Eneide, libro VII: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro VII: L'arrivo nel Lazio e lo scoppio della guerra

Dopo aver seppellito a Caieta la sua nutrice, Enea costeggia la terra di Circe ed entra con la flotta alla foce del Tevere. Qui Virgilio invoca la musa Erato: comincia la seconda parte del poema. Il re dei Latini, Latino, ha una sola figlia, Lavinia, chiesta in sposa da molti, e tra tutti da Turno, re dei Rutuli. Ma i presagi si oppongono: uno sciame d’api si posa sull’alloro della reggia, i capelli di Lavinia sembrano prendere fuoco, e l’oracolo di Fauno ordina di darla in sposa a uno straniero. Sbarcati, i Troiani mangiano sopra larghe focacce usate come piatti, poi mangiano anche quelle. Ascanio scherza: “stiamo mangiando anche le mense!”. Enea riconosce la profezia: questa è la terra promessa. Manda ambasciatori a Latino, che li accoglie, ricorda l’oracolo e offre Lavinia a Enea. Giunone, furiosa, decide di rimandare almeno il destino, se non può impedirlo: chiama dagli Inferi la Furia Aletto. Aletto avvelena la regina Amata, che si oppone alle nozze; poi appare a Turno e lo infiamma di odio; infine fa sì che Ascanio, a caccia, ferisca un cervo addomesticato, amato da Silvia, figlia del custode dei greggi del re. I contadini insorgono, scorre il primo sangue. Latino rifiuta di aprire le porte del tempio di Giano, che annunciano la guerra, e Giunone le spalanca di persona. Il libro si chiude con il catalogo dei popoli italici che si schierano con Turno: Mezenzio e il figlio Lauso, Messapo, Clauso, e infine la vergine guerriera Camilla.

Da ricordare

  • Con questo libro inizia la parte “iliadica” del poema: la guerra nel Lazio.
  • La profezia delle mense, annunciata da Celeno nel libro III, si avvera per scherzo.
  • La guerra nasce da una piccola scintilla (il cervo di Silvia) accesa da una Furia.
  • Il catalogo finale presenta gli avversari di Enea.

Personaggi del libro

  • Enea e Ascanio (Iulo).
  • Latino, re dei Latini; la regina Amata.
  • Lavinia, loro figlia.
  • Turno, re dei Rutuli.
  • Giunone e la Furia Aletto.
  • Silvia, la ragazza del cervo.
  • Nel catalogo: Mezenzio, Lauso, Messapo, Camilla.

Testo del libro VII

Traduzione di Annibale Caro (pubblicata postuma nel 1581).

Ed ancor tu, d’Enea fida nutrice
Caieta, ai nostri liti eterna fama
Désti morendo, ed essi anco a te diero
Sede onorata, se d’onore a’ morti
È d’aver l’ossa consecrate e ’l nome
Ne la famosa Esperia. Ebbe Caieta
Dal suo pietoso alunno essequie e lutto,
E sepoltura alteramente eretta.
Indi, già fatto il mar tranquillo e queto,
Spiegâr le vele a’ venti, e i venti al corso

11Eran secondi; e ’n sul calar del sole,
La luna che sorgea lucente e piena,
Chiare l’onde facea tremole e crespe.
Uscîr del porto; e pria rasero i liti
Ove Circe del Sol la ricca figlia
Gode felice, e mai sempre cantando
Soavemente al periglioso varco
De le sue selve i peregrini invita:
E de la reggia, ove tessendo stassi
Le ricche tele, con l’arguto suono

21Che fan le spole e i pettini e i telari,
E co’ fuochi de’ cedri e de’ ginepri
Porge lunge la notte iudicio e lume.
Quinci là verso il dì, lontano udissi
Ruggir lioni, urlar lupi, adirarsi,
E fremire e grugnire orsi e cignali,
Ch’eran uomini in prima: e ’n queste forme
Da lei con erbe e con malie cangiati
Giacean di ferri e di ferrate sbarre
Ne le sue stalle incatenati e chiusi.

31E perchè ciò non avvenisse ai Teucri,
Che buoni erano e pii, da cotal porto
E da spiaggia sì ria Nettuno stesso
Spinse i lor legni, e diè lor vento e fuga,
Tal che fuor d’ogni rischio li condusse.
Già rosseggiava d’orïente il balzo,
E nel suo carro d’ostro ornata e d’oro
L’Aurora si traea de l’onde fuori,
Quando subitamente ogn’aura, ogn’alito
Cessò del vento, e ne fu ’l mare in calma

41Sì ch’a forza ne gian de’ remi a pena.
Qui la terra mirando il padre Enea
Vede un’ampia foresta, e dentro, un fiume
Rapido, vorticoso e queto insieme,
Che per l’amena selva, e per la bionda
Sua molta arena si devolve al mare.
Questo era il Tebro, il tanto desiato,
Il tanto cerco suo Tebro fatale:
A le cui ripe, a le cui selve intorno,
E di sopra volando ivan le schiere

51Di più canori suoi palustri augelli.
Allor, Via, dice a suoi, volgete il corso,
Itene a riva. E tutti in un momento
Rivolti e giunti, de l’opaco fiume
Preser la foce, e lietamente entraro.
Porgimi, Èrato, aita a dir quai regi,
Quai tempi e quale stato avesse allora
L’antico Lazio, quando prima i Teucri
Con questa armata a’ suoi liti approdaro;
Ch’io dirò da principio le cagioni

61E gli accidenti, onde con essi a l’arme
Si venne in pria: dirò battaglie orrende,
Dirò stragi d’esserciti, e duelli
Di regi stessi, e la Toscana tutta,
E tutta anco l’Esperia in arme accolta.
Tu d’Elicona Dea, tu ciò mi detta,
Ch’altr’ordine di cose, altro lavoro,
E maggior opra ordisco. Era signore,
Quando ciò fu, di Lazio il re Latino,
Un re che vèglio e placido gran tempo

71Avea ’l suo regno amministrato in pace.
Questi nacque di Fauno e di Marica
Ninfa di Laürento, e Fauno a Pico
Era figliuolo, e Pico a te, Saturno,
Del suo regio legnaggio ultimo autore.
Non avea questo re stirpe virile,
Com’era il suo destino; e quella ch’ebbe
Gli fu nel fior de’ suoi verd’anni ancisa.
Sola d’un sangue tal, d’un tanto regno
Restava una sua figlia unica erede,

81Che già d’anni matura, e di bellezza
Più d’ogni altra famosa, era da molti
Eroi del Lazio e de l’Ausonia tutta
Desiata e ricerca. Avanti agli altri
La chiedea Turno, un giovine, il più bello,
Il più possente e di più chiara stirpe
Che gli altri tutti; e più ch’agli altri, a lui,
Anzi a lui sol la sua regina madre
Con mirabil affetto era inchinata.
Ma che sua sposa fosse, avverso fato,

91Vari portenti e spaventosi augúri
Facean contesa. Era un cortile in mezzo
A le stanze reali ove un gran lauro
Già di gran tempo consecrato e cólto
Con molta riverenza era serbato.
Si dicea che Latino esso re stesso
Nel designare i suoi primi edifici,
Là ’ve trovollo, di sua mano a Febo
L’avea dicato; e ch’indi il nome diede
A’ suoi Laurenti. A questo lauro in cima

101Meravigliosamente di lontano
Romoreggiando a la sua vetta intorno
Venne d’api una nugola a posarsi;
E con l’ali e co’ piè l’una con l’altra,
E tutte insieme aggraticciate e strette
Stier d’uva in guisa a le sue frondi appese.
Ciò l’indovino interpretando, Io veggo,
Disse, venir da lunge un duce esterno,
Ed una gente che d’un loco uscita
In un loco medesmo si rauna,

111Ed altamente ivi s’alloga e regna.
Stando un giorno, oltre a ciò, Lavinia virgo
Sacrificando col suo padre a canto,
Ed a l’altar caste facelle offrendo,
Parve (nefanda vista!) che dal foco
Fossero i lunghi suoi capelli appresi,
E che stridendo, non pur l’oro ardesse
De le sue trecce, ma il suo regio arnese
E la corona stessa, che di gemme
Era fregiata. Indi con rogio vampo,

121Con nero fumo e con volumi attorti
S’avventasse d’intorno, e l’alta reggia
Tutta di fiamme empiesse: orrendo mostro,
E di gran meraviglia a chiunque il vide.
Gli áuguri ne dicean che fama illustre
E gran fortuna a lei si portendea;
Ma ruina a lo stato, e guerra a’ popoli.
A questi mostri attonito e confuso
Il re tosto a l’oracolo di Fauno
Suo genitor ne l’alta Albunea selva

131Per consiglio ricorse. È questa selva
Immensa, opaca, ove mai sempre suona
Un sacro fonte, onde mai sempre essala
Una tetra vorago. Il Lazio tutto
E tutta Italia in ogni dubbio caso
Quindi certezza, aita e ’ndrizzo attende.
E l’oracolo è tale. Il sacerdote
Nel profondo silenzio de la notte
Si fa de l’immolate pecorelle
Sotto un covile, ove s’adagia e dorme.

141Nel sonno con mirabili apparenze
Si vede intorno i simolacri e l’ombre
Di ciò ch’ivi si chiede, e varie voci
Ne sente, e con gli Dei parla e con gl’Inferi.
In questa guisa il re Latino stesso
Al vaticinio del suo padre intento
Cento pecore ancide, e i velli e i terghi
Nel suol ne stende, e vi s’involve e corca:
Ed ecco un’alta repentina voce
Che, de la selva uscendo, intuona e dice:

151Invan, figlio, procuri, invan t’imagini
Che tua figlia s’ammogli a sposo ausonio,
Vane e nulle saran le sponsalizie
Ch’or le prepari. Di lontano un genero
Venir ti veggio, per cui sopra a l’etera
Salirà il nostro nome; e i nostri posteri
Ne vedran sotto i piè quanto l’Oceano
D’ambi i lati circonda e ’l sole illumina.
Questa risposta e questi avvertimenti,
Perchè di notte e di secreta parte

161Fosser da Fauno usciti, il re non tenne
In sè stesso celati; anzi la fama
Per le terre d’Ausonia gli spargea,
Quando la frigia armata al Tebro aggiunse.
Enea col figlio e co’ suoi primi duci
A l’ombre d’un grand’albero in disparte
Degli altri a prender cibo insieme unissi.
Eran su l’erba agiati; e, come avviso
Creder si dee che del gran Giove fosse,
Avean poche vivande; e quelle poche

171Gran forme di focacce e di farrate
In vece avean di tavole e di quadre,
E la terra medesma e i solchi suoi
Ai pomi agresti eran fiscelle e nappi.
Altro per avventura allor non v’era
Di che cibarsi. Onde, finiti i cibi,
Volser per fame a quei lor deschi i denti,
E motteggiando allora, O, disse Iulo,
Fino a le mense ancor ne divoriamo?
E rise e tacque. A questa voce Enea,

181Sì come a fin de le fatiche loro,
Avvertì primamente, e stupefatto
Del suo misterio, subito inchinando
Disse: O da’ fati a me promessa terra,
Io te devoto adoro: e voi ringrazio,
Santi numi di Troia, amiche e fide
Scorte degli error miei. Questa è la patria,
Quest’è l’albergo nostro e questo è ’l segno
Che ’l mio padre lasciommi (or mi ricordo
De gli occulti miei fati), Allor, dicendo,

191Che sarai, figlio, in peregrina terra
Da fame a manducar le mense astretto,
Fia ’l tuo riposo: allor fonda gli alberghi,
Allor le mura. Or questa è quella fame,
Ultimo rischio ad ultimar prescritto
Tutti i nostri altri perigliosi affanni.
Or via, dimane a l’apparir del sole
Per diversi sentier lungi dal porto
Tutti gioiosamente investighiamo
Che paese sia questo, da che gente

201Sia cólto, dove sien le terre loro.
Ora a Giove si béa; faccinsi preci
Al padre Anchise; e sian le mense tutte
Di vin piene e di tazze. E, ciò dicendo,
Di frondi s’inghirlanda: e del paese
Il genio, e de la terra il primo nume
Primieramente inchina, e le sue ninfe,
E ’l fiume ancor non conto. Indi la Notte,
E de la Notte le sorgenti stelle,
E Giove idèo, e d’Ida la gran madre,

211E la madre di lui dal cielo invoca.
E da l’Erebo il padre. E qui di lampi
Cinto, di luce e d’oro, e di sua mano
Folgorando il gran Giove a ciel sereno
Tonò tre volte. In ciò repente nacque
Tra le squadre troiane un lieto grido,
Ch’era già ’l tempo di fondar venuto
Le desiate mura. A tanto annunzio
Tutti commossi, a rinovar le mense,
Ad invitarsi, a coronarsi, a bere

221Lietamente si diero. Il dì seguente
Nel sorger de l’aurora uscir diversi
A spiar del paese, che contrade
E che liti eran quelli, e di che genti.
Trovâr che di Numíco era lo stagno.
E che ’l fiume era il Tebro, e la cittade
Da’ feroci Latini era abitata.
Allor d’Anchise il generoso figlio
Cento fra tutti i più scelti oratori
D’oliva incoronati al re destina

231Con doni, con avvisi e con richieste
D’amicizia, di commodi e di pace.
Questi il viaggio lor sollecitando
Se ne van senza indugio. Ed egli intanto,
Preso nel lito il primo alloggiamento,
Di picciol fosso la muraglia insolca;
E ’n sembianza di campo e di fortezza
D’argini lo circonda e di steccato.
Seguon gl’imbasciatori, e già da presso
La città, l’alte torri e i gran palagi

241Scoprendo de’ Latini, anzi a le mura
Veggono il fior de’ giovinetti loro
Su’ cavalli e su’ carri essercitarsi,
Lotteggiar, tirar d’arco, avventar pali,
E cotali altre oprar contese e prove
Di corso, d’attitudine e di forza.
Tosto che compariscono, un messaggio
Quindi si spicca in fretta, e precorrendo
Riporta al vecchio re, che nuova gente
Di gran sembiante e d’abito straniero

251Vien dal mare a sua corte. Il re comanda
Che siano ammessi; e ne l’antico seggio
Per ascoltarli in maestà si reca.
Era la corte un ampio, antico, augusto
Di più di cento colonnati estrutto
In cima a la città sublime albergo:
Pico di Laürento il vecchio rege
L’avea fondata. Era d’oscure selve,
Era de’ numi de’ primi avi suoi
Sovra d’ogn’altra veneranda e sacra.

261Qui de’ lor scettri, qui de’ primi fasci
S’investivano i regi. In questo tempio
Era la curia, eran le sacre cene,
Eran de’ padri i publici conviti
De l’occiso arïete. Avea d’antico
Cedro, nel primo entrar, un dietro a l’altro,
De’ suoi grand’avi i simolacri eretti.
Italo v’era, e il buon padre Sabino,
Saturno con la vite e con la falce,
Giano con le due teste, e gli altri regi

271Tutti di mano in man, che combattendo
Non fur di sangue a la lor patria avari.
Pendean da le pareti e da’ pilastri
Un gran numero d’armi e d’altre spoglie
Prese in battaglia. Ai portici d’intorno
Carri, trofei, catene, elmi e cimieri
E securi e corazze e scudi e lance
E rostri di navili e ferri e sbarre
Di fracassate porte erano affisse.
In abito succinto, e con la verga

281Che fu poi di Quirino, e con l’ancile
Ne la sinistra esso re Pico assiso
V’era, pria cavaliero, e poscia augello:
Ch’in augello il cangiò la maga Circe,
Sdegnosa amante; e gli suoi regi fregi
Gli converse in colori, e ’l manto in ali.
In questo tempio sovra il seggio agiato
De’ suoi maggiori, a sè Latino i Teucri
Chiamar si fece; e dolcemente in prima
Così parlò: Dite, Troiani amici,

291A che venite? chè venite in luogo
C’ha di Troia e di voi contezza a pieno;
Siatevi, o per errore o per tempesta
O per bisogno a questi liti addotti,
Come a gente di mar sovente avviene;
Ch’a buon fiume, a buon porto a buon ospizio
Siete arrivati. Da Saturno scesi
Sono i Latini, ed ospitali e buoni,
Non per forza o per leggi, ma per uso
E per natura; e del buon vecchio dio

301Seguitiam l’orme e de’ suoi tempi d’oro.
Io mi ricordo (ancor che questa fama
Sia per molt’anni omai debile e scura)
Che per vanto soleano i vecchi Aurunci
Dir che Dárdano vostro in queste parti
Ebbe il suo nascimento; e quinci in Ida
Passò di Frigia, e ne la tracia Samo,
Ch’or Samotracia è detta. Da’ Tirreni,
E da Còrito uscío Dárdano vostro,
Ch’or fatto è dio, e tra’ celesti in cielo

311D’oro ha la sua magion, di stelle il seggio,
E qua giù tra’ mortali altari e voti.
Avea ciò detto, quando a’ detti suoi
Il saggio Ilïoneo così rispose:
Alto signor, di Fauno egregio figlio,
Non tempesta di mar, non venti avversi,
Non di stelle, o di liti o di nocchieri
Error qui n’ave, od ignoranza addotti.
Noi di nostro voler, di nostro avviso
Ci siam venuti, discacciati e privi

321D’un regno de’ maggiori e de’ più chiari,
Ch’unqua vedesse d’orïente il sole.
Da Dárdano e da Giove il suo legnaggio
Ha quella gente, e quel troiano Enea
Ch’a te ne manda. La tempesta, i fati,
E la ruina che ne’ campi idèi
Venne di Grecia, onde l’Europa e l’Asia
E ’l mondo tutto sottosopra andonne,
Cui non è conta? chi sì lunge è posto
Da noi, che non l’udisse? o che da l’acque

331De l’estremo Oceáno, o che dal foco
De la torrida zona sia diviso
Da la nostra notizia? Il nostro affanno
Tal fece intorno a sè diluvio e moto,
Che scosse ed allagò la terra tutta.
Da indi in qua dispersi e vagabondi
Per tanti mari, un sol picciol ridotto
Agli Dei nostri, un lito che n’accolga,
Non da nemici, un poco d’acqua e d’aura,
Lassi! quel ch’ogn’uom ha, cercando andiamo.

341Non disutili, credo, e non indegni
Sarem del regno vostro: a voi non lieve
Ne verrà fama; e d’un tal merto tanto
Vi sarem grati, che l’ausonia terra
Non mai si pentirà d’aver i figli
De la misera Troia in grembo accolti.
Io ti giuro, signor, per le fatiche,
Per gli fati d’Enea, per la possente
Sua destra, già per fede e per valore
Famosa al mondo, che da molte genti

351Molte fïate (e ciò vil non ti sembri,
Che da noi stessi a te ci proferiamo
E ti preghiamo) siam pregati noi,
E per compagni desiati e cerchi:
Ma dai fati, signore, e dagli Dei
Siam qui mandati. Dárdano qui nacque,
Qua Febo ne richiama. Febo stesso,
E quel di Delo, è ch’ai Tirreni, al Tebro,
Al fonte di Numíco, a voi c’invia.
Queste, oltre a ciò, poche reliquie e seguì

361De l’andata fortuna e del suo amore
Il re nostro vi manda, che dal foco
Son de la patria ricovrate a pena.
Con questa coppa il suo buon padre Anchise
Sacrificava. Questo regno in testa,
Quando era in solio, il gran Prïamo avea;
Questo è lo scettro, questa è la tïara,
Sacro suo portamento; e queste vesti
Son de le donne d’Ilio opre e fatiche.
Al dir d’Ilïonèo stava Latino

371Fisso col volto a terra immoto e saldo
Come in astratto, e solo avea le luci
Degli occhi intese a rimirar, non tanto
Il dipint’ostro e gli altri regi arnesi,
Quanto in pensar de la diletta figlia
Il maritaggio, e ’l vaticinio uscito
Dal vecchio Fauno. E ’n sè stesso raccolto,
Questi è certo, dicea, quei che da’ fati
Si denunzia venir di stran paese
Genero a me, sposo a Lavinia mia,

381Del mio regno partecipe e consorte.
Questi è da cui verrà l’egregia stirpe,
Che col valor farassi e con le forze
Soggetto e tributario il mondo tutto.
Ed alfin lieto, O, disse, eterni Dei,
Secondate voi stessi i vostri augúri
E i pensier miei. Da me, Troiani, arete
Tutto che desiate; e i vostri doni
Gradisco e pregio; e mentre re Latino
Sarà, sarete voi nel regno suo

391Cortesemente accolti; e ’l seggio e i campi
E ciò ch’è d’uopo, come a Troia foste,
In copia arete. Or s’ei tanto desia
L’amistà nostra e ’l nostro ospizio, vegna
Egli in persona, e non aborra omai
Il nostro amico aspetto. Arra e certezza
Ne fia di pace il convenir con lui,
E di lui stesso aver la fede in pegno.
Da l’altra parte, a mio nome gli dite
Quel ch’io dirovvi. Io senza più mi trovo

401Una mia figlia. A questa il mio paterno
Oracolo, e del ciel molti prodigi
Vietan ch’io dia marito altro ch’esterno.
D’esterna parte, tal d’Italia è ’l fato,
Un genero dal ciel mi si promette,
Per la cui stirpe il mio nome e ’l mio sangue
Ergerassi a le stelle. Or se del vero
Punto è ’l mio cor presago, egli è quel desso
Cred’io che ’l fato accenna, e ’l credo e ’l bramo.
Ciò detto, de’ trecento, che mai sempre

411A’ suoi presepi avea, nitidi e pronti
Destrier di fazïone e di rispetto,
Per gli cento orator cento n’elegge,
Ch’avean le lor coverte e i lor girelli,
Le pettiere e le briglie in varie guise
D’ostro e di seta ricamati e d’oro,
E d’òr le ghiere e d’òr le borchie e i freni.
Al troian duce assente un carro invia
Con due corsier ch’eran di quei del Sole
Generosi bastardi, e vampa e foco

421Sbruffavan per le nari. Al Sol suo padre
La razza ne furò la scaltra Circe
Allor ch’a l’incantate sue giumente
Eto e Piròo furtivamente impose.
Tali in su tai cavalli alteramente
Tornando i Teucri al teucro duce, allegre
Portâr novelle e parentela e pace.
Ed ecco che di Grecia uscendo e d’Argo,
L’empia moglie di Giove, alto da terra
Sospesa, infin dal sicolo Pachino

431Vide i legni troiani; e vide Enea
Con tutti i suoi, che lieto e fuor del mare
E secur de la terra, incominciava
D’alzar gli alberghi, e di fondar le mura
Già d’un altr’Ilio. E, punta il cor di doglia,
Squassando il capo, Ah, disse, a me purtroppo
Nimica razza! ah troppo a’ fati miei
Fati de’ Frigi avversi! E forse estinti
Fur ne’ campi sigèi? forse potuti
Si son prender già presi, ed arder arsi?

441Per mezzo de le schiere e de gl’incendi
Han trovata la via. Stanca fia dunque
Questa mia deità, quando ancor sazia
Non è de l’odio? E già s’è resa, quando
Ha fin qui nulla oprato? E che mi giova
Che sian del regno e de la patria in bando?
Che mi val ch’io mi sia con tutto il mare
A loro opposta? Ah! che del mar già tutte,
E del ciel contra lor le forze ho logre.
E che le Sirti, e che Scilla e Cariddi

451A me con lor son valse? Ecco han del Tebro
La desïata foce; e non han téma
Del mar più, nè di me. Marte potéo
Disfar la gente de’ Lapìti immane;
Potè Diana aver da Giove in preda
Del suo disegno i Calidòni antichi,
Quando de’ Calidòni e de’ Lapìti,
Vèr le pene, era il fallo o nullo o leve:
Ed io consorte del gran Giove e suora,
Misera, incontro a lor che non ho mosso?

461Che di me non ho fatto? E pur son vinta.
Enea, Enea mi vince. Ah se con lui
Il mio nume non può, perchè d’ognuno,
Chiunque sia, non ogni aita imploro?
Se mover contra lui non posso il cielo,
Moverò l’Acheronte. Oh non per questo
Il fato si distorna; ed ei non meno
Di Latino otterrà la figlia e ’l regno.
Che più? Lo tratterrò: gli darò briga:
Porrò, s’altro non posso, in tanto affare

471Gara, indugio e scompiglio: a strage, a morte,
Ad ogni strazio condurrò le genti
De l’un rege e de l’altro; e questi avanzi
Faran primieramente i lor suggetti
De la lor amistà. Con questo in prima,
Si sian suocero e genero. Di sangue
De’ Troiani e de’ Rutuli dotata
N’andrai, regia donzella, al tuo marito;
E del tuo maritaggio e del tuo letto
Auspice fia Bellona in vece mia.

481Cotal non partorì di face pregna
Ecuba a Troia incendio, qual Ciprigna
Arà con questo suo novello Pari
Partorito altro foco, altra ruina
A quest’altr’Ilio. Ciò dicendo, in terra
Discese irata, e da l’inferne grotte
A sè chiamò la nequitosa Aletto.
De le tre dire Furie una è costei,
Cui son l’ire, i dannaggi, i tradimenti,
Le guerre, le discordie, le ruine,

491Ogn’empio officio, ogni mal opra a coro.
E tale un mostro in tanti e così fieri
Sembianti si trasmuta, e de’ serpenti
Sì tetra copia le germoglia intorno,
Che Pluto e le tartaree sorelle
Sue stesse in odio ed in fastidio l’hanno.
Giunon le parla, e via più co’ suoi detti
In tal guisa l’accende: O de la Notte
Possente figlia, io per mio proprio affetto,
Per onor del mio nume, per salvezza

501De la mia fama un tuo servigio agogno.
Adoprati per me, che, mal mio grado,
Questo troiano Enea del re Latino
Genero non divenga, e nel suo regno
Con gran mio pregiudicio non s’annidi.
Tu puoi, volendo, armar l’un contra l’altro
I concordi fratelli: odii e zizzanie
Seminar tra’ congiunti; e per le case
Con mill’arti nocendo, in mille guise
Infra mortali indur morti e ruine.

511Scuoti il fecondo petto, e le sue forze
Tutte a quest’opra accampa. Inferma, annulla
Questa lor pace; infiamma i cori a l’armi,
Arme ognun brami, ognun le gridi e prenda.
Di serpi e di gorgònei veneni
Guarnissi Aletto; e per lo Lazio in prima
Scorrendo, e per Laurento, e per la corte,
De la regina Amata entro la soglia
Insidïosamente si nascose.
Era allor la regina, come donna,

521E come madre, dal materno affetto,
Da lo scorno de’ Teucri, dal disturbo
De le nozze di Turno in molte guise
Afflitta e conturbata, quando Aletto,
Per rivolgerla in furia, e co’ suoi mostri
Sossopra rivoltar la reggia tutta,
Da’ suoi cerulei crini un angue in seno
L’avventò sì, che l’entrò poscia al core.
Ei primamente infra la gonna e ’l petto
Strisciando, e non mordendo, a poco a poco

531Col suo vipereo fiato non sentito
Furor le spira. Or le si fa monile
Attorcigliato al collo: or lunga benda
Le pende da le tempie, or quasi un nastro
L’annoda il crine. Alfin lubrico errando,
Per ogni membro le s’avvolge e serpe.
Ma fin che prima andò languido e molle
Soli i sensi occupando il suo veleno,
Fin che il suo foco penetrando a l’ossa
Non avea tutto ancor l’animo acceso,

541Ella donnescamente lagrimando
Sovra la figlia e sovra le sue nozze
Con tal queto rammarco si dolea:
Adunque si darà Lavinia mia
A Troiani? a banditi? E tu suo padre,
Tu così la collòchi? E non t’incresce
Di lei, di te, di sua madre infelice?
Ch’al primo vento ch’a’ suoi legni spiri,
Di così caro pegno orba rimasa
(Come dir si potrà), da questo infido

551Fuggitivo ladrone abbandonata,
Del mar vedrolla e de’ corsari in preda?
O non così di Sparta anco rapita
Fu la figlia di Leda? E chi rapilla
Non fu Troiano anch’egli? Ah! dov’è, sire,
Quella tua santa invïolabil fede?
Quella cura de’ tuoi? quella promessa
Che s’è fatta da te già tante volte
Al nostro Turno? Se d’esterna gente
Genero ne si dee; se fisso e saldo

561È ciò nel tuo pensiero; se di Fauno
Tuo padre il vaticinio a ciò si stringe;
Io credo ch’ogni terra, ch’al tuo scettro
Non è soggetta, sia straniera a noi.
Così ragion mi detta, e così penso
Che l’oracolo intenda. Oltre che Turno
(Se la sua prima origine si mira)
Per suoi progenitori Inaco, Acrisio,
E per patria ha Micene. A questo dire
Stava nel suo proposito Latino

571Ognor più duro. E la regina intanto
Più dal veleno era del serpe infetta:
E già tutta compresa, e da gran mostri
Agitata, sospinta e forsennata,
Senza ritegno a correre, a scagliarsi,
A gridar fra le genti e fuor d’ogni uso
A tempestar per la città si diede.
Qual per gli atrii scorrendo e per le sale
Infra la turba de’ fanciulli a volo
Va sferzato palèo ch’a salti, a scosse,

581Ed a suon di guinzagli roteando
E ronzando s’aggira e si travolve,
Quando con meraviglia e con diletto
Gli va lo stuol de’ semplicetti intorno,
E gli dan co’ flagelli animo e forza;
Tal per mezzo del Lazio e de’ feroci
Suoi popoli vagando, insana andava
La regina infelice. E, quel che poscia
Fu d’ardire e di scandalo maggiore,
Di Bacco simulando il nume e ’l coro

591Per tôr la figlia ai Teucri, e le sue nozze
Distornare o ’ndugiare, a’ monti ascesa
Ne le selve l’ascose: O Bacco, o Libero,
Gridando, Eüöè, questa mia vergine
Sola a te si convien, solo a te serbasi.
Ecco per te nel tuo coro s’essercita,
Per te prende i tuoi tirsi, a te s’impampina,
A te la chioma sua nodrisce e dedica.
Divolgasi di ciò la fama intanto
Fra le donne di Lazio, e tutte insieme

601Da furor tratte, e d’uno ardore accese
Saltan fuor degli alberghi a la foresta.
Ed altre ignude i colli e sciolte i crini,
D’irsute pelli involte, e d’aste armate,
Di tralci avviticchiate e di corimbi,
Orrende voci e tremuli ululati
Mandano a l’aura. E la regina in mezzo
A tutte l’altre una facella in mano
Prende di pino ardente, e l’imeneo
De la figlia e di Turno imita e canta,

611E con gli occhi di sangue e d’ira infetti
Al cielo ad ora ad or la voce alzando,
Uditemi, dicea, madri di Lazio,
Quante ne siete in ogni loco, uditemi.
Se può pietade in voi, se può la grazia
De la misera Amata, e la miseria
Di lei, ch’ad ogni madre è d’infortunio,
Disvelatevi tutte e scapigliatevi;
Eüöè; a questo sacrificio
Ne venite con me, meco ululatene.

621Così da Bacco e da le furie spinta
Ne gía per selve e per deserti alpestri
La regina infelice, quando Aletto,
Ch’assai già disturbato avea il consiglio
Di re Latino e la sua reggia tutta,
Ratto su le fosc’ali a l’aura alzossi;
E là ’ve già d’Acrisio il seggio pose
L’avara figlia, ivi dal vento esposta,
A l’orgoglioso Turno si rivolse.
Ardèa fu quella terra allor nomata,

631E d’Ardèa il nome insino ad or le resta,
Ma non già la fortuna. In questo loco
Entro al suo gran palagio a mezza notte
Prendea Turno riposo. Allor ch’Aletto
Vi giunse, e ’l torvo suo maligno aspetto
Con ciò ch’avea di Furia, in senil forma
Cangiando, raggruppossi, incanutissi,
E di bende e d’olivo il crin velossi:
Calibe in tutto fessi, una vecchiona
Ch’era sacerdotessa e guardïana

641Del tempio di Giunone; e ’n cotal guisa
Si pose a lui davanti, e così disse:
Turno, adunque avrai tu sofferte indarno
Tante fatiche, e questi Frigi avranno
La tua sposa e ’l tuo regno? Il re, la figlia
E la dote, ch’a te per gli tuoi merti,
Per lo sparso tuo sangue era dovuta,
E già da lui promessa, or ti ritoglie;
E de l’una e de l’altro erede e sposo
Fassi un esterno. O va’ così deluso,

651E per ingrati la persona e l’alma
Inutilmente a tanti rischi esponi.
Va’, fa strage de’ Toschi. Va’, difendi
I tuoi Latini e in pace li mantieni.
Questo mi manda apertamente a dirti
La gran saturnia Giuno. Arma, arma i tuoi;
Preparati a la guerra; esci in campagna;
Assagli i Frigi, e snidagli dal fiume
C’han di già preso, e i lor navili incendi.
Dal ciel ti si comanda. E se Latino

661A le promissïon non corrisponde,
Se Turno non accetta e non gradisce
Nè per suo difensor nè per suo genero,
Provi qual sia ne l’armi, e quel ch’importi
Averlo per nimico. Al cui parlare
Il giovine con beffe e con rampogne
Così rispose: Io non son, vecchia, ancora,
Come te, fuor de’ sensi; e ben sentita
Ho la nuova de’ Teucri, e me ne cale
Più che non credi. Non però ne temo

671Quel che tu ne vaneggi; e non m’ha Giuno
(Penso) in tanto dispregio e ’n tale oblio.
Ma tu dagli anni rimbambita e scema
Entri, folle, in pensier d’armi e di stati,
Ch’a te non tocca. Quel ch’è tuo mestiero,
Governa i templi, attendi ai simulacri,
E di pace pensar lascia e di guerra
A chi di guerreggiar la cura è data.
Furia a la Furia questo dire accrebbe,
Sì che d’ira avvampando, ella il suo volto

681Riprese e rincagnossi: ed ei negli occhi
Stupido ne rimase, e tremò tutto:
Con tanti serpi s’arruffò l’Erinne,
Con tanti ne fischiò, tale una faccia
Le si scoverse. Indi le bieche luci
Di foco accesa, la viperea sferza
Gli girò sopra, e sì com’era immoto
Per lo stupore, ed a più dire inteso,
Lo risospinse; e i suoi detti e i suoi scherni
Così rabbiosamente improverògli:

691Or vedrai ben se rimbambita e scema
Sono entrata in pensier d’armi e di stati,
Ch’a me non tocchi; e se son vecchia e folle:
Guardami, e riconoscimi; ch’a questo
Son dal Tartaro uscita, e guerra e morte
Meco ne porto. E, ciò detto, avventògli
Tale una face e con tal fumo un foco,
Che fe’ tenebre agli occhi e fiamme al core.
Lo spavento del giovine fu tale,
Che rotto il sonno, di sudor bagnato

701Si trovò per angoscia il corpo tutto:
E stordito sorgendo, arme d’intorno
Cercossi, armi gridò, d’ira s’accese,
D’empio disio, di scelerata insania
Di scompigli e di guerra: in quella guisa
Che con alto bollor risuona e gonfia
Un gran caldar, quand’ha di verghe a’ fianchi
Chi gli ministra ognor foco maggiore,
Quando l’onda più ferve, e gorgogliando
Più rompe, più si volve e spuma e versa,

711E ’l suo negro vapore a l’aura essala:
Così Turno commosso a muover gli altri
Si volge incontinente; e de’ suoi primi,
Altri al re manda con la rotta pace,
Ad altri l’apparecchio impon de l’arme,
Onde Italia difenda, onde i Troiani
Sian d’Italia cacciati: ed ei si vanta
Contra de’ Teucri e contra de’ Latini
Aver forze a bastanza. E ciò commesso,
E ne’ suoi voti i suoi numi invocati,

721I Rutuli infra loro a gara armando
S’essortavan l’un l’altro; e tutti insieme
Eran tratti da lui, chi per lui stesso
(Che giovin era amabile e gentile),
Chi per la nobiltà de’ suoi maggiori,
E chi per la virtude, e per le pruove
Di lui viste altre volte in altre guerre.
Mentre così de’ suoi Turno dispone
Gli animi e l’armi, in altra parte Aletto
Sèn vola a’ Teucri, e con nuov’arte apposta

731In su la riva un loco, ove in campagna
Correndo e ’nsidïando, il bello Iulo
Seguia le fere fuggitive in caccia.
Qui di súbita rabbia i cani accese
La virgo di Cocíto, e per la traccia
Gli mise tutti; onde scopriro un cervo
Che fu poi di tumulto, di rottura
Di guerra, e d’ogni mal prima cagione.
Questo era un cervo mansueto e vago,
Già grande e di gran corna, che divelto

741Da la sua madre, era nel gregge addotto
Di Tirro e de’ suoi figli: ed era Tirro
Il custode maggior de’ regi armenti
E de’ regi poderi; ed egli stesso
L’avea nudrito e fatto umile e manso.
Silvia, una giovinetta sua figliuola,
L’avea per suo trastullo; e con gran cura
Di fior l’inghirlandava, il pettinava,
Lo lavava sovente. Era a la mensa
A lor d’intorno; e da lor tutti amava

751Esser pasciuto e vezzeggiato e tocco.
Errava per le selve a suo diletto,
E da sè stesso poi la sera a casa,
Come a proprio covil, se ne tornava.
Quel dì per avventura di lontano
Lungo il fiume venía tra l’ombre e l’onde,
Da la sete schermendosi e dal caldo,
Quando d’Ascanio l’arrabbiate cagne
Gli s’avventaro, ed esso a farsi inteso
D’un tale onore e di tal preda acquisto,

761Diede a l’arco di piglio, e saettollo.
La Furia stessa gli drizzò la mano,
E spinse il dardo sì ch’a pieno il colse
Ne l’un de’ fianchi, e penetrògli a l’epa.
Ferito, insanguinato, e con lo strale
Il meschinello ne le coste infisso,
Al consueto albergo entro ai presepi
Mugghiando e lamentando si ritrasse;
Ch’un lamentarsi, un dimandar aita
D’uomo in guisa più tosto che di fera,

771Erano i mugghi onde la casa empiea.
Silvia lo vide in prima, e col suo pianto,
Col batter de le mani, e con le strida
Mosse i villani a far turbe e tumulto.
Sta questa peste per le macchie ascosa,
Di topi in guisa, a razzolar la terra
In ogni tempo, sì che d’ogni lato
N’usciron d’improvviso; altri con pali
E con forche e con bronchi aguzzi al foco;
Altri con mazze nodorose e gravi,

781E tutti con quell’armi ch’a ciascuno
Fecer l’ira e la fretta. Era per sorte
Tirro in quel punto ad una quercia intorno,
E per forza di cogni e di bipenne
L’avea tronca e squarciata: onde affannoso,
Di sudor pieno, fieramente ansando
Con la stessa ch’avea secure in mano
Corse a le grida, e le masnade accolse.
L’infernal Dea, ch’a la veletta stava
Di tutto che seguia, veduto il tempo

791Accomodato al suo pensier malvagio,
Tosto nel maggior colmo se ne salse
De la capanna, e con un corno a bocca
Sonò de l’armi il pastorale accento.
La spaventosa voce che n’uscío
Dal Tartaro spiccossi. E pria le selve
Ne tremâr tutte; indi di mano in mano
Di Nemo udilla e di Dïana il lago,
Udilla de la Nera il bianco fiume,
E di Velino i fonti, e tal l’udiro,

801Che ne strinser le madri i figli in seno.
A quella voce, e verso quella parte
Onde sentissi, i contadini armati,
Comunque ebber tra via d’armi rincontro,
Subitamente insieme s’adunaro.
Da l’altro lato i giovani Troiani
Al soccorso d’Ascanio in campo usciro,
Spiegâr le schiere, misersi in battaglia,
Vennero a l’armi; sì che non più zuffa
Sembrava di villani, e non più pali

811Avean per armi, ma forbiti ferri
Serrati insieme, che dal sol percossi,
Per le campagne e fin sotto a le nubi
Ne mandavano i lampi; in quella guisa
Che lieve al primo vento il mar s’increspa,
Poscia biancheggia, ondeggia e gonfia e frange
E cresce in tanto, che da l’imo fondo
Sorge fino a le stelle. Almone, il primo
Figlio di Tirro, primamente cadde
In questa pugna. Ebbe di strale un colpo

821In su la strozza, che la via col sangue
Gli chiuse e de la voce e de la vita.
Caddero intorno a lui molt’altri corpi
Di buona gente. Cadde tra’ migliori,
Mentre l’armi detesta, e per la pace
Or con questi or con quelli si travaglia,
Galèso il vecchio, il più giusto e ’l più ricco
De la contrada. Cinque greggi avea
Con cinque armenti; e con ben cento aratri
Coltivava e pascea l’ausonia terra.

831Mentre così ne’ campi si combatte
Con egual Marte, Aletto già compita
La sua promessa, poi ch’a l’armi, al sangue
Ed a le stragi era la guerra addotta,
Uscì del Lazio, e baldanzosa a l’aura
Levossi, ed a Giunon superba disse:
Eccoti l’arme e la discordia in campo,
E la guerra già rotta. Or di’ ch’amici,
Di’ che confederati, e che parenti
Si sieno omai, poichè d’ausonio sangue

841Già sono i Teucri aspersi. Io, se più vuoi,
Più farò. Di rumori e di sospetti
Empierò questi popoli vicini;
Condurrògli in aiuto; andrò per tutto
Destando amor di guerra; andrò spargendo
Per le campagne orror, furore ed armi.
Assai, Giuno rispose, hai di terrore
E di frode commesso: ha già la guerra
Le sue cagioni; hanno (comunque in prima
La sorte le si regga) ambe le parti

851Le genti in campo, e l’armi in mano, e l’armi
Son già di sangue tinte, e ’l sangue è fresco.
Or queste sponsalizie e queste nozze
Comincino a godersi il re Latino,
E questo di Ciprigna egregio figlio.
Tu, perchè non consente il padre eterno
Ch’in questa eterea luce e sopra terra
Così licenzïosa te ne vada,
Torna a’ tuoi chiostri; ed io, s’altro in ciò resta
Da finir, finirò. Ciò disse a pena

861La figlia di Saturno, che d’Aletto
Fischiâr le serpi, e dispiegârsi l’ali
In vèr Cocíto. È de l’Italia in mezzo
E de’ suoi monti una famosa valle,
Che d’Amsanto si dice. Ha quinci e quindi
Oscure selve, e tra le selve un fiume
Che per gran sassi rumoreggia e cade,
E sì rode le ripe e le scoscende,
Che fa spelonca orribile e vorago,
Onde spira Acheronte, e Dite essala.

871In questa buca l’odïoso nume
De la crudele e spaventosa Erinne
Gittossi, e dismorbò l’aura di sopra.
Non però Giuno di condur la guerra
Rimansi intanto, ed ecco dal conflitto
Venir ne la città la rozza turba
De’ contadini, e riportare i corpi
Del giovinetto Almone e di Galèso,
Così com’eran sanguinosi e sozzi.
Gli mostrano, ne gridano, n’implorano

881Dagli Dei, da Latino e da le genti
Testimonio, pietà, sdegno e vendetta.
Evvi Turno presente, che con essi
Tumultuando esclama, e ’l fatto aggrava,
E detesta e rimprovera e spaventa,
Questi, questi, dicendo, son chiamati
A regnar ne l’Ausonia: ai Frigi, ai Frigi
Dà Latino il suo sangue, e Turno esclude.
Sopravvengono intanto i furïosi,
Che, con le donne attonite scorrendo,

891Gìan con Amata per le selve in tresca;
Chè grande era d’Amata in tutto il regno
La stima e ’l nome; e d’ogni parte accolti
Tutti contra gli annunzi, contra i Fati
L’armi chiedendo e la non giusta guerra,
Van di Latino a la magione intorno.
Egli di rupe in guisa immoto stassi,
Di rupe che, nel mar fondata e salda
Nè per venti si crolla, nè per onde
Che le fremano intorno, e gli suoi scogli

901Son di spuma coverti e d’alga invano.
Ma poichè superar non puote il cieco
Lor malvagio consiglio, e che le cose
Givan di Turno e di Giunone a vòto,
Molto pria con gli Dei, con le van’aure
Si protestò; poscia. Dal fato, disse,
Son vinto, e la tempesta mi trasporta.
Ma voi per questo sacrilegio vostro
Il fio ne pagherete. E tu fra gli altri,
Turno, tu pria n’avrai supplizio e morte;

911E preci e voti a tempo ne farai,
Ch’a tempo non saranno. Io, quanto a me,
Già de’ miei giorni e de la mia quïete
Son quasi in porto: e da voi sol m’è tolto
Morir felicemente. E qui si tacque,
E ’l governo depose, e ritirossi.
Era in Lazio un costume, che venuto
È poi di mano in man di Lazio in Alba,
E d’Alba in Roma, ch’or del mondo è capo,
Che nel muover de l’armi ai Geti, agl’Indi,

921Agli Arabi, agl’Ircani, a qual sia gente
Ch’elle sian mosse, sì com’ora a’ Parti
Per ricovrar le mal perdute insegne,
S’apron le porte de la guerra in prima.
Queste son due, che per la riverenza,
Per la religïone e per la téma
Del fiero Marte, orribili e tremende
Sono alle genti; e con ben cento sbarre
Di rovere, di ferro e di metallo
Stan sempre chiuse: e lor custode è Giano.

931Ma quando per consiglio e per decreto
De’ Padri si determina e s’appruova
Che si guerreggi, il consolo egli stesso,
Sì come è l’uso, in abito e con pompa
C’ha da’ Gabini origine e da’ regi,
Solennemente le disferra e l’apre:
Ed egli stesso, al suon de le catene
E de la ruginosa orrida soglia,
La guerra intuona: guerra, dopo lui
Grida la gioventù: guerra e battaglia

941Suonan le trombe; ed è la guerra inditta.
In questa guisa era Latino astretto
D’annunzïarla ai Teucri; a lui quest’atto
D’aprir le triste e spaventose porte
Si dovea come a rege. Ma ’l buon padre,
Schivo di sì nefando ministero,
S’astenne di toccarle, e gli occhi indietro
Volse per non vederle, e si nascose.
Ma per tôrre ogni indugio, un’altra volta,
Ella stessa Regina de’ Celesti

951Dal ciel discese, e di sua propria mano
Pinse, disgangherò, ruppe e sconfisse
De le sbarrate porte ogni ritegno,
Sì che l’aperse. Allor l’Ausonia tutta,
Ch’era dianzi pacifica e quïeta,
S’accese in ogni parte. E qua pedoni,
Là cavalieri; a la campagna ognuno,
Ognuno a l’arme, a maneggiar destrieri,
A fornirsi di scudi, a provar elmi,
A far, chi con la cote, e chi con l’unto,

961Ciascuno i ferri suoi lucidi e tersi.
Altri s’addestra a sventolar l’insegne,
Altri a spiegar le schiere, e con diletto
S’ode annitrir cavalli e sonar tube.
Cinque grosse città con mille incudi
A fabricare, a risarcir si danno
D’ogni sorte armi. La possente Atina,
Ardèa l’antica, Tivoli il superbo,
E Crustumerio, e la torrita Antenna.
Qui si vede cavar elmi e celate;

971Là torcere e covrir targhe e pavesi;
Per tutto riforbire, aüzzar ferri,
Annestar maglie, rinterzar corazze,
E per fregiar più nobili armature,
Tirar lame d’acciaio, fila d’argento.
Ogni bosco fa lance, ogni fucina
Disfà vomeri e marre, e spiedi e spade
Si forman dai bidenti e da le falci.
Suonan le trombe, dassi il contrassegno,
Gridasi a l’armi: e chi cavalli accoppia,

981E chi prende elmo, e chi picca, e chi scudo
Questi ha la piastra, e quei la maglia indosso
E la sua fida spada ognuno a canto.
Or m’aprite Elicona, e di conserto
Meco il canto movete, alme sorelle,
A dir qual regi e quai genti e qual’armi
Militassero allora, e di che forze,
E di quanto valore era in quei tempi
La milizia d’Italia. A voi conviensi
Di raccontarlo, a cui conto e ricordo

991De le cose e de’ tempi è dato eterno:
A noi per tanti secoli rimasa
N’è di picciola fama un’aura a pena.
Il primo, che le genti a questa guerra
Ponesse in campo, fu Mezenzio, il fiero
Del ciel dispregiatore e degli Dei.
D’Etruria era signore, e di Tirreni
Conducea molte squadre. Avea suo figlio
Lauso con esso, un giovine il più bello,
Da Turno in fuori, che l’Ausonia avesse.

1001Gran cavaliero, egregio cacciatore
Fino allor si mostrava; e mille armati
Avea la schiera sua, che seco uscita
Fuor d’Agillina, ne l’esiglio ancora
Indarno lo seguía; degno che fosse
Ne l’imperio del padre. A questi dopo
Segue Aventino, de l’invitto Alcide
Leggiadro figlio. Questi col suo carro
Di palme adorno, e co’ vittorïosi
Suoi corridori in campo appresentossi.

1011Avea nel suo cimiero e nel suo scudo,
In memoria del padre, un’idra cinta
Da cento serpi. D’Ercole e di Rea
Sacerdotessa ascosamente nato
Nel bosco d’Aventino era costui;
Chè con la madre il poderoso iddio
Quivi si mescolò quando di Spagna,
Da Gerïone estinto, ai campi venne
Di Laürento, e nel Tirreno fiume
Lavò d’Ibèro il conquistato armento.

1021Eran di mazzafrusti, di spuntoni,
Di chiavarine, e di savelli spiedi
Armate le sue schiere. Ed egli, a piedi,
D’un cuoio di leon velluto ed irto
Vestia gli omeri e ’l dorso, e del suo ceffo,
Che quasi digrignando ignudi e bianchi
Mostrava i denti e l’una e l’altra gota,
Si copria ’l capo. E con tal fiera mostra
D’Ercole in guisa, a corte si condusse.
Vennero appresso i suoi fratelli argivi

1031Catillo e Cora, e di Tiburte il terzo
Guidâr le genti, che da lui nomate
Fur Tiburtine. Dai lor colli entrambi
Calando avanti a l’ordinate schiere,
Due centauri sembravano a vedergli,
Che giù correndo da’ nevosi gioghi
D’Òmole e d’Otri, risonando fansi
Dar la via da’ virgulti e da le selve.
Cècolo, di Preneste il fondatore,
Comparve anch’egli: un re che da bambino

1041Fu tra l’agresti belve appo d’un foco
Trovato esposto; onde di foco nato
Si credè poscia, e di Volcano figlio.
Avea costui di rustici d’intorno
Una gran compagnia, ch’eran de l’alta
Preneste, de’ sassosi èrnici monti,
De la gabina Giuno e d’Anïene,
E d’Amasèno e de la ricca Anagni
Abitanti e cultori: e come gli altri,
Non eran in su’ carri, o d’aste armati

1051O di scudi coverti. Una gran parte
Eran frombolatori, e spargean ghiande
Di grave piombo, e parte avean due dardi
Ne la sinistra, e cappelletti in testa
D’orridi lupi: il manco piè discalzo,
Il destro o d’uosa o di corteccia involto.
Messápo venne poscia, de’ cavalli
Il domatore e di Nettuno il figlio,
Contro al ferro fatato e contro al foco.
Questi subitamente armando spinse

1061Le genti sue per lunga pace imbelli;
Deviò dalle nozze i Fescennini,
Da le leggi i Falisci: armò Soratte,
Armò Flavinio, e tutti che dintorno
Ha di Cimíni e la montagna e ’l lago,
E di Capèna i boschi. Ivan del pari
In ordinanza, e del suo re cantando;
Come soglion talor da la pastura
Tornarsi in vèr le rive al ciel sereno
I bianchi cigni, e le distese gole

1071Disnodar gorgheggiando, e far di tutti
Tale una melodia, che di Caistro
Ne suona il fiume e d’Asia la palude.
Nè pur un si movea di tanta schiera
Da la sua fila, in ciò lo stuol sembrando
De’ rochi augelli allor che di passaggio
Vien d’alto mare, e come intera nube
A terra unitamente se ne cala.
Ecco di poi venir Clauso il sabino,
Di quel vero sabino antico sangue;

1081Ch’avea gran gente, e la sua gente tutta
Pareggiava sol egli. Il nome suo
Fece Claudia nomare e la famiglia
E la tribù romana allor che Roma
Diessi a’ Sabini in parte. Era con lui
La schiera d’Amiterno e de’ Quiriti
Di quegli antichi. Eravi il popol tutto
D’Ereto, di Mutisca, di Nomento
E di Velino, e quei che da l’alpestra
Tètrica, da Sevèro, da Caspèria,

1091Da Fòruli e d’Imella eran venuti:
Quei che bevean del Fábari e del Tebro;
Che da la fredda Norcia eran mandati;
Le squadre degli Ortini, il Lazio tutto,
E tutti alfin che nel calarsi al mare
Bagna d’ambe le sponde Allia infelíce.
Tanti flutti non fa di Libia il golfo
Quando cade Orïon ne l’onde, il verno;
Nè tante spiche hanno dal sole aduste,
La state, o d’Ermo o de la Licia i campi,

1101Quante eran genti. Arme sonare e scudi
S’udian per tutto, e tutta al suon de’ piedi
Trepidar si vedea l’ausonia terra.
Quindi ne vien l’Agamennonio auriga
Alèso, del troian nome nimico;
Che di mille feroci nazïoni,
In aita di Turno, un gran miscuglio
Dietro al suo carro avea di montanari.
Parte de’ pampinosi a Bacco amici
Mássici colli, e parte degli Aurunci,

1111De’ Sidicini liti, di Volturno,
Di Cale, de’ Satícoli e degli Osci.
Questi per arme avean mazze e lanciotti
Irti di molte punte, e di soatto
Scudisci al braccio, onde erano i lor colpi
Traendo e ritraendo, in molti modi
Continuati e doppi. E pur con essi
Aveano e per ferire e per coprirsi
Targhe ne la sinistra, e storte al fianco.
Nè tu senza il tuo nome a questa impresa,

1121Èbalo, te n’andrai, del gran Telone
E de la bella ninfa di Sebeto
Figlio onorato. Di costui si dice
Che, non contento del paterno regno,
Capri al vecchio lasciando e i Teleboi,
Fe’ d’esterni paesi ampio conquisto,
E fu re de’ Sarrasti e de le genti
Che Sarno irriga. Insignorissi appresso
Di Bátulo, di Rufra, di Celenne
E de’ campi fruttiferi d’Avella.

1131Mezze picche avean questi a la tedesca
Per avventarle, e per celate in capo
Suveri scortecciati, e di metallo
Brocchieri a la sinistra, e stocchi a lato.
Calò di Nursa e de’ suoi monti alpestri
Ufente, un condottier ch’era in quei tempi
Di molta fama e fortunato in arme.
Equícoli avea seco, la più parte,
Orrida gente, per le selve avvezza
Cacciar le fere, adoperar la marra,

1141Arar con l’armi in dosso, e tutti insieme
Viver di cacciagioni e di rapine.
De la gente marrubia un sacerdote
Venne fra gli altri; sacerdote insieme
E capitan di genti ardito e forte.
Umbrone era il suo nome; Archippo il rege
Che lo mandava. Di felice oliva
Avea il cimiero e l’elmo intorno avvolto.
Era gran ciurmatore, e con gl’incanti
E col tatto ogni serpe addormentava:

1151Degl’idri, de le vipere, e degli aspi
Placava l’ira, raddolciva il tosco,
E risanava i morsi. E non per tanto
Potè, nè con incanti nè con erbe
De’ marsi monti, risanare il colpo
De la dardania spada: onde il meschino
Ne fu da le foreste de l’Angizia,
Dal cristallino Fúcino e dagli altri
Laghi d’intorno disïato e pianto.
Mandò la madre Aricia a questa guerra

1161Virbio, del casto Ippolito un figliuolo,
Gentile e bello: e da le selve il trasse
D’Egèria, ove d’Imèto in su la riva
Più cólta e più placabile è Dïana;
Chè, per fama, d’Ippolito si dice,
Poscia che fu per froda o per disdegno
De l’iniqua madrigna al padre in ira,
E che gli spaventati suoi cavalli
Strazio e scempio ne féro, egli di nuovo,
Per virtù d’erbe e per pietà che n’ebbe

1171La casta Dea, fu rivocato in vita.
Sdegnossi il padre eterno ch’un mortale
Fosse a morte ritolto; e l’inventore
Di cotal arte, che d’Apollo nacque,
Fulminando mandò ne’ regni bui.
Ippolito da Trivia in parte occulta,
Scevro da tutti, a cura fu mandato
D’Egèria ninfa, e ne la selva ascoso,
Là ’ve solingo, e col cangiato nome
Di Virbio, sconosciuto i giorni mena

1181D’un’altra vita. E quinci è che dal tempio
E da le selve a Trivia consecrate
I cavalli han divieto: chè, lor colpa,
Fu ’l suo carro e ’l suo corpo al marin mostro,
E poscia a morte indegnamente esposto.
Il figlio, che pur Virbio era nomato,
Non men di lui feroce, i suoi destrieri
Essercitava, e ’n su ’l paterno carro
Arditamente a questa guerra uscío.
Turno infra’ primi, di persona e d’armi

1191Riguardevole e fiero, e sopra tutti
Con tutto ’l capo, in campo appresentossi.
Un elmo avea con tre cimieri in testa
E suvvi una Chimera, che con tante
Bocche foco anelava, quante a pena
Non apria Mongibello: e con più fremito
Spargea le fiamme, come più crudele
Era la zuffa, e più di sangue avea.
Lo scudo era d’acciaio, e d’oro intorno
Tutto commesso, e d’òr nel mezzo un’Ïo

1201Era scolpita, che già ’l manto e ’l ceffo,
Le setole e le corna avea di bue;
Memorabil soggetto! Eravi appresso
Argo che la guardava; eravi il padre
Ínaco, che chiamandola, versava,
Non men degli occhi che de l’urna, un fiume.
Dopo Turno venía di fanti un nembo,
Un’ordinanza, una campagna piena
Tutta di scudi. Eran le genti sue
Argivi, Aurunci, Rutuli, Sicani

1211E Sacráni e Labíci, che dipinti
Portan gli scudi. Avea del Tiberino,
Avea del sacro lito di Numíco
E de’ rutuli colli e del Circèo,
D’Ànsure a Giove sacro, di Feronia
Diletta a Giuno, de la paludosa
Sátura, e del gelato e scemo Ufente
Gran turba di villani e d’aratori.
L’ultima a la rassegna vien Camilla
Ch’era di volsca gente una donzella,

1221Non di conocchia o di ricami esperta,
Ma d’armi e di cavalli, e benchè virgo,
Di cavalieri e di caterve armate
Gran condottiera, e ne le guerre avvezza.
Era fiera in battaglia, e lieve al corso
Tanto, che, quasi un vento sopra l’erba
Correndo, non avrebbe anco de’ fiori
Tocco nè de l’ariste il sommo a pena;
Non avrebbe per l’onde e per gli flutti
Del gonfio mar, non che le piante immerse,

1231Ma nè pur tinte. Per veder costei
Uscian de’ tetti, empiean le strade e i campi
Le genti tutte; e i giovini e le donne
Stavan con meraviglia e con diletto
Mirando e vagheggiando quale andava,
E qual sembrava; come regiamente
D’ostro ornato avea ’l tergo, e ’l capo d’oro;
E con che disprezzata leggiadria
Portava un pastoral nodoso mirto
Con picciol ferro in punta; e con che grazia

1241Se ne gía d’arco e di faretra armata.

Testo dell’Eneide nella traduzione di Annibale Caro da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro VII

Il settimo libro apre la seconda metà del poema con una dichiarazione di intenti. Virgilio invoca una nuova musa e dice di cominciare “un’opera maggiore”. Il viaggio è finito, adesso viene la guerra. È come se Virgilio, dopo aver riscritto l’Odissea, si preparasse a riscrivere l’Iliade. Ma questa volta i Troiani sono gli invasori, gli stranieri che arrivano dal mare, e i difensori della patria sono gli Italici. Il punto di vista si rovescia.

Il Lazio che Enea trova è un mondo antico e pacifico. Latino è un re anziano, discendente di Saturno, che governa città tranquille. Non ha figli maschi, e la sua unica figlia è promessa, per opinione di tutti, a Turno. Virgilio prepara l’arrivo dei Troiani con una serie di presagi, tra cui uno bellissimo: mentre Lavinia accende il fuoco sull’altare accanto al padre, i suoi capelli sembrano bruciare, e la fiamma si diffonde per tutta la reggia senza fare danni. Gli indovini dicono che sarà gloriosa, ma porterà una guerra.

L’episodio delle mense va raccontato con la leggerezza che ha. I Troiani, affamati, mangiano tutto quello che c’è, anche le focacce di farro su cui avevano messo la frutta. Ascanio fa una battuta da ragazzo, e il padre capisce che è la fine del viaggio. La profezia di Celeno, che sembrava una minaccia terribile, si risolve in un pranzo all’aperto. È un tratto tipico dell’Eneide: gli oracoli si avverano in modo imprevisto, e spesso più semplice di quanto si temeva.

Giunone, a questo punto, pronuncia la frase che riassume il suo ruolo nel poema. Non posso piegare gli dèi del cielo, dice, e allora muoverò l’Acheronte: <em>flectere si nequeo superos, Acheronta movebo</em>. Freud la mise in epigrafe all'<em>Interpretazione dei sogni</em>. La dea sa di non poter cambiare il destino, ma può ritardarlo e farlo pagare caro, ed è proprio questo che fa. Chiama Aletto, la più orribile delle Furie, che ha i capelli di serpenti e mille nomi e mille modi di nuocere.

Aletto lavora come una sobillatrice esperta. Prima getta un serpente nel petto della regina Amata, che impazzisce e scappa nei boschi con la figlia, fingendo un rito di Bacco. Poi va da Turno travestita da vecchia sacerdotessa. Turno all’inizio la prende in giro, e allora lei si rivela e gli scaglia una fiaccola nel cuore. Il risveglio di Turno è paragonato a una caldaia che bolle e trabocca. La terza mossa è la più sottile: Aletto guida i cani di Ascanio sulle tracce di un cervo domestico, il cervo di Silvia, che torna a casa ferito, “quasi chiedendo aiuto”. Basta questo perché i contadini prendano i forconi.

Il catalogo che chiude il libro ha un fascino particolare. Sfilano popoli e capi del Lazio arcaico, con le loro armi rustiche e i loro nomi di monti e fiumi: Mezenzio il disprezzatore degli dèi, il bel Lauso, Aventino figlio di Ercole, Ceculo fondatore di Preneste. L’ultima è Camilla, regina dei Volsci, così veloce che potrebbe correre sulle spighe senza piegarle. Le madri la guardano passare stupite. Virgilio ama questi Italici, e lo si capisce da come li descrive.

Un passo da vicino

Fino a le mense ancor ne divoriamo?
E rise e tacque. A questa voce Enea,
Sì come a fin de le fatiche loro,
Avvertì primamente, e stupefatto
Del suo misterio, subito inchinando
Disse: O da’ fati a me promessa terra,
Io te devoto adoro: e voi ringrazio,
Santi numi di Troia, amiche e fide
Scorte degli error miei. Questa è la patria,
Quest’è l’albergo nostro e questo è ’l segno
Che ’l mio padre lasciommi (or mi ricordo
De gli occulti miei fati), Allor, dicendo,
Che sarai, figlio, in peregrina terra
Da fame a manducar le mense astretto,
Fia ’l tuo riposo: allor fonda gli alberghi,
Allor le mura. Or questa è quella fame,
Ultimo rischio ad ultimar prescritto
Tutti i nostri altri perigliosi affanni.

Eneide, libro VII, vv. 179-196, trad. di A. Caro

I Troiani hanno appena finito di mangiare, focacce comprese, e Ascanio ha fatto la sua battuta: “Fino a le mense ancor ne divoriamo?”. “E rise e tacque”, aggiunge Caro, con due verbi brevi che rendono bene la leggerezza del ragazzo. Enea, al contrario, capisce in un attimo, “stupefatto / del suo misterio”. Si inginocchia e saluta la terra promessa dai fati. Poi spiega: ora ricordo le parole di mio padre. Notate che attribuisce la profezia ad Anchise, mentre nel libro III l’aveva pronunciata l’arpia Celeno. È una delle piccole incoerenze dell’Eneide, rimasta incompiuta alla morte di Virgilio, e i commentatori la segnalano da secoli. Il centro del passo è nel discorso riportato, con quel “allor fonda gli alberghi, / allor le mura”, che ripete “allor” come un ordine. E poi la constatazione finale: “Or questa è quella fame”. Il lungo viaggio finisce con una frase quotidiana, quasi domestica. Ma l’ultimo verso del passo avverte che resta un “ultimo rischio”.

Domande per il ripasso

  1. Quali presagi accompagnano la figura di Lavinia?
  2. Come si avvera la profezia delle mense?
  3. In che modo Aletto provoca la guerra?

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