Lisabetta da Messina (Decameron IV, 5): riassunto e testo

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: Lisabetta da Messina

Lisabetta vive a Messina con tre fratelli mercanti, originari di San Gimignano. Si innamora di Lorenzo, un giovane che lavora per loro. I fratelli scoprono la relazione e, per non fare scandalo, uccidono Lorenzo di nascosto in campagna e dicono che è partito per affari. Lisabetta, non vedendolo tornare, piange ogni notte, finché Lorenzo le appare in sogno e le indica il luogo dove è sepolto. Lei va con una serva, trova il corpo, gli taglia la testa e la porta a casa. La mette in un grande vaso, la copre di terra e ci pianta del basilico, che bagna ogni giorno con le sue lacrime. La pianta cresce rigogliosa. I fratelli, insospettiti, le tolgono il vaso e trovano la testa. Fuggono a Napoli, e Lisabetta muore di dolore chiedendo il suo vaso. Filomena racconta, alla fine, la nascita di una canzone popolare.

Scheda della novella

  • Posizione: giornata quarta, novella quinta (IV, 5)
  • Narratore: Filomena
  • Tema della giornata: gli amori che finiscono in modo infelice, sotto il regno di Filostrato
  • La rubrica di Boccaccio: «I fratelli dell’Isabetta uccidon l’amante di lei; egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato; ella occultamente dissotterra la testa e mettela in un testo di basilico, e quivi sú piagnendo ognidí per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolor poco appresso.»

Da ricordare

  • A Messina, l’Isabetta ama Lorenzo, giovane pisano che lavora per i suoi tre fratelli mercanti.
  • I fratelli lo uccidono in segreto; Lorenzo le appare in sogno e le indica dove è sepolto.
  • Lei dissotterra la testa, la nasconde in un vaso di basilico e piange su di essa ogni giorno; quando i fratelli le tolgono il vaso, muore di dolore.

Testo della novella

Il testo integrale di Boccaccio, con le parole della brigata che introducono il racconto. La rubrica: «I fratelli dell’Isabetta uccidon l’amante di lei; egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato; ella occultamente dissotterra la testa e mettela in un testo di basilico, e quivi sú piagnendo ognidí per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolor poco appresso.»

Finita la novella d’Elissa ed alquanto dal re commendata, a Filomena fu imposto che ragionasse; la quale, tutta piena di compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo un pietoso sospiro incominciò:

La mia novella, graziose donne, non sará di genti di sí alta condizione come costor furono de’ quali Elissa ha raccontato, ma ella per avventura non sará men pietosa: ed a ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi ricordata, dove l’accidente avvenne.

Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti, ed assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre loro, il quale fu da San Gimignano, ed avevano una loro sorella chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano. Ed avevano oltre a ciò questi tre fratelli in un lor fondaco un giovanetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo piú volte l’Isabetta guatato, avvenne che egli le ’ncominciò stranamente a piacere; di che Lorenzo accortosi ed una volta ed altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramentii di fuori, incominciò a porre l’animo a lei: e si andò la bisogna, che, piacendo l’uno all’altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che piú disiderava ciascuno. Ed in questo continuando ed avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sí segretamente fare, che una notte, andando l’Isabetta lá dove Lorenzo dormiva, che il maggior de’ fratelli, senza accorgersene ella, non se n’accorgesse; il quale, per ciò che savio giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da piú onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose tra sé rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina seguente trapassò.

Poi, venuto il giorno, a’ suoi fratelli ciò che veduto aveva la passata notte dell’Isabetta e di Lorenzo raccontò, e con loro insieme, dopo lungo consiglio, diliberò di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia alcuna infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente e d’infignersi del tutto d’averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse nel quale essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che piú andasse innanzi, si potessero tôrre dal viso. Ed in tal disposizion dimorando, cosí cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano, avvenne che, sembianti faccendo d’andare fuori della cittá a diletto tutti e tre, seco menaron Lorenzo, e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se n’accorse: ed in Messina tornatisi, dieder voce d’averlo per loro bisogne mandato in alcun luogo, il che leggermente creduto fu, per ciò che spesse volte eran di mandarlo da torno usati.

Non tornando Lorenzo, e l’Isabetta molto spesso e sollecitamente i fratei domandandone, sí come colei a cui la dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella molto istantemente, che l’un de’ fratelli disse: — Che vuol dir questo? Che hai tu a far di Lorenzo, che tu ne domandi cosí spesso? Se tu ne domanderai piú, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene. — Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza piú domandarne si stava, ed assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, ed alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e senza punto rallegrarsi, sempre aspettando, si stava. Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava ed essendosi alla fine piagnendo addormentata, Lorenzo l’apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e co’ panni tutti stracciati e fracidi, e parvele che egli dicesse: — O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t’attristi e me con le tue lagrime fieramente accusi: e per ciò sappi che io non posso piú ritornarci, per ciò che l’ultimo dí che tu mi vedesti i tuoi fratelli m’uccisono.

— E disegnatole il luogo dove sotterrato l’aveano, le disse che piú nol chiamasse né l’aspettasse, e disparve. La giovane, destatasi e dando fede alla visione, amaramente pianse; poi la mattina levata, non avendo ardire di dire alcuna cosa a’ fratelli, propose di volere andare al mostrato luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno l’era paruto. Ed avuta la licenza d’andare alquanto fuor della terra a diporto in compagnia d’una fante che altra volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto piú tosto poté lá se n’andò, e tolte via foglie secche che nel luogo erano, dove men dura le parve la terra, quivi cavò: né ebbe guari cavato, che ella trovò il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto; per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. Di che piú che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere, se avesse potuto, volentier tutto il corpo n’avrebbe portato per dargli piú convenevole sepoltura: ma veggendo che ciò esser non poteva, con un coltello il meglio che poté gli spiccò dallo ’mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata e la terra sopra l’altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta, quindi si dipartí e tornossene a casa sua.

Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente ed amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille basci dandole in ogni parte. Poi prese un grande ed un bel testo, di questi ne’ quali si pianta la persa o il basilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi, messavi sú la terra, sú vi piantò parecchi piedi di bellissimo basilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d’aranci o delle sue lagrime non innaffiava giá mai; e per usanza aveva preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello con tutto il suo disidèro vagheggiare, sí come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso: e poi che molto vagheggiato l’avea, sopra esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il basilico bagnava, piagnea. Il basilico, sí per lo lungo e continuo studio, sí per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v’era, divenne bellissimo ed odorifero molto.

E servando la giovane questa maniera del continuo, piú volte da’ suoi vicin fu veduta; li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza e di ciò che gli occhi le parevano della testa fuggiti, il disser loro: — Noi ci siamo accorti che ella ogni dí tiene la cotal maniera. — Il che udendo i fratelli ed accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecero portar via questo testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con grandissima istanza molte volte richiese, e non essendole renduto, non cessando il pianto e le lagrime, infermò, né altro che il testo suo nella ’nfermitá domandava. I giovani si maravigliavan forte di questo addomandare, e per ciò vollero vedere che dentro vi fosse: e versata la terra, videro il drappo ed in quello la testa non ancora sí consumata, che essi alla capellatura crespa non conoscessero lei esser quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa cosa si risapesse: e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi ed ordinato come di quindi si ritraessono, se n’andarono a Napoli.

La giovane non ristando di piagnere e pure il suo testo addomandando, piagnendo si morí, e cosí il suo disavventurato amore ebbe termine; ma poi a certo tempo, divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcun che compose quella canzone la quale ancora oggi si canta, cioè:

Qual esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta, etc.

Testo del Decameron nell’edizione a cura di Aldo Francesco Massèra (Laterza, Bari 1927), trascritta su Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Il testo, parola per parola

«con un coltello il meglio che poté gli spiccò dallo ’mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata e la terra sopra l’altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta,»

Il gesto più terribile della novella è raccontato con verbi semplici e concreti: spiccare, inviluppare, gittare. Nessun aggettivo sul dolore. Boccaccio lascia parlare le azioni.

«fu alcun che compose quella canzone la quale ancora oggi si canta, cioè: Qual esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta, etc.»

La novella termina con una canzone popolare, ancora cantata ai tempi di Boccaccio. La storia privata dell’Isabetta è diventata canto. «Grasta» è il vaso, in siciliano.

Commento

Filomena prende la parola subito dopo la storia di Gerbino, e il passaggio è brusco: dalle battaglie navali e dai re si arriva in una casa di mercanti, a Messina. Tre fratelli toscani, originari di San Gimignano, hanno ereditato una fortuna dal padre. Con loro vive la sorella, l’Isabetta, giovane e non ancora maritata. Nel loro fondaco lavora Lorenzo, un giovane pisano bello e capace.

Un’osservazione sul nome. Nel testo la protagonista si chiama l’Isabetta, con l’articolo, come si usava per le donne in Toscana. Il nome «Lisabetta», con cui la novella è conosciuta, nasce dalla fusione di articolo e nome. È un piccolo esempio di come una storia, passando di bocca in bocca, cambi perfino i nomi.

L’amore tra l’Isabetta e Lorenzo nasce in casa, con sguardi e incontri. Una notte il fratello maggiore la vede entrare nella camera del giovane. Non fa scenate: aspetta il giorno, ne parla con gli altri due, e insieme decidono di risolvere il problema senza scandalo. Portano Lorenzo fuori città con una scusa, lo uccidono, lo seppelliscono. Poi dicono che è partito per affari.

Questa prudenza dei fratelli è la parte più fredda della novella. Non agiscono per passione, come Tancredi, ma per calcolo: l’onore della famiglia, la reputazione commerciale, forse la paura di dover dividere il patrimonio con un marito non scelto. Boccaccio non lo dice apertamente, ma il fatto che siano mercanti non è un dettaglio.

L’Isabetta aspetta, chiede, piange. Finché una notte Lorenzo le appare in sogno, pallido, con le vesti strappate, e le racconta tutto, indicandole il luogo. Lei va con una serva, scava, trova il corpo. Non potendo portarlo via, gli taglia la testa con un coltello, la avvolge in un panno e torna a casa.

Da qui la novella diventa quasi una scena muta. La testa viene messa in un grande vaso, coperta di terra, e sopra l’Isabetta pianta del basilico salernitano, che bagna soltanto di lacrime e di acqua di rose. Il basilico cresce rigoglioso. Lei passa le giornate seduta accanto al vaso, a piangere, e deperisce. È un’immagine potentissima, e Boccaccio non la spiega: il corpo dell’amato diventa una pianta che profuma.

I vicini notano lo strano comportamento, i fratelli le tolgono il vaso e, svuotandolo, trovano la testa. Capiscono che il loro delitto è scoperto e fuggono a Napoli. L’Isabetta, privata anche di quell’ultima cosa, continua a chiedere il suo vaso piangendo, e muore.

Il confronto con Tancredi e Ghismunda è quasi obbligatorio. Ghismunda parla molto, ragiona, sfida il padre. L’Isabetta non dice quasi nulla in tutta la novella. Il suo amore si esprime con i gesti: scavare, tagliare, piantare, piangere. È una protagonista silenziosa, e proprio questo silenzio rende la sua storia più struggente.

La novella ha avuto una fortuna enorme. Il poeta inglese John Keats ne fece un poemetto, Isabella, or the Pot of Basil (1818), e i pittori preraffaelliti la dipinsero più volte. Ma il dettaglio più bello è la chiusa di Boccaccio, che cita una canzone popolare siciliana nata da questa storia. Il libro ci dice che la vicenda è stata vera, o almeno che la gente l’ha creduta tale.

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