Iliade, libro XXI: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro XXI: Achille e il fiume

Achille spinge metà dei Troiani nel fiume Scamandro (che gli dèi chiamano Xanto) e li uccide nell’acqua. Ne cattura dodici vivi da sacrificare sul rogo di Patroclo. Incontra Licaone, un figlio di Priamo che aveva già catturato e venduto come schiavo a Lemno; il giovane gli abbraccia le ginocchia e chiede pietà, ma Achille lo uccide e lo getta nel fiume. Poi uccide Asteropeo. Il fiume, pieno di cadaveri, gli chiede di smettere; Achille rifiuta e il fiume lo assale con le sue acque. Achille, in difficoltà, si aggrappa a un olmo e teme di morire come un ragazzo travolto da un torrente. Poseidone e Atena lo rassicurano. Giunone chiama Efesto, che incendia la pianura e fa bollire il fiume finché Xanto si arrende. Poi gli dèi combattono tra loro: Atena abbatte Ares con un masso e colpisce Afrodite; Apollo rifiuta di battersi con Poseidone; Giunone schiaffeggia Artemide con il suo stesso arco. Priamo fa aprire le porte. Apollo prende l’aspetto di Agenore e allontana Achille, permettendo ai Troiani di rifugiarsi in città.

Da ricordare

  • Achille ha perso ogni pietà: uccide anche i supplici.
  • Il fiume Scamandro si ribella e quasi annega Achille.
  • Efesto, dio del fuoco, sconfigge il fiume: fuoco contro acqua.
  • La battaglia tra gli dèi è quasi comica, in contrasto con il dolore umano.

Personaggi del libro

  • Achille.
  • Licaone, figlio di Priamo.
  • Asteropeo, capo dei Peoni.
  • Scamandro (Xanto), il fiume.
  • Efesto, Giunone.
  • Atena, Ares, Afrodite, Apollo, Artemide, Poseidone.
  • Agenore, che Apollo imita.

Testo del libro XXI

Traduzione di Vincenzo Monti (1810).

Argomento. Achille incalzando i Troiani, parte ne spinge nella città e parte nello Scamandro. Fa prigioni dodici giovani per sagrificarli all’ombra di Patroclo. Morte di Licaone e di Asteropeo. Lotta dell’eroe collo Scamandro. Nel punto di esser sopraffatto dal fiume è salvato per opera di Giunone, la quale fa disseccare da Vulcano col fuoco le correnti dell’acqua. Pugna degli Dei fra loro. Agenore assale Achille ed è salvato da Apollo. Il Nume, presa la figura di Agenore, delude l’eroe, che tenendogli dietro si disvia dal combattimento. Frattanto i Troiani si gettano nella città.

Ma divenuti i Teucri alle bell’onde
Del vorticoso Xanto, ameno fiume
Generato da Giove, ivi il Pelíde
Intercise i fuggenti; e parte al muro
Per lo piano ne incalza ove testeso
Davan le spalle al furibondo Ettorre
Scompigliati gli Achei (per l’orme istesse
Or dispersi si versano i Troiani,
E a tardarne il fuggir densa una nebbia
Giuno intorno spandea), parte negli alti

11Gorghi si getta dell’argenteo fiume
Con tumulto. La rotta onda rimbomba,
Ne gemono le ripe, e quei mettendo
Cupi ululati, nuotano dispersi
Come il rapido vortice li gira.
Qual cacciate dall’impeto del fuoco
Alzan repente le locuste il volo
Sul margo del ruscello: arde veloce
L’inopinata fiamma, e quelle in fretta
Spaventate si gettano nel rio:

21Tal dinanzi al Pelíde la sonante
Corsía di Xanto rïempíasi tutta
Di guerrieri e cavalli alla rinfusa.
Su la sponda del fiume allor poggiata
Alle miríci la pelíaca antenna,
Strinse l’eroe la spada, e dentro il flutto
Come demón lanciossi, rivolgendo
Opre orrende nel cor. Menava a cerchio
Il terribile acciar; s’udía lugúbre
Dei trafitti il lamento, e tinta in rosso

31L’onda correa. Qual fugge innanzi al vasto
Delfin la torma del minuto pesce,
Che di tranquillo porto si ripara
Nei recessi atterrito, ed ei n’ingoia
Quanti ne giunge: paurosi i Teucri
Così ne’ greti s’ascondean del fiume.
Poichè stanca d’ucciderli il Pelíde
Sentì la destra, dodici ne prese
Vivi e di scelta gioventù, che il fio
Dovean pagargli dell’estinto amico.

41Stupidi per terror come cervetti
Fuor degli antri ei li tira, e co’ politi
Cuoi di che strette avean le gonne, a tutti
Dietro annoda le mani, e a’ suoi compagni
Onde trarli alle navi li commette.
Vago ei poscia di stragi in mezzo all’acque
Diessi di nuovo impetuoso, e il figlio
Del dardánide Príamo Licaone
Gli occorse in quella che fuggía dal fiume.
Ne’ paterni poderi un’altra volta,

51Venutovi notturno, egli l’avea
Sorpreso e seco a viva forza addutto
Mentre inaccorto con tagliente accetta
I nuovi rami recidendo stava
Di selvatico fico, onde foggiarne
Di bel carro il contorno: all’improvvista
Gli fu sopra in quell’opra il divo Achille,
Che trattolo alle navi in Lenno il cesse
Per prezzo al figlio di Giasone Eunéo.
Ospite poi d’Eunéo con molti doni

61Ne fe’ riscatto l’imbrio Eezióne,
Che in Arisba il mandò. Di là fuggito
Nascostamente, alle paterne case
Avea fatto ritorno, e già la luce
Undecima splendea, che con gli amici
Si ricreava di servaggio uscito;
Quando di nuovo il dodicesmo giorno
Un Dio nemico tra le mani il pose
Del terribile Achille, onde invïarlo
Suo malgrado alle porte atre di Pluto.

71Riguardollo il Pelíde; e siccom’era
Nudo la fronte (chè celata e scudo
E lancia e tutto avea gittato oppresso
Dalla fatica nel fuggir dal fiume,
E vacillava di stanchezza il piede),
Lo riconobbe, e irato in suo cor disse:
Quale agli occhi mi vien strano portento?
Che sì che i Teucri dal mio ferro ancisi
Tornan dall’ombre di Cocito al giorno!
Come vivo costui? come, venduto

81Già tempo in Lenno, del frapposto mare
Potè l’onda passar che a tutti è freno?
Or ben, dell’asta mia gusti la punta.
Vedrem s’ei torna di là pure, ovvero
Se l’alma terra che ritien costretti
Anche i più forti, riterrà costui.
Queste cose ei discorre in suo segreto
Senza far passo. Sbigottito intanto
Licaon s’avvicina desïoso
D’abbracciargli i ginocchi, e al nero artiglio

91Della Parca involarsi. Alza il Pelíde
La lunga lancia per ferir; ma quello
Gli si fa sotto a tutto corso, e chino
Atterrasi al suo piè. Divincolando
L’asta sul capo gli trapassa, e in terra
Sitibonda di sangue si conficca.
Supplichevole allor coll’una mano
Le ginocchia gli stringe il meschinello,
Coll’altra gli rattien l’asta confitta,
Nè l’abbandona, e tuttavia pregando,

101Deh ferma, ei grida: umilemente io tocco
Le tue ginocchia, Achille: ah mi rispetta;
Miserere di me: pensa che sacro
Tuo supplice son io, pensa, o divino
Germe di Giove, che nudrito fui
Del tuo pane quel dì che nel paterno
Poder tua preda mi facesti, e tratto
Lungi dal padre e dagli amici in Lenno,
Di cento buoi ti valsi il prezzo, ed ora
Tre volte tanti io ti varrò redento.

111È questa a me la dodicesma aurora
Che dopo molti affanni in Ilio giunsi,
Ed ecco che crudel fato mi mette
In tuo poter: ciò chiaro assai mi mostra
Che in odio a Giove io sono. Ahi! che a ben corta
Vita la madre a partorir mi venne,
La madre Laotóe d’Alte figliuola,
Di quell’Alte che vecchio ai bellicosi
Lelegi impera, e tien suo seggio al fiume
Satnïoente nell’eccelsa Pédaso.

121Di questo ebbe la figlia il re troiano
Fra le molte sue spose, e due nascemmo
Di lei, serbati a insanguinarti il ferro.
E l’un tra i fanti della prima fronte
Già domasti coll’asta, il generoso
Mio fratel Polidoro, ed or me pure
Ria sorte attende; chè non io già spero,
Poichè nemico mi vi spinse un Dio,
Le tue mani sfuggir. E nondimeno
Nuovo un prego ti porgo, e tu del core

131La via gli schiudi. Non volermi, Achille,
Trucidar: d’uno stesso alvo io non nacqui
Con Ettor che t’ha morto il caro amico.
Così pregava umíl di Prìamo il figlio;
Ma dispietata la risposta intese.
Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.
Pria che Patróclo il dì fatal compiesse,
Erami dolce il perdonar de’ Teucri
Alla vita, e di vivi assai ne presi,
Ed assai ne vendetti: ora di quanti

141Fia che ne mandi alle mie mani Iddio,
Nessun da morte scamperà, nessuno
De’ Teucri, e meno del tuo padre i figli.
Muori dunque tu pur. Perchè sì piangi?
Morì Patróclo che miglior ben era.
E me bello qual vedi e valoroso
E di gran padre nato e di una Diva,
Me pur la morte ad ogni istante aspetta,
E di lancia o di strale un qualcheduno
Anche ad Achille rapirà la vita.

151Sentì mancarsi le ginocchia e il core
A quel dir l’infelice, e abbandonata
L’asta, accosciossi coll’aperte braccia.
Strinse Achille la spada, e alla giuntura
Lo percosse del collo. Addentro tutto
Gli si nascose l’affilato acciaro,
E boccon egli cadde in sul terreno
Steso in lago di sangue. Allor d’un piede
Presolo Achille, lo gittò nell’onda,
E con acerbo insulto, Or qui ti giaci,

161Disse, tra’ pesci che di tua ferita
Il negro sangue lambiran securi.
Nè te la madre sul funereo letto
Piangerà, ma del mar nell’ampio seno
Ti trarrà lo Scamandro impetuoso,
E là qualcuno del guizzante armento
Ti salterà dintorno, e sotto l’atre
Crespe dell’onda l’adipose polpe
Di Licaon si roderà. Possiate
Così tutti perir finchè del sacro

171Ilio sia nostra la città, voi sempre
Fuggendo, e io sempre colle stragi al tergo.
Nè gioveranvi i vortici di questo
Argenteo fiume a cui di molti tori
Fate sovente sacrificio, e vivi
Gettar solete i corridor nell’onda.
Nè per questo sarà che non vi tocchi
Di rio fato perir, finchè la morte
Di Patroclo sia sconta e in un la strage
Che, me lontano, degli Achei faceste.

181Dagl’imi gorghi udì Xanto d’Achille
Le superbe parole, e d’alto sdegno
Fremendo, divisava in suo pensiero
Come alla furia dell’eroe por modo,
E de’ Teucri impedir l’ultimo danno.
Intanto il figlio di Peléo brandita
A nuove stragi la gran lancia, assalse
Asteropéo, figliuol di Pelegone,
Di Pelegon cui l’Assio ampio-corrente
Generò Dio commisto a Peribéa,

191D’Acessameno la maggior fanciulla.
A costui si fe’ sopra il grande Achille,
E quei del fiume uscendo ad incontrarlo
Con due lance ne venne. Animo e forza
Gli avea messo nel cor lo Xanto irato
Pe’ tanti in mezzo alle sue limpid’onde
Giovani prodi dal Pelíde uccisi
Spietatamente. Avvicinati entrambi,
Disse Achille primiero: Chi se’ tu
Ch’osi farmiti incontro, e di che gente?

201Chi m’attenta è figliuol d’un infelice.
E a lui di Pelegon l’inclita prole:
Magnanimo Pelíde, a che mi chiedi
Del mio lignaggio? Dai remoti campi
Della Peonia qua ne venni (è questo
Già l’undecimo sole), e alla battaglia
Guido i Peonii dalle lunghe picche.
Del nostro sangue è autor l’Assio di larga
Bellissima corrente, e genitore
Del bellicoso Pelegon. Di questo

211Io nacqui, e basta. Or mano all’armi, o prode.
All’altere minacce alto solleva
Il divo Achille la pelíaca trave.
Fassi avanti del par con due gran teli
L’ambidestro campione Asteropéo.
Coglie col primo l’inimico scudo,
Ma nol giunge a forar, chè l’aurea squama
Lo vieta, opra d’un Dio: sfiora coll’altro
Il destro braccio dell’eroe, di nero
Sangue lo sprizza, e dopo lui si figge

221Di maggior piaga desïoso in terra.
Fe’ secondo volar contro il nemico
La sua lancia il Pelíde, intento tutto
A trapassargli il cor, ma colse in fallo:
Colse la ripa, e mezzo infitto in quella
Il gran fusto restò. Dal fianco allora
Trasse Achille la spada, e furibondo
Assalse Asteropéo che invan dall’alta
Sponda si studia di sferrar d’Achille
Il frassino: tre volte egli lo scosse

231Colla robusta mano, e lui tre volte
La forza abbandonò. Mentre s’accinge
Ad incurvarlo colla quarta prova
E spezzarlo, d’Achille il folgorante
Brando il prevenne arrecator di morte.
Lo percosse nell’epa all’ombelico;
N’andâr per terra gl’intestini; in negra
Caligine ravvolti ei chiuse i lumi,
E spirò. L’uccisor gli calca il petto,
Lo dispoglia dell’armi, e sì l’insulta:

241Statti così, meschino, e benchè nato
D’un fiume, impara che il cozzar co’ figli
Del saturnio signor t’è dura impresa.
Tu dell’Assio che larghe ha le correnti
Ti lodavi rampollo, ed io di Giove
Sangue mi vanto, e generommi il prode
Eácide Peléo che i numerosi
Mirmidóni corregge, e discendea
Eaco da Giove. Or quanto è questo Dio
Maggior de’ fiumi che nel vasto grembo

251Devolvonsi del mar, tanto sua stirpe
La stirpe avanza che da lor procede.
Eccoti innanzi un alto fiume, il Xanto;
Di’ che ti porga, se lo puote, aita.
Ma che puot’egli contra Giove a cui
Nè il regale Achelóo nè la gran possa
Del profondo Oceáno si pareggia?
E l’Oceán che a tutti e fiumi e mari
E fonti e laghi è genitor, pur egli
Della folgore trema, e dell’orrendo

261Fragor che mette del gran Giove il tuono.
Sì dicendo, divelse dalla ripa
La ferrea lancia, e su la sabbia steso
L’esamine lasciò. Bruna il bagnava
La corrente, e famelici dintorno
Affollavansi i pesci a divorarlo.
Visto il forte lor duce Asteropéo
Cader domato dal Pelíde, in fuga
Spaventati si volsero i Peonii
Lungo il rapido fiume, flagellando

271Prontamente i corsier. Gl’insegue Achille
E Tersíloco uccide e Trasio e Mneso,
Enio, Midone, Astípilo, Ofeleste,
E più n’avría trafitti il valoroso,
Se irato il fiume dai profondi gorghi
Non levava in mortal forma la fronte
Con questo grido: Achille, tu di forza
Ogni altro vinci, è ver, ma il vinci insieme
Di fatti indegni, e troppo insuperbisci
Del favor degli Dei che sempre hai teco.

281Se ti concesse di Saturno il figlio
Di tutti i Troi la morte, dal mio letto
Cacciali, e in campo almen fa tue prodezze.
Di cadaveri e d’armi ingombra è tutta
La mia bella corrente, ed impedita
Da tante salme aprirsi al mar la via
Più non puote; e tu segui a farle intoppo
Di nuova strage. Orsù, desisti, o fiero
Prence, e ti basti il mio stupor. – Scamandro
Figlio di Giove, gli rispose Achille,

291Sia che vuoi; ma non io degli spergiuri
Teucri l’eccidio cesserò, se pria
Dentr’Ilio non li chiudo, e corpo a corpo
Non mi cimento con Ettór. Qui deve
Restar privo di vita od esso od io.
Sì dicendo, coll’impeto d’un nume
Avventossi ai Troiani. Allor si volse
Xanto ad Apollo: Saettante iddio,
Giove fatto t’avea l’alto comando
Di dar soccorso ai Teucri insin che giunga

301La sera, e il volto della terra adombri.
E tu del padre non adempi il cenno?
Mentr’egli sì dicea, l’audace Achille
Si scagliò dalla ripa in mezzo al fiume.
Il fiume allor si rabbuffò, gonfiossi,
Intorbidossi, e furïando sciolse
A tutte l’onde il freno: urtò la stipa
De’ cadaveri opposti, e li respinse,
Mugghiando come tauro, alla pianura,
Servati i vivi ed occultati in seno

311A’ suoi vasti recessi. Orrenda intorno
Al Pelíde ruggía la torbid’onda,
E gli urtava lo scudo impetuosa,
Sì ch’ei fermarsi non potea su i piedi.
A un eccelso e grand’olmo alfin s’apprese
Colle robuste mani, ma divelta
Dalle radici ruinò la pianta,
Seco trasse la ripa, e coi prostrati
Folti rami la fiera onda rattenne,
E le sponde congiunse come ponte.

321Fuor balza allor l’eroe dalla vorago,
E, messe l’ali al piè, nel campo vola
Sbigottito. Nè il Dio perciò si resta,
Ma colmo e negro rinforzando il flutto
Vie più gonfio l’insegue, onde di Marte
Rintuzzargli le furie, e de’ Troiani
L’eccidio allontanar. Diè un salto Achille
Quanto è il tratto d’un’asta, ed il suo corso
Somigliava il volar di cacciatrice
Aquila fosca che i volanti tutti

331Di forza vince e di prestezza. Il bronzo
Dell’usbergo gli squilla orribilmente
Sul vasto petto; con obliqua fuga
Scappar dal fiume ei tenta, e il fiume a tergo
Con più spesse e sonanti onde l’incalza.
Come quando per l’orto e pe’ filari
Di liete piante il fontanier deduce
Da limpida sorgente un ruscelletto,
E, la marra alla man, sgombra gl’intoppi
Alla rapida linfa che correndo

341I lapilli rimescola, e si volve
Giù per la china gorgogliando, e avanza
Pur chi la guida: così sempre insegue
L’alto flutto il Pelíde, e lo raggiunge
Benchè presto di piè: chè non resiste
Mortal virtude all’immortal. Quantunque
Volte la fronte gli converse il forte,
Mirando se giurati a porlo in fuga
Tutti fosser gli Dei, tante il sovrano
Fiotto del fiume gli avvolgea le spalle.

351Conturbato nell’alma egli non cessa
D’espedirsi e saltar verso la riva,
Ma con rapide ruote il fiero fiume
Sottentrato gli snerva le ginocchia,
E di costa aggirandolo, gli ruba
Di sotto ai piedi la fuggente arena.
Levò lo sguardo al cielo il generoso,
Ed urlò: Giove padre, adunque nullo
De’ numi aita l’infelice Achille
Contro quest’onda! Ah ch’io la fugga, e poi

361Contento patirò qualsia sventura.
Ma nullo ha colpa de’ Celesti meco
Quanto la madre mia che di menzogne
Mi lattò, profetando che di Troia
Sotto le mura perirei trafitto
Dagli strali d’Apollo! Oh foss’io morto
Sotto i colpi d’Ettorre, il più gagliardo
Che qui si crebbe! Avría rapito un forte
D’un altro forte almen l’armi e la vita.
Or vuole il Fato che sommerso io pera

371D’oscura morte, ohimè! come fanciullo
Di mandre guardïan cui ne’ piovosi
Tempi il torrente, nel guardarlo, affoga.
Accorsero veloci al suo lamento,
E appressârsi all’eroe Palla e Nettunno
In sembianza mortal: lo confortaro,
Il presero per mano, e della terra
Sì disse il grande scotitor: Pelíde,
Non trepidar: qui siamo in tua difesa
Due gran Divi, Minerva ed io Nettunno,

381Nè Giove il vieta, nè dal Fato è fisso
Che ti conquida un fiume; e tu di questo
Vedrai tra poco abbonacciarsi il flutto.
Un saggio avviso porgeremti intanto,
Se obbedirne vorrai. Dalla battaglia
Non ti ristar se pria dentro le mura
Dell’alta Troia non rinserri i Teucri
Quanti potranno dalla man fuggirti,
Nè alle navi tornar che spento Ettorre:
Noi ti daremo di sua morte il vanto.

391Disparvero, ciò detto, e ai congiurati
Numi tornâr. Riconfortato Achille
Dal celeste comando, in mezzo al campo
Precipitossi. Il campo era già tutto
Una vasta palude in cui disperse
De’ trafitti nuotavano le belle
Armature e le salme. Alto al Pelíde
Saltavano i ginocchi, ed ei diretto
La fiumana rompea, che a rattenerlo
Più non bastava: perocchè Minerva

401Gli avea nel petto una gran forza infuso.
Nè rallentò per questo lo Scamandro
Gl’impeti suoi, ma più che pria sdegnoso
Contro il Pelíde sollevossi in alto
Arricciando le spume, e al Simoenta,
Destandolo, gridò queste parole:
Caro germano, ad affrenar vien meco
La costui furia, o le dardánie torri
Vedrai tosto atterrate, e tolta ai Teucri
Di resister la speme. Or tu deh corri

411Veloce in mio soccorso, apri le fonti,
Tutti gonfia i tuoi rivi, e con superbe
Onde t’innalza e tronchi aduna e sassi,
E con fracasso ruotali nel petto
Di questo immane guastator che tenta
Uguagliarsi agli Dei. Ben io t’affermo
Che nè bellezza gli varrà, nè forza,
Nè quel divin suo scudo che di limo
Giacerà ricoperto in qualche gorgo
Voraginoso. Ed io di negra sabbia

421Involverò lui stesso, e tale un monte
Di ghiaia immenso e di pattume intorno
Gli verserò, gli ammasserò, che l’ossa
Gli Achei raccorne non potran: cotanta
La belletta sarà che lo nasconda.
Fia questo il suo sepolcro, onde non v’abbia
Mestier di fossa nell’esequie sue.
Disse, ed alto insorgendo e d’atre spume
Ribollendo e di sangue e corpi estinti,
Con tempesta piombò sopra il Pelíde.

431E già la sollevata onda vermiglia
Occupava l’eroe, quando temendo
Che vorticoso nol rapisca il fiume,
Diè Giuno un alto grido, ed a Vulcano
Sorgi, disse, mio figlio; a te si spetta
Pugnar col Xanto: non tardar, risveglia
Le tremende tue fiamme. Io di Ponente
E di Noto a destar dalla marina
Vo le gravi procelle, onde l’incendio
Per lor cresciuto i corpi involva e l’arme

441De’ Troiani, e le bruci. E tu del Xanto
Lungo il margo le piante incenerisci,
Fa che avvampi egli stesso; e non lasciarti
Nè per minacce nè per dolci preghi
Svolger dall’opra, nè allentar la forza
S’io non ten porga con un grido il segno.
Frena allora gl’incendii e ti ritira.
Ciò detto appena, un vasto foco accese
Vulcano, e lo scagliò. Si sparse quello
Prima pel campo, e i tanti, di che pieno

451Il Pelíde l’avea, morti combusse.
Si dileguâr le limpid’acque, e tutto
Seccossi il pian, qual suole in un istante
D’autunnale aquilon sciugarsi al soffio
L’orto irrigato di recente, e in core
Ne gode il suo cultor. Seccato il campo,
E combusti i cadaveri, si volse
Contro il fiume la vampa. Ardean stridendo
I salci e gli olmi e i tamarigi, ardea
Il loto e l’alga ed il cipero in molta

461Copia cresciuti su la verde ripa.
Dal caldo spirto di Vulcano afflitti,
E qua e là per le belle onde dispersi
Guizzano i pesci. Il cupo fiume istesso
S’infoca, e in voce dolorosa esclama:
Vulcano, al tuo poter nullo resiste
De’ numi: io cedo alle tue fiamme. Ah cessa
Dalla contesa: immantinente Achille
Scacci pur tutti di cittade i Teucri;
Di soccorsi e di risse a me che cale? –

471Così rïarso dalle fiamme ei parla.
Come ferve a gran fuoco ampio lebéte
In cui di verro saginato il pingue
Lombo si frolla; alla sonora vampa
Crescon forza di sotto i crepitanti
Virgulti, e l’onda d’ogni parte esulta:
Sì la bella del Xanto acqua infocata
Bolle, nè puote più fluir consunta
Ed impedita dalla forza infesta
Dell’ignifero Dio. Quindi a Giunone

481Quell’offeso pregò con questi accenti:
Perchè prese il tuo figlio, augusta Giuno,
Su l’altre a tormentar la mia corrente?
Reo ti son forse più che gli altri tutti
Protettori de’ Troi? Pur se il comandi,
Mi rimarrò, ma si rimanga anch’esso
Questo nemico, e non sarà, lo giuro,
Mai de’ Teucri per me conteso il fato,
No, s’anco tutta per la man dovesse
De’ forti Achivi andar Troia in faville.

491La Dea l’intese, ed a Vulcan rivolta,
Férmati, disse, glorïoso figlio:
Dar cotanto martír non si conviene
Per cagion de’ mortali a un Immortale.
Spense Vulcano della madre al cenno
Quell’incendio divino, e ne’ bei rivi
Retrograda tornò l’onda lucente.
Domo il Xanto, quetârsi i due rivali,
Chè così Giuno comandò, quantunque
Calda di sdegno; ma tra gli altri numi

501Più tremenda risurse la contesa.
Scissi in due parti s’avanzâr sdegnosi
L’un contro l’altro con fracasso orrendo:
Ne muggì l’ampia terra, e le celesti
Tube squillâr: sull’alte vette assiso
Dell’Olimpo n’udì Giove il clangore,
E il cor di gioia gli ridea mirando
La divina tenzone: e già sparisce
Tra gli eterni guerrieri ogn’intervallo.
Truce di scudi forator diè Marte

511Le mosse, e primo colla lancia assalse
Minerva, e ontoso favellò: Proterva
Audacissima Dea, perchè de’ numi
L’ire attizzi così? Non ti ricorda
Quando a ferirmi concitasti il figlio
Di Tidéo Dïomede, e dirigendo
Della sua lancia tu medesma il colpo,
Lacerasti il mio corpo? Il tempo è giunto
Che tu mi paghi dell’oltraggio il fio.
Sì dicendo, avventò l’insanguinato

521Marte il gran telo, e ne ferì l’orrenda
Egida che di Giove anco resiste
Alle saette. Si ritrasse indietro
La Diva, e ratta colla man robusta
Un macigno afferrò, che negro e grande
Giacea nel campo dalle prische genti
Posto a confine di poder. Con questo
Colpì l’impetuoso iddio nel collo,
E gli sciolse le membra. Ei cadde, e steso
Ingombrò sette jugeri; le chiome

531Insozzârsi di polve, e orrendamente
L’armi sul corpo gli tonâr. Sorrise
Pallade, e altera l’insultò: Demente!
Che meco ardisci gareggiar, non vedi
Quant’io t’avanzo di valor? Va, sconta
Di tua madre le furie, e dal suo sdegno
Maggior castigo, dell’aver tradito
Pe’ Teucri infidi i giusti Achei, t’aspetta.
Così detto, le lucide pupille
Volse altrove. Frattanto al Dio prostrato

541Venere accorse, per la mano il prese,
E lui che grave sospira, e a fatica
Rïaver può gli spirti, altrove adduce.
L’alma Giuno li vide, ed a Minerva,
Guarda, disse, di Giove invitta figlia,
Guarda quella impudente: ella di nuovo
Fuor dell’aspro conflitto via ne mena
Quell’omicida. Ah vola, e su lor piomba.
Volò Minerva, e gl’inseguì. Di gioia
Il cor balzava, e fattasi lor sopra,

551Colla terribil mano a Citerea
Tal diè un tocco nel petto che la stese:
Giaceano entrambi riversati, e altera
Su lor Minerva glorïossi, e disse:
Fosser tutti così questi di Troia
Proteggitori a disfidar venuti
I loricati Achei! Fossero tutti
Di fermezza e d’ardir pari a Ciprigna
Di Marte aiutatrice e mia rivale.
E noi, distrutte d’Ilïon le torri,

561Già poste l’armi da gran tempo avremmo.
Udì la Diva dalle bianche braccia
Il motteggio, e sorrise. A Febo allora
Disse il sire del mar: Febo, già sono
Gli altri alle prese; e noi ci stiamo in posa?
Ciò del tutto sconviensi; onta saría
Tornar di Giove ai rilucenti alberghi
Senza far d’armi paragon. Comincia
Tu minore d’età; chè non è bello
A me, più saggio e antico, esser primiero.

571Oh povero di senno e d’intelletto!
Non ricordi più dunque i tanti affanni
Che noi da Giove ad esular costretti
Intorno ad Ilio sopportammo insieme,
Noi soli e numi, allor che all’orgoglioso
Laomedonte intero un anno a prezzo
Pattuimmo il servir? Duri comandi
Il tiranno ne dava. Ed io di Troia
L’alta cittade edificai, di belle
Ampie mura la cinsi, e di securi

581Baluardi; e tu, Febo, alle selvose
Idée pendici pascolavi intanto
Le cornigere mandre. Ma condotta
Dalle grate Ore del servir la fine,
Ne frodò la mercede il re crudele,
E minaccioso ne scacciò, giurando
Che te di lacci avvinto e mani e piedi
In isola remota avría venduto,
E mozze inoltre ad ambeduo l’orecchie.
Frementi di rancor per la negata

591Pattuita mercede, immantinente
Noi ne partimmo. È questo forse il merto
Ch’or le sue genti a favorir ti move,
Anzi che nosco procurar di questi
Fedífraghi Troiani e de’ lor figli
E delle mogli la total ruina?
Possente Enosigéo, rispose Apollo,
Stolto davvero ti parrei se teco
A cagion de’ mortali io combattessi,
Che miseri e quai foglie or freschi sono,

601Or languidi e appassiti. Usciamo adunque
Del campo, e sia tra lor tutta la briga.
Ciò detto, altrove s’avvïò, nè volle
Alle mani venir, per lo rispetto
Di quel Nume a lui zio. Ma la sorella
Di belve agitatrice aspra Dïana
Con acri motti il rampognò: Tu fuggi,
Tu che lunge saetti? e tutta cedi
Senza contrasto al re Nettun la palma?
Vile! a che dunque nelle man quell’arco?

611Ch’io non t’oda più mai nella paterna
Reggia tra’ numi, come pria, vantarti
Di combattere solo il re Nettunno.
Non le rispose Apollo; ma sdegnosa
Si rivolse alla Dea di strali amante
La veneranda Giuno, e sì la punse
Con acerbo ripiglio: E come ardisci
Starmi a fronte, o proterva? Di possanza
Mal tu puoi meco gareggiar, quantunque
D’arco armata. Gli è ver che fra le donne

621Ti fe’ Giove un lïone, e qual ti piaccia
Ti concesse ferir. Ma per le selve
Meglio ti fia dar morte a capri e cervi,
Che pugnar co’ più forti. E se provarti
Vuoi pur, ti prova, e al paragone impara
Quanto io sono da più. – Ciò detto, al polso
Colla manca le afferra ambe le mani,
Colla dritta dagli omeri le strappa
Gli aurei strali, e ridendo su l’orecchia
Li sbatte alla rival che d’ogni parte

631Si divincola; e sparse al suol ne vanno
Le aligere saette. Alfin di sotto
Le si tolse, e fuggì come colomba
Che da grifagno augel per venturoso
Fato scampata ad appiattarsi vola
Nel cavo d’una rupe. Ella piangendo
Così fuggía, lasciate ivi le frecce.
Parlò quindi a Latóna il messaggiero
Argicída: Latóna, io non vo’ teco
Cimentarmi; il pugnar colle consorti

641Del nimbifero Giove è dura impresa.
Va dunque; e franca fra gli eterni Dei
D’avermi vinto per valor ti vanta.
Così dicea Mercurio, e quella intanto
Gli sparsi per la polve archi e quadrelli
Raccogliea della figlia, e la seguía,
Chè all’Olimpo salita entro l’eterne
Stanze di Giove avea già messo il piede.
Su i paterni ginocchi lagrimando
La vergine s’assise, e le tremava

651L’ambrosio manto sul bel corpo. Il padre
La si raccolse al petto, e con un dolce
Sorriso dimandò: Chi de’ Celesti
Temerario t’offese, o mia diletta,
Come colta in error? – La tua consorte,
Cinzia rispose, mi percosse, o padre,
Giunon che sparge fra gli Dei le risse.
Mentre in cielo seguían queste parole,
Febo entrava nel sacro Ilio a difesa
Dell’alto muro, perocchè temea

661Nol prendesse in quel dì pria del destino
Degli Achivi il valor. Ma gli altri Eterni
All’Olimpo tornaro, irati i vinti,
Festosi i vincitori, e ognun dintorno
Al procelloso genitor s’assise.
Il Pelíde struggea pel campo intanto
I Troiani, e stendea confusamente
Cavalli e cavalier. Come fra densi
Globi di fumo che si volve al cielo
Un gran fuoco, in cui soffia ira divina,

671Una cittade incende, e a tutti arreca
Travaglio e a molti esizio; a questa immago
Dava Achille ai Troiani angoscia e morte.
Stava sull’alto d’una torre il veglio
Príamo, e visti fuggir senza ritegno,
Senza far più difesa, i Troi davanti
Al gigante guerrier, mise uno strido,
E calò dalla torre, onde ai custodi
Degl’ingressi lasciar lungo le mura
Questi avvisi: Alle man tenete, o prodi,

681Spalancate le porte insin che tutti
Nella città sien salvi i fuggitivi
Dal diro Achille sbaragliati. Ahi giunto
Forse è l’ultimo danno! Come dentro
Siensi messe le schiere, e ognun respiri,
Riserrate le porte, e saldamente
Sbarratele; ch’io temo non irrompa
Fin qua dentro il furor di questo fiero.
Al comando regal schiusero quelli
Tosto le porte, e ne levâr le sbarre.

691Onde una via s’aperse di salute.
Fuor delle soglie allor lanciossi Apollo
In soccorso de’ Troi che dritto al muro
Fuggían da tutto il campo arsi di sete,
Sozzi di polve. E impetuoso Achille,
Come il porta furor, rabbia, ira e brama
Di sterminarli, gl’inseguía coll’asta;
Ed era questo il punto in che gli Achei
Dell’alta Troia avrían fatto il conquisto,
Se Febo Apollo l’antenóreo figlio

701Agénore, guerrier d’alta prestanza,
Non eccitava alla battaglia. Il Dio
Gli fe’ coraggio, gli si mise al fianco,
Onde lungi tenergli della Parca
I gravi artigli, ed appoggiato a un faggio,
Di caligine tutto si ricinse.
Come Agénore il truce ebbe veduto
Guastator di città, fermossi, e molti
Pensier volgendo, gli ondeggiava il core,
E dicea doloroso in suo segreto:

711Misero me! se dietro agli altri io fuggo
Per timor di quel crudo, egli malgrado
La mia rattezza prenderammi, e morte
Non decorosa mi darà. Se mentre
Ei va questi inseguendo, io d’altra parte
M’involo, e d’Ilio traversando il piano,
Dell’Ida ai gioghi mi riparo, e quivi
Nei roveti m’appiatto, indi la sera
Lavato al fiume, e rinfrescato a Troia
Mi ritorno… Oh che penso? Egli non puote

721Non veder la mia fuga, e arriverammi
Precipitoso con più presti piedi.
E allor dall’ugna di costui, che tutti
Vince di forza, chi mi scampa? Or dunque,
Poichè certa è mia morte, ad incontrarlo
Vadasi in faccia alla cittade. Ei pure
Ha corpo che si fora, e un’alma sola;
E benchè Giove glorïoso il renda,
Mortal cosa lo dice il comun grido.
Verso Achille, in ciò dir, volta la fronte,

731E desïoso di pugnar l’aspetta.
Come da folto bosco una pantera
Sbucando affronta il cacciator, nè teme
I latrati, nè fugge, e s’anco avvegna
Ch’ei l’impiaghi primier, la generosa
Il furor non rallenta, innanzi ch’ella
O gli si stringa addosso, o resti uccisa:
Così ricusa di fuggir l’ardito
D’Anténore figliuol, se col Pelíde
Pria non fa prova di valor. Protese

741Dunque al petto lo scudo, e nel nemico
Tolta la mira, alto gridò: Per certo
De’ magnanimi Teucri, illustre Achille,
Atterrar ti speravi oggi le mura.
Stolto! n’avrai penoso affare ancora,
Chè là dentro siam molti e valorosi
Che ai cari padri, alle consorti, ai figli
Difendiam la cittade, e tu, quantunque
Guerrier tremendo, giacerai qui steso.
Sì dicendo, lanciò con vigoroso

751Polso la picca, e nello stinco il colse
Sotto il ginocchio. Risonò lo stagno
Dell’intatto stinier, ma il ferro acuto
Senza forarlo rimbalzò respinto
Dalle tempre divine. Impetuoso
Scagliossi Achille al feritor, ma ratto
Gl’invidïando quella lode Apollo,
Involò l’avversario alla sua vista
L’avvolgendo di nebbia, e queto queto
Dal certame lo trasse, e via lo spinse.

761Indi tolta d’Agénore la forma,
Diessi in fuga, e svïò con quest’inganno
Dalla turba il Pelíde che veloce
Dietro gli move e incalzalo, e piegarne
Vêr lo Scamandro studiasi la fuga.
Nol precorre il fuggente a tutto corso,
Ma di poco intervallo, e colla speme
Sempre l’alletta d’una pronta presa,
E sempre lo delude. Intanto a torme
Spaventati si versano i Troiani

771Dentro le porte. In un momento tutta
Di lor fu piena la città, chè nullo
Rimanersene fuori non sostenne,
Nè il compagno aspettar, nè dei campati
Dimandar, nè de’ morti. Ognun che snelle
A salvarsi ha le piante, alla rinfusa
Dentro si getta, e dal terror respira.

Testo dell’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro XXI

Qui è la natura stessa a ribellarsi ad Achille. Fino a qui avevamo visto l’eroe lottare con uomini e, di sfuggita, con gli dèi. Ora deve combattere con un fiume. Il conflitto prende una dimensione quasi cosmica: l’acqua contro l’uomo, poi il fuoco contro l’acqua.

La prima parte va letta con attenzione, perché mostra un Achille diverso da quello dei libri precedenti. Prima di Patroclo, dice lui stesso a Licaone, gli piaceva risparmiare i Troiani e venderli come schiavi. Ora non più. Licaone è un ragazzo sfortunato: Achille lo aveva già catturato una volta, venduto a Lemno, poi riscattato da un ospite. Era tornato a Troia da undici giorni. Al dodicesimo, il dio lo rimette nelle mani di Achille. Questa precisione nel contare i giorni rende il destino più crudele.

La risposta di Achille a Licaone è uno dei passi più terribili e più alti dell’Iliade. Nel greco lo chiama “amico”. Gli dice: muori anche tu, perché piangi? È morto anche Patroclo, che valeva più di te. E anch’io, bello e grande come sono, figlio di una dea, morirò un giorno, all’alba o a mezzogiorno o di sera. In questa frase non c’è più odio personale. C’è una specie di filosofia della morte uguale per tutti. Achille uccide Licaone sapendo che anche lui verrà ucciso.

Il fiume parla. Ha forma umana, esce dai gorghi e chiede ad Achille di uccidere fuori dalle sue acque, perché è pieno di cadaveri e non riesce più a correre verso il mare. Achille lo sfida. Allora il fiume si gonfia, lo insegue, lo travolge. Omero usa qui una similitudine bellissima: il fiume insegue Achille come l’acqua che un contadino conduce tra le piante con la zappa, e che poi corre più veloce di lui. Achille, che nessun uomo può fermare, è inseguito come un bambino. E prega di non morire così, come un guardiano di porci travolto da un torrente in piena.

La battaglia degli dèi chiude il libro, e cambia completamente tono. Atena colpisce Ares con un sasso di confine, e lui cade coprendo sette iugeri. Afrodite cerca di portarlo via e viene colpita anche lei. Apollo rifiuta di combattere con Poseidone: non vale la pena, dice, battersi per i mortali, che sono come foglie. Artemide lo rimprovera e Giunone la prende a schiaffi con il suo stesso arco, facendole cadere le frecce. Artemide scappa piangendo da Giove. È una scena volutamente comica. Mentre gli uomini muoiono nel fiume, gli dèi giocano alla guerra e poi tornano a casa.

Un passo da vicino

Così pregava umíl di Prìamo il figlio;
Ma dispietata la risposta intese.
Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.
Pria che Patróclo il dì fatal compiesse,
Erami dolce il perdonar de’ Teucri
Alla vita, e di vivi assai ne presi,
Ed assai ne vendetti: ora di quanti
Fia che ne mandi alle mie mani Iddio,
Nessun da morte scamperà, nessuno
De’ Teucri, e meno del tuo padre i figli.
Muori dunque tu pur. Perchè sì piangi?
Morì Patróclo che miglior ben era.
E me bello qual vedi e valoroso
E di gran padre nato e di una Diva,
Me pur la morte ad ogni istante aspetta,
E di lancia o di strale un qualcheduno
Anche ad Achille rapirà la vita.

Iliade, libro XXI, vv. 134-150, trad. di V. Monti

È la risposta di Achille a Licaone, e vale la pena leggerla lentamente. Il primo ordine è secco: “Non parlar, stolto, di riscatto, e taci”. Poi Achille spiega perché è cambiato: prima della morte di Patroclo gli era “dolce il perdonar”. Ora nessun Troiano scamperà, e meno di tutti i figli di Priamo. Fin qui è la voce della vendetta. Ma poi arriva la svolta, inattesa: “Muori dunque tu pur. Perchè sì piangi? / Morì Patróclo che miglior ben era”. E subito Achille parla di sé, della propria bellezza, della nascita divina, e della morte che arriverà anche per lui, per lancia o per freccia. La crudeltà si trasforma in una riflessione sull’uguaglianza davanti alla morte. Nel greco Achille chiama Licaone “philos”, amico: Monti non conserva la parola in questo punto, ma il tono resta quello di una confidenza terribile. È un passo che fa capire perché l’Iliade non è solo un poema di guerra.

Domande per il ripasso

  1. Chi è Licaone e perché la sua sorte è particolarmente crudele?
  2. Perché il fiume Scamandro attacca Achille?
  3. Come si conclude la battaglia tra gli dèi?

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