Riassunto del libro XXIV: Il riscatto di Ettore
Per dodici giorni Achille trascina ogni mattina il corpo di Ettore intorno alla tomba di Patroclo, ma Apollo lo protegge da ogni sfregio. Gli dèi discutono; Giove decide che Achille deve restituire il corpo. Teti va a dirlo al figlio, che accetta. Iride va da Priamo e gli dice di andare da Achille con dei doni, accompagnato da un solo araldo. Ecuba cerca di fermarlo; Priamo insulta i figli rimasti, prepara il carro con i doni e parte di notte. Ermes, sotto l’aspetto di un giovane mirmidone, lo guida attraverso il campo acheo fino alla tenda di Achille. Priamo entra, si inginocchia e bacia le mani che gli hanno ucciso tanti figli. Gli chiede di ricordare suo padre Peleo. Achille piange, pensando al padre e a Patroclo, mentre Priamo piange Ettore. Poi Achille parla delle due giare di Giove, una di beni e una di mali, racconta la storia di Niobe e invita Priamo a mangiare. Fa lavare il corpo, gli concede undici giorni di tregua per i funerali. Priamo dorme nella tenda; Ermes lo sveglia prima dell’alba e lo riporta a Troia. Andromaca, Ecuba ed Elena piangono Ettore. Per nove giorni si raccoglie la legna, al decimo il corpo è bruciato e sepolto.
Da ricordare
- Il libro chiude l’ira di Achille: non con la vittoria, ma con la pietà.
- Priamo bacia la mano che ha ucciso suo figlio.
- Achille e Priamo piangono insieme, ciascuno per i suoi morti.
- Le due giare di Giove: la vita umana è fatta di beni e mali mescolati.
- L’ultimo verso è per Ettore: il poema finisce con un funerale.
Personaggi del libro
- Priamo, re di Troia.
- Achille.
- Ermes, guida di Priamo.
- Teti, Iride, Giove, Apollo.
- Ecuba, Andromaca, Elena, che piangono Ettore.
- Ideo, araldo.
Testo del libro XXIV
Traduzione di Vincenzo Monti (1810).
Argomento. Achille prosegue a fare strazio del corpo di Ettore. Parole dei Numi. Teti è mandata da Giove perchè imponga all’eroe di acconsentire la restituzione del cadavere. Iride, spedita da Giove medesimo, scende in Troia e comanda a Priamo che si rechi alle navi de’ Greci e riscatti da Achille coi doni il corpo del figlio. Priamo, non curando le rimostranze della moglie, si accinge alla partenza. Mercurio, presa la figura di un giovanetto, gli si fa incontro fuori di Troia, e salito sul suo carro gli è di scorta fino all’alloggiamento d’Achille. Priamo è al cospetto dell’eroe. Loro colloquio. Il corpo di Ettore è consegnato al padre. Ritorno di Priamo. Lamenti di Andromaca, di Ecuba e di Elena. Funerali di Ettore.
Finiti i ludi, s’avviâr le sciolte
Turbe alle navi per diverse vie,
E preso il cibo, a placido riposo
S’abbandonâr. Ma memore il Pelíde
Dell’amato compagno, in nuovo pianto
Scioglieasi, nè serrar poteagli il sonno,
Di tutte cure domator, le ciglia.
Di qua, di là si rivolgea membrando
Il valor di Patróclo, e la grand’alma,
E le comuni imprese, e i tollerati
11Guerrieri affanni insieme, e i perigliosi
Trascorsi flutti. E in queste ricordanze
Dirottamente lagrimava, ed ora
Giacea su i fianchi, or prono, ora supino;
Poi di repente in piè balzato errava
Mesto sul lido. E quando i campi e l’onde
Illumina l’Aurora, egli di nuovo,
Aggiogati i corsier, di retro al cocchio
Ettore avvince, e trattolo tre volte
Di Pátroclo dintorno al monumento,
21A riposar si torna entro la tenda,
Boccon lasciando nella polve steso
L’esangue corpo. Ma del morto eroe
Impietosito Apollo ogni bruttura
Ne tien rimossa, e tutto coll’aurata
Egida il copre, perchè nulla offesa
Lo strascinato corpo ne riceva.
Visto del divo Ettór lo strazio indegno,
Pietà ne venne ai fortunati Eterni,
E il vegliante Argicida ad involarlo
31Incitando venían. Questo di tutti
Era il vivo desío, ma non di Giuno,
Nè di Nettunno, nè dell’aspra vergine
Dall’azzurre pupille. Alto riposta
Nella mente sedea di queste Dive
Di Paride l’ingiuria, e la sprezzata
Lor beltade quel dì che a lui venute
Nel suo tugurio, ei preferì lor quella
Che di funesto amor contento il fece.
Quindi l’odio immortal delle superbe
41Contro le sacre ilíache mura, e Príamo
E tutta insieme la dardania gente.
Ma il duodecimo sole apparso al mondo,
Febo agli Eterni così prese a dire:
Numi crudeli, che vi fece Ettorre?
Forse che su gli altari a voi non arse
E di mugghianti e di lanosi armenti
Vittime elette ei sempre? Ed or che fiera
Morte lo spense, che furor s’è questo
Di non renderne il corpo alla consorte,
51Alla madre, al figliuolo, al genitore,
Al popol tutto, acciò che tosto ei s’abbia
L’onor del rogo e della tomba? E tante
Onte a qual fine? Per servir d’Achille
Alle furie; d’Achille a cui nel seno
Nè amor del giusto nè pietà s’alberga,
Ma cuor selvaggio di lïon che spinto
Dall’ardir, dalla forza e dalla fame
Il gregge assalta a procacciarsi il cibo.
Tale il Pelíde gittò via dal petto
61Ogni senso pietoso, e quel pudore
Che l’uom castiga co’ rimorsi e il giova.
Perde taluno ancor più cari oggetti,
Il fratello od il figlio. E nondimeno,
Finito il pianto, al suo dolor dà tregua;
Chè nell’uom pose il Fato alma soffrente.
Ma non sazio costui della già spenta
Vita d’Ettorre, al carro il lega, e morto
Pur dintorno alla tomba lo strascina
Dell’amico. Non è questo per lui
71Nè utile nè bello: e badi il crudo
Che, quantunque sì prode, egli le nostre
Ire non desti infurïando e tanta
Onta facendo a un’insensibil terra.
Tacque: e irata Giunon così rispose:
Se d’Ettore e d’Achille a una bilancia
L’onor dee porsi, e così piace ai numi,
S’adémpia, o re dell’arco, il tuo discorso.
Ma di padre mortale Ettore è figlio,
E mortal poppa l’allattò. Divino
81Germe è il Pelíde, ed io nudría la Diva
Sua madre, io stessa l’educava, e sposa
La concessi a Peléo diletto ai numi.
Voi tutti a quelle nozze, o Dei, scendeste,
E tu medesmo, o disleal compagno
De’ malvagi, toccasti allor la cetra,
E misto agli altri banchettasti allegro.
Contro gli Dei non adirarti, o Giuno,
L’interruppe il Tonante. Eguale onore
Dar non vuolsi, no certo, ai due guerrieri;
91Ma carissimo ai numi era pur anco
Tra i Teucri tutti Ettorre, e a Giove in prima.
Ostie elette mai sempre gli m’offerse,
Nè l’are mie per esso ebber difetto
Mai di convivii, nè di pingui odori,
Nè di tazze libate, onor che solo
Ai Celesti è sortito. Ma si ponga
Ogni pensiero d’involar l’offeso
Cadavere; e sottrarlo ora di furto
Al fiero Achille non si può, chè Teti
101Notte e dì gli è dintorno e tutto osserva.
Pur se alcuno di voi Teti a me chiami,
Io tale un motto le farò discreto,
Che tutti accetterà di Príamo i doni
Placato Achille, e renderagli il figlio.
Disse, ed Iri col piè che le tempeste
Nel corso adegua, si spiccò. Fra Samo
E l’aspra Imbro calò sovra le brune
Onde del mare, e il mar sotto le piante
Della Diva muggía. Quindi s’immerse
111Come ghianda di piombo che a bovino
Corno fidata a disertar giù scende
I crudivori pesci; e in cavo speco
Teti trovò che dalle sue sorelle
Circondata piagnea la già vicina
Morte del figlio che ne’ frigii campi
Perir lungi dovea dal patrio lido.
Le parve innanzi all’improvviso, e disse:
Sorgi, o Teti: il gran padre a sè ti chiama.
E che vuole da me l’Onnipotente?
121Teti rispose. Afflitta, come sono,
Di mischiarmi arrossisco agl’Immortali.
Pur vadasi e s’adémpia il suo volere.
Ciò detto, si coprì l’augusta Diva
D’un atro vel di che null’altro il nero
Color lugúbre eguaglia, e in via si mise.
Iva innanzi la presta Iri, e sonora
Intorno a lor s’apría l’onda marina.
Sul lido emerse al ciel volaro: e Giove
Trovâr seduto tra gli accolti Eterni.
131Qui Teti accanto al sommo Iddio s’assise
(Cesso a lei da Minerva il proprio seggio):
Un aureo nappo in man Giuno le pose
Con dolci accenti di conforto; ed ella
Vôtollo, e il rese grazïosa. Allora
Il gran padre dicea queste parole:
Teti, malgrado il tuo dolor (ch’io tutto
Ben conosco e so quanto il cor t’aggrava),
Tu salisti all’Olimpo, ed io dirotti
La cagion del chiamarti. È questo il nono
141Giorno che in cielo si destò tra i numi
Pel morto Ettór gran lite e per Achille.
Voleano i più che l’Argicida il corpo
N’involasse di furto. Io non v’assento
E per l’onor d’Achille, e pel rispetto
E per l’amor ch’io t’aggio e aver ti voglio
Eternamente. Frettolosa adunque
Scendi, o Diva, sul campo, e al figlio porta
I miei precetti. Digli che adirati
Son con esso gli Dei, ch’io stesso il sono
151Sovra tutti, da che sì furibondo
Agli strazii ei rattien l’ettórea salma,
E per riscatto non la rende ancora.
Ma renderalla, se il mio cenno ei teme.
A Príamo intanto io spedirò di Giuno
La messaggiera, ond’egli immantinente
Ito alle navi degli Achei, co’ doni
Plachi il Pelíde, e il figlio suo redima.
Obbedïente a quel parlar la Diva
Mosse i candidi piedi, e dall’Olimpo
161Scese d’un salto al padiglion d’Achille.
Il trovò sospiroso; affaccendati
A lui dintorno i suoi diletti amici
Apprestavan la mensa, ucciso un grande
E lanoso arïéte. Entrò, s’assise
Dolce al suo fianco la divina madre,
Accarezzollo colla destra, e disse:
E fino a quando, o figlio, in pianti e lutti
Ti struggerai, immemore del cibo,
E deserto nel letto? Eppur di cara
171Donna l’amplesso il cor consola: il tempo,
Ch’a me vivrai, gli è breve, e vïolenta
Già t’incalza la Parca. Or via, m’ascolta,
Ch’io di Giove a te vengo ambasciatrice.
I numi, ed esso primamente, sono
Teco irati, perchè nel tuo furore
Ostinato ritieni appo le navi
D’Ettore il corpo, e al genitor nol rendi.
Rendilo, e il prezzo del riscatto accetta.
E ben, rispose sospirando Achille,
181Venga chi lo redima e via sel porti,
Se tal di Giove è l’assoluto impero.
Mentre in questo parlar stassi col figlio
La genitrice Dea dentro la tenda,
Giove alla sacra Troia Iri spedía.
Su, t’affretta, veloce Iri, e dal cielo
Vola in Ilio, ed a Prïamo comanda
Che alle navi si tragga e seco apporti
A riscatto del figlio eletti doni,
Onde si plachi del Pelíde il core.
191Ma solo ei vada, nè verun lo scorti
De’ Teucri, eccetto un attempato araldo
Che d’un plaustro mular segga al governo,
Su cui la salma dal Pelíde uccisa
Alla cittade trasportar. Nè tema
Di morte il cor gli turbi o d’altro danno.
Gli darem l’Argicida a condottiero,
Che fin d’Achille al padiglion lo guidi.
L’eroe vedrallo al suo cospetto, e lungi
Dal porlo a morte, terrà gli altri a freno,
201Ch’ei non è stolto nè villan nè iniquo,
E benigno farassi a chi lo prega.
Ratta, come del turbine le penne,
Partì la Diva messaggiera, e a Príamo
Giunta, il trovò tra pianti e grida. I figli
Dintorno al padre doloroso accolti
Inondavan di lagrime le vesti.
Stavasi in mezzo il venerando veglio
Tutto chiuso nel manto, ed insozzato
Il capo e il collo dell’immonda polve
211Di che bruttato di sua mano ei s’era
Sul terren voltolandosi. La turba
Delle misere figlie e delle nuore
Empiea la reggia d’ululati, e quale
Ricordava il fratel, quale il marito,
Chè valorosi e molti eran caduti
Sotto le lance degli Achei. Comparve
Improvvisa davanti al re canuto
La ministra di Giove, e a lui che tutto
Al vederla tremò, dicea sommesso:
221Príamo, fa core, nè timor ti prenda.
Nunzia di mali non vengh’io, ma tutta
Del tuo meglio bramosa. A te mi manda
L’Olimpio Giove che lontano ancora
Su te veglia pietoso. Ei ti comanda
Di redimere il figlio, e recar molti
Doni ad Achille per placarlo. A lui
Vanne adunque, ma solo, e che nessuno
T’accompagni de’ Troi, salvo un araldo
D’età provetta, reggitor del plaustro
231Che il corpo trasportar del figlio ucciso
Ti dee qua dentro: nè temer di morte
O d’altra offesa. Condottiero avrai
L’Argicida che te fino al cospetto
D’Achille scorterà. Lungi l’eroe
Dal trucidarti, terrà gli altri a freno.
Ei non è stolto nè villan nè iniquo,
E benigno farassi a chi lo prega.
Disse, e sparve. Riscosso il re dolente,
Senza punto indugiarsi, ai figli impone
241D’apprestargli il mular plaustro veloce,
E di legar su quello una grand’arca.
Indi salito ad un’eccelsa stanza
Odorosa di cedro, ov’egli in serbo
Tenea di molti prezïosi arredi,
Chiamò dentro la moglie Ecuba, e disse:
Infelice, m’ascolta: la celeste
Messaggiera recommi or or di Giove
Un comando. Egli vuol che degli Achei
M’incammini alle navi, ed al Pelíde
251Il prezzo io porti del diletto figlio.
Che ne senti? A quel campo, a quelle tende
Certo mi spinge fortemente il core.
Ululò la consorte, e gli rispose:
Misera! ahi dove ti fuggì quel senno
Che alle tue genti e alle straniere un giorno
Glorïoso ti fea? Solo alle navi
Inimiche avvïarti? esporti solo
Alla presenza di colui che tanti
Figli t’uccise? oh cuor di ferro! e quale,
261S’ei ti scopre, se cadi in suo potere,
Qual mai pietade o riverenza speri
Da quell’alma crudele e senza fede?
Deh piangiamlo qui soli. Era destino
Dalle Parche filato all’infelice,
Quand’io meschina il partorii; che lungi
Dai genitori satollar dovesse
D’un barbaro i mastini. Oh potess’io
Stretto tenerne fra le mani il core,
E strazïarlo, divorarlo! Allora
271Del mio figlio saría sconta l’offesa,
Ch’ei da codardo non morì, ma in campo
Per la patria pugnando, e fermo il piede,
Senza smarrirsi o declinar la fronte.
Cessa, il vecchio riprese: il mio partire
È risoluto; non mi far ritegno,
Non volermi tu stessa esser funesta
Auguratrice: il distornarmi è vano.
Se mi desse un mortal questo comando,
O aruspice o indovino o sacerdote,
281Lo terremmo menzogna, e spregeremmo:
Ma vidi io stesso, io stesso udii la Diva.
Dunque si vada, ed obbediam. Se il Fato
Vuol che fra’ Greci io pera, io pure il voglio.
Morrò trafitto, ma stringendo il figlio,
E tutto il dolce esaurirò del pianto.
Aprì, ciò detto, i bei forzieri, e fuora
Dodici ne cavò splendidi pepli,
Ed altrettante clamidi e tappeti
E tuniche ed ammanti, e dieci insieme
291Aurei talenti, due forbiti tripodi,
Quattro lebéti, e finalmente un nappo
Bellissimo, dai Traci avuto in dono
Quando andovvi orator; raro presente:
E nondimen di questo pure il veglio
Si fe’ privo: cotanto al cor gli preme
Il riscatto del figlio. Uscito ei quindi,
Tutto discaccia de’ Troiani il vulgo
Ai portici raccolto, e acerbo grida:
Via, perversi, di qua: forse vi manca
301Domestico dolor, chè qui venite
Ad aggravarmi il mio? forse n’è poco
L’alto affanno in che Giove mi sommerse
Il più forte togliendomi de’ figli?
Ma voi medesmi vel saprete in breve,
Voi che senza difesa, or ch’egli è morto,
Sotto le spade degli Achei cadrete.
Ma deh! pria che veder Troia distrutta,
Deh ch’io discenda alla magion di Pluto.
Così grida il tapino, e con lo scettro
311Fuor ne mette la turba che sommessa
Si dileguava. Irrequïeto poscia
I suoi figli bravando li rampogna,
Eleno e Pari e Antifono e Pammone
E l’illustre Agatone e il prode in guerra
Buon Polite e Dëífobo ed Agávo,
Di divina sembianza giovinetto,
Ed Ippotóo. Si volge a questi nove
Con acerbi rabbuffi il doloroso,
E, Studiatevi, grida: a che vi state,
321Nequitosi infingardi? oh foste tutti
Spenti in vece d’Ettorre! Oh me infelice!
Re dell’eccelsa Troia io generai
Fortissimi figliuoli, e nullo in vita
Ne rimase. Caduto è il dëiforme
Mio Méstore; caduto è il bellicoso
Tróilo di cocchi agitatore; ed ora
Ettore cadde, quell’Ettór che un Dio
Fra’ mortali parea; no, d’un mortale
Figlio ei non parve, ma d’un Dio. La guerra
331Mi tolse i buoni, e mi lasciò cotesti
Vituperii; sì voi, prodi soltanto
Alle danze, agl’inganni, alle rapine.
Su, che si tarda? Apparecchiate il carro,
Ponetevi que’ doni, e vi spedite,
Onde senza più starmi io m’incammini.
Rispettosi al garrir del genitore
Corser quelli e dier fuora incontanente
L’agile plaustro tutto nuovo e bello,
E una grand’arca vi legâr di sopra.
341Indi un giogo mulin di bosso, ornato
D’un umbilico con anel ben messo,
Dal pïuólo spiccâr: poscia di nove
Cubiti tratta la giogal gombína,
Al capo accomodâr del liscio temo
Acconciamente il giogo, e sovrapposto
Alla caviglia del timon l’anello,
Con triplicato giro all’umbilico
L’avvinghiâr quinci e quindi, e fatto un nodo,
Della gombína ripiegâr la punta
351Nella parte di sotto. Ciò finito,
Giù recâr dalla stanza i destinati
Doni al riscatto dell’ettórea testa,
Immensi doni; e sul pulito plaustro
Gl’imposero, e del plaustro al giogo addussero
Senza ritardo due gagliarde mule,
De’ Misii illustre dono al re troiano.
Quindi allestiti presentaro al padre
Del regale suo cocchio i corridori,
Cui Príamo stesso governar solea
361Ne’ nitidi presepi: ed or gli accoppia
Ei medesmo alla biga il mesto veglio
Sotto i portici eccelsi, esso e il suo fido
Araldo, entrambi pensierosi e muti.
Féssi allor la dolente Ecuba incontro
Al re marito, nella man tenendo
Di soave licore un aureo nappo,
Onde ai numi libasse anzi il partire.
Stette avanti ai corsieri, e, Tien, gli disse,
Liba a Giove, e lo prega che ti voglia
371Dai nemici tornar salvo al tuo tetto,
Poichè, malgrado il mio dissenso, hai ferma
La tua partenza. Or tu la supplicante
Voce innalza all’idéo Giove nemboso,
Che d’alto guarda la cittade, e chiedi
Che messaggier ti mandi alla diritta
Quel fortissimo suo veloce augello
Sovra tutti a lui caro, onde tal vista
Il tuo vïaggio affidi al campo acheo.
Se il Dio ricusa d’invïarti questo
381Suo propizio messaggio, io ti scongiuro
Di non rischiar tuoi passi a quelle navi,
E di dar bando al fier desío che porti.
Facciasi, o donna, il tuo voler, rispose
Il nobile vegliardo: ai numi è buono
Alzar le palme ed implorar mercede.
Disse; e all’ancella dispensiera impose
Di versargli una pura onda alle mani;
E l’ancella appressossi, e colla manca
Sostenendo il bacin, versò coll’altra
391Da tersa idria l’umor. Lavato ei prese
L’offerta coppa, e ritto in piè nel mezzo
Dell’atrio, in atto supplicante alzati
Gli occhi al cielo, libò con questi accenti:
Giove massimo Iddio, che glorïoso
Dall’Ida imperi, fa che grato io giunga
Ad Achille, e pietà di me gl’ispira.
Mandami a dritta il tuo veloce e caro
Re de’ volanti, e ch’io lo vegga: e certo
Per lui del tuo favore, alle nemiche
401Tende i miei passi volgerò sicuro.
Esaudì Giove il prego, e il più perfetto
Degli augurii mandò, l’aquila fosca,
Cacciatrice, che detta è ancor la Bruna.
Larghe quanto la porta di sublime
Stanza regal spiegava il negro augello
Le sue vaste ali, dirigendo a destra
Sulla cittade il volo. Esilarossi
A tutti il core nel vederla. Il veglio
Montò il bel cocchio frettoloso, e fuora
411Dei risonanti portici lo spinse.
Traenti il plaustro precedean le mule
Dal saggio Idéo guidate, e lo seguiéno
Della biga i corsier che il re canuto
Per l’ampie strade colla sferza affretta.
L’accompagnan piangendo i suoi più cari,
Come se a morte ei gisse. Alfin venuti
Alle porte, lasciârsi. Il re discese
Verso il campo nemico, e lagrimosi
Nella cittade ritornârsi i figli.
421Vide Giove dall’alto i due soletti
Pellegrini inoltrarsi alla pianura.
Pietà gli venne dell’antico sire,
E a Mercurio parlò: Diletto figlio,
Tu che guida ai mortali esser ti piaci,
E pietoso gli ascolti, va veloce,
Ed alle navi achee Príamo conduci
Occulto in guisa che nessuno il vegga
De’ vigilanti Argivi e se n’accorga,
Pria che d’Achille alla presenza ei sia.
431Mercurio ad obbedir tosto s’accinge
I precetti del padre. E prima ai piedi
I bei talari adatta. Ali son queste
D’incorruttibil auro, ond’ei volando
L’immensa terra e il mar ratto trascorre
Collo spiro de’ venti. Indi la verga,
Che dona e toglie a suo talento il sonno,
Nella destra si reca, e scioglie il volo.
In un batter di ciglio all’Ellesponto
Giunge e al campo troian. Qui prende il volto
441Di regal giovinetto a cui fioría
Del primo pelo la venusta guancia,
E, così fatto, il nume s’incammina.
Già Príamo con Idéo d’Ilo la tomba
Avea trascorsa, e qui sostato alquanto,
Alla chiara corrente abbeverava
E le mule e i destrier. L’ombra notturna
Sulla terra scendea, quando l’araldo
Del nume s’avvisò che alla lor volta
Già s’appressava, e sbigottito disse:
451Bada, o re; qui si vuol tutta prudenza.
Veggo un nemico, e siam perduti. O ratto
Diamci in fuga, o abbracciam le sue ginocchia
Implorando pietà. – Smarrissi il veglio,
Il terror gli arricciò su le canute
Tempie le chiome, il brivido gli corse
Per le tremule membra; e stupidito
S’arrestò. Ma si fece innanzi il nume,
E presolo per mano interrogollo:
Dove, o padre, dirigi esti corsieri
461Così pel buio della dolce notte
Mentre gli altri han riposo? E non paventi
I furibondi Achei, che ti son presso,
Fieri nemici? Se qualcun di loro
Per l’ombra oscura portator ti coglie
Di quei tesori, che farai? Garzone
Tu non sei, nè cotesto che ti segue,
Onde far petto a chi t’assalti infesto.
Ma di me non temer, ch’io qui mi sono
In tuo danno non già, ma in tua difesa,
471Perocchè come padre a me sei caro.
E Príamo a lui: La va, come tu dici,
Mio dolce figlio. Ma propizio ancora
Tien su me la sua mano un qualche iddio,
Che tal mi manda della via compagno
Ben augurato, come te, di corpo
Bello e di volto, e di mirando senno,
E di beati genitor germoglio.
Gli è ver, ti guarda un Dio, siccome avvisi
(Ripiglia il nume): ma rispondi, e schietto
481Parlami il vero. In regïon straniera
Porti tu forse, per salvarli, questi
Prezïosi tesori? O forse tutti
Di spavento compresi abbandonate
La città, da che spento è il tuo gran figlio
Che a nullo Achivo di valor cedea?
Oh chi se’ tu? riprese intenerito
L’esimio rege, chi se’ tu che parli
Del mio morto figliuol così cortese?
E chi son dunque i tuoi parenti, o caro?
491Allor Mercurio: Tu mi tenti, o veglio,
Col tuo dimando. Or ben: nella battaglia
Onoratrice de’ guerrieri io vidi
Con quest’occhi più volte il divo Ettorre,
Massimamente il dì che degli Achei
Strage egli fece col fulmineo ferro
Cacciandoli alle navi. Ad ammirarlo
Noi fermi ci stavam; chè irato Achille
Col sommo Atride a noi non consentía
L’entrar dentro alla mischia. Io suo soldato
501Qua ne venni con esso in una stessa
Nave: di schiatta Mirmidóne io sono;
Polítore m’è padre: a lui son molte
Ricchezze e molta età pari alla tua,
E settimo de’ figli io fui sortito
A questa guerra. Esplorator del campo
Or qui ne venni: perocchè dimani
Di buon tempo gli Achivi alla cittade
Daran l’assalto. Di riposo ei sono
Tutti sdegnosi, e contenerne il fiero
511Desío di pugna più non ponno i duci.
Udito questo, replicò de’ Teucri
L’augusto sire: Se davver soldato
Del Pelíde tu sei, tutto deh fammi
Palese il vero. Il mio figliuol giac’egli
Per anco intero nelle tende, o fatto,
Misero! in brani, lo gittò pastura
De’ suoi mastini l’uccisor? – No, pronto
L’Argicida rispose. Ei giace intatto
Tuttavia dalle belve appo la nave
521Capitana d’Achille entro la tenda
Senza segno d’onor. La dodicesma
Luce rifulse sul giacente, e ancora
Il suo corpo è incorrotto, ed il vorace
Morso de’ vermi che gli estinti in guerra
Tutti consuma, il figlio tuo rispetta.
Vero gli è ben che dell’amico intorno
Alla tomba, col sorgere dell’alba,
Spietatamente Achille lo strascina;
Nè per ciò giunge a deturparlo, e quando
531Tu medesmo il vedessi, maraviglia
Ti prenderebbe nel trovarlo tutto
Mondo dal tabo e fresco e rugiadoso,
In ogni parte intégro, e le ferite,
Che molte ei n’ebbe, tutte chiuse. Tanto
Gl’iddii beati, a cui diletto egli era,
Dell’estinto tuo figlio ebber pensiero.
Gioinne il vecchio, e replicò: Per certo
Torna in gran bene agl’Immortali offrire
Ogni debito onor, nè il mio figliuolo,
541Finchè si visse, degli Dei gli altari
Dimenticò. Quind’essi alla sua morte
Ricordârsi di lui. Ma tu ricevi,
Deh ricevi da me questo bel nappo;
Custodiscilo, e fausti i sommi Dei,
Del Pelíde alla tenda m’accompagna.
Buon vecchio, replicò con un sorriso
L’Argicida, tu tenti l’inesperta
Mia giovinezza, ma la tenti in vano.
Inscio Achille, non fia che doni io prenda.
551Temo il mio duce, e più il rubar; nè voglio
Che guaio me n’incolga. Io scorterotti
Così pur senza doni e di buon grado,
E per terra e per mar, come ti piace,
Anche d’Argo alle rive, nè veruno
Su te le mani metterà, me duce.
Così detto, balzò sopra la biga,
E alle man date col flagel le briglie
Ne’ cavalli trasfuse e nelle mule
Una gagliarda lena. Eran già presso
561Delle navi alle torri ed alla fossa,
E davano le scolte opra alle cene.
Tutte Mercurio addormentolle, e tosto,
Levatene le sbarre, aprì le porte,
E di Príamo la biga, e de’ bei doni
L’onusto carro v’introdusse. Il passo
Drizzâr quindi d’Achille al padiglione,
Che splendido e sublime i Mirmidóni
Gli avean costrutto di robusto abete.
Irsuto e spesso di campestri giunchi
571Il culmine s’estolle: ampio di pali
Folto steccato lo circonda, e sola
Una trave la porta n’assicura,
Trave immensa, abetina, che a levarsi
E a riporsi di tre chiedea la forza,
Ed il Pelíde vi bastava ei solo.
L’aperse il nume, ed intromesso il vecchio
Co’ recati ad Achille incliti doni,
Scese d’un salto a terra, e così disse:
O Príamo, io sono il sempiterno iddio
581Mercurio; il padre mi spedì tua guida,
E qui ti lascio, chè il menarti io stesso
Del Pelíde al cospetto, e tanto innanzi
Favorire un mortale, a un Immortale
Disconviensi. Tu entra, ed abbracciando
Le sue ginocchia per la madre il prega
E pel padre e pel figlio, onde si plachi.
Sparve, ciò detto, ed all’olimpie cime
Risalì. Príamo scese, ed alla cura
De’ cavalli lasciato e delle mule
591L’araldo, s’avvïò dritto d’Achille
Alle stanze riposte. Avea di Giove
L’eroe diletto in quel medesmo punto
Dato fine alla cena. I suoi sergenti
In disparte sedean. Soli al guerriero
Ministravano in piedi Automedonte
Ed Alcimo, di Marte almo rampollo.
Tolta non era ancor la mensa, e ancora
Sedeavi Achille. Il venerando veglio
Entrò non visto da veruno, e tosto
601Fattosi innanzi, tra le man si prese
Le ginocchia d’Achille, e singhiozzando
La tremenda baciò destra omicida
Che di tanti suoi figli orbo lo fece.
Come avvien talor se un infelice
Reo del sangue d’alcun del patrio suolo
Fugge in altro paese, e ad un possente
S’appresentando, i riguardanti ingombra
D’improvviso stupor; tale il Pelíde
Del dëiforme Príamo alla vista
611Stupì. Stupiro e si guardaro in viso
Gli altri con muta maraviglia, e allora
Il supplice così sciolse la voce:
Divino Achille, ti rammenta il padre,
Il padre tuo da ria vecchiezza oppresso
Qual io mi sono. In questo punto ei forse
Da’ potenti vicini assedïato
Non ha chi lo soccorra, e all’imminente
Periglio il tolga. Nondimeno, udendo
Che tu sei vivo, si conforta, e spera
621Ad ogn’istante riveder tornato
Da Troia il figlio suo diletto. Ed io,
Miserrimo! io che a tanti e valorosi
Figli fui padre, ahi! più nol sono, e parmi
Già di tutti esser privo. Di cinquanta
Lieto io vivea de’ Greci alla venuta.
Dieci e nove di questi eran d’un solo
Alvo prodotti; mi veníano gli altri
Da diverse consorti, e i più ne spense
L’orrido Marte. Mi restava Ettorre,
631L’unico Ettorre, che de’ suoi fratelli
E di Troia e di tutti era il sostegno;
E questo pure per le patrie mura
Combattendo cadéo dianzi al tuo piede.
Per lui supplice io vegno, ed infiniti
Doni ti reco a riscattarlo, Achille!
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
Di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa
Ch’io mi sono più misero, io che soffro
Disventura che mai altro mortale
641Non soffrì, supplicante alla mia bocca
La man premendo che i miei figli uccise.
A queste voci intenerito Achille,
Membrando il genitor, proruppe in pianto,
E preso il vecchio per la man, scostollo
Dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai piè dell’uccisore, e quegli
Or il padre, or l’amico, e risonava
Di gemiti la stanza. Alfin satollo
Di lagrime il Pelíde, e ritornati
651Tranquilli i sensi, si rizzò dal seggio,
E colla destra sollevò il cadente
Veglio, il bianco suo crin commiserando
Ed il mento canuto. Indi rispose:
Infelice! per vero alte sventure
Il tuo cor tollerò. Come potesti
Venir solo alle navi ed al cospetto
Dell’uccisore de’ tuoi forti figli?
Hai tu di ferro il core? Or via, ti siedi,
E diam tregua a un dolor che più non giova.
661Liberi i numi d’ogni cura al pianto
Condannano il mortal. Stansi di Giove
Sul limitar due dogli, uno del bene,
L’altro del male. A cui d’entrambi ei porga,
Quegli mista col bene ha la sventura.
A cui sol porga del funesto vaso,
Quei va carco d’oltraggi, e lui la dura
Calamitade su la terra incalza,
E ramingo lo manda e disprezzato
Dagli uomini e da’ numi. Ebbe Peléo
671Al nascimento suo molti da Giove
Illustri doni. Ei ricco, egli felice
Sovra tutti i viventi, il regno ottenne
De’ Mirmidóni, e una consorte Diva
Benchè mortale. Ma lui pure il nume
D’un disastro gravò. Nell’alta reggia
Prole negògli del suo scettro erede,
Nè gli concesse che di corta vita
Un unico figliuolo, ed io son quello;
Io che di lui già vecchio esser non posso
681Dolce sostegno, e negl’ilíaci campi
Seggo lontano dalla patria, infesto
A’ tuoi figli e a te stesso. E te pur anco
Udimmo un tempo, o vecchio, esser beato
Posseditor di quanta hanno ricchezza
Lesbo sede di Mácare, e la Frigia
Ed il lungo Ellesponto. All’opulenza
Di queste terre numerosi figli
La fama t’aggiungea. Ma poichè i numi
In questa guerra ti cacciâr, meschino!
691Ch’altro vedesti intorno alle tue mura
Che perpetue battaglie e sangue e morti?
Pur datti pace, nè voler ch’eterno
Ti consumi il dolor. Nullo è il profitto
Del piangere il tuo figlio, e pria che in vita
Richiamarlo, ti resta altro soffrire.
Deh non far ch’io mi segga, almo guerriero,
L’antico sire ripigliò: là dentro
Senza onor di sepolcro il mio diletto
Ettore giace: rendilo al mio sguardo;
701Rendilo prontamente, e i molti doni
Che ti rechiamo, accetta, e ne fruisci,
E diati il ciel di salvo ritornarti
Al tuo loco natío, poichè pietoso
E la vita mi lasci e i rai del Sole.
Non m’irritar co’ tuoi rifiuti, o veglio,
Bieco Achille riprese. Io stesso avea
Statuito nel cor, che alfin renduto
Ti fosse il figlio, perocchè la diva
Nerëide mia madre a me di Giove
711Già fe’ chiaro il voler. Nè si nasconde
Al mio vedere, al mio sentir, che un nume
Ti fu scorta alle navi a cui veruno
Mortal non fôra d’inoltrarsi ardito,
Nè le guardie ingannar, nè delle porte
Avría le sbarre disserrar potuto
Neppur di tutto il suo vigor nel fiore.
Con querimonie adunque il mio corruccio
Non rinfrescarmi, se non vuoi ti metta,
Benchè supplice mio, fuor della tenda,
721E del Tonante trasgredisca il cenno.
Tremonne il vecchio, ed obbedì. Balzossi
Fuor della tenda allor come lïone
Il Pelíde con esso i due scudieri
Automedonte ed Alcimo, cui, dopo
Il morto amico, tra’ compagni egli ebbe
In più pregio ed amor. Sciolsero questi
I corsieri e le mule, ed intromesso
L’antico araldo l’adagiaro in seggio.
Poscia dal plaustro i prezïosi doni
731Del riscatto levâr, ma due pomposi
Manti lasciârvi, ed una ben tessuta
Tunica all’uopo di mandar coperto
Il cadavere in Ilio. Indi chiamate
Le ancelle, comandò che tutto fosse
E lavato e di balsami perfuso
In disparte dal padre, onde il meschino,
Veduto il figlio, in impeti non rompa
Subitamente di dolore e d’ira,
Sì che la sua destando anche il Pelíde
741Contro il cenno di Giove nol trafigga.
Lavato adunque dall’ancelle ed unto
Di balsami odorati, e di leggiadra
Tunica avvolto, e poi di risplendente
Pallio coperto, il gran Pelíde istesso
Alzatolo di peso, in sul ferétro
Collocollo; e composto i suoi compagni
Sul liscio plaustro lo portâr. Dal petto
Trasse allora l’eroe cupo un sospiro,
E il diletto chiamando estinto amico
751Sclamò: Patróclo, non volerti meco
Adirar, se nell’Orco udrai ch’io rendo
Ettore al padre. In suo riscatto ei diemmi
Convenevoli doni, e la migliore
Parte a te sarà sacra, anima cara.
Rïentrò quindi nella tenda, e sopra
Il suo seggio col tergo alla parete
Sedutosi di fronte a Príamo, disse:
Buon vecchio, il tuo figliuol, siccome hai chiesto,
È in tuo potere, e nel ferétro ei giace.
761Potrai dell’alba all’apparir vederlo,
E via portarlo. Si rivolga adesso
Alla mensa il pensier, ch’anco l’afflitta
Níobe del cibo ricordossi il giorno
Che dodici figliuoi morti le furo,
Sei del leggiadro e sei del forte sesso,
Tutti nel fior di giovinezza. Ai primi
Recò morte Dïana, ed ai secondi
Il saettante Apollo, ambo sdegnati
Che Níobe ardisse all’immortal Latona
771Uguagliarsi d’onor, perchè la Dea
Sol di due parti fu feconda, ed essa
Di ben molti di più. Ma i molti furo
Dai due trafitti. Nove volte il Sole
Stesi li vide nella strage, e nullo
Fu che di poca terra li coprisse,
Perchè converso in dure pietre avea
Giove la gente. Alfin lor diero i numi
Nella decima luce sepoltura.
Stanca la madre del suo molto pianto,
781Non fu schiva di cibo. Or poi fra i sassi
Del Sipilo deserti, ove le stanze
Son delle Ninfe che sul verde margo
Danzano d’Acheléo, cangiata in rupe
Sensibilmente ancor piagne, e in ruscelli
Sfoga l’affanno che gli Dei le diero.
E noi pure, o divin vecchio, pensiamo
Al nutrimento. Ritornato poscia
Col figlio a Troia, il piangerai di nuovo,
Chè molto è il pianto che ti resta ancora.
791Così detto, levossi frettoloso,
E un’agnella sgozzò di bianco pelo.
La scuoiaro i compagni, e acconciamente
L’apprestâr minuzzandola con molta
Perizia; e infissa negli spiedi, e quindi
Ben rosolata la levâr dal foco.
Da nitido canestro Automedonte
Pose il pan su la mensa, ed il Pelíde
Spartì le carni. La man porse ognuno
Alle vivande apparecchiate, e spento
801Del cibarsi il desío, Príamo si pose
Maravigliando a contemplar d’Achille
Le divine sembianze, e quale e quanto
Il portamento. Stupefatto ei pure
Sul dardánide eroe tenea le luci
Fisse il Pelíde, e il venerando volto
N’ammirava e il parlar pieno di senno.
Come fur sazii del mirarsi, ruppe
Príamo il tacer: Preclaro ospite mio,
Mettimi or tosto a riposar, ch’io possa
811Gustar di dolce sonno alcuna stilla.
Dal dì che sotto la tua man possente
Il mio figlio spirò, mai non fur chiuse
Queste palpebre, mai; ch’altro non seppi
Da quel punto che piangere, ululare,
Voltolarmi per gli atrii nella polve,
Mille ambasce ingoiando. Dopo tanto
Fiero digiuno, or ecco che gustato
Ho qualche cibo alfine e qualche sorso.
Questo udendo, ai compagni ed all’ancelle
821Pronto il Pelíde comandò di porre
Nel padiglione esterïor due letti
Con distesi tappeti, e porporine
Belle coltrici, e vesti altre vellose
Da ricoprirsi. Obbedïenti al cenno
Uscîr le ancelle colle faci in mano,
E tosto i letti apparecchiâr. Di lui
Sollecito il Pelíde, allor gli punse
Di tema il cor, dicendo: Ottimo padre,
Dormi qua fuor. Potría de’ prenci achivi,
831Che qui son per consulte a tutte l’ore,
Recarsi a me talun, siccome è l’uso,
E vederti, e ridirlo al sommo duce
Agamennóne, e farsi impedimento
Al riscatto d’Ettorre. Or mi dichiara
Veracemente. A’ suoi funebri onori
Quanti vuoi giorni? Io terrò l’armi in posa
Per altrettanti, e frenerò le schiere.
Se ne consenti (Prïamo rispose)
Placide esequie al figlio mio, per certo
841Mi fai cosa ben grata, o generoso.
Siam rinchiusi, lo sai, dentro le mura;
Sai che n’è lungi il monte, ove la selva
Tagliar pel rogo, e sai quanto de’ Teucri
È lo spavento. Nove giorni al pianto
Consacreremo nelle case: al decimo
Arderemo la pira, e imbandirassi
Per la cittade il funeral banchetto.
Gli darem tomba nel seguente, e l’armi
Nell’altro piglierem, se stremo il chiede.
851Buon vecchio, sia così, soggiunse Achille:
Tanto l’armi staran quanto tu brami.
Così dicendo, la sua destra pose
Nella destra di quello, onde sgombrargli
Ogni temenza. Prïamo e l’araldo
Nell’atrio coricârsi; entro i recessi
Della tenda il Pelíde; ed al suo fianco
La bella figlia di Briséo si giacque.
Tutti dormían sepolti in dolce sonno
I guerrieri e gli Dei, ma non l’amico
861De’ mortali Mercurio, che venía
Pur divisando in suo pensier la guisa
Di trarre, dalle guardie inosservato,
Fuor del dorico vallo il re troiano.
Stettegli adunque su la fronte, e disse:
Re, così dormi fra’ nemici? e nulla
Ti cal del rischio in che ti trovi, uscito
Dagli artigli d’Achille? A caro prezzo
Redimesti l’amato estinto figlio.
Ma per te che sei vivo, Agamennóne
871Se qui sapratti, e tutto il campo acheo,
Tre volte tanto chiederanno ai figli
Che rimasti ti sono. – E più non disse.
Destasi il vecchio sbigottito, e sveglia
L’araldo: aggioga l’Argicida istesso
I cavalli e le mule, e presto presto
Spinti i carri, invisibile traversa
Gli accampamenti. Alla corrente giunti
Del genito da Giove ondoso Xanto
Nell’ora che sul mondo il suo vermiglio
881Velo dispiega di Titon l’amica,
Volò Mercurio al cielo, e i due canuti
Con gemiti e lamenti alla cittade
Celeravan la via. Grave del caro
Cadavere davanti iva il carretto,
Nè d’uomo orecchio, nè di donna ancora
Il fragor ne sentía. L’udì primiera
La vergine Cassandra, e su la rocca
Di Pergamo salita, il suo diletto
Padre e l’araldo riconobbe eccelsi
891Sovra i carri, e la spoglia inanimata
Che sul plaustro giacea. Mise a tal vista
Alti gridi e ululati, e per le vie,
Troi, Troiane, gridava, eccone Ettorre;
Accorrete, vedetelo, gli è quello
Che ritornando dalla pugna empiea
Tutti, un tempo, di gioia i vostri petti.
Nè verun nè veruna a questo annunzio
Nella cittade si restò, ma tutti
D’intollerando duolo il cuor compresi
901Si versâr dalle porte, e fersi incontro
Al lugubre convoglio. Ivi primiere
Lacerandosi i crini la diletta
Sposa e l’augusta genitrice al carro
S’avventâr furïose, e sull’amata
Pallida fronte abbandonâr le bocche,
Tutta dintorno piangendo la turba.
E le lagrime, i gemiti, le grida
Sul deplorato Ettorre avrían l’intero
Giorno consunto su le meste porte,
911Se Prïamo dal cocchio all’inondante
Turba rivolto non dicea: Sgombrate
Al carro il varco: pascervi di pianto
Su quel corpo potrete entro la reggia.
S’aprì la folta, passò il carro, e giunse
Negl’incliti palagi. Ivi deposto
Il cadavere in regio cataletto,
Il lugubre sovr’esso incominciaro
Inno i cantori de’ lamenti, e al mesto
Canto pietose rispondean le donne:
921Fra cui plorando Andrómaca, e strignendo
D’Ettore il capo fra le bianche braccia,
Fe’ primiera sonar queste querele:
Eccoti spento, o mio consorte, e spento
Sul fior degli anni! e vedova me lasci
Nella tua reggia, ed orfanello il figlio
Di sventurato amor misero frutto,
Bambino ancora, e senza pur la speme
Che pubertade la sua guancia infiori.
Perocchè dalla cima Ilio sovverso
931Ruinerà tra poco or che tu giaci,
Tu che n’eri il custode, e gli servavi
I dolci pargoletti e le pudiche
Spose, che tosto ai legni achei n’andranno
Strascinate in catene, ed io con esse.
E tu, povero figlio, o ne verrai
Meco in servaggio di crudel signore
Che ad opre indegne danneratti, o forse
Qualche barbaro Acheo dall’alta torre
Ti scaglierà sdegnoso, vendicando
941O il padre, o il figlio, od il fratel dall’asta
D’Ettor prostrati; chè per certo molti
Di costoro per lui mordon la terra.
Terribile ai nemici era il tuo padre
Nelle battaglie, e quindi è il duol che tragge
Da tutti gli occhi cittadini il pianto.
Ineffabile angoscia, Ettore mio,
Tu partoristi ai genitor; ma nulla
Si pareggia al dolor dell’infelice
Tua consorte. Spirasti, e la mancante
951Mano dal letto, ohimè! non mi porgesti,
Non mi lasciasti alcun tuo savio avviso,
Ch’or giorno e notte nel fedel pensiero
Dolce mi fóra richiamar piangendo.
Accompagnâr co’ gemiti le donne
D’Andrómaca i lamenti, e li seguiva
Il compianto d’Ecúba in questa voce:
O de’ miei figli, Ettorre, il più diletto!
Fosti caro agli Dei mentre vivevi,
E il sei, qui morto, ancora. Il crudo Achille
961Di Samo e d’Imbro e dell’infida Lenno
Su le remote tempestose rive
Quanti a man gli venían, tutti vendeva
Gli altri miei figli; e tu dal suo spietato
Ferro trafitto, e tante volte intorno
Strascinato alla tomba dell’amico
Che gli prostrasti (nè per questo in vita
Lo ritornò), tu fresco e rugiadoso
Or mi giaci davanti, e fior somigli
Dai dolci strali della luce ucciso.
971A questo pianto rinnovossi il lutto,
Ed Elena fe’ terza il suo lamento:
O a me il più caro de’ cognati, Ettorre,
Poichè il Fato mi trasse a queste rive
Di Paride consorte! oh morta io fossi
Pria che venirvi! Venti volte il Sole
Il suo giro compì da che lasciato
Ho il patrio nido, e una maligna o dura
Sola parola sul tuo labbro io mai
Mai non intesi. E se talvolta o suora
981O fratello o cognata, o la medesma
Veneranda tua madre (chè benigno
A me fu Príamo ognor) mi rampognava,
Tu mansueto, con dolce ripiglio
Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.
Quind’io te piango e in un la mia sventura,
Chè in tutta Troia io non ho più chi m’ami
O compatisca, a tutti abbominosa.
Così sclamava lagrimando, e seco
Il popolo gemea. Si volse alfine
991Príamo alla turba, e favellò: Troiani,
Si pensi al rogo. Andate, e dalla selva
Qua recate il bisogno, nè vi prenda
Timor d’insidie. Mi promise Achille,
Nel congedarmi, di non farne offesa
Anzi che spunti il dodicesmo Sole.
Disse; e muli e giovenchi in un momento
Sotto il giogo fur pronti, e dalle porte
Proruppero. Durò ben nove interi
Giorni il trasporto delle tronche selve.
1001Come rifulse su la terra il raggio
Della decima aurora, lagrimando
Dal feretro levâr del valoroso
Ettore il corpo, e postolo sul rogo,
Il foco vi destâr. Rïapparita
La rosea figlia del mattin, s’accolse
Il popolo dintorno all’alta pira,
E pria con onde di purpureo vino
Tutte estinser le brage. Indi per tutto
Queto il foco, i fratelli e i fidi amici
1011Pieni il volto di pianto e sospirosi
Raccolsero le bianche ossa, e composte
In urna d’oro le coprîr d’un molle
Cremisino. Ciò fatto, in cava buca
Le posero, e di spesse e grandi pietre
Un lastrico vi féro, e prestamente
Il tumulo elevâr. Le scolte intanto
Vigilavan dintorno, onde un ostile
Non irrompesse repentino assalto
Pria che fosse al suo fin l’opra pietosa.
1021Innalzato il sepolcro dipartîrsi
Tutti in grande frequenza, e nella vasta
Di Prïamo adunati eccelsa reggia
Funebre celebrâr lauto convito.
Questi furo gli estremi onor renduti
Al domatore di cavalli Ettorre.
Testo dell’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Analisi e commento del libro XXIV
Molti lettori, e non solo gli studenti, considerano il XXIV il libro più bello dell’Iliade. Non c’è una battaglia. C’è un viaggio notturno, un incontro, una cena, un ritorno. E l’ira di Achille, che era cominciata con un uomo che rifiutava di restituire una figlia al padre, finisce con un uomo che restituisce un figlio al padre. Il poema si chiude come era cominciato, ma rovesciato.
L’inizio ci mostra un Achille che non trova pace. Non dorme, si gira nel letto, pensa a Patroclo, va a piangere sulla spiaggia. Poi aggioga i cavalli e trascina il corpo di Ettore intorno alla tomba. Il dolore non diminuisce, si ripete ogni giorno. Apollo protegge il corpo dalla putrefazione e dalle ferite. Sull’Olimpo, Apollo accusa gli dèi di essere ingiusti: Achille ha perso ogni pietà e ogni vergogna. Giunone ribatte che Achille è figlio di una dea. Giove trova una soluzione: Achille avrà onore, ma dovrà restituire il corpo.
Il viaggio di Priamo è pieno di tensione. È un vecchio che entra di notte nel campo nemico, con un carro carico d’oro. Ecuba gli dice che è impazzito. Lui risponde che, se deve morire, vuole morire dopo aver abbracciato il figlio. Ermes gli appare come un giovane, e il dialogo tra i due è delicato. Il dio finge di essere un mirmidone, gli dice che il corpo è intatto, lo guida, addormenta le guardie. Arrivati alla tenda, Ermes si rivela e se ne va. Priamo entra solo.
Il gesto di Priamo è il centro emotivo di tutto il poema. Si inginocchia e bacia le mani di Achille, quelle che hanno ucciso i suoi figli. Gli chiede di ricordare il padre Peleo, vecchio come lui, solo come lui. Ho fatto ciò che nessun uomo ha mai fatto, dice: portare alla bocca la mano dell’uccisore di mio figlio. Achille piange. Piangono insieme, uno per il figlio, l’altro per il padre e per l’amico. In quel pianto i due nemici si riconoscono come uomini.
Il discorso di Achille sulle due giare è una delle pagine più filosofiche dell’Iliade. Giove ha due giare: una di mali, una di beni. Ad alcuni dà solo mali, ad altri un miscuglio. Nessuno ha solo beni. Peleo ha avuto onori e una dea come moglie, ma un solo figlio, destinato a morire giovane. Priamo era ricco e felice, ma la guerra gli ha tolto tutto. Achille non consola con speranze. Consola con la condivisione: questo è il destino degli uomini. Poi racconta di Niobe, che dopo aver perso i figli si ricordò di mangiare. E insieme mangiano.
La fine è un lamento corale. Andromaca piange Ettore e il figlio che resterà senza padre. Ecuba ricorda quanto era amato dagli dèi. Elena, l’ultima, dice che Ettore era l’unico a Troia a non averle mai detto una parola dura. Poi il rogo, le ossa raccolte in un’urna d’oro, il tumulo. L’ultimo verso dell’Iliade dice: così celebravano il funerale di Ettore domatore di cavalli. Il poema dell’ira finisce con il nome del nemico.
Un passo da vicino
Doni ti reco a riscattarlo, Achille!
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
Di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa
Ch’io mi sono più misero, io che soffro
Disventura che mai altro mortale
Non soffrì, supplicante alla mia bocca
La man premendo che i miei figli uccise.
A queste voci intenerito Achille,
Membrando il genitor, proruppe in pianto,
E preso il vecchio per la man, scostollo
Dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai piè dell’uccisore, e quegli
Or il padre, or l’amico, e risonava
Di gemiti la stanza. Alfin satollo
Di lagrime il Pelíde, e ritornatiIliade, libro XXIV, vv. 636-650, trad. di V. Monti
Questo è il punto di massima tensione del poema, e Monti lo traduce con un italiano commosso. Priamo ha appena finito di supplicare: “Abbi ai numi rispetto, abbi pietade / di me: ricorda il padre tuo”. Nota la ripetizione di “abbi” e l’ordine spezzato da due punti: è la voce di un vecchio che piange. Poi la frase più forte: soffro ciò che nessun altro mortale ha sofferto, “supplicante alla mia bocca / la man premendo che i miei figli uccise”. La parola “man” è vicina a “uccise”, e quell’accostamento fa capire tutto. Achille si commuove “membrando il genitor”, cioè ricordando il padre. Prende il vecchio per la mano e lo allontana “dolcemente”, un avverbio che dopo tanta violenza ha un peso enorme. Poi i due piangono insieme: “Piangea questi il perduto / Ettore ai piè dell’uccisore, e quegli / or il padre, or l’amico”. È uno dei momenti più alti della letteratura antica: due nemici uniti non dalla pace politica, ma dal dolore umano comune.
Domande per il ripasso
- Perché Giove decide che il corpo di Ettore deve essere restituito?
- Quale gesto compie Priamo quando entra nella tenda di Achille?
- Che cosa rappresentano le due giare di Giove?
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