Eneide, libro II: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro II: La caduta di Troia

Su richiesta di Didone, Enea comincia il racconto. I Greci fingono di partire e lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno. I Troiani discutono su che cosa farne; il sacerdote Laocoonte li avverte che è un inganno e scaglia una lancia contro il fianco del cavallo. Arriva Sinone, un greco che si finge disertore e convince i Troiani con un racconto pieno di bugie: il cavallo è un dono ad Atena, e chi lo porta in città avrà la protezione della dea. Poco dopo due enormi serpenti escono dal mare e uccidono Laocoonte e i suoi due figli. I Troiani lo interpretano come una punizione e portano il cavallo dentro le mura. Di notte i Greci escono dal cavallo e aprono le porte all’esercito. Ettore appare in sogno a Enea e gli dice di fuggire con i Penati, gli dèi della città. Enea invece combatte con un gruppo di compagni. Dalla reggia vede Pirro uccidere davanti al padre il giovane Polite e poi il vecchio Priamo sull’altare. Venere ferma il figlio e gli mostra gli dèi che distruggono Troia. Anchise rifiuta di partire, finché una fiamma innocua si accende sul capo di Ascanio. Enea fugge portando il padre sulle spalle e tenendo per mano il figlio; la moglie Creusa li segue, ma si perde. Enea torna in città a cercarla: gli appare la sua ombra, che gli annuncia una terra lontana e lo saluta.

Da ricordare

  • Il libro è un racconto in prima persona: Enea è narratore, come Ulisse presso i Feaci.
  • L’inganno di Sinone e la morte di Laocoonte spiegano perché i Troiani portano il cavallo in città.
  • La morte di Priamo segna la fine di un mondo.
  • L’immagine di Enea con Anchise sulle spalle e Ascanio per mano riassume la sua pietas.

Personaggi del libro

  • Enea, narratore.
  • Laocoonte, sacerdote troiano; Sinone, greco bugiardo.
  • Ettore, che appare in sogno.
  • Priamo, re di Troia, e il figlio Polite; Pirro (Neottolemo), figlio di Achille.
  • Venere.
  • Anchise, padre di Enea; Ascanio; Creusa, moglie di Enea.

Testo del libro II

Traduzione di Annibale Caro (pubblicata postuma nel 1581).

Stavan taciti, attenti e disiosi
D’udir già tutti, quando il padre Enea
In sè raccolto, a così dir da l’alta
Sua sponda incominciò: Dogliosa istoria
E d’amara e d’orribil rimembranza,
Regina eccelsa, a raccontar m’inviti:
Come la già possente e glorïosa
Mia patria, or di pietà degna e di pianto,
Fosse per man de’ Greci arsa e distrutta.
E qual ne vid’io far ruina e scempio:

11Ch’io stesso il vidi, ed io gran parte fui
Del suo caso infelice. E chi sarebbe,
Ancor che Greco e Mirmidone e Dòlopo,
Che a ragionar di ciò non lagrimasse?
E già la notte inchina, e già le stelle
Sonno, dal ciel caggendo, a gli occhi infondono:
Ma se tanto d’udire i nostri guai,
Se brevemente di saver t’aggrada
L’ultimo eccidio, ond’ella arse e cadéo,
Benchè lutto e dolor mi rinovelle,

21E sol de la memoria mi sgomente;
Io lo pur conterò. Sbattuti e stanchi
Di guerreggiar tant’anni e risospinti
Ancor da’ fati, i greci condottieri
A l’insidie si diero; e da Minerva
Divinamente istrutti, un gran cavallo
Di ben contesti e ben confitti abeti
In sembianza d’un monte edificaro.
Poscia finto che ciò fosse per voto
Del lor ritorno, di tornar sembiante

31Fecero tal, che se ne sparse il grido.
Dentro al suo cieco ventre e ne le grotte,
Che molte erano e grandi in sì gran mole,
Rinchiuser di nascosto arme e guerrieri
A ciò per sorte e per valore eletti.
Giace di Troia un’isola in cospetto
(Tènedo è detta) assai famosa e ricca,
Mentre ch’Ilio fioriva. Ora un ridotto
È sol di naviganti e di navili,
Infido seno, e mal secura spiaggia.

41Qui, poichè di Sigèo sciolse e sparío,
La greca armata si rattenne, e dietro
Appiattossi al suo lito ermo e deserto.
E noi credemmo che veracemente
Fosse partita, e che a spiegate vele
Gisse a Micene. Onde la Teucria tutta,
Già cotant’anni lagrimosa e mesta,
Volta ne fu subitamente in gioia.
S’aprîr le porte, uscîr d’Ilio, e d’intorno
Le genti tutte, disiose e liete

51Di veder vòti i campi e sgombri i liti,
Ch’eran coverti pria di navi e d’armi.
Qui s’accampava Achille, e qui de’ Dòlopi
Eran le tende; ivi solean le zuffe
Farsi de’ cavalieri, e là de’ fanti,
Dicean parte vagando, e parte accolti
Facean mirando al gran destriero intorno
Meraviglie e discorsi: e chi per sacro,
E chi per esecrando il voto e ’l dono
Avean di Palla. Il primo fu Timete

61A dir ch’entro le mura e ne la ròcca
Quindi si conducesse, o froda, o fato
Che ciò fosse de’ miseri Troiani.
Ma Capi e gli altri, il cui più sano avviso
O per insidïose, o per sospette,
Quantunque sacre, avea le greche offerte,
Voleano, o che del mar fosse nel fondo
Precipitato, o che di fiamme ardenti
Si circondasse, o che forato e lacero
Gli fosse il petto e sviscerato il fianco.

71Stava tra questi due contrari in forse
In due parti diviso il volgo incerto;
Quando con gran caterva e con gran furia
Da la ròcca discese, e di lontano
Gridò Laocoonte: O ciechi, o folli,
O sfortunati! agli nemici, a’ Greci
Date credenza? a lor credete voi
Che sian partiti? e sarà mai che doni
Siano i lor doni, e non più tosto inganni?
Così v’è noto Ulisse? O in questo legno

81Sono i Greci rinchiusi, o questa è macchina
Contra alle nostre mura, o spia per entro
Ai nostri alberghi, o scala o torre o ponte
Per di sopra assalirne. E che che sia,
Certo o vi cova o vi si ordisce inganno,
Chè de’ Pelasgi e de’ nemici è ’l dono.
Ciò detto, con gran forza una grand’asta
Avventògli, e colpillo, ove tremante
Stette altamente infra due coste infissa:
E ’l destrier come fosse e vivo e fiero,

91Fieramente da spron punto cotale,
Si storcè, si crollò, tonògli il ventre,
E rintonâr le sue cave caverne.
E se ’l fato non era a Troia avverso,
Se le menti eran sane, avea quel colpo
Già commossi infiniti a lacerarlo,
E del tutto a scovrir l’agguato argolico:
Ond’oggi e tu, grand’Ilio, e tu, diletta
Troia, staresti. Ma si vide intanto
De’ pastor paesani una masnada

101Venir gridando al re, ch’ivi era giunto,
E trargli avanti un giovine prigione
Ch’avea dietro le mani al tergo avvinte.
Questi era greco; e da’ suoi Greci avea
Di salvare il destrier, d’aprir lor Troia
Assunto impresa; e per condurla, a tempo
Ascosto, a tempo a quei pastori offerto
S’era per sè medesmo, in sè disposto
E fermo di due cose una a finire,
O quest’opra, o la vita. A ciò concorso,

111Per disio di vedere, il popol tutto
Dal caval si distolse, e diessi a gara
A schernire il prigione. Or ascoltate
Le malizie de’ Greci: e da quest’uno
Conosceteli tutti. Egli nel mezzo
Così com’era a le nemiche schiere,
Turbato, inerme e di catene avvinto,
Fermossi: e poi che rimirolle intorno,
Con voce di pietà proruppe, e disse:
Or quale o terra, o mare, o loco altrove

121Sarà, misero me! che mi raccolga,
O che m’affidi omai? poichè tra’ Greci
Non ho dov’io ricovri, e da’ Troiani
Non deggio altro aspettar che strazio e morte.
Ne commosse a pietà, n’acquetò l’ira
Sì doglioso rammarco; e con dolcezza,
E con promesse il confortammo a dire
Chi, di che loco e di che sangue fosse,
E che portasse, e qual fidanza avesse
A darnesi prigione. Egli in tal guisa

131Assecurato, al re si volse e disse:
Signor, segua che vuole, in tuo cospetto
Io dirò tutto; e dirò vero. E prima
D’esser greco io non niego; chè fortuna
Può ben far che Sinon sia gramo e misero,
Ma non già mai che sia bugiardo e vano.
Non so se, ragionandosi, agli orecchi
Ti venne mai di Palamede il nome,
Che nomato e pregiato e glorïoso,
E da Belo altamente era disceso.

141Se ben con falso e scelerato indizio
Di tradigion, per detestar la guerra,
Ei fu da’ Greci indegnamente occiso;
Com’or, che ne son privi, i Greci stessi
Lo piangon tutti! A questo Palamede,
A cui per parentela era congiunto,
Il pover padre mio ne’ miei prim’anni
Pria per valletto nel mestier de l’armi,
Poi per compagno a questa guerra diemmi.
Infin ch’ei visse, e fu ’l suo stato in fiore,

151Fioriro anco i miei giorni; e l’opre e ’l nome
E ’l grado mio ne fur tal volta in pregio.
Estinto lui (che per invidia avvenne,
Com’ognun sa, del traditore Ulisse)
Amaramente il piansi. E ’l caso indegno
D’un tanto amico, e la mia vita oscura
Tra me sdegnando, come soro e folle
Ch’io fui, nol tacqui. Anzi se mai la sorte
Mel consentisse, o se mai fossi in Argo
Vincitor ritornato, alta vendetta

161Ne gli promisi, e con minacce e motti
Acerbi acerbamente il provocai.
Questo fu del mio mal prima radice;
E quinci de’ suoi falli e del mio duolo
Consapevole Ulisse, a spaventarmi,
A travagliarmi, a seminar susurri
Si diè nel volgo, e procurarmi inciampi
Ond’io cadessi. E non cessò, ch’ordimmi
Per mezzo di Calcante…. Ma dov’entro,
Lasso! senza profitto a fastidirvi

171Con noiose novelle? A voi sol basta
Di saver ch’io son greco, già che i Greci
Tutti egualmente per nimici avete.
Or datemi, signor, supplizio e morte
Qual a voi piace, chè piacere e gioia
N’aranno i regi ancor d’Itaca e d’Argo.
E qui si tacque. Allor brama ne venne,
Non che disio, di più sapere avanti;
Non ben sapendo ancor, miseri noi!
Quanta scelleratezza e quanta astuzia

181Fosse ne’ Greci. Egli, a seguir costretto,
Mostrossi in prima paventoso, e poscia
Di nuovo assicurossi, e finse, e disse:
Hanno molte fïate i Greci afflitti
Già da la guerra, e dal disagio astretti,
Disiato o tentato anco più volte
Di qui ritrarsi, e lasciar Troia in pace.
Così fatto l’avessero! Ma sempre
Or il verno, or i venti, or le procelle
Gli han distornati. E pur dianzi che l’opra

191Del caval che vedete era fornita;
Di nuovo in sul partire, e ’n sul far vela,
Di tempeste, di turbini e di nembi
Risonò ’l cielo, e conturbossi il mare.
Onde, sospesi, Euripilo mandammo
A spiar sopra a ciò quel che da Febo
Ne s’avvertisse. Riportonne un empio
E spaventoso oracolo; e fu questo:
Col sangue, e con la morte d’una vergine
Placaste i venti per condurvi in Ilio:

201Col sangue, e con la morte ora d’un giovine
Convien placarli per ridurvi in Grecia.
A così fiera voce sbigottissi,
Impallidissi, e tremò ’l volgo tutto,
Ciascun per sè temendo, e nessun certo
Qual di loro accennasse Apollo e ’l fato.
Qui fece Ulisse in mezzo al greco stuolo
Con gran tumulto appresentar Calcante:
E del volere in ciò de’ santi Numi
Interrogollo. Ed ei rispose in guisa,

211Che la sua fellonia, benchè da tutti
Fusse prevista, fu però da molti
Simulata e taciuta, e da molti anco
A me predetta: pur ei tacque ancora
Per dieci giorni; e scaltramente al niego
Si mise di voler che per suo detto
Fosse alcun destinato, o spinto a morte.
Ma poi, come da gridi astretto e vinto,
Di conserto con lui ruppe il silenzio,
Sì ch’io fui dichiarato alfin per vittima:

221Consentîr tutti, perchè tutti ancora
Finian con la mia morte il lor periglio.
Era già da vicino il giorno orribile,
In che doveano al sacrificio offrirmi:
E già ’l ferro e già ’l sale e già le bende
Erano a le mie tempie intorno avvolte,
Quando, rotto (io nol niego) ogni ritegno,
Da la morte mi tolsi: e fin ch’a’ venti
Desser le vele (ch’eran presti a darle)
Di buia notte in un pantan m’ascosi,

231Ove nel fango infra le scarde e i giunchi
Stava qual mi vedete. Ora son qui
Privo d’ogni conforto e d’ogni speme
Di mai più riveder la patria antica,
I dolci figli e ’l desiato padre,
Che saran, lasso me! per la mia fuga,
Benchè innocenti, ancor forse in mia vece
Incarcerati, e tormentati, e morti.
Or io, signor, per quelli eterni Dei
Che scorgon di là su se ’l vero io parlo,

241Per quella pura e ’ntemerata fede
(Se tra’ mortali in alcun loco è tale)
Ond’io già tutto a rivelar ti vengo,
Priegoti che pietà di me ti prenda,
E de’ miei tanti e sì gravosi affanni
Ch’indegnamente io soffro. A cotal pianto
Commossi, e da noi fatti anco pietosi,
Vita e vènia gli diamo. E di sua bocca
Comanda il re che si disferri e sciolga;
Poi dolcemente in tal guisa gli parla:

251Qual che tu sia, de’ tuoi perduti Greci
Ti dimentica omai; chè per innanzi
Sarai de’ nostri. Or mi rispondi il vero
Di quel ch’io ti domando. A che fine hanno
Qui sì grande edificio i Greci eretto?
Per consiglio di cui? Con qual avviso
L’han fabbricato? È voto? è magia? è macchina?
Che trama è questa? Avea ’l re detto a pena,
Quand’ei d’inganni e d’arte greca instrutto,
Le già disciolte mani al cielo alzando,

261Disse: Voi fochi eterni e ’nviolabili,
Voi fasce, ond’io portai le tempie avvinte,
Voi sacri altari, e voi cultri nefandi,
Cui fuggendo anco adoro, a quel ch’io dico
Per testimoni invoco. A me lece ora
Ch’io mi disciolga, e mi disacri in tutto
Da l’obbligo de’ Greci. E mi lece anco
Che non gli ami, e che gli odii, e che divolghi
Quel che da lor si cela: già ch’astretto
Piú non son de la patria a legge alcuna.

271Tu, se vero io ti dico, e se gran merto
Di ciò ti rendo, e te, Troia, conservo,
Conserva a me la già promessa fede.
Nel cominciar di questa guerra, i Greci
Riposero ogni speme, ogni fidanza
Ne l’aiuto di Palla; e ben riposte
Fur sempre, infin che l’empio Dïomede,
E l’inventor d’ogni mal’opra Ulisse,
Il sacro tempio suo non vïolaro:
Come fer quando, ne la ròcca ascesi,

281N’uccisero i custodi, e n’involaro
Il palladio fatale, osando impuri
Por le man sanguinose al sacrosanto
Suo simulacro, e macular l’intatte
E ’ntemerate sue verginee bende.
Da indi in qua d’ardir sempre e di forze
Scemâr, non che di speme; e Palla infesta
Ne fu lor sempre; e ne diè chiari segni
E portentosi, allor ch’al campo addotta
Fu la sua statua, che posata a pena,

291Torvamente mirògli, e lampi e fiamme
Vibrò per gli occhi, e per le membra tutte
Versò salso sudore. Indi tre volte,
Meraviglia a contarlo! alto da terra
Surse, e ’mbracciò lo scudo, e brandì l’asta.
Allor gridando indovinò Calcante
Che fuggir si dovesse, e tosto a’ venti
Spiegar le vele: chè di Troia in vano
Era l’assedio, se con altri augúri
D’Argo non si tornava un’altra volta,

301E de la Dea non si placava il nume,
Ch’or, per ciò fare, han seco in Grecia addotto
Onde giunti a Micene, incontinente
Si daranno a dispor l’armi e le genti
E gli Dei che gli aíti e gli accompagni.
Poi ripassando il mar, con maggior forza
Di nuovo assaliranvi, e d’improvviso:
Così Calcante interpreta, e predice.
Or questa mole che tant’alto sorge,
Qui per consiglio di Calcante è posta

311Invece del palladio, e per ammenda
Del nume offeso, a bello studio intesta
Di legni così gravi e così grandi,
Ed a sì smisurata altezza eretta,
A fin che per le porte entro a le mura
Quinci addur non si possa, ove per segno
E per memoria poi del nume antico
Riverita da voi, sacrata e cólta
Sia ricovro e tutela al popol vostro.
Chè allor che questo dono a Palla offerto

321Per vostra man sia vïolato e guasto,
Ruina estrema (la qual sopra lui
Caggia più tosto) a voi vuol che ne venga,
Ed al gran vostro impero; ed, a rincontro,
Quando da voi sia dentro al vostro cerchio
Condotto e custodito; allor, che l’Asia
Congiurerà con le sue forze tutte
A l’esterminio d’Argo; e che tal fato
Sopra a’ nostri nepoti in cielo è fisso.
Con tal arte Sinon, con tali insidie

331Fe sì che gli credèmmo; e quelli stessi
Cui non potêr nè ’l figlio di Tideo,
Nè di Larissa il bellicoso alunno,
Nè diece anni domar, nè mille navi,
Furon da lagrimette e da menzogne
Sforzati e vinti. In questa a gl’infelici
Un altro sopravvenne assai maggiore
E più fero accidente; onde a ciascuno
D’improvviso spavento il cor turbossi.
Era Laocoonte a sorte eletto

341Sacerdote a Nettuno; e quel dì stesso
Gli facea d’un gran toro ostia solenne;
Quand’ecco che da Tenedo (m’agghiado
A raccontarlo) due serpenti immani
Venir si veggon parimente al lito,
Ondeggiando coi dorsi onde maggiori
De le marine allor tranquille e quete.
Dal mezzo in su fendean coi petti il mare,
E s’ergean con le teste orribilmente,
Cinte di creste sanguinose ed irte.

351Il resto con gran giri e con grand’archi
Traean divincolando, e con le code
L’acque sferzando sì che lungo tratto
Si facean suono e spuma e nebbia intorno
Giunti a la riva, con fieri occhi accesi
Di vivo foco e d’atro sangue aspersi,
Vibrâr le lingue, e gittâr fischi orribili.
Noi di paura sbigottiti e smorti,
Chi qua, chi là ci dispergemmo; e gli angui
S’affilâr drittamente a Laocoonte,

361E pria di due suoi pargoletti figli
Le tenerelle membra ambo avvinchiando,
Ne si fer crudo e miserabil pasto.
Poscia a lui, ch’a’ fanciulli era con l’arme
Giunto in aiuto, s’avventaro, e stretto
L’avvinser sì, che le scagliose terga
Con due spire nel petto e due nel collo
Gli racchiusero il fiato; e le bocche alte,
Entro al suo capo fieramente infisse,
Gli addentarono il teschio. Egli, com’era

371D’atro sangue, di bava e di veleno
Le bende e ’l volto asperso, i tristi nodi
Disgroppar con le man tentava indarno,
E d’orribili strida il ciel feriva;
Qual mugghia il toro allor che dagli altari
Sorge ferito, se del maglio appieno
Non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.
I fieri draghi alfin dai corpi essangui
Disviluppati, in vèr la ròcca insieme
Strisciando e zuffolando, al sommo ascesero

381E nel tempio di Palla, entro al suo scudo
Rinvolti, a’ piè di lei si raggrupparo.
Rinovossi di ciò nel volgo orrore
E tremore e spavento; e mormorossi
Che degnamente avea Laocoonte
Di sua temerità pagato il fio,
E del furor che contra al sacro legno
Gli armò l’impura e scelerata mano:
E gridâr tutti che di Palla al tempio
Si conducesse, e con preghiere e voti

391De la Dea si facesse il nume amico.
A ciò seguire immantinente accinti,
Ruiniamo la porta, apriam le mura,
Adattiamo al cavallo ordigni e travi,
E ruote e carri a’ piedi, e funi al collo.
Così mossa e tirata agevolmente
La machina fatale il muro ascende,
D’armi pregna e d’armati, a cui d’intorno
Di verginelle e di fanciulli un coro,
Sacre lodi cantando, con dilétto

401Porgean mano a la fune. Ella per mezzo
Tratta de la città, mentre si scuote,
Mentre che ne l’andar cigola e freme,
Sembra che la minacci. O patria, o Ilio,
Santo de’ numi albergo! inclita in arme
Dardania terra! Noi la pur vedemmo
Con tanti occhi a l’entrar, che quattro volte
Fermossi, e quattro volte anco n’udimmo
Il suon de l’armi: e pur, da furia spinti,
Ciechi e sordi che fummo, i nostri danni

411Ci procurammo: chè ‘l dì stesso addotto
E posto in cima a la sacrata ròcca
Fu quel mostro infelice. Allor Cassandra
La bocca aperse, e quale esser solea
Verace sempre e non creduta mai,
L’estremo fine indarno ci predisse:
E noi di sacra e di festiva fronde
Velammo i templi il dì, miseri noi!
Che de’ lieti dì nostri ultimo fue.
Scende da l’Oceán la notte intanto,

421E col suo fosco velo involve e cuopre
La terra e ‘l cielo e de’ Pelasgi insieme
L’ordite insidie. I Teucri ai loro alberghi,
Ai lor riposi addormentati e queti
Giacean securamente; e già da Tènedo
A l’usata riviera in ordinanza
Vèr noi se ne venía l’argiva armata,
Col favor de la notte occulta e cheta;
Quando da la sua poppa il regio legno
Ne diè cenno col foco. Allor Sinone,

431Che per nostra ruina era da noi
E dal fato maligno a ciò serbato,
Accostossi al cavallo, e ‘l chiuso ventre
Chetamente gli aperse, e fuor ne trasse
L’occulto agguato. Usciro a l’aura in prima
I primi capi baldanzosi e lieti,
Tutti per una fune a terra scesi:
E fur Tisandro e Stènelo ed Ulisse,
Atamante e Toante e Macaone
E Pirro e Menelao con lo scaltrito

441Fabricator di questo inganno, Epeo.
Assalîr la città, che già ne l’ozio
E nel sonno e nel vino era sepolta;
Ancisero le guardie; aprîr le porte;
Miser le schiere congiurate insieme:
E dier forma a l’assalto. Era ne l’ora
Che nel primo riposo hanno i mortali
Quel ch’è dal cielo a i loro affanni infuso
Oportuno e dolcissimo ristoro;
Quand’ecco in sogno (quasi avanti gli occhi

451Mi fosse veramente) Ettor m’apparve
Dolente, lagrimoso, e quale il vidi
Già strascinato, sanguinoso e lordo
Il corpo tutto, e i piè forato e gonfio.
Lasso me! quale e quanto era mutato
Da quell’Ettòr che ritornò vestito
De le spoglie d’Achille, e rilucente
Del foco ond’arse il gran navile argolico!
Squallida avea la barba, orrido il crine
E rappreso di sangue; il petto lacero

461Di quante unqua ferite al patrio muro
Ebbe d’intorno. E mi parea che ‘l primo
Foss’io che lagrimando gli dicessi:
O splendor di Dardania, o de’ Troiani
Securissima speme, e quale indugio
T’ha fin qui trattenuto? Ond’or ne vieni
Tanto da noi bramato? Ahi dopo quanta
Strage de’ tuoi, dopo quanti travagli
De la nostra città, già stanchi e domi
Ti riveggiamo! E qual fero accidente

471Fa sì deforme il tuo volto sereno?
E che piaghe son queste? Egli a ciò nulla
Rispose, come a vani miei quesiti;
Ma dal profondo petto alti sospiri
Traendo, Oh! fuggi, Enea, fuggi, mi disse:
Togliti a queste fiamme. Ecco che dentro
Sono i nostri nemici. Ecco già ch’Ilio
Arde tutto e ruina. Infino ad ora
E per Priamo e per Troia assai s’è fatto.
Se difendere omai piú si potesse,

481Fòra per questa man difesa ancora:
Ma dovendo cader, le sue reliquie
Sacre e gli santi suoi numi Penati
A te solo accomanda; e tu li prendi
Per compagni a’ tuoi fati; e, come è d’uopo,
Cerca loro altre terre, ergi altre mura;
Chè dopo lungo e travaglioso essiglio
L’ergerai piú di Troia altere e grandi.
Detto ciò, da le chiuse arche reposte
Trasse, e mi consegnò le sacre bende,

491E l’effigie di Vesta e ’l foco eterno.
Spargonsi intanto per diverse parti
De la presa città le grida e ’l pianto
E ’l tumulto de l’armi; e rinforzando
Via più di mano in man, tanto s’avanza,
Che a l’antica magion del padre Anchise
(Come che fosse assai remota, e chiusa
D’alberi intorno) il gran rumore aggiunge.
Allor dal sonno mi riscuoto, e salgo
Subitamente d’un torrazzo in cima,

501E porgo per udir gli orecchi attenti.
Così rozzo pastor, se da gran suono
È da lunge percosso, in alto ascende,
E mirando si sta confuso e stupido
O foco che al soffiar d’un turbid’austro
Stridendo arda le biade e le campagne,
O tempestoso e rapido torrente
Che dal monte precipiti, e le selve
Ne meni e i cólti e le ricolte e i campi.
Allor tardi credemmo; allor le insidie

511Ne fur conte de’ Greci. E già ’l palagio
Era di Deifóbo arso e distrutto;
Già ’l suo vicino Ucalegon ardea,
E l’incendio di Troia in ogni lato
Rilucea di Sigeo ne la marina;
E s’udian gridar genti e sonar tube.
Io m’armo, e forsennato anco ne l’armi
Non veggio ove m’adopri. Alfin risolvo,
Raunati i compagni, avventurarmi,
Menar le mani, e ne la ròcca addurmi.

521Mi fan l’impeto e l’ira ad ogni rischio
Precipitoso; e solo a mente vienmi
Che un bel morir tutta la vita onora.
Eravam mossi; quando ecco tra via
Ne si fa Panto d’improvviso avanti,
Panto figlio d’Otreo che de la ròcca
Era custode, e sacerdote a Febo.
Questi, scampato da’ nimici a pena,
Inverso il lito attonito fuggendo,
I sacri arredi e i santi simulacri

531Degli Dei vinti, e ’l suo picciol nipote
Si traea seco. O Panto, o Panto (io dissi),
A che siam giunti? Ove ricorso abbiamo,
Se la ròcca è già presa? Ei sospirando
E piangendo rispose: È giunto, Enea,
L’ultimo giorno, e ’l tempo inevitabile
De la nostra ruina. Ilio fu già;
E noi Troiani fummo: or è di Troia
Ogni gloria caduta. Il fero Giove
Tutto in Argo ha rivolto; e tutti in preda

541Siam de’ Greci e del foco. Il gran cavallo,
Ch’era a Palla devoto, altero in mezzo
Stassi de la cittade, e d’ogni lato
Arme versa ed armati. Il buon Sinone
Gode de la sua frode, e d’ogn’intorno
Scorrendo si rimescola, e s’aggira
Gran maestro d’incendi e di ruine.
A porte spalancate entran le schiere
Senza ritegno ed a migliaia, quante
Nè d’Argo usciron mai nè di Micene.

551Gli altri che prima entraro, han già le strade
Assedïate: stan con l’armi infeste
Parate a far di noi strage e macello.
Soli son fino a qui sorti in difesa
I corpi de le guardie: e questi al buio
Fanno con lievi e repentini assalti
Tale una cieca resistenza a pena.
Dal parlar di costui, dal nume avverso
Spinto, mi caccio tra le fiamme e l’armi,
Ove mi chiama il mio cieco furore,

561E de le genti il fremito e le strida
Che feriscono il cielo. E per compagni
Primieramente al lume de la luna
Mi si scuopron Rifeo, Ifito il vecchio,
Ed Ipane e Dimante: indi comparve
Il giovine Corebo. Era costui
Figlio a Migdone, insanamente acceso
De l’amor di Cassandra: e come fosse
Già suo consorte, pochi giorni avanti
In soccorso del suocero e de’ Frigi

571S’era a Troia condotto. Infortunato!
Che non avea la sua sposa indovina
Ben anco intesa. A questi insieme accolti,
Per accendergli più mi volgo, e dico:
Giovini forti e valorosi, invano
Omai fia la fortezza e ’l valor vostro;
Poichè perduti siamo e che Troia arde,
E gli Dei tutti, a cui tutela e cura
Si reggea questo impero, in abbandono
Lasciano i nostri tempii e i nostri altari.

581Ma se voi così fermi e così certi
Siete pur, com’io veggio, a seguitarmi;
Ancor ch’a morte io vada, in mezzo a l’armi
Avventianci, e moriamo. Un sol rimedio
A chi speme non have è disperarsi.
Così l’ardir di quelli animi accesi
Furor divenne. Usciam di lupi in guisa
Che rapaci, famelici e rabbiosi,
Col ventre vòto e con le canne asciutte
Sentan de’ lupicini urlar per fame

591Pieno un digiun covile. Andiam per mezzo
De’ nemici e de l’armi a morte esposti
Senza riservo, e via dritti fendiamo
La città tutta, a la buia ombra occulti,
Che l’altezza facea degli edifici.
Or chi può dir la strage e la ruina
Di quella notte? E qual è pianto eguale
A tante occisïoni, a tanto eccidio?
Troia ruina, la superba, antica
E glorïosa Troia, che tant’anni

601Portò scettro e corona. Era, dovunque
S’andava, di cadaveri, di sangue,
D’ogni calamità pieno ogni loco,
Le vie, le case, i tempii. E non pur soli
Caddero i Teucri, chè l’antico ardire
Destossi, e surse alcuna volta ancora
Negli lor petti. I vincitori e i vinti
Giacean confusamente, e d’ogni lato
S’udian pianti e lamenti; e questi e quelli
Eran da la paura e da la morte

611In mille guise aggiunti. Andrògeo il primo
De’ Greci fu, ch’avanti ne s’offerse
Condottier di gran gente. Egli avvisando
Parte sollecitar de la sua schiera,
Affrettatevi disse; a che badate?
Che ’ndugio è ‘l vostro? Altri espugnata ed arsa
E depredata han di già Troia; e voi
Testè venite? Avea ciò detto a pena,
Che ’l segno e la risposta indarno attesa,
Tra nemici si vide; e come attonito

621Restando, con la voce il piè ritrasse.
Come repente il vïator s’arretra,
Se d’improviso fra le spine un angue
Avvien che prema, ed ei premuto e punto
D’ira gonfio e di tosco gli s’avventi;
Così dal nostro subitano incontro
Sovraggiunto in un tempo e spaventato,
Andrògeo per fuggir ratto si volse.
Ma noi che, impauriti e sconsertati,
A la sprovista gli assalimmo in lochi

631A lor non consueti, in breve spazio
Li circondammo, e gli ancidemmo alfine:
Tanto nel primo assalto amica e presta
Ne fu la sorte. E qui fatto Corebo
D’un tal successo e di coraggio altero,
Compagni, disse, poi che la fortuna,
Con questo sì felice, agli altri incontri
Ne porge aita, a nostro scampo usianla.
Mutiam gli scudi, accomodianci gli elmi
E l’insegne de’ Greci. O biasmo o lode

641Che ciò ne sia, chi co’ nemici il cerca?
L’arme ne daranno essi. E, così detto,
La celata e ’l cimier d’Andrògeo stesso,
E la sua scimitarra e la sua targa
Per lui si prese, armi onorate e conte.
Così fece Rifeo, così Dimante,
E così tutti: chè per sè ciascuno
Di nuove spoglie allegramente armossi.
Ci mettemmo tra lor, che i nostri Dii
Non eran nosco; e ne l’oscura notte

651Con ogni occasïone in ogni loco
Ci azzuffammo con essi; e di lor molti
Mandammo a l’Orco, e ritirar molt’altri
Ne facemmo alle navi: e fur di quelli
Che per viltà nel cavernoso e cieco
Ventre si racquattár del gran cavallo.
Ma che? Contra ‘l voler de’ regi eterni
Indarno osa la gente. Ecco dal tempio
Trar veggiam di Minerva, con le chiome
Sparse, e con gli occhi indarno al ciel rivolti,

661La vergine Cassandra. Io dico gli occhi,
Perchè le regie sue tenere mani
Eran da’ lacci indegnamente avvinte.
A sì fero spettacolo Corebo
Infurïato, e di morir disposto,
Anzi che di soffrirlo, a quella schiera
Scagliossi in mezzo; e noi ristretti insieme
Tutti il seguimmo. Or qui féssi di noi
Una strage crudele e miserabile,
E da’ nostri medesmi, che la cima

671Tenean del tempio, e dardi e sassi e travi.
Ne versarono addosso, imaginando
Da l’armi, da’ cimieri e da l’insegne
Di ferir Greci; e i Greci d’ogn’intorno,
Tratti dal gran rumore e da lo sdegno
De la ritolta vergine, s’uniro
Ai nostri danni. Il bellicoso Aiace,
I fieri Atridi, i Dòlopi e gli Argivi,
Tutti ne furon sopra in quella guisa
Ch’opposti un contra l’altro Affrico e Bora

681E Garbino e Volturno accolte in mezzo
Han le selve stridenti o ’l mare ondoso,
Quando col suo tridente infin dal fondo
Il gran Nèreo il conturba. E tornâr anco
Incontro a noi quei che da noi pur dianzi
Sen gîr rotti e dispersi; e questi in prima
Scoprir le nostre insidie, e fer palesi
Le cangiate armi e gli mentiti scudi,
E ’l parlar che dal greco era diverso.
Così ne fu subitamente addosso

691Un diluvio di gente. E qui per mano
Di Peneleo, davanti al sacro altare
De l’armigera Dea cadde Corebo:
Cadde Rifeo, ch’era ne’ Teucri un lume
Di bontà, di giustizia e d’equitate
(Così a Dio piacque); ed Ìpane e Dimante
Caddero anch’essi, e questi, oimè! trafitti
Per le man pur de’ nostri. E tu, pietoso
Panto, cadesti; e la tua gran pietate,
E l’infola sautissima d’Apollo

701In ciò nulla ti valse. O fiamme estreme
O cenèri de’ miei! fatemi fede
Voi, che nel vostro occaso io rischio alcuno
Non rifiutai nè d’arme, nè di foco,
Nè di qual fosse incontro, nè di quanti
Ne facessero i Greci: e se ’l fato era
Ch’io dovessi cader, caduto fòra:
Tal ne feci opra. Ne spiccammo alfine
Da quel mortale assalto. Ìfito e Pelìa
Ne venner meco: Ìfito afflitto e grave

711Già d’anni; e Pelìa indebolito e tardo
D’un colpo che di mano ebbe d’Ulisse.
Quinci divelti, al gran palagio andammo
Da le grida chiamati. Ivi era un fremito,
Un tumulto, un combatter così fiero,
Come guerra non fosse in altro loco,
E quivi sol si combattesse, e quivi
Ognun morisse, e nessun altro altrove:
Tal v’era Marte indomito, e de’ Greci
Tanto concorso. Avean la porta cinta

721Di schiere e di testuggini e di travi,
E d’ambi i lati a la parete in alto
Appoggiate le scale; onde saliti
E spinti un dopo l’altro, con gli scudi
Si ricoprian di sopra, e con le destre
Rampicando salian di grado in grado.
A rincontro i Troiani, altri di sopra
Muri e tetti versando e torri intere,
I travi e i palchi d’oro e i fregi tutti
De la regia e de’ regi avean per armi;

731Fermi a far sì (poich’eran giunti al fine)
Ch’ogni cosa con lor finisse insieme:
Ed altri unitamente entro a la porta
Stavan coi ferri bassi, in folta schiera
A guardia de l’entrata. E qui di novo
A sovvenir la corte, a far difesa
Per entro, a dare a’ vinti animo e forza
Mi posi in core: e ’n cotal guisa il fei.
Era un andito occulto ed una porta
Secretamente accomodata a l’uso

741De le stanze reali, onde solea
Andromaca infelice al suo buon tempo
Gir a’ suoceri suoi soletta, e seco
Per domestica gioia al suo grand’avo
Il pargoletto Astïanatte addurre.
Quinci entromesso, me ne salsi in cima
A l’alto corridore, onde i meschini
Facean di sopra a le nemiche schiere
Tempesta in vano. Era dal tetto a l’aura
Spiccata, e sopra la parete a filo

751Un’altissima torre, onde il paese
Di Troia, il mar, le navi e ’l campo tutto
Si scopria de’ nemici. A questa intorno
Co’ ferri ci mettemmo e co’ puntelli;
E da radice, ov’era al palco aggiunta,
E da’ suoi tavolati e da’ suoi travi
Recisa in parte, la tagliammo in tutto,
E la spingemmo. Alta ruina e suono
Fece cadendo; e di più greche squadre
Fu strage e morte e sepoltura insieme.

761Gli altri vi salir sopra; e d’ogni parte
Senz’intermissïon d’ogn’arme un nembo
Volava intanto. In su la prima entrata
Stava Pirro orgoglioso; e d’armi cinto
Sì luminose, e da’ reflessi accese
Di tanti incendii, che di foco e d’ira
Parean lunge avventar raggi e scintille.
Tale un colúbro mal pasciuto e gonfio,
Di tana uscito, ove la fredda bruma
Lo tenne ascoso, a l’aura si dimostra,

771Quando, deposto il suo ruvido spoglio,
Ringiovenito alteramente, al sole
Lubrico si travolve, e con tre lingue
Vibra mille suoi lucidi colori.
Seco il gran Perifante, e ’l grand’auriga
D’Achille, Automedonte, e lo stuol tutto
Era de’ Sciri; e di già sotto entrati,
Fiamme a’ tetti avventando, ogni difesa
Ne facean vana. E qui co’ primi avanti
Pirro con una in man grave bipenne

781Le sbarre, i legni, i marmi, ogni ritegno
De la ferrata porta abbatte e frange,
E per disgangherarla ogni arte adopra.
Tanto alfin ne recide che nel mezzo
V’apre un’ampia finestra. Appaion dentro
Gli atrii superbi, i lunghi colonnati,
E di Priamo e degli altri antichi regi
I reconditi alberghi. Appaion l’armi
Che davanti eran pronte alla difesa.
S’ode più dentro un gemito, un tumulto,

791Un compianto di donne, un ululato,
E di confusïone e di miseria
Tale un suon che fería l’aura e le stelle.
Le misere matrone spaventate,
Chi qua, chi là per le gran sale errando,
Battonsi i petti; e con dirotti pianti
Danno infino a le porte amplessi e baci.
Pirro intanto non cessa, e furïoso,
In sembianza del padre, ogni rìparo,
Ogni intoppo sprezzando, entro si caccia.

801Già l’ariete a fieri colpi e spessi
Aperta, fracassata, e d’ambi i lati
Da’ cardini divelta avea la porta;
Quand’egli a forza urtò, ruppe e conquise
I primi armati; e quinci in un momento
Di Greci s’allagò la reggia tutta.
Qual è, se rotti gli argini, spumoso
Esce e rapido un fiume, allor che gonfio
E torbo e ruinoso i campi inonda,
Seco i sassi traendo e i boschi interi,

811E gli armenti e le stalle e ciò che avanti
Gli s’attraversa; in cotal guisa io stesso
Vidi Pirro menar ruina e strage:
E vidi ne l’entrata ambi gli Atridi;
Vidi Ecuba infelice, ed a lei cento
Nuore d’intorno; e Prïamo vid’anco
Ch’estinguea col suo sangue, oimè! quei fochi
Che da lui stesso eran sacrati e colti.
Cinquanta maritali appartamenti
Eran nel suo serraglio: quale, e quanta

821Speranza de’ figlioli e de’ nipoti!
Quanti fregi, quant’oro, quante spoglie,
E quant’altre ricchezze! e tutte insieme
Periro incontinente: e dove il foco
Non era, erano i Greci. Or, per contarvi
Qual di Prĩamo fosse il fato estremo,
Egli, poscia che presa, arsa e disfatta
Vide la sua cittade, e i Greci in mezzo
Ai suoi più cari e più riposti alberghi;
Ancor che vèglio e debole e tremante,

831L’armi, che di gran tempo avea dismesse,
Addur si fece; e d’esse inutilmente
Gravò gli omeri e ’l fianco; e come a morte
Devoto, ove più folti e più feroci
Vide i nemici, incontr’a lor si mosse.
Era nel mezzo del palazzo a l’aura
Scoperto un grand’altare, a cui vicino
Sorgea di molti e di molt’anni un lauro
Che co’ rami a l’altar facea tribuna,
E con l’ombra a’ Penati opaco velo.

841Qui, come d’atra e torbida tempesta
Spaventate colombe, a l’ara intorno
Avea le care figlie Ecuba accolte;
Ove agl’irati Dei pace ed aita
Chiedendo, agli lor santi simulacri
Stavano con le braccia indarno appese.
Qui poichè la dolente apparir vide
Il vecchio re giovenilmente armato,
O, disse, infelicissimo consorte,
Qual dira mente, o qual follia ti spinge

851A vestir di quest’armi? Ove t’avventi
Misero? Tal soccorso a tal difesa
Non è d’uopo a tal tempo: non, s’appresso
Ti fosse anco Ettor mio. Con noi più tosto
Rimanti qui; chè questo santo altare
Salverà tutti, o morrem tutti insieme.
Ciò detto, a sè lo trasse: e nel suo seggio
In maestate il pose. Ecco d’avanti
A Pirro intanto il giovine Polite,
Un de’ figli del re, scampo cercando

861Dal suo furore, e già da lui ferito,
Per portici e per logge armi e nemici
Attraversando, in vèr l’altar sèn fugge:
E Pirro ha dietro che lo segue, e ’ncalza
Sì, che già già con l’asta e con la mano
Or lo prende, or lo fere. Alfin qui giunto,
Fatto di mano in man di forza essausto
E di sangue e di vita, avanti agli occhi
D’ambi i parenti sui cadde, e spirò.
Qui, perchè si vedesse a morte esposto,

871Prïamo non di sè punto obliossi,
Nè la voce frenò, nè frenò l’ira:
Anzi esclamando, O scelerato, disse,
O temerario! Abbiati in odio il cielo,
Se nel cielo è pietate; o se i celesti
Han di ciò cura, di lassù ti caggia
La vendetta che merta opra sì ria.
Empio, ch’anzi a’ miei numi, anzi al cospetto
Mio proprio fai governo e scempio tale
D’un tal mio figlio, e di sì fera vista

881Le mie luci contamini e funesti.
Cotal meco non fu, benchè nimico,
Achille, a cui tu mènti esser figliolo,
Quando, a lui ricorrendo, umanamente
M’accolse, e riverì le mie preghiere;
Gradì la fede mia; d’Ettor mio figlio
Mi rendè e ’l corpo essangue, e me securo
Nel mio regno ripose. In questa, acceso
Il debil vecchio alzò l’asta, e lanciolla
Sì, che senza colpir languida e stanca

891Ferì lo scudo, e lo percosse a pena,
Che dal sonante acciaro incontinente
Risospinta e sbattuta a terra cadde.
A cui Pirro soggiunse: Or va’ tu dunque
Messaggiero a mio padre, e da te stesso,
Le mie colpe accusando e i miei difetti,
Fa’ conto a lui come da lui traligno:
E muori intanto. Ciò dicendo, irato
Afferrollo, e per mezzo il molto sangue
Del suo figlio tremante, e barcolloni

901A l’altar lo condusse. Ivi nel ciuffo
Con la sinistra il prese, e con la destra
Strinse il lucido ferro, e fieramente
Nel fianco infino agli elsi gli l’immerse.
Questo fin ebbe, e qui fortuna addusse
Prïamo, un re sì grande, un sì superbo
Dominator di genti e di paesi,
Un de l’Asia monarca, a veder Troia
Ruinata e combusta, a giacer quasi
Nel lito un tronco desolato, un capo

911Senza il suo busto, e senza nome un corpo.
Allor pria mi sentii dentro e d’intorno
Tal un orror, che stupido rimasi.
E, di Priamo pensando al caso atroce,
Mi si rappresentò l’imago avanti
Del padre mio ch’era a lui d’anni eguale.
Mi sovvenne l’amata mia Creusa,
Il mio picciolo Iulo, e la mia casa
Tutta a la vïolenza, a la rapina,
Ad ogni ingiuria esposta. Allora in dietro

921Mi volsi per veder che gente meco
Fosse de’ miei seguaci; e nullo intorno
Più non mi vidi: chè tra stanchi e morti,
E feriti e storpiati, altri dal ferro,
Altri da le ruine, altri dal foco,
M’avean già tutti abbandonato. In somma
Mi trovai solo. Onde, smarrito errando,
E d’ogn’intorno rimirando, al lume
Del grand’incendio, ecco mi s’offre agli occhi
Di Tindaro la figlia che nel tempio

931Se ne stava di Vesta, in un reposto
E secreto ridotto ascosa e cheta;
Elena, dico, origine e cagione
Di tanti mali, e che fu d’Ilio e d’Argo
Furia commune. Onde communemente
E de’ Greci temendo e de’ Troiani,
E de l’abbandonato suo marito,
S’era in quel loco, e ’n sè stessa ristretta,
Confusa, vilipesa ed abborrita
Fin dagli stessi altari. Arsi di sdegno,

941Membrando che per lei Troia cadea;
E ’l suo castigo e la vendetta insieme
De la mia patria rivolgendo. Adunque,
Dicea meco, impunita e trionfante
Ritornerà la scelerata in Argo?
E regina vedrà Sparta e Micene?
Goderà del marito, de’ parenti,
De’ figli suoi? Farà pompe e grandezze,
E d’Ilio avrà per serve e per ministri
L’altere donne e i gran donzelli intorno?

951E qui Priamo sarà di ferro anciso,
E Troia incensa, e la dardania terra
Di tanto sangue tante volte aspersa?
Non fia così; chè se ben pregio e lode
Non s’acquista a punire o vincer donna,
Io lodato e pregiato assai terrommi,
Se si dirà ch’aggia d’un mostro tale
Purgato il mondo. Appagherommi almeno
Di sfogar l’ira mia; vendicherommi
De la mia patria; e col fiato e col sangue

961Di lei placherò l’ombre, e farò sazie
Le ceneri de’ miei. Ciò vaneggiando,
Infurïava; quand’ecco una luce
M’aprío la notte, e mi scoverse avanti
L’alma mia genitrice in un sembiante,
Non come l’altre volte in altre forme
Mentito o dubbio; ma verace e chiaro,
E di madre e di Dea, qual credo, e quanta
Su tra gli altri celesti in ciel si mostra.
Cotal la vidi, e tale anco per mano

971Mi prese; e con pietà le sante luci
E le labbia rosate aperse, e disse:
Figlio, a che tanto affanno? a che tant’ira?
Chè non t’acqueti omai? Questa è la cura
Che tu prendi di noi? Chè non più tosto
Rimiri ov’abbandoni il vecchio Anchise
E la cara Creusa e ’l caro Iulo,
Cui sono i Greci intorno? E se non fosse
Che in guardia io gli aggio, in preda al ferro, al foco
Fòran già tutti. Ah figlio! non il volto

981De l’odïata Argiva, non di Pari
La biasmata rapina, ma del cielo
E de’ celesti il voler empio atterra
La troiana potenza. Alza su gli occhi,
Ch’io ne trarrò l’umida nube, e ’l velo
Che la vista mortal t’appanna e grava:
Poscia credi a tua madre, e senza indugio
Tutto fa’ che da lei ti si comanda:
Vedi là quella mole, ove quei sassi
Son da’ sassi disgiunti, e dove il fumo

991Con la polve ondeggiando al ciel si volve,
Come fiero Nettuno infin da l’imo
Le mura e i fondamenti e ’l terren tutto
Col gran tridente suo sveglie e conquassa.
Vedi qui su la porta come Giuno
Infurïata a tutti gli altri avanti
Si sta cinta di ferro, e da le navi
Le schiere d’Argo ai nostri danni invita:
Vedi poi colà su Pallade in cima
A l’alta ròcca, entro a quel nembo armata,

1001Con che lucenti e spaventosi lampi
Il gran Gorgone suo discopre e vibra.
Che più? mira nel ciel, che Giove stesso
Somministra agli Argivi animo e forza,
E incontro a le vostre armi a l’arme incita
Gli eterni Dei. Cedi lor, figlio, e fuggi,
Poi che indarno t’affanni. Io sarò teco
Ovunque andrai, sì che securamente
Ti porrò dentro a’ tuoi paterni alberghi.
Così disse; e per entro a le folt’ombre

1011De la notte s’ascose. Allor vid’io
Gl’invisibili aspetti e i fieri volti
De’ Numi a Troia infesti, e Troia tutta
In un sol foco immersa, e fin dal fondo
Sottosopra rivolta. In quella guisa
Che d’alto monte in precipizio cade
Un orno antico, i cui rami pur dianzi
Facean contrasto a’ venti e scorno al sole,
Quando con molte accette al suo gran tronco
Stanno i robusti agricoltori intorno

1021Per atterrarlo, e gli dan colpi a gara,
Da cui vinto, e dal peso, a poco a poco
Crollando e balenando, il capo inchina,
E stride e geme e dal suo giogo al fine
O con parte del giogo si diveglie,
O si scoscende; e ciò che intoppa urtando,
Di suono e di ruina empie le valli.
Allor discesi; e la materna scorta
Seguendo, da’ nimici e da le fiamme
Mi rendei salvo: chè dovunque il passo

1031Volgea, cessava il foco, e fuggian l’armi.
Poi ch’io fui giunto a la magione antica
Del padre mio, di lui prima mi calse
E del suo scampo, e per condurlo a’ monti
M’apparecchiava, quand’ei disse: O figlio,
Io decrepito, io misero, che avanzi
Ai dì de la mia patria? Io posso, io deggio
Sopravvivere a Troia? E fia ch’io soffra
Sì vile esiglio? Voi, che ne’ vostri anni
Siete di sangue e di vigore intieri,

1041Voi vi salvate. A me, s’io pur devea
Restare in vita, avrebbe il ciel serbato
Questo mio nido. Assai, figlio, e pur troppo
Son vissuto fin qui; poi ch’altra volta
Vidi Troia cadere, e non cadd’io.
Fatemi or di pietà gli ultimi offici;
Iteratemi il vale, e per defunto
Così composto il mio corpo lasciate,
Ch’io troverò chi mi dia morte; e i Greci
Medesmi, o per pietate, o per vaghezza

1051De le mie spoglie, mi trarran di vita
E di miseria: e se d’essequie io manco,
Se manco di sepolcro, il danno è lieve.
Da l’ora in qua son io visso a la terra
Disutil peso, ed al gran Giove in ira.
Che dal vento percosso e da le fiamme
Fui del folgore suo. Ciò memorando
Stava il misero padre a morte additto,
E d’intorno gli er’io, Creusa, Iulo,
La casa tutta con preghiere e pianti

1061Stringendolo a salvarsi, a non trar seco
Ogni cosa in ruina, a non offrirsi
Da sè stesso alla morte. Ei fermo e saldo
Nè di proponimento, nè di loco
Punto si cangia: ond’io pur, l’armi! grido
Di morir desioso. E qual v’era altro
Rimedio o di consiglio o di fortuna?
Ah! che di questa soglia io tragga il piede
Padre mio, per lasciarti? Ah che tu possa
Creder tanto di me? da la tua bocca

1071Tanto di sceleranza e di viltate
È d’un tuo figlio uscito? Or s’è destino
Che di sì gran città nulla rimanga,
Se piace a te, se nel tuo core è fermo
Che nè di te, nè degli tuoi si scemi
La ruina di Troia; e così vada,
E così fia; ch’io veggio a mano a mano
Qui del sangue del re tutto cosperso,
E bramoso del nostro, apparir Pirro
Ch’i padri occide anzi agli altari, e i figli

1081Anzi agli occhi de’ padri. Ah! madre mia,
Per questo fine qui salvo e difeso
M’hai da l’armi e dal foco, acciò ch’io veggia
Con gli occhi miei ne la mia casa stessa
I miei nemici e ’l mio padre e ’l mio figlio
E la mia donna crudelmente occisi
L’un nel sangue de l’altro? Mano a l’arme!
Chi mi dà l’armi? Ecco che ’l giorno estremo
Vinti a morte ne chiama. Or mi lasciate,
Ch’io torni infra nimici, e che di nuovo

1091Mi razzuffi con essi: chè non tutti
Abbiam senza vendetta oggi a perire.
E già di ferro cinto, a la sinistra
M’adattava lo scudo, e fuori uscia,
Quand’ecco in su la soglia attraversata
Creusa avanti a’ piè mi si distende,
E me li abbraccia; e ’l fanciulletto Iulo
M’appresenta, e mi dice: Ah! mio consorte,
Dove ne lasci? S’a morir ne vai,
Chè non teco n’adduci? E se ne l’armi

1101E nell’esperïenza hai speme alcuna,
Chè non difendi la tua casa in prima?
Ove Ascanio abbandoni? ove tuo padre?
Ove Creusa tua, che tua s’è detta
Per alcun tempo? E ciò gridando, empiea
Di pianto e di stridor la magion tutta:
Quand’ecco innanzi a gli occhi, e fra le mani
Degli stessi parenti, un repentino
E mirabile a dir portento apparve;
Chè sopra il capo del fanciullo Iulo

1111Chiaro un lume si vide, e via più chiara
Una fiamma che tremola e sospesa
Le sue tempie rosate e i biondi crini
Sèn gía come leccando, e senza offesa
Lievemente pascendo. Orrore e téma
Ne presi in prima. Indi a quel santo foco
D’intorno, altri con acqua, altri con altro,
Ognun facea per ammorzarlo ogn’opra.
Ma il padre Anchise a cotal vista allegro,
Le man, gli occhi e la voce al ciel rivolto,

1121Orò dicendo: Eterno, onnipotente
Signor, s’umana prece unqua ti mosse,
Vèr noi rimira, e ne fia questo assai.
Ma se di merto alcuno in tuo cospetto
È la nostra pietà, padre benigno,
Danne anco aita; e con felice segno
Questo annunzio ratifica e conferma.
Avea di ciò pregato il vecchio appena
Che tonò da sinistra e dal convesso
Del ciel cadde una stella che per mezzo

1131Fendè l’ombrosa notte, e lunga striscia
Di face e di splendor dietro si trasse.
Noi la vedemmo chiaramente sopra
Da’ nostri tetti ire a celarsi in Ida,
Sì che lasciò, quanto il suo corso tenne,
Di chiara luce un solco; e lunge intorno
Fumò la terra di sulfureo odore.
Allor vinto si diede il padre mio;
E tosto a l’aura uscendo, al santo segno
De la stella inchinossi, e con gli Dei

1141Parlò devotamente: O de la patria
Sacri numi Penati, a voi mi rendo.
Voi questa casa, voi questo nipote
Mi conservate. Questo augurio è vostro,
E nel poter di voi Troia rimansi.
Poscia, rivolto a noi. Fa’, figliuol mio,
Omai, disse, di me che più t’aggrada,
Ch’al tuo voler son pronto, e d’uscir teco
Più non recuso. Avea già ’l foco appresa
La città tutta, e già le fiamme e i vampi

1151Ne ferian da vicino, allor che ’l vecchio
Così dicea. Caro mio padre, adunque,
Soggiuns’io, com’è d’uopo, in su le spalle
A me ti reca, e mi t’adatta al collo
Acconciamènte: ch’io robusto e forte
Sono a tal peso: e sia poscia che vuole:
Ch’un sol periglio, una salute sola
Fia d’ambedue. Seguami Iulo al pari;
Creusa dopo: e voi miei servi, udite
Quel ch’io diviso. È de la porta fuori

1161Un colle, ov’ha di Cerere un antico
E deserto delubro, a cui vicino
Sorge un cipresso, già molt’anni e molti
In onor de la Dea serbato e colto.
Qui per diverse vie tutti in un loco
Vi ridurrete: e tu con le tue mani
Sosterrai, padre mio, de’ santi arredi
E de’ patrii Penati il sacro incarco,
Ch’a me, sì lordo, e sì recente uscito
Da tanta occisïon, toccar non lece

1171Pria che di vivo fiume onda mi lave.
Ciò detto, con la veste e con la pelle
D’un villoso leon m’adeguo il tergo,
E il caro peso a gli omeri m’impongo.
Indi a la destra il fanciulletto Iulo
Mi s’aggavigna, e non con moto eguale
Ei segue i passi miei, Creusa l’orme.
Andiam per luoghi solitari e bui:
E me, cui dianzi intrepido e sicuro
Vider de l’arme i nembi e de gli armati

1181Le folte schiere, or ogni suono, ogni aura
Empie di téma: sì geloso fammi
E la soma e il compagno. Era vicino
A l’uscir de la porta, e fuori in tutto,
Com’io credea, d’ogni sinistro incontro;
Quand’ecco d’improvviso udir mi sembra
Un calpestio di gente, a cui rivolto
Disse il vecchio gridando: Oh! fuggi, figlio;
Fuggi, chè ne son presso. Io veggio, io sento
Sonar gli scudi, e lampeggiare i ferri.

1191Qui ridir non saprei come, nè quale
Avverso nume a me stesso mi tolse:
Chè mentre da la fretta e dal timore
Sospinto esco di strada, e per occulte
E non usate vie m’aggiro e celo,
Restai, misero me! senza la mia
Diletta moglie, in dubbio se dal Fato
Mi si rapisse, o traviata errasse,
O pur lassa a posar posta si fosse.
Basta ch’unqua di poi non la rividi,

1201Nè per vederla io mi rivolsi mai,
Nè mai me ne sovvenne, infin che giunti
Di Cerere non fummo al sagro poggio.
Ivi ridotti, ne mancò di tanti
Sola Creusa, ohimè! con quanto scorno
E con quanto dolor del suo consorte
E del figlio e del suocero e di tutti!
Io che non feci allora, e che non dissi?
Qual degli uomini, folle! e degli Dei
Non accusai? qual vidi in tanto eccidio,

1211O ch’io provassi, o ch’avvenisse altrui,
Caso più miserando e più crudele?
Qui mio figlio, mio padre e i patrii numi
Lascio in guardia a’ compagni, ed io de l’armi
Pur mi rivesto, e ’ndietro me ne torno,
Disposto a ritentar ogni fortuna,
A cercar Troia tutta, a por la vita
Ad ogni ripentaglio. Incominciai
In prima da le mura e da la porta,
Ond’era uscito; e le vie stesse e l’orme

1221Ripetei tutte, per cui dianzi io venni,
Gli occhi portando per vederla intenti.
Silenzio, solitudine e spavento
Trovai per tutto. A casa aggiunsi in prima,
Cercando se per sorte ivi smarrita
Si ricovrasse. Era già presa e piena
Di nemici e di foco; e già da’ tetti
Uscian, da’ venti e da le furie spinte,
Rapide fiamme e minacciose al cielo.
Torno quinci al palagio; indi a la ròcca:

1231Seguo a le piazze, a’ portici, a l’asilo
Di Giunon, che già fatti eran conserve
De la preda di Troia a cui Fenice
E ’l fiero Ulisse eran custodi eletti.
Qui d’ogni parte le troiane spoglie
Fin de le sacristie, fin degli altari
Le sacre mense, i prezïosi vasi
Di solid’oro, e i paramenti e i drappi
E le delizie e le ricchezze tutte
Agl’incendi ritolte, erano addotte.

1241D’intorno innumerabili prigioni
Stavan di funi e di catene avvinti,
E matrone e donzelle e pargoletti,
Che di sordi lamenti e di muggiti
Facean ne l’aria un tuono; e men fra loro
Era la donna mia: nè dove fosse,
Più ripensar sapendo, osai dolente
Gridar per le vie tutte; e, benchè in vano,
Mille volte iterai l’amato nome.
Mentre così tra furïoso e mesto

1251Per la città m’aggiro, e senza fine
La ricerco e la chiamo, ecco davanti
Mi si fa l’infelice simulacro
Di lei, maggior del solito. Stupii,
M’aggricciai, m’ammutii. Prese ella a dirmi,
E consolarmi: O mio dolce consorte,
A che sì folle affanno? Agli Dei piace
Che così segua. A te quinci non lece
Di trasportarmi. Il gran Giove mi vieta
Ch’io sia teco a provar gli affanni tuoi;

1261Chè soffrir lunghi essigli, arar gran mari
Ti converrà pria ch’al tuo seggio arrivi,
Che fia poi ne l’Esperia, ove il tirreno
Tebro con placid’onde opimi campi
Di bellicosa gente impingua e riga.
Ivi riposo e regno e regia moglie
Ti si prepara. Or de la tua diletta
Creusa, signor mio, più non ti doglia:
Ch’i Dolopi superbi, o i Mirmidóni
Non vedranno già me, dardania prole,

1271E di Prïamo figlia, e nuora a Venere,
Nè donna lor, nè di lor donne ancella,
Chè la gran genitrice degli Dei
Appo sè tiemmi. Or il mio caro Iulo,
Nostro comune amore, ama in mia vece;
E lui conserva, e te consola. Addio.
Così detto, disparve. Io che dal pianto
Era impedito, ed avea molto a dirle,
Me l’avventai, per ritenerla, al collo;
E tre volte abbracciandola, altrettante,

1281Come vento stringessi o fumo o sogno,
Me ne tornai con le man vote al petto.
E così scorsa e consumata indarno
Tutta la notte, al poggio mi ritrassi
A’ miei compagni, ove trovai con molta
Mia maraviglia d’ogni parte accolta
Una gran gente, un miserabil volgo
D’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado,
A l’essiglio parati, e ’nsieme additti
A seguir me, dovunque io gli adducessi,

1291O per mare o per terra. Uscía già d’Ida
La mattutina stella e ’l dì n’apria,
Quando in dietro mi volsi, e vidi Troia
Fumar già tutta; e de la ròcca in cima,
E di sovr’ogni porta inalberate
Le greche insegne; onde, nè via nè speme
Rimanendomi più di darle aita,
Cedei; ripresi il carco, e salsi al monte.

Testo dell’Eneide nella traduzione di Annibale Caro da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro II

Il secondo libro è uno dei più letti a scuola, e si capisce perché. Ha una trama serrata, dei colpi di scena, delle scene che restano negli occhi. Ma conviene ricordare da dove viene la voce. Siamo nella reggia di Cartagine, è notte, e a parlare è Enea. Il suo primo verso è una confessione: mi chiedi, regina, di rinnovare un dolore che non si può dire. Tutto quello che segue è filtrato dalla memoria di un sopravvissuto.

La prima parte è un piccolo processo. Laocoonte accusa il cavallo, Sinone lo difende. Il Greco è un attore perfetto. Si fa trovare legato, piange, racconta di essere sfuggito a un sacrificio, giura sugli dèi. Virgilio lo descrive con antipatia evidente e gli fa dire bugie così ben costruite che il lettore, pur sapendo la verità, capisce come i Troiani abbiano potuto crederci. È anche un ritratto della propaganda: la menzogna detta con le lacrime convince più della verità detta con la rabbia.

La morte di Laocoonte è descritta con un realismo terribile. I due serpenti arrivano da Tenedo nuotando, con le creste rosse sopra le onde, e prima avvolgono i figli, poi il padre che corre in loro aiuto. Laocoonte urla come un toro ferito all’altare. È la scena che ha ispirato il celebre gruppo marmoreo dei Musei Vaticani, e a scuola vale la pena mostrare l’immagine. Per i Troiani è un segno divino, ma il lettore sa che a mandarli sono stati gli dèi nemici di Troia.

Nella notte della caduta Enea non è ancora l’eroe pio che conosceremo. Si sveglia, vede l’incendio, e il suo primo impulso è prendere le armi: è bello morire in battaglia, pensa. Combatte con un gruppo di disperati, si traveste da greco, vede cose orribili. La scena di Priamo è la più cruda. Il vecchio re indossa un’armatura che non riesce più a portare, scaglia una lancia senza forza, e Pirro lo trascina sull’altare nel sangue del figlio e lo uccide. Il corpo resta sulla spiaggia, “un tronco senza nome”. In questa immagine c’è il destino di tutte le città sconfitte.

È Venere, la madre, a cambiare la prospettiva. Strappa a Enea la nebbia dagli occhi e gli mostra che a distruggere Troia non sono soltanto i Greci: Nettuno scuote le mura, Giunone sta alle porte, Atena sulla rocca. Troia cade per volontà divina, e resistere è inutile. Da quel momento Enea smette di combattere e comincia a salvare. Torna a casa, convince il padre, prende in braccio il passato e per mano il futuro.

La perdita di Creusa è la pagina più dolorosa. Enea non si accorge che la moglie è rimasta indietro, e quando se ne accorge torna in città, grida il suo nome tra le case in fiamme. L’ombra di Creusa gli appare più grande del vero e lo consola: era destino, andrai in Esperia, dove scorre il Tevere. Enea tenta tre volte di abbracciarla e tre volte la stringe invano. Il gesto viene da Omero, da Ulisse e la madre nell’Ade, ma qui ha un peso nuovo. Per fondare il futuro, Enea deve perdere qualcosa che non potrà più riavere.

Un passo da vicino

Gridò Laocoonte: O ciechi, o folli,
O sfortunati! agli nemici, a’ Greci
Date credenza? a lor credete voi
Che sian partiti? e sarà mai che doni
Siano i lor doni, e non più tosto inganni?
Così v’è noto Ulisse? O in questo legno
Sono i Greci rinchiusi, o questa è macchina
Contra alle nostre mura, o spia per entro
Ai nostri alberghi, o scala o torre o ponte
Per di sopra assalirne. E che che sia,
Certo o vi cova o vi si ordisce inganno,
Chè de’ Pelasgi e de’ nemici è ’l dono.

Eneide, libro II, vv. 75-86, trad. di A. Caro

Laocoonte è appena arrivato di corsa dalla rocca, e parla ai Troiani raccolti intorno al cavallo. L’inizio è un grido a tre tempi: “O ciechi, o folli, / o sfortunati!”. Poi le domande, una dietro l’altra, perché Laocoonte non argomenta con calma, aggredisce. Il verso più famoso di Virgilio, <em>timeo Danaos et dona ferentes</em> (“temo i Greci anche quando portano doni”), Caro lo scioglie in due versi più lunghi: “e sarà mai che doni / siano i lor doni, e non più tosto inganni?”. Si perde la brevità del latino, ma resta il gioco di parole sul dono. Notate il nome di Ulisse: basta pronunciarlo, “Così v’è noto Ulisse?”, per evocare l’inganno. L’elenco delle ipotesi (Greci nascosti, macchina da guerra, spia, scala, torre, ponte) mostra un uomo che ragiona bene e che, proprio per questo, non verrà ascoltato. L’ultimo verso chiude il cerchio: è un dono dei nemici, e tanto basta. Il lettore sa che Laocoonte ha ragione. Questa ironia tragica percorre tutto il libro.

Domande per il ripasso

  1. Come riesce Sinone a convincere i Troiani?
  2. Che cosa mostra Venere a Enea durante la notte della caduta?
  3. Come viene perduta Creusa e che cosa annuncia la sua ombra?

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I 12 libri