di frondi e di festoni intorno
Era tutta vestita, ornata e sparsa.
E già sopra la sua dorata sponda
Con real maestà s’era nel mezzo
A tutti gli altri alteramente assisa.
Appresso Enea, poscia di mano in mano

1141Sopra drappi di porpora e di seta
Si stendea la troiana gioventute.
Già con l’acqua e con Cerere a le mense
Gli aurati vasi e i nitidi canestri
E i bianchissimi lini eran comparsi.
Stavano dentro, a le vivande intorno,
Intorno a’ fuochi, a dar ordine a’ cibi,
Cinquanta ancelle, ed altre cento fuori
Con altrettanti d’ una stessa etade
Tra scudieri e pincerni; e gli atrii tutti

1151Si riempiron di Tirii, a cui le mense
Di tapeti dipinti eran distese.
A l’apparir del giovinetto Iulo
Corser tutti a mirare il manto e ’l velo
E gli altri ch’adducea leggiadri arnesi,
A sentir quelle sue finte parole,
A contemplar quel grazïoso aspetto,
Ch’ardore e deità raggiava intorno.
Ma sopra tutti l’infelice Dido
Non potea nè la vista nè ’l pensiero

1161Saziar, mirando or gli suoi doni, or lui;
E com’ più gli rimira, e più s’accende.
Poichè lunga fïata umile e dolce
Del non suo genitor pendè dal collo
E finse di figliuol verace affetto,
Si volse alla regina. Ella con gli occhi,
Col pensier tutto lo contempla e mira:
Lo palpa, e ’l bacia, e ’n grembo lo si reca.
Misera! che non sa quanto gran dio
S’annidi in seno. Ei de la madre intanto

1171Rimembrando il precetto, a poco a poco
De la mente Sichèo comincia a trarle,
Con vivo amore e con visibil fiamma
Rompendole del core il duro smalto,
E ’ntroducendo il suo già spento affetto.
Cessati i primi cibi, e da’ ministri
Già le mense rimosse, ecco di nuovo
Comparir nuove tazze e vino e fiori,
Per lietamente incorònarsi e bere.
Quinci un rumoreggiare, un riso, un giubilo

1181Che d’allegrezza empían le sale e gli atrii,
E i torchi e le lumiere che pendevano
Dai palchi d’oro, poichè notte fecesi,
Vinceano il giorno e ’l sol, non che le tenebre.
Qui fattosi Didone un vaso porgere
D’oro grave e di gemme, ov’era solito
Ne’ conviti e ne’ dì solenni e celebri
Ber Belo, e gli altri che da Belo uscirono,
Di fiori ornollo, e di vin vecchio empiendolo
Orò così dicendo: Eterno Giove,

1191Che, Albergator nomato, hai degli alberghi
E de le cortesie cura e diletto,
Priegoti ch’a’ Fenici ed a’ Troiani
Fausto sia questo giorno, e memorando
Sempre a’ posteri loro. E te, Lièo,
Largitor di letizia, e te, celeste
E buona Giuno, a questa prece invoco.
Voi co’ vostri favori, e Tiri e Peni,
Prestate a’ prieghi miei devoto assenso.
Ciò detto, riversollo, e lievemente

1201Del sacrato liquor la mensa asperse,
Poscia ella in prima con le prime labbia
Tanto sol ne sorbì quanto n’attinse.
Indi con dolce oltraggio e con rampogne
A Bizia il diè, che valorosamente
A piena bocca infino a l’aureo fondo
Vi si tuffò col volto, e vi s’immerse.
Ciò seguîr gli altri eroi. Comparve intanto
Co’ capei lunghi e con la cetra d’oro
Il biondo Iopa: e, qual Febo novello,

1211Cantò del ciel le meraviglie e i moti
Che dal gran vecchio Atlante Alcide apprese.
Cantò le vie che drittamente torte
Rendon vaga la luna e buio il sole;
Come prima si fer gli uomini e i bruti;
Com’or si fan le piogge e i venti e i folgori:
Cantò l’Iäde e l’Orse e ’l Carro e ’l Corno,
E perchè tanto a l’Oceáno il verno
Vadan veloci i dì, tarde le notti.
Un novo plauso incominciaro i Tiri:

1221Seguiro i Teucri: e l’infelice Dido,
Che già fea dolce con Enea dimora,
Quanto bevesse amor non s’accorgendo,
A lungo ragionar seco si pose
Or di Priamo, or d’Ettorre, or con qual’armi
Venisse a Troia de l’Aurora il figlio,
Or qual fosse Diomede, or quanto Achille.
Anzi, se non t’è grave, alfin gli disse
Incomincia a contar fin da principio
E l’insidie de’ Greci, e la ruina

1231E l’incendio di Troia, e ’l corso intero
Degli error vostri: già che ’l settim’anno
E per terra e per mar raminghi andate.

Testo dell’Eneide nella traduzione di Annibale Caro da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro I

Chi arriva all’Eneide dopo Omero nota subito una differenza di tono. Virgilio scrive nel I secolo a.C., per un pubblico romano che conosce già l’Iliade e l’Odissea, e costruisce il suo poema mettendo insieme i due modelli: un viaggio, come quello di Ulisse, e una guerra, come quella di Achille. Ma il suo eroe non torna a casa. La casa è bruciata. Enea deve fondarne una nuova, e il poema intero è il racconto di quanto costi.

La tempesta è il primo grande quadro del libro. Giunone va da Eolo e lo corrompe promettendogli una ninfa in sposa; Eolo colpisce con la lancia il monte dove tiene chiusi i venti, e i venti escono tutti insieme. La scena è violenta e rapida: il cielo si oscura, le onde si alzano come montagne, una nave gira tre volte su se stessa e affonda. Il primo discorso che sentiamo da Enea è un lamento. Beati quelli che sono morti sotto le mura di Troia, dice. Non è un inizio da eroe invincibile, ed è voluto.

Poi c’è Nettuno, che emerge dalle onde con la testa calma e rimprovera i venti. Virgilio lo paragona a un uomo autorevole che, in mezzo a una sommossa popolare, riesce a calmare la folla con la sola parola. È la prima similitudine del poema e ha qualcosa di romano: l’ordine vince sul caos grazie all’autorità. Chi legge sa già che quell’ordine, nella storia, si chiama Roma, e che a imporlo sarà Augusto.

Una volta a terra Enea si comporta da capo. Va a caccia, porta la carne ai compagni, li consola con una frase famosa: forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose. Ma Virgilio aggiunge che sul volto finge speranza e nel cuore tiene il dolore. Questa doppiezza tra il ruolo pubblico e il sentimento privato è il tratto più moderno di Enea. Accompagna tutto il poema e lo distingue dagli eroi omerici, che il dolore lo gridano.

La scena delle pitture nel tempio è il cuore del libro. Enea entra a Cartagine nascosto da una nube e vede sulle pareti la guerra di Troia: gli Atridi, Priamo, Achille, Ettore trascinato attorno alle mura. Si mette a piangere. In latino c’è una frase che si cita spesso, <em>sunt lacrimae rerum</em>, “ci sono lacrime per le cose”: anche qui, in Africa, le sofferenze umane commuovono. Ma c’è un altro aspetto. Enea si vede raffigurato tra i combattenti. Per la prima volta si guarda da fuori, come un personaggio di una storia.

Didone entra in scena come una regina operosa, circondata da giovani che lavorano. Virgilio la paragona a Diana che guida le ninfe. È generosa con i naufraghi, e la sua generosità nasce anche dall’esperienza: anch’io ho conosciuto la sventura, dice, e ho imparato a soccorrere gli infelici. Il dramma del libro IV comincia qui, tra il banchetto e il bacio che Didone dà al falso Ascanio, ignara di stringere a sé il dio dell’amore.

Un passo da vicino

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta

Eneide, libro I, vv. 7-20, trad. di A. Caro

Questo è il proemio nella traduzione di Annibale Caro, e va letto con una piccola avvertenza. Il testo di Wikisource comincia con sei versi, “Quell’io che già tra selve e tra pastori”, che non sono di Virgilio nel senso pieno: sono un antico incipit che alcuni manoscritti premettevano al poema e che Caro ha voluto tradurre. Il vero inizio è il verso 7: “L’armi canto e ‘l valor del grand’eroe”. In latino è <em>Arma virumque cano</em>, le armi e l’uomo. Notate quanto è lunga la frase: dal “canto” fino a “l’imperio alto di Roma” corrono undici versi senza un punto fermo. L’endecasillabo sciolto di Caro, senza rima, permette questo respiro largo. In questi versi c’è il riassunto dell’opera: il destino che spinge Enea, la tenace ira di Giunone, la guerra, la città fondata, gli dèi portati nel Lazio. E l’ultima parola è Roma. Tutto il poema tende verso un nome che nella storia raccontata non esiste ancora. Poi viene l’invocazione alla Musa, che deve spiegare “le cagioni” di tanto odio divino. Virgilio non chiede soltanto di raccontare: chiede di capire.

Domande per il ripasso

  1. Quali sono i due grandi argomenti annunciati nel proemio?
  2. Perché Giunone odia i Troiani?
  3. Che cosa prova Enea davanti alle pitture del tempio di Cartagine?

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