Eneide, libro IV: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro IV: Didone

Finito il racconto, Didone non riesce a dormire. Confida alla sorella Anna di amare Enea, ma di aver giurato fedeltà al marito morto, Sicheo. Anna la incoraggia: un’alleanza con i Troiani renderebbe forte Cartagine. Giunone, che vuole tenere Enea lontano dall’Italia, si accorda con Venere per unire i due. Durante una caccia scoppia un temporale; Enea e Didone si rifugiano nella stessa grotta e si uniscono. Didone parla di matrimonio. La Fama, mostro dalle cento bocche, diffonde la notizia, che arriva al re africano Iarba, pretendente respinto di Didone. Iarba si lamenta con Giove, il quale manda Mercurio a ricordare a Enea il suo destino. Enea, sconvolto, ordina ai compagni di preparare la flotta in segreto. Didone se ne accorge e lo affronta, accusandolo di tradimento; Enea risponde che non va in Italia per sua volontà. Didone gli manda la sorella a pregarlo di aspettare almeno la fine dell’inverno, inutilmente. Decide allora di morire. Fa costruire un rogo con il pretesto di un rito magico che dovrebbe liberarla dall’amore. All’alba vede le navi partire, maledice Enea e la sua discendenza e invoca un vendicatore. Poi sale sul rogo e si trafigge con la spada che Enea le aveva lasciato. Giunone manda Iride a liberarne l’anima.

Da ricordare

  • Didone è il personaggio più tragico del poema: una regina capace, travolta da un amore voluto dagli dèi.
  • Per lei l’unione nella grotta è un matrimonio; per Enea no.
  • Enea parte perché il destino glielo impone: “Non vado in Italia di mia volontà”.
  • La maledizione di Didone annuncia le guerre puniche e Annibale.

Personaggi del libro

  • Didone, regina di Cartagine.
  • Anna, sorella di Didone.
  • Enea.
  • Giunone e Venere.
  • Iarba, re dei Getuli, pretendente di Didone.
  • Giove e Mercurio, il messaggero.
  • Iride, che scioglie l’anima di Didone.

Testo del libro IV

Traduzione di Annibale Caro (pubblicata postuma nel 1581).

Ma la regina d’amoroso strale
Già punta il core, e ne le vene accesa
D’occulto foco, intanto arde e si sface;
E de l’amato Enea fra sè volgendo
Il legnaggio, il valore, il senno, l’opre,
E quel che più le sta ne l’alma impresso,
Soave ragionar, dolce sembiante,
Tutta notte ne pensa e mai non dorme.
Sorgea l’Aurora, quando surse anch’ella,
Cui le piume parean già stecchi e spini;

11E con la sua diletta e fida suora
Si ristrinse e le disse: Anna sorella,
Che vigilie, che sogni, che spaventi
Son questi miei? che peregrino è questo
Che qui novellamente è capitato?
Vedestu mai sì grazïoso aspetto?
Conoscesti unqua il più saggio, il più forte,
E il più guerriero? Io credo (e non è vana
La mia credenza) che dal ciel discenda
Veracemente. L’alterezza è segno

21D’animi generosi. E che fortune,
E che guerre ne conta! Io, se non fusse
Che fermo e stabilito ho nel cor mio
Che nodo marital più non mi stringa,
Poichè il primo si ruppe; e se d’ognuno
Schiva non fossi, solamente a lui
Forse m’inchinerei. Ch’a dirti ’l vero,
Anna mia, da che morte e l’empio frate
Mi privâr di Sichèo, sol questi ha mosso
I miei sensi e ’l mio core, e solo in lui

31Conosco i segni de l’antica fiamma.
Ma la terra m’ingoi e ’l ciel mi fulmini,
E ne l’abisso mi trabocchi in prima
Ch’io ti vïoli mai, pudico amore:
Col mio Sichèo, con chi pria mi giungesti,
Giungimi sempre, e ’ntemerato e puro
Entro al sepolcro suo seco ti serba.
E qui piangendo e sospirando tacque.
Anna rispose: O più de la mia vita
Stessa, amata sorella, adunque sola

41Vuoi tu vedova sempre e sconsolata
Passar questi tuoi verdi e florid’anni,
Che frutto non ne colga, e mai non gusti
La dolcezza di Venere e ’l contento
De’ cari figli? Una gran cura certo
Han di ciò l’ombre e ’l cener de’ sepolti!
Abbiti insino a qui fatto rifiuto
E del getulo Iarba e di tant’altri
Possenti, generosi e ricchi duci
Peni e fenici, ch’io di ciò ti scuso,

51Com’allor dolorosa, e non amante:
Ma poi ch’ami, ad amor sarai rubella.
E ritrosa a te stessa? Ah! non sovvienti
Qual cinga il tuo reame assedio intorno?
Com’ha gl’insuperabili Getúli
Da l’una parte, i Numidi da l’altra,
Fera gente e sfrenata? indi le secche,
Quinci i deserti, e più da lunge infesti
I feroci Barcèi? Taccio le guerre
Che già sorgon di Tiro, e le minacce

61Del fiero tuo fratello. Io penso certo
Che la gran Giuno, e tutto ’l ciel benigno
Ne si mostrasse allor che a’ nostri liti
Questi legni approdaro. Oh qual cittade,
Qual imperio fia questo! Quanto onore,
Quanto pro, quanta gloria a questo regno
Ne verrà, quando ei teco, e l’armi sue
Saran giunte alle nostre! Or via, sorella,
Porgi preci agli Dei, fa’ vezzi a lui,
Assecuralo, onoralo, intrattiello:

71Chè ’l crudo verno, il tempestoso mare,
Il piovoso Orione, i venti, il cielo,
Le sconquassate navi in ciò ne danno
Mille scuse di mora e di ritegno.
Con questo dir, che fu qual’aura al foco
Ond’era il cor de la regina acceso,
L’infiammò, l’incitò, speme le diede
E vergogna le tolse. Andaro in prima
A visitare i tempii, a chieder pace
E favor de’ celesti, a porger doni,

81A far d’elette pecorelle offerta
A Cerere, ad Apollo, al padre Bacco,
E pria che a tutti gli altri, a la gran Giuno,
Cui son le nozze e i maritaggi a cura.
La regina ella stessa ornata e bella
Tien d’oro un nappo, e fra le corna il versa
D’una candida vacca; o si ravvolge
Intorno a’ pingui altari, ed ogni giorno
Rinova i doni, e de le aperte vittime
Le palpitanti fibre, i vivi moti,

91E le spiranti viscere contempla,
E con lor si consiglia. O menti sciocche
Degl’indovini! E che ponno i delubri,
E i voti, esterni aiuti, a mal ch’è dentro?
Nel cor, ne le midolle e ne le vene
È la piaga e la fiamma, ond’arde e père.
Arde Dido infelice, e furïosa
Per tutta la città s’aggira e smania:
Qual ne’ boschi di Creta incauta cerva
D’insidïoso arcier fugge lo strale

101Che l’ha già colta; e seco, ovunque vada,
Lo porta al fianco infisso. Or a diporto
Va con Enea per la città, mostrando
Le fabriche, i disegni e le ricchezze
Del suo nuovo reame; or disiosa,
Di scoprirgli il suo duol prende consiglio:
Poi non osa, o s’arresta. E quando il giorno
Va dechinando, a convivar ritorna,
E di nuovo a spiar degli accidenti
E de’ fati di Troia, e nuovamente

111Pende dal volto del facondo amante.
Tolti da mensa, allor che notte oscura
In disparte gli tragge, e che le stelle
Sonno, dal ciel caggendo, a gli occhi infondono
Dolente, in solitudine ridotta,
Ritirata dagli altri, è sol con lui
Che le sta lunge, e lui sol vede e sente.
Talvolta Ascanio il pargoletto figlio
Per sembianza del padre in grembo accolto,
Tenta, se così può, l’ardente amore

121O spegnere, o scemare, o fargli inganno.
Le torri, i tempii, ogn’edificio intanto
Cessa di sormontar; cessa da l’arme
La gioventù. Le porte, il porto, il molo
Non sorgon più; dismesse ed interrotte
Pendon l’opere tutte e la gran macchina
Che fea dianzi ira a’ monti e scorno al cielo.
Vide da l’alto la saturnia Giuno
Il furor di Didone, e tal che fama
E rispetto d’onor più non l’affrena;

131Onde Venere assalse, e ’n cotal guisa
Disdegnosa le disse: Una gran loda
Certo, un gran merto, un memorabil nome
Tu col fanciullo tuo, Ciprigna, acquisti
D’aver due sì gran dii vinta una femina!
Io so ben che guardinga e sospettosa
Di me ti rende e della mia Cartago
Il temer di tuo figlio. Ma fia mai
Che questa téma e questa gelosia
Si finisca tra noi? Chè non più tosto

141Con una eterna pace e con un saldo
Nodo di maritaggio unitamente
Ne ristringemo? Ecco hai già vinto: e vedi
Quel che più desiavi. Ama, arde, infuria:
Con ogni affetto è verso Enea tuo figlio
La mia Dido rivolta. Or lui si prenda;
E noi concordemente in pace abbiamo
Ambedue questo popolo in tutela;
Nè ti sdegnar che sì nobil regina
Serva a frigio marito, e ch’ei le genti

151N’aggia di Tiro e di Cartago in dote.
Venere, che ben vide ove mirava
Il colpo di Giunone; e che l’occulto
Suo bersaglio era sol con questo avviso
Distor d’Italia il destinato impero
E trasportarlo in Libia, incontro a lei
Così scaltra rispose: E chi sì folle
Sarebbe mai ch’un tal fésse rifiuto
Di quel ch’ei più desîa, per teco averne,
Teco che tanto puoi, gara e tenzone,

161Quando ciò che tu di’ possibil fosse?
Ma non so che si possa, nè che ’l fato,
Nè che Giove il permetta, che due genti
Diverse, come son Tiri e Troiani,
Una sola divenga. Tu consorte
Gli sei; tu nèl dimanda, e tu l’impetra,
Ch’io, per me, me n’appago. Ed io, soggiunse
Giuno, sopra di me, l’incarco assumo,
Ch’ei nèl consenta. Or odi brevemente
Il modo che a ciò far già ne si porge.

171Tosto che ’l sol dimane uscirà fuori,
Uscir ancor l’innamorata Dido
Col troian duce a caccia s’apparecchia.
Ove opportunamente a la foresta,
Mentre de’ cacciatori e de’ cavalli
Andran le schiere in volta, io loro un nembo
Spargerò sopra tempestoso e nero,
Con un turbo di grandine e di pioggia,
E di sì fieri tuoni il cielo empiendo,
Ch’indi percossi i lor seguaci tutti,

181Andran dispersi e d’atra nube involti.
Solo con sola Dido Enea ridotto
In un antro medesimo accorrassi.
Io vi sarò; saravvi anco Imeneo;
E se del tuo voler tu m’assecuri,
Io farò sì, ch’ivi ambidue saranno
Di nodo indissolubile congiunti.
Venere in ciò non disdicendo, insieme
Chinò la testa: e de la dolce froda
Dolcemente sorrise. Uscío del mare

191L’aurora intanto; ed ecco fuori armati
Di spiedi e di zagaglie a suon di corni
Venirne i cacciatori, altri con reti,
Altri con cani. Ha questi un gran molosso,
Quegli un veltro a guinzaglio, e lunghe file
Van di seguaci incatenati avanti.
Scorrono intorno i cavalier Massili;
E i maggior Peni, e più chiari Fenici
Stanno in sella aspettando anzi al palagio,
Mentre ad uscir fa la regina indugio;

201E presto intanto, d’ostro e d’oro adorno
Il suo ginetto e vagamente fiero,
Ringhia, e sparge la terra, e morde il freno.
Esce a la fine accompagnata intorno
Da regio stuolo, e non con regio arnese.
Ma leggiadro e ristretto. È la sua veste
Di tirio drappo, e d’arabo lavoro
Riccamente fregiata: è la sua chioma
Con nastri d’oro in treccia al capo avvolta,
Tutta di gemme come stelle aspersa;

211E d’oro son le fibie, onde sospeso
Le sta d’intorno de la gonna il lembo.
Dagli omeri le pende una faretra;
Dal fianco un arco. I Frigi, e ’l bello Iulo
Le cavalcano avanti; e via più bello,
Ma di beltà feroce e grazïosa,
Le giva Enea con la sua schiera a lato.
Qual se ne va da Licia e da le rive
Di Xanto, ove soggiorna il freddo inverno
A la materna Delo il biondo Apollo,

221Allor che festeggiando accolti e misti
Infra gli altari i Drïopi, i Cretesi,
E i dipinti Agatirsi in varie tresche
Gli s’aggirano intorno; o quando spazia
Per le piagge di Cinto, a l’aura sparsi
I bei crin d’oro, e de l’amata fronde
Le tempie avvolto, e di faretra armato;
Tal fra la gente si mostrava, e tale
Era ne’ gesti e nel sembiante Enea,
Sovra d’ogn’altro valoroso e vago.

231Poscia che furo a’ monti, e nel più folto
Penetrâr de le selve, ecco dai balzi
De l’alte rupi uscir capri e camozze,
E cervi altronde, che d’armenti in guisa,
Quasi in un gruppo, spaventati, a torme
Fuggono al piano, e fan nubi di polve.
Di ciò gioioso il giovinetto Iulo
Sul feroce destrier per la campagna
Gridando e traversando, or questo arriva,
Or quel trapassa: e nel suo core agogna

241Tra le timide belve o d’un cignale
Aver rincontro, o che dal monte scenda
Un velluto leone. In questa il cielo
Mormorando turbossi, e pioggia e grandine
Diluvïando, d’ogni parte in fuga
Ascanio, i Teucri, i Tiri ai più propinqui
Tetti si ritiraro; e fiumi in tanto
Sceser da’ monti, ed allagaro i piani.
Solo con sola Dido Enea ridotto
In un antro medesimo s’accolse.

251Diè di quel che seguì la terra segno
E la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni
Fur de le nozze lor le faci e i canti;
Testimoni assistenti e consapevoli
Sol ne fur l’aria e l’antro; e sopra ’l monte
N’ulularon le ninfe. Il primo giorno
Fu questo, e questa fu la prima origine
Di tutti i mali, e de la morte alfine
De la regina; a cui poscia non calse
Nè de l’indegnità, nè de l’onore,

261Nè de la secretezza. Ella si fece
Moglie chiamar d’Enea; con questo nome
Ricoverse il suo fallo; e di ciò tosto
Per le terre di Libia andò la fama.
È questa fama un mal, di cui null’altro
È più veloce; e com’ più va, più cresce,
E maggior forza acquista. È da principio
Picciola e debbil cosa, e non s’arrischia
Di palesarsi; poi di mano in mano
Si discuopre e s’avanza, e sopra terra

271Sèn va movendo e sormontando a l’aura,
Tanto che ’l capo infra le nubi asconde.
Dicon che già la nostra madre antica,
Per la ruina de’ giganti irata
Contr’a’ celesti, al mondo la produsse,
D’Encèlado e di Ceo minor sorella;
Mostro orribile e grande, d’ali presta
E veloce de’ piè; che quante ha piume,
Tanti ha sotto occhi vigilanti, e tante
(Meraviglia a ridirlo) ha lingue e bocche

281Per favellare, e per udire orecchi.
Vola di notte per l’oscure tenebre
De la terra e del ciel senza riposo,
Stridendo sempre, e non chiude occhi mai.
Il giorno sopra tetti, e per le torri
Sèn va de le città, spiando tutto
Che si vede e che s’ode: e seminando,
Non men che ’l bene e ’l vero, il male e ’l falso,
Di rumor empie e di spavento i popoli.
Questa gioiosa, bisbigliando in prima,

291Poscia crescendo, del seguíto caso
Molte cose dicea vere e non vere.
Dicea, ch’un di troiana stirpe uscito,
Venuto era in Cartago, a cui degnata
S’era la bella Dido esser congiunta,
Chi con nodo dicea di maritaggio,
Chi di lascivo amore; e ch’ambedue,
Posti i regni in non cale, a l’ocio, al lusso,
A la lascivia bruttamente additti,
Consumavan del verno i giorni tutti.

301Queste, e cose altre assai, la sozza Dea
Per le bocche degli uomini spargendo,
Tosto in Getulia al gran Iarba pervenne;
E con parole e con punture acerbe
Sì de l’offeso re l’animo accese,
Ch’arse d’ira e di sdegno. Era d’Ammone,
E de la Garamantide Napea,
Già rapita da lui, questo re nato,
Onde a Giove suo padre entro a’ suoi regni
Cento gran tempii e cento pingui altari

311Avea sacrati, e di continui fochi
Mantenendo agli Dei vigilie eterne,
Di vittime, di fiori e di ghirlande
Gli tenea sempre riveriti e cólti.
Ei sì com’era afflitto e conturbato
Da l’amara novella, anzi agli altari
E fra gli Dei, le mani al cielo alzando,
Cotali, umile insieme e disdegnoso,
Porse prieghi e querele: Onnipotente
Padre, a cui tanti opimi e sontuosi

321Conviti, e di Lenèo sì larghi onori
Offrisce oggi de’ Mauri il gran paese,
Vedi tu queste cose? o pure invano
Tonando e folgorando ci spaventi?
Una femina errante, una che dianzi
Ebbe a prezzo da me nel mio paese,
Per fondar la sua terra, un picciol sito;
Una ch’arena ha per arare, ha vitto,
Loco e leggi da me, me per marito
Rifiuta; e di sè donno e del suo regno

331Ha fatto Enea. Questo or novello Pari
Con quei suoi delicati e molli eunuchi,
Mitrato il mento e profumato il crine,
Va del mio scorno e del suo furto altero:
Ed io qui me ne sto vittime e doni
A te porgendo, e sòn tuo figlio indarno.
Così Iarba dicea; nè da l’altare
S’era ancor tolto, quando il Padre udillo;
E gli occhi in vèr Cartagine torcendo
Vide gli amanti ch’a gioire intesi

341Avean posti in oblio la fama e i regni.
Onde vòlto a Mercurio: Va’, figliuolo,
Gli disse; chiama i venti, e ratto scendi
Là ’ve sì neghittoso il troian duce
Bada in Cartago, e ’l destinato impero
Non gradisce e non cura; e ciò gli annunzia
Da parte mia, che Venere sua madre
Non per tal lo mi diede, e ch’a tal fine
Non è stato da lei da l’armi greche
Già due volte scampato. Ella promise

351Ch’ei sarebbe atto a sostener gl’imperi
E le guerre d’Italia, a trar qua suso
La progenie di Teucro, a porre il freno,
A dar le leggi al mondo. A ciò se ’l pregio
Di sì gran cose e de la gloria stessa
Non muove lui, perchè non guarda al figlio?
Perchè di tanta sua grandezza il froda,
Di quanta fian Lavinio ed Alba e Roma
Ne’ secoli a venire? E con che speme,
Con che disegno in Libia fa dimora,

361E co’ nemici suoi? Navighi in somma.
Questo dilli in mio nome. Udito ch’ebbe
Mercurio, ad esseguir tosto s’accinse
I precetti del padre; e prima a’ piedi
I talari adattossi. Ali son queste
Con penne d’oro, ond’ei l’aria trattando,
Sostenuto da’ venti, ovunque il corso
Volga, o sopra la terra, o sopra al mare,
Va per lo ciel rapidamente a volo.
Indi prende la verga, ond’ha possanza

371Fin ne l’inferno, onde richiama in vita
L’anime spente, onde le vive adduce
Ne l’imo abisso, e dà sonno e vigilia
E vita e morte; aduna e sparge i venti,
E trapassa le nubi. Era volando
Giunto là ’ve d’Atlante il capo e ’l fianco
Scorgea, de le cui spalle il cielo è soma;
D’Atlante, la cui testa irta di pini,
Di nubi involta, a piogge, a venti, a nembi
È sempre esposta; il cui mento, il cui dorso,

381E per nievi e per giel canuto e gobbo,
È da fiumi rigato. In questo monte,
Che fu padre di Maia, avo di lui,
Primamente fermossi. Indi calando
Si gittò sovra l’onde, e lungo al lito
Di Libia se n’andò, l’aure secando
In quella guisa che marino augello
D’un’alta ripa, a nuova pesca inteso,
Terra terra sèn va tra rive e scogli
Umilmente volando. A pena giunto

391Era in Cartago, che d’avanti Enea
Si vide, intento a dar siti e disegni
Ai superbi edifici. Avea dal manco
Lato una storta, di diaspro e d’oro
Guarnita, e di stellate gemme adorna.
Dal tergo gli pendea di tiria ardente
Purpura un ricco manto, arnesi e doni
De la sua Dido: ch’ella stessa intesta
Avea la tela, e ricamati i fregi.
Nè ’l vide pria, che li fu sopra, e disse:

401Tu te ne stai sì neghittosamente,
Enea, servo d’amor, ligio di donna,
A fondar l’altrui regno: e ’l tuo non curi?
A te mi manda il regnator celeste,
Ch’io ti dica in sua vece: Che pensiero,
Che studio è il tuo? con che speranza indugi
In queste parti? Se ’l tuo proprio onore,
Se la propria grandezza non ti spinge:
Chè non miri a’ tuoi posteri, al destino,
A la speranza del tuo figlio Iulo,

411A cui si deve il glorïoso impero
De l’Italia e di Roma? E più non disse,
Nè più risposta attese: anzi dicendo,
Uscío d’umana forma, e dileguossi.
Stupì, si raggricciò, tremante e fioco
Divenne il troian duce, il gran precetto,
E chi ’l portava e chi ’l mandava udendo.
Già pensa di ritrarsi; ma che modo
Terrà con Dido ad impetrar comiato?
Con quai parole assalirà, con quali

421Disporrà mai la furïosa amante?
Pensa, volge, rivolge: in un momento,
Or questo, or quel partito, or tutti insieme
Va discorrendo: ed ora ad un s’appiglia,
Ed ora a l’altro. Si risolve alfine:
E fatto a sè venir Memmo, Sergesto,
E l’ardito Cloanto: Andate, disse,
Raunate i compagni: itene al porto:
E con bel modo chetamente l’arme
Apprestate e l’armata, e non mostrate

431Segno di novità nè di partenza.
Intanto io troverò loco opportuno,
E tempo accommodato, e destro modo
D’ottener da quest’ottima regina,
Che da lei con dolcezza mi diparta,
Nulla sapendo ancor di mia partita,
Nè sperando tal fine a tanto amore.
A l’ordine d’Enea lieti i compagni
Obbedîr tutti; e prestamente in punto
Fu ciò che impose. Ma Didon del tratto

441Tosto s’avvide: e che non vede amore?
Ella pria se n’accorse; ch’ogni cosa
Temea, benchè secura. E già la stessa
Fama importunamente le rapporta
Armarsi i legni, esser i Teucri accinti
A navigare. Onde d’amore e d’ira
Accesa, infurïata, e fuori uscita
Di sè medesma imperversando scorre
Per tutta la città. Quale ai notturni
Gridi di Citeron Tïade, allora

451Che ’l trïennal di Bacco si rinova,
Nel suo moto maggior si scaglia e freme,
E scapigliata e fiera attraversando,
E mugolando al monte si conduce;
Tal era Dido, e da tal furia spinta
Enea da sè con tai parole assalse:
Ah perfido! celar dunque sperasti
Una tal tradigione, e di nascosto
Partir de la mia terra? E del mio amore,
De la tua data fè, di quella morte

461Che ne farà la sfortunata Dido,
Punto non ti sovviene e non ti cale?
Forse che non t’arrischi in mezzo al verno
Tra’ più fieri Aquiloni a l’onde esporti,
Crudele? Or che faresti, se straniere
Non ti fosser le terre, ignoti i lochi
Che tu procuri? E che faresti, quando
Fusse ancor Troia in piede? A Troia andresti
Di questi tempi? E me lasci, e me fuggi?
Deh! per queste mie lagrime, per quello

471Che tu della tua fè pegno mi désti
(Poi che a Dido infelice altro non resta
Che a sè tolto non aggia), per lo nostro
Marital nodo, per l’imprese nozze,
Per quanti ti fei mai, se mai ti fei
Commodo o grazia alcuna; o s’alcun dolce
Avesti unqua da me, ti priego ch’abbi
Pietà del dolor mio, de la ruina
Che di ciò m’avverrebbe; e (se più luogo
Han le preci con te) che tu del tutto

481Lasci questo pensiero. Io per te sono
In odio a Libia tutta, a’ suoi tiranni,
A’ miei Tirii, a me stessa. Ho già macchiata
La pudicizia; e (quel che più mi duole)
Ho perduta la fama, ond’io pur dianzi
Sorvolava le stelle. Or come in preda
Solo a morte mi lasci, ospite mio?
Ch’ospite sol mi resta di chiamarti,
Di marito che m’eri. E perchè deggio,
Lassa, viver io più? Per veder forse

491Che ’l mio fratel Pigmalïon distrugga
Queste mie mura, o ’l tuo rivale Iarba
In servitù m’adduca? Almeno avanti
La tua partita avess’io fatto acquisto
D’un pargoletto Enea, che per le sale
Mi scherzasse d’intorno, e solo il volto,
E non altro, di te sembianza avesse;
Ch’esser non mi parrebbe abbandonata.
Nè delusa del tutto. A tai parole,
Enea di Giove al gran precetto affisso,

501Tenea il pensiero e gli occhi immoti e saldi,
E brevemente le rispose alfine:
Regina, e’ non fia mai ch’io non mi tenga
Doverti quanto forse unqua potessi
Rimproverarmi, e non fia mai che Elisa
Non mi ricordi infin che ricordanza
Avrò di me medesmo, e che ’l mio spirto
Reggerà queste membra. Ora in discarco
Di me dirò sol questo, che sperato,
Nè pensato ho pur mai d’allontanarmi

511Da te, come tu di’ furtivamente:
Nè d’esserti marito anco pretendo:
Ch’unqua di maritaggio, o di soggiorno
Teco non patteggiai. Se ’l mio destino
Fosse che la mia vita, e i miei pensieri
A mia voglia reggessi, a Troia in prima
Farei ritorno: raccorrei le dolci
Sue disperse reliquie: a la mia patria
Di nuovo renderei la vita e i figli,
E la regia e le torri e me con loro.

521Ma ne l’Italia il mio fato mi chiama.
Italia Apollo in Delo, in Licia, ovunque
Vado o mando a spiarne, mi promette.
Quest’è l’amor, quest’è la patria mia.
Se tu, che di Fenicia sei venuta,
Siedi in Cartago, e ti diletti e godi
Del tuo libico regno, qual divieto,
Qual invidia è la tua, ch’i miei Troiani
Prendano Ausonia? Non lece anco a noi
Cercar de’ regni esterni? E non cuopre ombra

531La terra mai, non mai sorgon le stelle,
Che del mio padre una turbata imago
Non veggia in sogno, e che di ciò ricordo
Non mi porga e spavento. A tutte l’ore
Del mio figlio sovviemmi, e de l’ingiuria
Che riceve da me sì caro pegno,
Se del regno d’Italia io lo defraudo,
Che li son padre, quando il fato e Giove
Nèl privilegia. E pur dianzi mi venne
Dal ciel mandato il messaggier celeste

541A portarmi di ciò nuova imbasciata
Dal gran re degli Dei. Donna, io ti giuro
Per la lor deità, per la salute
D’ambedue noi, che con quest’occhi ’l vidi
Qui dentro in chiaro lume; e la sua voce
Con quest’orecchi udii. Rimanti adunque
Di più dolerti; e con le tue querele
Nè te nè me più conturbare. Italia
Non a mia voglia io seguo. E più non disse.
Ella, mentre dicea, crucciata e torva

551Lo rimirava, e volgea gli occhi intorno
Senza far motto. Alfin, da sdegno vinta
Così proruppe: Tu, perfido, tu
Sei di Venere nato? Tu del sangue
Di Dardano? Non già; chè l’aspre rupi
Ti produsser di Caucaso, e l’Ircane
Tigri ti fur nutrici. A che tacere?
Il simular che giova? E che di meglio
Ne ritrarrei? Forse ch’a’ miei lamenti
Ha mai questo crudel tratto un sospiro,

561O gittata una lagrima, o pur mostro
Atto o segno d’amore, o di pietade?
Di che prima mi dolgo? di che poi?
Ah! che nè Giuno omai, nè Giove stesso
Cura di noi: nè con giust’occhi mira
Più l’opre nostre. Ov’è qua giù più fede?
E chi più la mantiene? Era costui
Dianzi nel lito mio naufrago errante,
Mendico. Io l’ho raccolto, io gli ho ridotti
I suoi compagni e i suoi navili insieme,

571Ch’eran morti e dispersi; ed io l’ho messo
(Folle!) a parte con me del regno mio,
E di me stessa. Ahi da furor, da foco
Rapir mi sento! Ora il profeta Apollo,
Or le sorti di Licia, ora un araldo,
Che dal ciel gli si manda, a gran facende
Quinci lo chiama. Un gran pensiero han certo
Di ciò gli Dei; d’un gran travaglio è questo
A lor quïete. Or va’, che per innanzi
Più non ti tegno, e più non ti contrasto.

581Va’ pur, segui l’Italia, acquista i regni
Che ti dan l’onde e i venti. Ma se i numi
Son pietosi, e se ponno, io spero ancora
Che da’ venti e da l’onde e dagli scogli
N’avrai degno castigo; e che più volte
Chiamerai Dido, che lontana ancora
Co’ neri fuochi suoi ti fia presente:
E tosto che di morte il freddo gielo
L’anima dal mio corpo avrà disgiunta,
Passo non moverai, che l’ombra mia

591Non ti sia intorno. Avrai, crudele, avrai
Ricompensa a’ tuoi merti, e ne l’inferno
Tosto me ne verrà lieta novella.
Qui ’l suo dire interruppe; e lui per téma
Confuso, e molto a replicarle inteso,
Lasciando, con disdegno e con angoscia
Gli si tolse davanti. Incontinente
Le fur l’ancelle intorno; e sì com’era
Egra e dolente, entro al suo ricco albergo
Le dier sovra le piume agio e riposo.

601Enea quantunque pio, quantunque afflitto
E d’amore infiammato e di desire
Di consolar la dolorosa amante,
Nel suo cuore ostinossi. E fermo e saldo
D’obbedire agli Dei fatto pensiero,
Calossi al mare e i suoi legni rivide.
Allor furo in un tempo unti e rispinti
E posti in acqua; e per la fretta, i remi
Diventarono i rami che dal bosco
Si portavano allor frondosi e rozzi.

611Era a veder da la cittade al porto
De’ Teucri, de le ciurme, e de le robbe
Ch’al mar si conducean, pieno il sentiero:
Qual è, quando le provide formiche
De le lor vernaricce vettovaglie
Pensose e procaccievoli, si danno
A depredar di biade un grande acervo,
Che va dal monte ai ripostigli loro
La negra torma, e per angusta e lunga
Sèmita le campagne attraversando,

621Altre al carreggio intese o lo s’addossano
O traendo, o spingendo lo conducono;
Altre tengon le schiere unite, ed altre
Castigan l’infingarde; e tutte insieme
Fan che tutta la via brulica e ferve.
Che cor, misera Dido, che lamenti
Erano allora i tuoi, quando da l’alto
Un tal moto scorgevi, e tanti gridi
Ne sentivi dal mare? Iniquo amore,
Che non puoi tu ne’ petti de’ mortali?

631Ella di nuovo al pianto, a le preghiere,
A sottoporsi a l’amoroso giogo
Da la tua forza è suo mal grado astretta.
Ma per fare ogni schermo, anzi che muoia,
La sorella chiamando: Anna, le disse,
Tu vedi che s’affrettano e sèn vanno.
Vedi già loro in su la spiaggia accolti,
Le vele in alto, e le corone in poppa.
Sorella mia, s’avessi un tal dolore
Antiveder potuto, io potrei forse

641Anco soffrirlo. Or questo solo affanno
Prendi per la tua misera sirocchia,
Poichè te sola quel crudele ascolta,
E sol di te si fida, e i lochi e i tempi
Sai d’esser seco e di trattar con lui;
Truova questo superbo mio nimico,
E supplichevolmente gli favella.
Dilli che Dido io sono, e che non fui
In Aulide co’ Greci a far congiura
Contra a’ Troiani, e che di Troia a’ danni

651Nè i miei legni mandai, nè le mie genti.
Dilli che nè le ceneri, nè l’ombre
Nè del suo padre mai nè d’altri suoi
Non vïolai. Qual dunque o mio demerto
O sua durezza fa ch’ei non ascolti
Il mio dire, e me fugga, e sè precipiti?
Chiedili per mercè de l’amor mio,
Per salvezza di lui, per la mia vita,
Ch’indugi il suo partir tanto che ’l mare
Sia più sicuro, e più propizi i venti.

661Nè più del maritaggio io lo richieggo
C’ha già tradito, nè vo’ più che manchi
Del suo bel Lazio, o i suoi regni non curi.
Un picciol tempo, e d’ogni obligo sciolto
Io li dimando, e tanto o di quïete,
O d’intervallo al mio cieco furore,
Ch’in parte il duol disacerbando, impari
A men dolermi. Questo è ’l dono estremo
Che da lui per tuo mezzo agogna e brama
Questa tua miserabile sorella;

671E se tu lo m’impetri, altro che morte
Forza non avrà mai ch’io me n’oblii.
Queste e tali altre cose ella piangendo
Dicea con Anna, ed Anna al frigio duce
Disse, ridisse, e riportò più volte
Or da l’una, or da l’altro, e tutte in vano;
Chè nè pianti nè preci nè querele
Punto lo muovon più. Gli ostano i fati,
E solo in ciò gli ha Dio chiuse l’orecchie;
Benchè dolce e trattabile e benigno

681Fusse nel resto. Come annosa e valida
Quercia, che sia ne l’Alpi esposta a Borea,
S’or da l’uno or da l’altro de’ suoi turbini
È combattuta, si scontorce e tituba,
Stridono i rami e ’l suol di frondi spargesi,
E ’l tronco al monte infisso immoto e solido
Se ne sta sempre; e quanto sorge a l’aura
Con la sua cima, tanto in giù stendendosi
Se ne va con le barbe infino agl’inferi;
Così da preci, e da querele assidue

691Battuto duolsi il gran Troiano ed angesi,
E con la mente in sè raccolta e rigida,
Gitta indarno per lei sospiri e lagrime.
La sfortunata Dido, poi che tronca
Si vide ogni speranza, spaventata
Dal suo fato, e di sè schiva e del sole.
Disiò di morire, e gran portenti
Di ciò presagio e fretta anco le fero.
Ella, mentre agli altari incensi e doni
Offria devota (orribil cosa a dire!),

701Vide avanti di sè con gli occhi suoi
Farsi lurido e negro ogni liquore,
E ’l puro vin cangiarsi in tetro sangue:
E ’l vide, e ’l tacque, e ’nfino a la sorella
Lo tenne ascoso. Entro al suo regio albergo
Avea di marmo un bel delubro eretto,
E dedicato al suo marito antico.
Questo con molto studio, e molt’onore
Fu mai sempre da lei di bianchi velli
E di festiva fronde ornato e cinto.

711Quinci notturne voci udir le parve
Del suo caro Sichèo che la chiamasse;
E del suo tetto un solitario gufo
Molte fïate con lugubri accenti
Fe di pianto una lunga querimonia.
Oltre a ciò, da l’antiche profezie,
Da pronostichi orrendi e spaventosi
De la vicina morte era ammonita.
Vedeasi Enea tutte le notti avanti
Con fera imago, che turbata e mesta

721La tenea sempre. Le parea da tutti
Restare abbandonata, e per un lungo
E deserto camino andar solinga
De’ suoi Tirii cercando. In cotal guisa
Le schiere de l’Eumenidi vedea
Pèntëo forsennato, e doppio il sole
E doppia Tebe. In cotal guisa Oreste
Per le scene imperversa, e furïoso
Vede, fuggendo, la sua madre armata
Di serpenti e di faci, e ’n su le porte

731Le Furie ultrici. Or poi che la meschina
Fu da tanto furor, da tanto affanno
Appresa e vinta, e di morir disposta,
Divisò fra sè stessa il tempo e ’l modo:
Ed Anna, sì com’era afflitta e mesta,
A sè chiamando, il suo fiero consiglio
Celò nel core, e nel sereno volto
Spiegò gioia e speranza; Anna, dicendo,
Rallégrati con me, ch’alfin trovato
Ho com’io debba o racquistar quell’empio,

741O ritormi da lui. Nel lito estremo
De l’Oceán, là dove il sol si corca,
De l’Etïopia a l’ultimo confino,
E presso a dove Atlante il ciel sostiene,
Giace un paese, ond’ora è qui venuta
Una sacerdotessa incantatrice,
Che, Massila di gente, è stata poi
Del tempio de l’Esperidi ministra,
E del drago nudrice, e de le piante
Del pomo d’oro guardïana un tempo.

751Questa, d’umido mèle e d’oblïosi
Papaveri composto un suo miscuglio,
Promette con parole e con malie
Altri scior da l’amore, altri legare,
Com’a lei piace, distornare i fiumi,
Ritrar le stelle, e convocar per forza
Le notturne fantasme. Udrai la terra
Mugghiar sotto a’ tuoi piè. Vedrai da’ monti
Calar gli orni e le querce. Io per gli Dei,
Per te, per la tua vita a me sì cara,

761Ti giuro, suora mia, che mal mio grado
M’adduco a questi magici incantesmi;
Ma gran forza mi spinge. Or va’, sorella,
Scegli per entro a le mie stanze un luogo
Il più remoto e solo a l’aura esposto.
Ivi ergi una gran pira, e vi conduci
L’armi che a la mia camera sospese
Lasciò quel disleale, e quelle spoglie,
Tutte e quel letto, ov’io, lassa! perii;
In somma ogni suo arnese; chè la maga

771Così m’impone, e vuol ch’ogni memoria,
Ogni segno di lui si spenga e pèra.
Così detto, si tacque, e di pallore
Tutta si tinse. Non però s’avvide
Anna, che sotto a’ nuovi sacrifici
Si celasse di lei morte sì fera:
Chè sì fero concetto non le venne,
E non temè che peggio l’avvenisse
Ch’in morte di Sichèo. Tosto fe dunque
Quel ch’imposto le fu. Fatta la pira,

781E d’ilici e di tede aride e scisse
Altamente composta, la regina
D’atre ghirlande e di funeste frondi
Ornar la fece intorno: indi le spoglie
E la spada e l’effigie de l’amante
Sopra a giacer vi pose, ben secura
Di ciò che n’avverrebbe. Eran d’intorno
Gli altari eretti: era tra lor la maga
Scapigliata e discinta; e con un tuono
Di voce formidabile invocava

791Trecento deità, l’Erebo, il Cao,
Ecate con tre forme, e con tre facce
La vergine Dïana. Avea già sparse
Le finte acque d’averno, e i suffumigi
Fatti de le nocive erbe novelle,
Che per punti di luna e con la falce
D’incantato metallo eran segate.
Si fe venir la malïosa carne
Che de la fronte al tenero pulledro
Con l’amor de la madre si divelle.

801Essa stessa regina il farro e ’l sale
Con le man pie sovr’agli altari impone,
E d’un piè scalza e di tutt’altro sciolta,
Solo accinta a morir, per testimoni
Chiama li Dei. Protestasi a le stelle
Del suo fato consorti: e s’alcun nume
Mira agli afflitti e sfortunati amanti,
Questo prega e scongiura che ragione
E ricordo ne tenga, e ne gli caglia.
Era la notte; e già di mezzo il corso

811Cadean le stelle; onde la terra e ’l mare,
Le selve, i monti e le campagne tutte,
E tutti gli animali, i bruti e i pesci
E i volanti e i serpenti, e ciò che vive
Avea da ciò che la lor vita affanna
Tregua, silenzio, oblio, sonno e riposo.
Ma non Dido infelice, a cui la notte
Nè gli occhi grava, nè ’l pensiero alleggia;
Anzi maggior col tramontar del sole
In lei risorge l’amorosa cura:

821E non men che d’amor, d’ira avampando,
Così fra sè farnetica e favella:
E che farò così delusa poi?
Chi più mi seguirà de’ primi amanti?
Proferirommi per consorte io stessa
D’un Zingaro, d’un Moro, o d’un Arábo,
Quando n’ho vilipesi e rifiutati
Tanti e tai, tante volte? Andrò co’ Teucri
In su l’armata? mi farò soggetta,
Di regina ch’io sono, e serva a loro?

831Sì certo, che gran pro fin qui riporto
De le mie lor usate cortesie:
E grado me n’avranno, e grazia poi.
Ma ciò, dato ch’io voglia, chi permette
Ch’io l’eseguisca? Chi così schernita
Volentier mi raccoglie? Ahi sfortunata
Dido! ch’ancor non vedi a che sei giunta,
E le frodi non sai di questa iniqua
Schiatta di Laomedonte. E poi che fia
Per questo? Deggio, sola, in compagnia

841Di marinari andar femina errante?
O condur meco i miei Fenici tutti
Con altra armata? e trarli un’altra volta
D’un’altra patria in mare in preda ai venti
Senz’alcun pro, senza cagione alcuna;
Quando anco a pena di Sidón gli trassi
Per ritôrli da man d’empio tiranno?
Ah! muor più tosto, come degnamente
Hai meritato; e pon col ferro fine
Al tuo grave dolore. Ah, mia sorella!

851Tu sei prima cagion di tanto male:
Tu, vinta dal mio pianto, in quest’angoscia
M’hai posta, e data ad un nemico in preda.
Chè devea vita solitaria e fera
Menar più tosto, che commetter fallo
Sì dannoso e sì grave, e romper fede
Al cener di Sichèo. Questi lamenti
Uscian del petto a l’affannata Dido,
Quando già di partir fermo e parato
Enea, per riposar pria che sciogliesse,

861S’era a dormir sopra la poppa agiato.
Ed ecco un’altra volta, in sonno, avanti
Del medesmo celeste messaggiero
Gli appar l’imago, con quel volto stesso,
Con quel color, con quella chioma d’oro
Con che lo vide pria giovine e bello;
E da la stessa voce udir gli parve:
Tu corri, Enea, sì gran fortuna, e dormi?
Non senti qual ti spira aura seconda?
Dido cose nefande ordisce ed osa,

871Certa già di morire, e d’ira accesa
A dire imprese è vòlta; e tu non fuggi
Mentre fuggir ti lece? A mano a mano
Di legni travagliar vedrassi il mare,
Di fochi il lito, e di furor le genti
Incontra a te, se tu qui ’l giorno aspetti.
Via di qua tosto: da’ le vele a’ venti.
Femina è cosa mobil per natura,
E per disdegno impetuosa e fera.
E qui tacendo entrò nel buio, e sparve.

881Enea, preso da subito spavento,
Destossi, e fe destar la gente tutta:
Via, compagni, dicendo, ai banchi, ai remi;
Ch’or d’altro uopo ne fa che di riposo.
Fate vela, sciogliete, chè di nuovo
Precetto ne si fa dal cielo, e fretta.
Ecco, qual tu ti sia, messo celeste,
Che ’l tuo detto seguiamo; e tu benigno
N’aìta, e ’l cielo e ’l mar ne rendi amico.
Ciò detto, il ferro strinse, e, fulminando,

891Del suo legno la gomina recise.
Così fer gli altri, e col medesmo ardore
Tutti insieme sciogliendo, travasando,
E spingendosi in alto, in un momento
Lasciaro il lito; e ’l mar, dai legni ascoso,
Si fe per tanti remi e tante vele
Spumoso e bianco. Era vermiglio e rancio
Fatto già de la notte il bruno ammanto,
Lasciando di Titón l’Aurora il letto,
Quando d’un’alta loggia la regina

901Tutto scoprendo, poi ch’a piene vele
Vide le frigie navi irne a dilungo,
E vòti i liti, e senza ciurma il porto;
Contra sè fatta ingiurïosa e fera,
Il delicato petto e l’auree chiome
Si percuotè, si lacerò più volte:
E ’ncontra al ciel rivolta: Ah, Giove, disse,
Dunque pur se n’andrà? Dunque son io
Fatta d’un forestier ludibrio e scherno
Nel regno mio? Nè fia chi prenda l’armi?

911Nè chi lui segua nè i suoi legni incenda?
Via tosto a le lor navi, a l’armi, al foco,
Mano a le vele, a’ remi, oltre, nel mare.
Che parlo? O dove sono? E che furore
È il tuo, Dido infelice? Iniquo fato,
Misera, ti persegue. Allor fu d’uopo
Ciò che tu di’, quando di te signore
E del tuo regno il festi. Ecco la destra,
Ecco la fede sua. Questi è quel pio
Che seco adduce i suoi patrii Penati,

921E ’l vecchio padre agli omeri s’impose.
Non potea farlo prendere e sbranarlo,
E gittarlo nel mare? ancider lui
Con tutti i suoi? dilanïare il figlio,
E darlo in cibo al padre? Oh! perigliosa
Fòra stata l’impresa. E di periglio
La si fosse, e di morte; in ogni guisa
Morir dovendo, a che temere indarno?
Arsi avrei gli steccati, incesi i legni,
Occiso il padre, il figlio, il seme in tutto

931Di questa gente, e me spento con loro.
Sole, a cui de’ mortali ogn’opra è conta;
Giuno, de le mie cure, e de’ miei falli
Pronuba consapevole e mezzana;
Ecate, che ne’ trivii orribilmente
Sei di notte invocata; ultrici Furie,
Spiriti inferni, e dii de l’infelice
Dido, ch’a morte è giunta, il mio non degno
Caso riconoscete, e ’nsieme udite
Queste dolenti mie parole estreme.

941Se forza, se destino, e se decreto
È di Giove e del cielo, e fisso e saldo
È pur che questo iniquo in porto arrivi,
E terra acquisti; almen da fiera gente
Sia combattuto; e de’ suoi fini in bando,
Da suo figlio divelto implori aiuto,
E perir veggia i suoi di morte indegna.
Nè leggi che riceva, o pace iniqua
Che accetti, anco gli giovi: nè del regno,
Nè de la vita lungamente goda:

951Ma caggia anzi al suo giorno, e ne l’arena
Giaccia insepolto. Questi prieghi estremi
Col mio sangue consacro. E voi, miei Tirii,
Coi discesi da voi tenete seco
E co’ posteri suoi guerra mai sempre.
Questi doni al mio cenere mandate,
Morta ch’io sia. Nè mai tra queste genti
Amor nasca, nè pace; anzi alcun sorga
De l’ossa mie, che di mia morte prenda
Alta vendetta, e la dardania gente

961Con le fiamme e col ferro assalga e spenga,
Ora, in futuro, e sempre: e sian le forze
A quest’animo eguali: i liti ai liti
Contrari eternamente, l’onde a l’onde,
E l’armi incontro a l’armi, e i nostri ai loro
In ogni tempo. E, ciò detto, imprecando,
Schiva di più veder l’eteria luce,
Affrettò di morire. E Barce in prima
Vistasi intorno, una nutrice antica
Del suo Sichèo (chè la sua propria in Tiro

971Era cenere già). Cara nutrice,
Le disse, va’, mi chiama Anna mia suora,
E le di’ che solleciti, e che l’onda
Del fiume e l’ostie e i suffumigi adduca,
E ciò ch’è d’uopo, come pria le dissi,
A prepararmi: chè finire intendo
Il sacrificio che a Plutone inferno
Solennemente ho di già fare impreso,
Per fine imporre a’ miei gravi martiri,
E dar foco a la pira, ov’è l’imago

981Di quell’empio Troiano. A tal precetto
Mossa la vecchiarella, a suo potere
Lentamente affrettossi ad esseguirlo.
Dido nel suo pensiero immane e fiero
Fieramente ostinata, in atto prima
Di paventosa, poi di sangue infetta
Le torve luci, di pallore il volto,
E tutta di color di morte aspersa,
Se n’entrò furïosa ove segreto
Era il suo rogo a l’aura apparecchiato.

991Sopra vi salse; e la dardania spada,
Ch’ebbe da lui non a tal uso in dono,
Distrinse: e rimirando i frigi arnesi
E ’l noto letto, poi ch’in sè raccolta
Lagrimando e pensando alquanto stette,
Sopra vi s’inchinò col ferro al petto,
E mandò fuor quest’ultime parole:
Spoglie, mentre al ciel piacque, amate e care
A voi rend’io quest’anima dolente.
Voi l’accogliete: e voi di questa angoscia

1001Mi liberate. Ecco, io son giunta al fine
De la mia vita, e di mia sorte il corso
Ho già compito. Or la mia grande imago
N’andrà sotterra: e qui di me che lascio?
Fondata ho pur questa mia nobil terra;
Viste ho pur le mie mura; ho vendicato
Il mio consorte; ho castigato il fiero
Mio nimico fratello. Ah che felice,
Felice assai morrei, s’a questa spiaggia
Giunte non fosser mai vele troiane!

1011E qui sul letto abbandonossi, e ’l volto
Vi tenne impresso; indi soggiunse: Adunque
Morrò senza vendetta? Eh, che si muoia,
Comunque sia: così, così mi giova
Girne tra l’ombre inferne: e poi ch’il crudo,
Mentre meco era, il mio foco non vide,
Veggalo di lontano, e ’l tristo augurio
De la mia morte almen seco ne porte.
Avea ciò detto, quando le ministre
La vider sopra al ferro il petto infissa,

1021Col ferro e con le man di sangue intrise
Spumante e caldo. In pianti, in ululati
Di donne in un momento si converse
La reggia tutta, e ’nsino al ciel n’andaro
Voci alte e fioche, e suon di man con elle.
N’andò per la città grido e tumulto,
Come se presa da’ nemici a forza
Fosse Tiro, o Cartago arsa e distrutta.
Anna tosto ch’udillo, il volto e ’l petto
Battessi e lacerossi; e fra la gente

1031Verso la moribonda sua sorella,
Stridendo, e ’l nome suo gridando, corse:
E per questo, dicea, suora, son io
Da te così tradita? Io t’ho per questo
La pira e l’are e ’l foco apparecchiato?
Deserta me! Di che dorrommi in prima?
Perchè, morir dovendo, una tua suora
Per compagna rifiuti? E perchè teco,
Lassa! non m’invitasti? Ch’un dolore,
Un ferro, un’ora stessa ambe n’avrebbe

1041Tolte d’affanno. Oimè! con le mie mani
T’ho posto il rogo. Oimè! con la mia voce
Ho gli Dei de la patria a ciò chiamati.
Tutto, folle! ho fatt’io, perchè tu muoia,
Perch’io nel tuo morir teco non sia.
Con te, me, questo popol, questa terra
E ’l sidonio senato hai, suora, estinto.
Or mi date che il corpo omai componga,
Che lavi la ferita, che raccolga
Con le mie labia il suo spirito estremo,

1051Se più spirto le resta. E, ciò dicendo,
Già de la pira era salita in cima.
Ivi lei che spirava in seno accolta,
La sanguinosa piaga, lagrimando,
Con le sue vesti le rasciuga e terge;
Ella talor le gravi luci alzando,
La mira a pena, che di nuovo a forza
Morte le chiude; e la ferita intanto
Sangue e fiato spargendo anela e stride.
Tre volte sopra il cubito risorse;

1061Tre volte cadde, ed a la terza giacque:
E gli occhi vòlti al ciel, quasi cercando
Veder la luce, poichè vista l’ebbe,
Ne sospirò. De l’affannosa morte
Fatta Giuno pietosa, Iri dal cielo
Mandò, che ’l groppo disciogliesse tosto,
Che la tenea, malgrado anco di morte,
Col suo mortal sì strettamente avvinta;
Ch’anzi tempo morendo, e non dal fato,
Ma dal furore ancisa, non l’avea

1071Proserpina divelto anco il fatale
Suo dorato capello, nè dannata
Era ancor la sua testa a l’Orco inferno.
Ratto spiegò la rugiadosa Dea
Le sue penne dorate, e ’ncontra al sole
Di quei tanti suoi lucidi colori
Lunga striscia traendo; indi sospesa
Sopra al capo le stette, e d’oro un filo
Ne svelse, e disse: Io qui dal ciel mandata
Questo a Pluto consacro, e te disciolgo

1081Da le tue membra. Ciò dicendo, sparve.
Ed ella, in aura il suo spirto converso,
Restò senza calore e senza vita.

Testo dell’Eneide nella traduzione di Annibale Caro da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro IV

Se c’è un libro dell’Eneide che anche chi non ha mai aperto il poema conosce, è questo. La storia di Didone ha commosso i lettori per duemila anni: Agostino racconta nelle <em>Confessioni</em> di aver pianto su di lei da ragazzo, Dante la mette tra i lussuriosi nel canto V dell’Inferno, Purcell ne ha fatto un’opera. Eppure Virgilio non la presenta come una colpevole. La presenta come una vittima, di Venere, di Giunone, e un po’ anche di Enea.

Il libro si apre con una ferita: la regina “d’amoroso strale” colpita, che non trova riposo. Didone parla con la sorella e il suo discorso è pieno di contraddizioni. Ammira Enea, il suo coraggio, il suo racconto; riconosce i segni “dell’antica fiamma”; ma giura che preferirebbe sprofondare sotto terra piuttosto che tradire Sicheo. Anna non ha dubbi e le offre argomenti pratici: sei sola, sei circondata da nemici, un’alleanza ti conviene. È il dialogo tra due sorelle, e Virgilio lo scrive con grande verità psicologica.

La scena della grotta è raccontata con pudore e con un’ombra di minaccia. Il cielo fa da testimone, i lampi brillano, le ninfe urlano sui monti. Poi una frase decisiva: quel giorno fu la prima causa di morte e di mali. Didone non si preoccupa più delle apparenze, “lo chiama matrimonio”, e con quel nome copre la sua colpa. Virgilio usa un verbo che dice tutto: è lei a chiamarlo così. Enea non lo ha mai promesso.

La Fama è un’invenzione straordinaria. È un mostro che cresce camminando, piccolo all’inizio e poi alto fino al cielo, con un occhio, una lingua, una bocca e un orecchio sotto ogni piuma. Mescola il vero e il falso, e porta la notizia a Iarba, che si lamenta con Giove. A questo punto il poema cambia direzione. Mercurio scende e trova Enea che costruisce Cartagine, vestito con un mantello di porpora regalato da Didone. Il rimprovero è duro: hai dimenticato il tuo regno? Se non pensi a te, pensa ad Ascanio.

Il confronto tra i due amanti è il momento più alto del libro. Didone parla per prima, con rabbia e con dolore: perfido, speravi di andartene di nascosto? Se almeno avessi un figlio da te, un piccolo Enea che giocasse nella reggia… Enea risponde con freddezza, tenendo gli occhi fermi per volere di Giove. Non ti ho mai promesso nozze. Se potessi scegliere, ricostruirei Troia. L’Italia non la cerco di mia volontà. Molti studenti trovano Enea antipatico in questa scena, e hanno ragione. Ma Virgilio lo sa. Poco dopo ci dice che Enea, dentro, è scosso dall’amore e vorrebbe consolarla.

La morte di Didone è preparata con lentezza. La regina finge un rito magico, fa erigere il rogo nel cortile, ci mette sopra il letto, le armi e il ritratto di Enea. All’alba vede la flotta che si allontana e scoppia la maledizione, il passo che leggiamo qui sotto. Poi sale sul rogo e pronuncia le ultime parole: ho vissuto, ho percorso la strada che la fortuna mi aveva dato, ho fondato una città. Il libro si chiude con Iride che scende dall’arcobaleno e taglia un capello biondo dal capo di Didone, perché l’anima possa finalmente andarsene. È un gesto di pietà divina, l’unico in tutta la vicenda.

Un passo da vicino

Questi doni al mio cenere mandate,
Morta ch’io sia. Nè mai tra queste genti
Amor nasca, nè pace; anzi alcun sorga
De l’ossa mie, che di mia morte prenda
Alta vendetta, e la dardania gente
Con le fiamme e col ferro assalga e spenga,
Ora, in futuro, e sempre: e sian le forze
A quest’animo eguali: i liti ai liti
Contrari eternamente, l’onde a l’onde,
E l’armi incontro a l’armi, e i nostri ai loro
In ogni tempo. E, ciò detto, imprecando,

Eneide, libro IV, vv. 956-966, trad. di A. Caro

Didone ha appena visto le navi troiane in mare aperto. Il passo è l’ultima parte della sua maledizione, e va letto ad alta voce, perché è costruito come un’invocazione rituale. Prima chiede ai suoi Tirii una guerra senza fine contro la stirpe di Enea, come dono da offrire alle sue ceneri. Poi viene il centro: “anzi alcun sorga / de l’ossa mie, che di mia morte prenda / alta vendetta”. In latino è il celebre <em>exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor</em>, e ogni lettore romano capiva chi fosse quel vendicatore: Annibale, il cartaginese che due secoli prima aveva quasi distrutto Roma. Così il mito spiega la storia, e le guerre puniche diventano la conseguenza di un amore tradito. La chiusa è un crescendo di opposizioni, “i liti ai liti / contrari eternamente, l’onde a l’onde, / e l’armi incontro a l’armi”. Caro conserva la ripetizione del latino e la rende quasi ossessiva. Didone non sta più parlando a Enea. Sta parlando alla storia, e la storia le darà ragione.

Domande per il ripasso

  1. Perché Didone esita a confessare il suo amore per Enea?
  2. Chi manda Mercurio da Enea e che cosa gli ordina?
  3. Chi è il vendicatore invocato da Didone nella maledizione?

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