Riassunto: L'usignolo
Messer Lizio da Valbona ha una figlia giovane, Caterina, che si innamora di Ricciardo Manardi. Per vederlo di notte, la ragazza dice ai genitori che fa troppo caldo e chiede di dormire sul balcone, per sentire cantare l’usignolo. Ricciardo sale sul balcone e i due passano la notte insieme. La mattina il padre li trova addormentati: Caterina tiene in mano “l’usignolo” di Ricciardo. Lizio chiama la moglie e le dice, con ironia, che la figlia ha preso l’usignolo. Invece di fare scandalo, sveglia il giovane e lo mette davanti a una scelta: sposare Caterina subito o morire. Ricciardo, che è di buona famiglia e la ama, accetta volentieri. Si sposano lì stesso, con l’anello della madre. Filostrato, che il giorno prima aveva imposto storie tragiche, racconta stavolta una novella leggera e maliziosa.
Scheda della novella
- Posizione: giornata quinta, novella quarta (V, 4)
- Narratore: Filostrato
- Tema della giornata: gli amori che, dopo casi crudeli o sventurati, finiscono bene, sotto il regno di Fiammetta
- La rubrica di Boccaccio: «Ricciardo Manardi è trovato da messer Lizio di Valbona con la figliuola, la quale egli sposa, e col padre di lei rimane in buona pace.»
Da ricordare
- Caterina, figlia di messer Lizio da Valbona, ama Ricciardo Manardi.
- Con il pretesto di sentire cantare l’usignolo, si fa preparare il letto sul balcone, dove la raggiunge Ricciardo.
- Il padre li trova addormentati insieme e, con una battuta, li fa sposare subito.
Testo della novella
Il testo integrale di Boccaccio, con le parole della brigata che introducono il racconto. La rubrica: «Ricciardo Manardi è trovato da messer Lizio di Valbona con la figliuola, la quale egli sposa, e col padre di lei rimane in buona pace.»
Tacendosi Elissa, le lode ascoltando dalle sue compagne date alla sua novella, impose la reina a Filostrato che alcuna ne dicesse egli; il quale ridendo incominciò:
Io sono stato da tante di voi tante volte morso perché io materia da crudeli ragionamenti e da farvi piagner v’imposi, che a me pare, a volere alquanto questa noia ristorare, esser tenuto di dover dire alcuna cosa per la quale io alquanto vi faccia ridere: e per ciò uno amore non da altra noia che di sospiri e d’una brieve paura con vergogna mescolata a lieto fin pervenuto, in una novelletta assai piccola intendo di raccontarvi.
Non è adunque, valorose donne, gran tempo passato che in Romagna fu un cavaliere assai da bene e costumato il quale fu chiamato messer Lizio di Valbona, a cui per ventura vicino alla sua vecchiezza una figliuola nacque d’una sua donna chiamata madonna Giacomina; la quale oltre ad ogni altra della contrada, crescendo, divenne bella e piacevole: e per ciò che sola era al padre ed alla madre rimasa, sommamente da loro era amata ed avuta cara e con maravigliosa diligenza guardata, aspettando essi di far di lei alcun gran parentado. Ora, usava molto nella casa di messer Lizio, e molto con lui si riteneva, un giovane bello e fresco della persona il quale era de’ Manardi da Brettinoro, chiamato Ricciardo, del quale niuna altra guardia messer Lizio o la sua donna prendevano che fatto avrebbon d’un lor figliuolo; il quale, una volta ed altra veggendo la giovane bellissima e leggiadra e di laudevoli maniere e costumi, e giá da marito, di lei fieramente s’innamorò: e con gran diligenza il suo amore teneva occulto.
Del quale avvedutasi la giovane, senza schifar punto il colpo, lui similmente cominciò ad amare, di che Ricciardo fu forte contento: ed avendo molte volte avuta voglia di doverle alcuna parola dire, e dubitando taciutosi, pure una, preso tempo ed ardire, le disse: — Caterina, io ti priego che tu non mi facci morire amando. — La giovane rispose subito: — Volesse Iddio che tu non facessi piú morir me! — Questa risposta molto di piacere e d’ardire aggiunse a Ricciardo; e dissele: — Per me non istará mai cosa che a grado ti sia, ma a te sta il trovar modo allo scampo della tua vita e della mia. — La giovane allora disse: — Ricciardo, tu vedi quanto io sia guardata, e per ciò da me non so veder come tu a me ti possi venire: ma se tu sai veder cosa che io possa senza mia vergogna fare, dillami, ed io la farò. — Ricciardo, avendo piú cose pensato, subitamente disse: — Caterina mia dolce, io non so alcuna via vedere, se giá tu non dormissi o potessi venire in sul verone che è presso al giardino di tuo padre, dove se io sapessi che tu di notte fossi, senza fallo io m’ingegnerei di venirvi, quantunque molto alto sia.
— A cui la Caterina rispose: — Se quivi ti dá il cuor di venire, io mi credo ben far sí, che fatto mi verrá di dormirvi. — Ricciardo disse di sí: e questo detto, una volta sola si basciarono alla sfuggita, ed andâr via. Il dí seguente, essendo giá vicino alla fine di maggio, la giovane cominciò davanti alla madre a ramaricarsi che la passata notte per lo soperchio caldo non aveva potuto dormire. Disse la madre: — O figliuola, che caldo fa egli? Anzi non fa egli caldo veruno. — A cui la Caterina disse: — Madre mia, voi dovreste dire «a mio parere», e forse vi direste il vero: ma voi dovreste pensare quanto sieno piú calde le fanciulle che le donne attempate. — La donna disse allora: — Figliuola mia, cosí è il vero; ma io non posso fare caldo e freddo a mia posta, come tu forse vorresti: i tempi si convengon pur sofferir fatti come le stagioni gli dánno; forse questa altra notte sará piú fresco e dormirai meglio.
— Ora Iddio il voglia, — disse la Caterina — ma non suole essere usanza che, andando verso la state, le notti si vadano rinfrescando. — Adunque, — disse la donna — che vuoi tu che si faccia? — Rispose la Caterina: — Quando a mio padre ed a voi piacesse, io farei volentier fare un letticello in sul verone che è allato alla sua camera e sopra il suo giardino, e quivi mi dormirei, ed udendo cantare l’usignuolo ed avendo il luogo piú fresco, molto meglio starei che nella vostra camera non fo. — La madre allora disse: — Figliuola, confortati; io il dirò a tuo padre, e come egli vorrá, cosí faremo. — Le quali cose udendo messer Lizio dalla sua donna, per ciò che vecchio era e da questo forse un poco ritrosetto, disse: — Che rusignuolo è questo a che ella vuol dormire? Io la farò ancora addormentare al canto delle cicale. — Il che la Caterina sappiendo, piú per isdegno che per caldo, non solamente la seguente notte non dormí, ma ella non lasciò dormir la madre, pur del gran caldo dolendosi; il che avendo la madre sentito, fu la mattina a messer Lizio e gli disse:
— Messer, voi avete poco cara questa giovane; che vi fa egli perché ella sopra quel veron si dorma? Ella non ha in tutta notte trovato luogo di caldo; ed oltre a ciò, maravigliatevi voi perché egli le sia in piacere l’udir cantar l’usignuolo, che è una fanciullina? I giovani son vaghi delle cose simiglianti a loro. — Messer Lizio, udendo questo, disse: — Via, faccialevisi un letto tale quale egli vi cape, e fállo fasciar da torno d’alcuna sargia: e dormavi ed oda cantar l’usignuolo a suo senno! — La giovane, saputo questo, prestamente vi fece fare un letto; e dovendovi la sera vegnente dormire, tanto attese che ella vide Ricciardo, e fecegli un segno posto tra loro, per lo quale egli intese ciò che far si dovea. Messer Lizio, sentendo la giovane essersi andata a letto, serrato uno uscio che della sua camera andava sopra il verone, similmente s’andò a dormire. Ricciardo, come d’ogni parte sentí le cose chete, con l’aiuto d’una scala salí sopra un muro, e poi d’in su quel muro appiccandosi a certe morse d’uno altro muro, con gran fatica e pericolo se caduto fosse, pervenne in sul verone, dove chetamente con grandissima festa dalla giovane fu ricevuto: e dopo molti basci si coricarono insieme e quasi per tutta la notte diletto e piacer presono l’un dell’altro, molte volte faccendo cantar l’usignuolo.
Ed essendo le notti piccole ed il diletto grande, e giá al giorno vicino, il che essi non credevano, e sí ancora riscaldati sí dal tempo e sí dallo scherzare, senza alcuna cosa addosso s’addormentarono, avendo la Caterina col destro braccio abbracciato sotto il collo Ricciardo e con la sinistra mano presolo per quella cosa che voi tra gli uomini piú vi vergognate di nominare. Ed in cotal guisa dormendo senza svegliarsi, sopravvenne il giorno, e messer Lizio si levò: e ricordandosi la figliuola dormire sopra il verone, chetamente l’uscio aprendo, disse: — Lasciami vedere come l’usignuolo ha fatto questa notte dormire la Caterina. — Ed andato oltre pianamente, levò alto la sargia della quale il letto era fasciato, e Ricciardo e lei vide ignudi e scoperti dormire abbracciati nella guisa di sopra mostrata; ed avendo ben conosciuto Ricciardo, di quindi s’uscí, ed andonne alla camera della sua donna e chiamolla, dicendo: — Sú tosto, donna, lievati e vieni a vedere che tua figliuola è stata sí vaga dell’usignuolo, che ella l’ha preso e tienlosi in mano.
— Disse la donna: — Come può questo essere? — Disse messer Lizio: — Tu il vedrai se tu vien’ tosto. — La donna, affrettatasi di vestire, chetamente seguitò messer Lizio, e giunti ammenduni al letto e levata la sargia, potè manifestamente vedere madonna Giacomina come la figliuola avesse preso e tenesse l’usignuolo il quale ella tanto disiderava d’udir cantare. Di che la donna, tenendosi forte di Ricciardo ingannata, volle gridare e dirgli villania, ma messer Lizio le disse: — Donna, guarda che, per quanto tu hai caro il mio amore, tu non facci motto, ché in veritá, poscia che ella l’ha preso, egli si sará suo. Ricciardo è gentile uomo e ricco giovane; noi non possiamo aver di lui altro che buon parentado: se egli si vorrá a buon concio da me partire, egli converrá che primieramente la sposi, sí che egli si troverá aver messo l’usignuolo nella gabbia sua e non nell’altrui. — Di che la donna racconsolata, veggendo il marito non esser turbato di questo fatto, e considerando che la figliuola aveva avuta la buona notte ed erasi ben riposata ed aveva l’usignuol preso, si tacque.
Né guari dopo queste parole stettero, che Ricciardo si svegliò: e veggendo che il giorno era chiaro, si tenne morto, e chiamò la Caterina, dicendo: — Oimè! anima mia, come faremo, che il giorno è venuto ed hammi qui colto? — Alle quali parole messer Lizio, venuto oltre e levata la sargia, rispose: — Farén bene. — Quando Ricciardo il vide, parve che gli fosse il cuore del corpo strappato; e levatosi a sedere in sul letto, disse: — Signor mio, io vi cheggio mercé per Dio; io conosco, sí come disleale e malvagio uomo, aver meritata morte, e per ciò fate di me quello che piú vi piace: ben vi priego io, se esser può, che voi abbiate della mia vita mercé e che io non muoia. — A cui messer Lizio disse: — Ricciardo, questo non meritò l’amore il quale io ti portava e la fede la quale io aveva in te: ma pur, poi che cosí è, ed a tanto fallo t’ha trasportato la giovanezza, acciò che tu tolga a te la morte ed a me la vergogna, sposa per tua legittima moglie la Caterina, acciò che, come ella è stata questa notte tua, cosí sia mentre ella viverá; ed in questa guisa puoi e la mia pace e la tua salvezza acquistare: ed ove tu non vogli cosí fare, raccomanda a Dio l’anima tua.
— Mentre queste parole si dicevano, la Caterina lasciò l’usignuolo, e ricopertasi, cominciò fortemente a piagnere ed a pregare il padre che a Ricciardo perdonasse: e d’altra parte, pregava Ricciardo che quel facesse che messer Lizio volea, acciò che con sicurtá e lungo tempo potessono insieme di cosí fatte notti avere. Ma a ciò non furono troppi prieghi bisogno, per ciò che d’una parte la vergogna del fallo commesso e la voglia dell’emendare, e d’altra la paura del morire ed il disidèro dello scampare, ed oltre a questo, l’ardente amore e l’appetito del possedere la cosa amata, liberamente e senza alcuno indugio gli fecer dire, sé essere apparecchiato a far ciò che a messer Lizio piaceva; per che messer Lizio, fattosi prestare a madonna Giacomina un de’ suoi anelli, quivi, senza mutarsi, in presenza di loro, Ricciardo per sua moglie sposò la Caterina. La qual cosa fatta, messer Lizio e la donna partendosi, dissono: — Riposatevi oramai, ché forse maggior bisogno n’avete che di levarvi. — Partiti costoro, i giovani si rabbracciarono insieme, e non essendo piú che sei miglia camminati la notte, altre due anzi che si levassero ne camminarono, e fecer fine alla prima giornata.
Poi levati, e Ricciardo avuto piú ordinato ragionamento con messer Lizio, pochi dí appresso, sí come si convenia, in presenza degli amici e de’ parenti da capo sposò la giovane, e con gran festa se ne la menò a casa e fece onorevoli e belle nozze, e poi con lei lungamente in pace ed in consolazione uccellò agli usignuoli e di dí e di notte quanto gli piacque.
Testo del Decameron nell’edizione a cura di Aldo Francesco Massèra (Laterza, Bari 1927), trascritta su Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Commento
Filostrato, che era stato il re della giornata tragica, si riscatta con una delle novelle più spiritose del libro. Caterina è una ragazza di buona famiglia di Romagna; i genitori la sorvegliano. Ricciardo, giovane nobile, è innamorato di lei. L’unico modo per incontrarsi è il balcone.
Caterina dice alla madre che fa troppo caldo e che vorrebbe dormire fuori per sentire l’usignolo. Il padre acconsente, un po’ brontolando. Ricciardo sale con una scala, e i due passano la notte insieme. Al mattino messer Lizio li trova addormentati, la ragazza con in mano ciò che Boccaccio chiama, allusivamente, l’usignolo.
Lizio chiama la moglie e le dice che la figlia ha preso l’usignolo e lo tiene in mano. Poi sveglia Ricciardo e gli propone, con calma, di sposarla subito. La comicità nasce dalla metafora e dal pragmatismo del padre, che preferisce un genero a uno scandalo.
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