Chichibio e la gru (Decameron VI, 4): riassunto e testo

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto: Chichibio e la gru

Currado Gianfigliazzi, nobile fiorentino, prende a caccia una gru e la dà da cucinare al suo cuoco veneziano, Chichibio. Mentre la cucina, arriva Brunetta, una ragazza di cui Chichibio è innamorato, e gli chiede una coscia. Lui gliela dà. Quando Currado vede la gru con una sola zampa, chiede spiegazioni, e Chichibio risponde che le gru hanno una sola gamba. Currado, furioso, gli dice che la mattina dopo andranno a verificarlo: se mente, lo farà punire. All’alba vedono alcune gru che dormono su una zampa sola. Ma Currado grida e le gru, svegliandosi, tirano fuori l’altra zampa e volano via. Chichibio, disperato, trova la battuta: se avesse gridato anche ieri sera a tavola, anche quella gru avrebbe tirato fuori l’altra coscia. Currado ride e lo perdona. Neifile racconta la più nota delle novelle dei motti.

Scheda della novella

  • Posizione: giornata sesta, novella quarta (VI, 4)
  • Narratore: Neifile
  • Tema della giornata: i motti di spirito con cui ci si difende o si evita un pericolo, sotto il regno di Elissa
  • La rubrica di Boccaccio: «Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.»

Da ricordare

  • Il cuoco veneziano Chichibio, al servizio di Currado Gianfigliazzi, cucina una gru e ne regala una coscia all’amata Brunetta.
  • A tavola Currado chiede dove sia l’altra coscia; Chichibio sostiene che le gru hanno una sola gamba.
  • Il mattino dopo, al fiume, le gru dormono su una zampa; Currado grida e quelle fuggono su due; Chichibio risponde che la sera prima nessuno aveva gridato «hohò».

Testo della novella

Il testo integrale di Boccaccio, con le parole della brigata che introducono il racconto. La rubrica: «Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.»

Tacevasi giá la Lauretta e da tutti era stata sommamente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse:

Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti ed utili e belle, secondo gli accidenti, a’ dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de’ paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone che mai, ad animo riposato, per lo dicitore si sarebber sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.

Currado Gianfigliazzi, sí come ciascuna di voi ed udito e veduto puote avere, sempre della nostra cittá è stato notabile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani ed in uccelli s’è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo falcone avendo un dí presso a Peretola una gru ammazzata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco il quale era chiamato Chichibio ed era viniziano, e sí gli mandò dicendo che a cena l’arrostisse e governassela bene. Chichibio, il quale, come nuovo bergolo era, cosí pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollecitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo giá presso che cotta e grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la quale Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina, e sentendo l’odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia. Chichibio le rispose cantando, e disse: — Voi non l’avrí da mi, donna Brunetta, voi non l’avrí da mi.

— Di che donna Brunetta essendo turbata, gli disse: — In fé di Dio, se tu non la mi dái, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia. — Ed in brieve le parole furon molte; alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l’una delle cosce alla gru, gliele diede. Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene, fece chiamare Chichibio, e domandollo che fosse divenuta l’altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose: — Signor mio, le gru non hanno se non una coscia ed una gamba. — Currado allora turbato disse: — Come diavol non hanno che una coscia ed una gamba? Non vidi io mai piú gru che questa? — Chichibio seguitò: — Egli è, messer, come io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder ne’ vivi. — Currado per amore de’ forestieri che seco avea non volle dietro alle parole andare, ma disse: — Poi che tu di’ di farmelo veder ne’ vivi, cosa che io mai piú non vidi né udii dir che fosse, ed io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo che, se altramenti sará, che io ti farò conciare in maniera, che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.

— Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente, come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l’ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e comandò che i cavalli gli fossero menati: e fatto montar Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana alla riva della quale sempre soleva in sul far del di vedersi delle gru, nel menò, dicendo: — Tosto vedremo chi avrá iersera mentito, o tu o io. — Chichibio, veggendo che ancora durava l’ira di Currado e che far gli conveniva pruova della sua bugia, non sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito: ma non potendo, ora innanzi ed ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piè. Ma giá vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru le quali tutte in un piè dimoravano, sí come quando dormono soglion fare.

Per che egli, prestamente mostratele a Currado, disse: — Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia ed un piè, se voi riguardate a quelle che colá stanno. — Currado veggendole disse: — Aspèttati, che io ti mostrerò che elle n’hanno due — e fattosi alquanto piú a quelle vicino, gridò: — Hohò! — Per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giú, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire; laonde Currado, rivolto a Chichibio, disse: — Che ti par, ghiottone? Parti che elle n’abbian due? — Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose: — Messer sí, ma voi non gridaste «hohò!» a quella d’iersera: ché se cosí gridato aveste, ella avrebbe cosí l’altra coscia e l’altro piè fuor mandato come hanno fatto queste. — A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertí in festa e riso, e disse: — Chichibio, tu hai ragione: ben lo doveva fare. — Cosí adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore.

Testo del Decameron nell’edizione a cura di Aldo Francesco Massèra (Laterza, Bari 1927), trascritta su Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Commento

Neifile propone la più famosa delle novelle di motti, e la più amata dagli studenti delle medie. Il protagonista è un cuoco, Chichibio, veneziano, che lavora per Currado Gianfigliazzi, nobile fiorentino appassionato di caccia. Un giorno Currado cattura con il falcone una bella gru e la manda in cucina per la cena.

Mentre la gru arrostisce, entra Brunetta, una ragazza del paese di cui Chichibio è innamorato. Sente il profumo e chiede una coscia. Chichibio, cantando in dialetto, le risponde di no; lei minaccia di non concedergli più nulla. Lui cede. La gru va in tavola con una gamba sola.

Currado se ne accorge subito e chiama il cuoco. Chichibio, preso alla sprovvista, inventa la bugia più assurda: le gru hanno una sola coscia e una sola gamba. Currado, furibondo, decide di verificare il mattino dopo. Se non sarà vero, lo farà conciare per le feste.

La scena dell’alba al fiume è bellissima. Chichibio passa la notte in ansia, e la mattina cavalca dietro al padrone, convinto di essere spacciato. Ma la fortuna lo aiuta: lungo la riva ci sono «ben dodici gru» che dormono, ognuna in piedi su una zampa. Chichibio le mostra trionfante. Currado non si scompone: grida «hohò!» e le gru, svegliate, mettono giù l’altra zampa e fuggono.

È qui che il cuoco trova la risposta. Non poteva negare l’evidenza, e allora la rovescia: ieri sera, dice, voi non avete gridato, altrimenti anche quella gru avrebbe tirato fuori l’altra coscia. È un sofisma, una logica sbagliata, ma la battuta è così pronta e comica che Currado scoppia a ridere e lo perdona.

Neifile chiude osservando che la paura ha dato a Chichibio una risposta che non avrebbe mai trovato da calmo. È un’osservazione psicologica fine: l’ingegno nasce dal pericolo. Il motto, in questa giornata, è sempre una difesa, e Chichibio si difende con l’unica arma che ha.

Si può confrontare con Cisti, appena raccontato. Entrambi sono servitori o artigiani di fronte a un padrone nobile, ed entrambi si salvano con una parola. Ma Cisti è saggio e misurato, Chichibio è sciocco e fortunato. Boccaccio mostra così due tipi diversi di intelligenza popolare.

Due dettagli per lo studio. Il primo è linguistico: le battute di Chichibio sono in veneziano, «voi non l’avrì da mi», e servono a caratterizzarlo come forestiero e un po’ buffo. Il secondo riguarda il mondo nobiliare: la caccia con il falcone e la gru come piatto pregiato ci dicono molto sulla tavola dei ricchi fiorentini del Trecento.

Infine, il grido. Currado lancia il richiamo dei cacciatori per far alzare gli uccelli, e Chichibio, nella sua risposta, lo riprende tale e quale, «hohò!», trasformandolo nella chiave di un ragionamento assurdo. La parola del padrone diventa la difesa del servo. Questa piccola inversione è il cuore comico della novella, e spiega perché Currado, invece di arrabbiarsi, rida.

Chi ha studiato la novella alle medie la ritrova volentieri al liceo, ma con occhi diversi: non più soltanto la storia buffa del cuoco, ma un esempio di come il potere si possa disinnescare con il riso.

Chichibio parla

«pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia. Chichibio le rispose cantando, e disse: — Voi non l’avrí da mi, donna Brunetta, voi non l’avrí da mi.»

Chichibio risponde cantando, in dialetto veneziano. Boccaccio gli dà una voce propria, quasi una macchietta. Il cuoco è vanitoso, innamorato e poco furbo.

«voi non gridaste «hohò!» a quella d’iersera: ché se cosí gridato aveste, ella avrebbe cosí l’altra coscia e l’altro piè fuor mandato come hanno fatto queste.»

È il motto della salvezza. Chichibio prende la realtà, le gru che al grido fuggono su due zampe, e la usa per dimostrare la sua bugia. La logica è sbagliata, ma la battuta è irresistibile.

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