La badessa e le brache del prete, Decameron IX, 2

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: La badessa e le brache del prete

In un convento lombardo una giovane monaca, Isabetta, riceve di notte il suo amante. Le altre monache, gelose, la spiano e corrono ad avvertire la badessa, madonna Usimbalda. Ma anche la badessa, quella notte, è a letto con un prete. Nella fretta di uscire al buio, invece del velo si mette in testa le brache del prete. Arriva nella cella di Isabetta, la fa trascinare in capitolo e comincia una lunga predica sulla castità. Isabetta, alzando gli occhi, vede che cosa la badessa porta in testa e glielo fa notare: le chiede di allacciarsi la cuffia. Tutte capiscono. La badessa cambia subito tono e conclude che è impossibile difendersi dagli stimoli della carne: ognuna, con discrezione, si arrangi come può. Elissa racconta una beffa che smaschera l’ipocrisia.

Scheda della novella

  • Posizione: giornata nona, novella seconda (IX, 2)
  • Narratore: Elissa
  • Tema della giornata: tema libero, sotto il regno di Emilia
  • La rubrica di Boccaccio: «Levasi una badessa in fretta ed al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali veggendo l’accusata, e fattanela accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.»

Da ricordare

  • In un monastero, una giovane monaca, Isabetta, riceve di notte il suo amante.
  • Le altre la scoprono e chiamano la badessa, che si alza in fretta dal letto dove era con un prete.
  • Nel buio la badessa si mette in testa le brache del prete invece del velo; Isabetta glielo fa notare, e la badessa deve perdonarla.

Testo della novella

Il testo integrale di Boccaccio, con le parole della brigata che introducono il racconto. La rubrica: «Levasi una badessa in fretta ed al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali veggendo l’accusata, e fattanela accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.»

Giá si tacea Filomena, ed il senno della donna a tôrsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato, e cosí in contrario, non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l’ardita presunzion degli amanti, quando la reina ad Elissa vezzosamente disse: — Elissa, segui. — La qual prestamente incominciò:

Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua: ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo leggiadramente parlando diliberò. E come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sí come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera: e ciò addivenne alla badessa sotto la cui obedienza era la monaca della quale debbo dire.

Sapere adunque dovete, in Lombardia essere un famosissimo monistero di santitá e di religione, nel quale, tra l’altre donne monache che v’erano, v’era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dí ad un suo parente alla grata venuta, d’un bel giovane che con lui era s’innamorò: ed esso, lei veggendo bellissima, giá il suo disidèro avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s’accese, e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascuno sollecito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di lá entro fu veduto, senza avvedersene o egli o ella, dall’Isabetta partirsi ed andarsene: il che costei con alquante altre comunicò. E prima ebber consiglio d’accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo l’oppinion delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa, e cosí taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.

Or, non guardandosi l’Isabetta da questo né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire; il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano. Le quali, quando a lor parve tempo, essendo giá buona pezza di notte, in due si divisero, ed una parte se ne mise a guardia dell’uscio della cella dell’Isabetta ed un’altra n’andò correndo alla camera della badessa, e picchiando l’uscio, a lei che giá rispondeva, dissero: — Su, madonna, levatevi tosto, che noi abbiam trovato che l’Isabetta ha un giovane nella cella. — Era quella notte la badessa accompagnata d’un prete il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire; la quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose tanto l’uscio sospignessero, che egli s’aprisse, spacciatamente si levò suso, e come il meglio seppe, si vestí al buio, e credendosi tôrre certi veli piegati li quali in capo portano e chiamangli «il saltero», le venner tolte le brache del prete: e tanta fu la fretta, che senza avvedersene, in luogo del saltero, le si gittò in capo, ed uscí fuori e prestamente l’uscio si riserrò dietro, dicendo:

— Dove è questa maladetta da Dio? — E con l’altre, che sí focose e sí attente erano a dover far trovare in fallo l’Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s’avvedieno, giunse all’uscio della cella, e quello, dall’altre aiutata, pinse in terra: ed entrate dentro, nel letto trovarono i due amanti abbracciati, li quali, da cosí subito soprapprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente dall’altre monache presa, e per comandamento della badessa, menata in capitolo. Il giovane s’era rimaso, e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugnerne potesse, se alla sua giovane novitá niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco. La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenza di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sí come a colei la quale la santitá, l’onestá e la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea: e dietro alla villania aggiugnea gravissime minacce.

La giovane, vergognosa e timida, sí come colpevole, non sapeva che si rispondere, ma tacendo, di sé metteva compassion nell’altre. E multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo e gli usulieri che di qua e di lá pendevano; di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata, disse: — Madonna, se Iddio v’aiuti, annodatevi la cuffia e poscia mi dite ciò che voi volete. — La badessa, che non la ’ntendeva, disse: — Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso da motteggiare? Parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo? — Allora la giovane un’altra volta disse: — Madonna, io vi priego che voi v’annodiate la cuffia; poi dite a me ciò che vi piace. — Laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente ponendovisi le mani, s’accorsero perché l’Isabetta cosí diceva; di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e veggendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone, ed in tutta altra guisa che fatto non aveva, cominciò a parlare, e conchiudendo venne, impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere: e per ciò chetamente, come infino a quel dí fatto s’era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse.

E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l’Isabetta col suo amante, il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fe’ venire; l’altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.

Testo del Decameron nell’edizione a cura di Aldo Francesco Massèra (Laterza, Bari 1927), trascritta su Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Commento

Tocca a Elissa, che sceglie una delle novelle più comiche e irriverenti della giornata. In un convento della Lombardia, la giovane Isabetta si innamora di un ragazzo e lo riceve in cella. Le consorelle, invidiose, la sorvegliano e una notte corrono dalla badessa, madonna Usimbalda, che passa per santa.

La badessa, però, ha in camera un prete. Si alza in fretta e, al buio, prende quello che crede il suo velo: sono le brache del prete. Arriva così nel capitolo, dove comincia a rimproverare duramente Isabetta.

Isabetta alza gli occhi e vede le brache, con le cinghie che pendono ai lati. Dice: «Madonna, se Iddio v’aiuti, annodatevi la cuffia e poscia mi dite ciò che voi volete». La badessa capisce, cambia tono e conclude che è impossibile difendersi dagli stimoli della carne. La novella è una satira dell’ipocrisia e un esempio di motto che rovescia la situazione.

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