Iliade, libro III: riassunto, testo e analisi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del libro III: Il duello tra Paride e Menelao

I due eserciti avanzano. Paride, elegante e spavaldo, si fa avanti, ma quando vede Menelao arretra. Ettore lo rimprovera duramente e Paride propone allora di risolvere la guerra con un duello: chi vince avrà Elena e le ricchezze, e gli altri faranno pace. Si stabilisce una tregua. Iride, con l’aspetto di una cognata, chiama Elena sulle mura, dove gli anziani di Troia ne ammirano la bellezza. Priamo la invita accanto a sé e le chiede i nomi dei guerrieri che vede: Elena gli indica Agamennone, Ulisse, Aiace, Idomeneo. Cerca i fratelli Castore e Polluce, senza sapere che sono morti. Priamo scende in campo per i giuramenti. Nel duello Menelao spezza la spada sull’elmo di Paride e lo trascina per il cimiero, ma Afrodite rompe la cinghia e porta via Paride, chiudendolo nella sua stanza. Poi costringe Elena, riluttante, a raggiungerlo.

Da ricordare

  • Il duello dovrebbe chiudere la guerra in un giorno: è la soluzione razionale che il poema non permette.
  • La scena di Elena sulle mura (la teichoscopia) presenta gli eroi achei attraverso gli occhi di Troia.
  • Priamo non accusa Elena: dà la colpa agli dèi.
  • Afrodite salva Paride ma tratta Elena come una pedina.

Personaggi del libro

  • Paride (Alessandro), il rapitore di Elena.
  • Menelao, il marito offeso.
  • Elena, divisa tra vergogna e nostalgia.
  • Priamo, re di Troia.
  • Ettore, che rimprovera il fratello.
  • Afrodite (Venere) e Iride.

Testo del libro III

Traduzione di Vincenzo Monti (1810).

Argomento. I due eserciti sono a fronte. Paride retrocede alla vista di Menelao. Rampognato da Ettore, si offre di venire a duello con Menelao, a patto che il vincitore abbiasi Elena e i suoi tesori. Elena per consiglio d’Iride viene a vedere il combattimento dalla torre della porta Scea, ove stava Priamo in compagnia d’alcuni vecchi Troiani. Ella mostra al suocero i capitani greci. Apparecchio e patti del duello confermati con giuramento da Agamennone e da Priamo. Si combatte. Paride, nel punto di essere ucciso da Menelao, è salvato da Venere, che cinto di nebbia lo trasporta nel suo palagio. Elena, avvertita dalla Dea medesima, viene a ritrovarlo e lo garrisce di viltà. I due coniugi si rappattumano. Agamennone dichiara vincitore Menelao, e chiede l’adempimento dei patti.

Poichè sotto i lor duci ambo schierati
Gli eserciti si fur, mosse il troiano
Come stormo d’augei, forte gridando
E schiamazzando, col romor che mena
Lo squadron delle gru, quando del verno
Fuggendo i nembi l’oceán sorvola
Con acuti clangori, e guerra e morte
Porta al popol pigmeo. Ma taciturni
E spiranti valor marcian gli Achivi,
Pronti a recarsi di conserto aita.

11Come talor del monte in su la cima
Di Scirocco il soffiar spande la nebbia
Al pastore odïosa, al ladro cara
Più che la notte, nè va lunge il guardo
Più che tiro di pietra: a questa guisa
Si destava di polve una procella
Sotto il piè de’ guerrieri che veloci
L’aperto campo trascorrean. Venuti
Di poco spazio l’un dell’altro a fronte
Gli eserciti nemici, ecco Alessandro

21Nelle prime apparir file troiane
Bello come un bel Dio. Portava indosso
Una pelle di pardo, ed il ricurvo
Arco e la spada; e due dardi guizzando
Ben ferrati ed aguzzi, iva de’ Greci
Sfidando i primi a singolar conflitto.
Il vide Menelao dinanzi a tutti
Venir superbo a lunghi passi; e quale
Il cor s’allegra di lïon che visto
Un cervo di gran corpo o caprïolo,

31Spinto da fame a divorarlo intende,
E il latrar de’ molossi, e degli audaci
Villan robusti il minacciar non cura;
Tale alla vista del Troian leggiadro
Esultò Menelao. Piena sperando
Far sopra il traditor la sua vendetta,
Balza armato dal cocchio: e lui scorgendo
Venir tra’ primi, in cor turbossi il drudo,
E della morte paventoso in salvo
Si ritrasse tra’ suoi. Qual chi veduto

41In montana foresta orrido serpe
Risalta indietro, e per la balza fugge
Di paura tremante e bianco in viso,
Tal fra le schiere de’ superbi Teucri,
L’ira temendo del figliuol d’Atreo,
L’avvenente codardo retrocesse.
Ettore il vide, e con ripiglio acerbo
Gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!
Ahi profumato seduttor di donne,
Vile del pari che leggiadro! oh mai

51Mai non fossi tu nato, o morto fossi
Anzi ch’esser marito, chè tal fôra
Certo il mio voto, e per te stesso il meglio,
Più che carco d’infamia ir mostro a dito.
Odi le risa de’ chiomati Achei,
Che al garbo dell’aspetto un valoroso
Ti suspicâr da prima, e or sanno a prova
Che vile e fiacca in un bel corpo hai l’alma.
E vigliacco qual sei tu il mar varcasti
Con eletti compagni? e visitando

61Straniere genti tu dall’apia terra
Donna d’alta beltà, moglie d’eroi,
Rapir potesti, e il padre e Troia e tutti
Cacciar nelle sciagure, agl’inimici
Farti bersaglio, ed infamar te stesso?
Perchè fuggi? perchè di Menelao
Non attendi lo scontro? Allor saprai
Di qual prode guerrier t’usurpi e godi
La florida consorte: nè la cetra
Ti varrà nè il favor di Citerea,

71Nè il vago aspetto nè la molle chioma,
Quando cadrai riverso nella polve.
Oh fosser meno paurosi i Teucri!
Chè tu n’andresti già, premio al mal fatto,
D’un guarnello di sassi rivestito.
Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,
A ragion mi rampogni, ed io t’escuso.
Ma quel duro tuo cor scure somiglia
Che ben tagliente una navale antenna
Fende, vibrata da gagliardi polsi,

81E nerbo e lena al fenditor raddoppia.
Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
Chè, qualunque pur sia, gradito e bello
Sempre è il dono d’un Dio; nè il conseguirlo
È nel nostro volere. Or se t’aggrada
Ch’io scenda a duellar, fa che l’achee
Squadre e le teucre seggansi tranquille,
E me nel mezzo e Menelao mettete
D’Elena armati a terminar la lite,
E di tutto il tesor di ch’ella è ricca.

91Qual si vinca di noi s’abbia la donna
Con tutto insieme il suo regal corredo,
E via la meni alle sue case; e tutti
Su le percosse vittime giurando
Amistà, voi di Troia abiterete
L’alma terra securi, e quelli in Argo
Faran ritorno e nell’Acaia in braccio
Alle vaghe lor donne. – A questo dire
Brillò di gioia Ettorre, ed elevando
L’asta brandita e procedendo in mezzo,

101Di sostarsi fe’ cenno alle sue schiere.
Tutte fêr alto: ma gl’infesti Achei
A saettar si diero alla sua mira
E dardi e sassi, infin che forte alzando
La voce Agamennón: Cessate, ei grida,
Cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
Ch’egli par che parlarne il bellicoso
Ettore brami. – Riverenti tutti
Cessâr le offese, e si fur queti. Allora
Fra questo campo e quello Ettor sì disse:

111Troiani, Achivi, dal mio labbro udite
Ciò che parla Alessandro, esso per cui
Fra noi surta ed accesa è tanta guerra.
Egli vuol che de’ Teucri e degli Achei
Quete stian l’armi, e sia da solo a solo
Col bellicoso Menelao decisa
D’Elena la querela, e in un di quanta
Ricchezza le pertien. Quegli de’ due
Che rimarrassi vincitor, si prenda
La bella donna, e in sua magion l’adduca

121Col tutto che possiede: e sia tra noi
Con saldi patti l’amistà giurata.
Disse; e tutti ammutîr. Ma non già muto
Si restò Menelao, che doloroso,
Me, pur gridava, me me pure udite,
Che il primo offeso mi son io. Fra’ Greci
Bramo io pur diffinita e fra’ Troiani
Questa lite una volta e le sofferte
Molte sventure per la mia ragione
E per l’oltraggio d’Alessandro. Or quello

131Perisca di noi due, che dalla Parca
È dannato a perire; e voi con pace
Vi separate. Una negr’agna adunque
Svenate, o Teucri, all’alma Terra, e un agno
Di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove
Offrirassi da noi. Ma venga all’ara
La maestà di Prïamo, e la pace
Giuri egli stesso su le sacre fibre
(Chè spergiuri per prova e senza fede
Io conosco i suoi figli), onde protervo

141Nessun di Giove i giuramenti infranga.
Incostante, com’aura, è per natura
De’ giovani il pensier; ma dove il senno
Intervien de’ canuti, a cui presenti
Son le passate e le future cose,
Ivi è felice d’ambe parti il fine.
Sì disse; e rallegrò Teucri ed Achei
La dolce speme di finir la guerra.
Schieraro i cocchi e ne smontâr: svestiti
Quindi dell’armi, le adagiâr su l’erba,

151L’une appresso dell’altre, e breve spazio
Separava le schiere. Alla cittade
Due banditori, a trarne i sacri agnelli
E a chiamar ratti il padre, Ettore invía:
Invía del pari il rege Agamennóne
Alle navi Taltibio, onde la terza
Ostia n’adduca; e obbedïente ei corse.
Scese intanto dal cielo ambasciatrice
Iri ad Eléna dalle bianche braccia,
Della cognata Laodice assunto

161Il sembiante gentil, di Laodice
Che pregiata del prence Elicaone,
D’Anténore figliuolo, era consorte,
E tra le figlie prïamee tenuta
La più vaga. Trovolla che tessea
A doppia trama una splendente e larga
Tela, e su quella istorïando andava
Le fatiche che molte a sua cagione
Soffríano i Teucri e i loricati Achei.
La Diva innanzi le si fece, e disse:

171Sorgi, sposa diletta, a veder vieni
De’ Troiani e de’ Greci un ammirando
Spettacolo improvviso. Essi che dianzi
Di sangue ingordi lagrimosa guerra
Si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti
Seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo
Alle lunghe lor picche al suol confitte.
Alessandro frattanto e Menelao
Per te coll’asta in singolar certame
Combatteranno, e tu verrai chiamata

181Del prode vincitor cara consorte.
Con questo ragionar la Dea le mise
Un subito nel cor dolce desío
Del primiero marito e della patria
E de’ parenti. Ond’ella in bianco velo
Prestamente ravvolta, e di segrete
Tenere stille rugiadosa il ciglio,
Della stanza n’usciva; e non già sola,
Ma due donzelle la seguían, Climene
Per grand’occhi lodata, e di Pitteo

191Etra la figlia. Delle porte Scee
Giunser tosto alla torre, ove seduto
Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio,
Pantóo, Timete, Icetaone e i due
Spegli di senno Ucalegonte e Anténore,
Del popol senïori, che dell’armi
Per vecchiezza deposto avean l’affanno,
Ma tutti egregi dicitor, sembianti
Alle cicade che agli arbusti appese
Dell’arguto lor canto empion la selva.

201Come vider venire alla lor volta
La bellissima donna i vecchion gravi
Alla torre seduti, con sommessa
Voce tra lor venían dicendo: In vero
Biasmare i Teucri nè gli Achei si denno
Se per costei sì dïuturne e dure
Sopportano fatiche. Essa all’aspetto
Veracemente è Dea. Ma tale ancora
Via per mar se ne torni, e in nostro danno
Più non si resti nè de’ nostri figli.

211Dissero; e il rege la chiamò per nome:
Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
Siedimi accanto, e mira il tuo primiero
Sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
Non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
Che contra mi destâr le lagrimose
Arme de’ Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
Chi sia quel grande e maestoso Acheo
Di sì bel portamento? Altri l’avanza
Ben di statura, ma non vidi al mondo

221Maggior decoro, nè mortale io mai
Degno di tanta riverenza in vista:
Re lo dice l’aspetto. – E la più bella
Delle donne così gli rispondea:
Suocero amato, la presenza tua
Di timor mi rïempie e di rispetto.
Oh scelta una crudel morte m’avessi,
Pria che l’orme del tuo figlio seguire,
Il marital mio letto abbandonando
E i fratelli e la cara figlioletta

231E le dolci compagne! Al ciel non piacque;
E quindi è il pianto che mi strugge. Or io
Di ciò che chiedi ti farò contento.
Quegli è l’Atride Agamennón, di molte
Vaste contrade correttor supremo,
Ottimo re, fortissimo guerriero,
Un dì cognato a me donna impudica,
S’unqua fui degna che a me tale ei fosse.
Disse; ed in lui maravigliando il vecchio
Fisse il guardo e sclamò: Beato Atride,

241Cui nascente con fausti occhi miraro
La Parca e la Fortuna, onde il comando
Di fior tanto d’eroi ti fu sortito!
Sovviemmi il giorno ch’io toccai straniero
La vitifera Frigia. Un denso io vidi
Popolo di cavalli agitatore
Dell’inclito Migdon schiere e d’Otrèo,
Che poste del Sangario alla riviera
Avean le tende, ed io co’ miei m’aggiunsi
Lor collegato, e fui del numer uno

251Il dì che a pugna le virili Amázzoni
Discesero. Ma tante allor non fûro
Le frigie torme no quante or l’achee.
Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio
La donna interrogò: Dinne chi sia
Quell’altro, o figlia. Egli è di tutto il capo
Minor del sommo Agamennón, ma parmi
E del petto più largo e della spalla.
Gittate ha l’armi in grembo all’erba, ed egli
Come arïéte si ravvolve e scorre

261Tra le file de’ prodi; e veramente
Parmi di greggia guidator lanoso
Quando per mezzo a un branco si raggira
Di candide belanti, e le conduce.
Quegli è l’astuto laerziade Ulisse,
La donna replicò, là nell’alpestre
Suol d’Itaca nudrito, uom che ripieno
Di molti ingegni ha il capo e di consigli.
Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio
Anténore. Spedito a dimandarti

271Col forte Menelao qua venne un tempo
Ambasciatore Ulisse, ed io fui loro
Largo d’ospizio e d’accoglienze oneste,
E d’ambo studïai l’indole e il raro
Accorgimento. Ma venuto il giorno
Di presentarsi nel troian senato,
Notai che, stanti l’uno e l’altro in piedi,
Il soprastava Menelao di spalla;
Ma seduti, apparía più augusto Ulisse.
Come poi la favella e de’ pensieri

281Spiegâr la tela, ognor succinto e parco
Ma concettoso Menelao parlava;
Ch’uom di molto sermone egli non era,
Né verbo in fallo gli cadea dal labbro,
Benché d’anni minor. Quando poi surse
L’itaco duce a ragionar, lo scaltro
Stavasi in piedi con lo sguardo chino
E confitto al terren, nè or alto or basso
Movea lo scettro, ma tenealo immoto
In zotica sembianza, e un dispettoso

291Detto l’avresti, un uom balzano e folle.
Ma come alfin dal vasto petto emise
La sua gran voce, e simili a dirotta
Neve invernal piovean l’alte parole,
Verun mortale non avrebbe allora
Con Ulisse conteso; e noi ponemmo
La maraviglia di quel suo sembiante.
Qui vide un terzo il re d’eccelso e vasto
Corpo, ed inchiese: Chi quell’altro fia
Che ha membra di gigante, e va sovrano

301Degli omeri e del capo agli altri tutti? –
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
Nel fluente suo vel la día Lacena,
Aiace, rocca degli Achei. Quell’altro
Dall’altra banda è Idomenéo: lo vedi?
Ritto in piè fra’ Cretensi un Dio somiglia,
E de’ Cretensi gli fan cerchio i duci.
Spesso ad ospizio nelle nostre case
L’accolse Menelao, ben lo ravviso,
E ravviso con lui tutti del greco

311Campo i primi, e potrei di ciascheduno
Dir anco il nome: ma li due non veggo
Miei germani gemelli, incliti duci,
Cástore di cavalli domatore,
E il valoroso lottator Polluce.
Forse di Sparta non son ei venuti;
O venuti, di sè nelle battaglie
Niegan far mostra, del mio scorno ahi! forse
Vergognosi, e dell’onta che mi copre.
Così parlava, nè sapea che spenti

321Il diletto di Sparta almo terreno
Lor patrio nido li chiudea nel grembo.
Venìan recando i banditori intanto
Dalla città le sacre ostie di pace,
Due trascelti agnelletti, e della terra
Giocondo frutto generoso vino
Chiuso in otre caprigno. Il messaggiero
Idéo recava un fulgido cratere
Ed aurati bicchier. Giunto al cospetto
Del re vegliardo sì l’invita e dice:

331Sorgi, figliuol laomedonteo; nel campo
Ti chiamano de’ Teucri e degli Achei
Gli ottimati a giurar l’ostie percosse
D’un accordo. Alessandro e Menelao
Disputeransi colle lunghe lancie
L’acquisto della sposa; e questa e tutte
Sue dovizie daransi al vincitore.
Noi patteggiando un’amistà fedele
Ilio securi abiteremo, e in Argo
Daran volta gli Achei. Sì disse; e strinse

341Il cor del vecchio la pietà del figlio.
A’ suoi sergenti nondimen comanda
D’aggiogargli i destrieri, e quelli al cenno
Pronti obbediro. Montò Priamo, e indietro
Tratte le briglie, fe’ su l’alto cocchio
Salirsi al fianco Anténore. Drizzaro
Fuor delle Scee nel campo i corridori.
De’ Troi giunti al cospetto e degli Achei
Scesero a terra, e fra l’un campo e l’altro
Procedean venerandi. Ad incontrarli

351Tosto rizzossi Agamennón, rizzossi
L’accorto Ulisse; e i risplendenti araldi
Tutto venían frattanto apparecchiando
Dell’accordo il bisogno, e nel cratere
Mescean le sacre spume. Indi de’ regi
Dieder l’acqua alle mani; e Agamennóne
Tratto il coltello che alla gran vagina
Della spada portar solea sospeso,
De’ consecrati agnei recise il ciuffo:
E quinci in giro e quindi distributo

361Fu dagli araldi il sacro pelo ai duci,
De’ quai nel mezzo Agamennón, levando
E la voce e le man, supplice disse:
Giove, d’Ida signor, massimo padre,
E sovra ogni altro glorïoso Iddio,
Sole che tutto vedi e tutto ascolti,
Alma Tellure genitrice, e voi
Fiumi, e voi che punite ogni spergiuro
Laggiù nel morto regno, inferni Dei,
Siate voi testimoni e in un custodi

371Del patto che giuriam. Se a Menelao
Darà morte Alessandro, egli in sua possa
Elena e tutto il suo tesor si tegna;
E noi spedito promettiam ritorno
Su l’ondivaghe prore al patrio lido.
Ma se avverrà che Menelao di vita
Spogli Alessandro, i Teucri allor la donna
Ne renderanno e l’aver suo con ella,
Pagando ammenda che convegna, e tale
Che ne passi il ricordo anco ai futuri.

381Se Priamo e i figli suoi, spento Alessandro,
Negheran di pagarla, io qui coll’arme
Sosterrò mia ragione, e rimarrovvi
Finchè punito il mancator ne sia.
Disse; e col ferro degli agnelli incise
Le mansuete gole, e palpitanti
Sul terren li depose e senza vita.
Ciò fatto, il sacro di Lïeo licore
Dal cratere attignendo, agl’Immortali
Fean colle tazze libagioni e voti;

391E qualche Teucro e qualche Acheo s’intese
In questo mentre così dire: O sommo
Augustissimo Giove, e voi del cielo
Dii tutti quanti, udite: A chi primiero
Rompa l’accordo, sia Troiano o Greco,
Possa il cerébro distillarsi, a lui
Ed a’ suoi figli, al par di questo vino,
E adultera la moglie ir d’altri in braccio.
Così pregâr: ma chiuse a cotal voto
Giove l’orecchio. Il re dardanio allora,

401Uditemi, dicea, Teucri ed Achei:
Alla cittade io riedo. A qual de’ due
Troncar debba la Parca il vital filo
Sol Giove e gli altri Sempiterni il sanno.
Ma contemplar del fiero Atride a fronte
Un amato figliuol, vista sì cruda
Gli occhi d’un padre sostener non ponno.
Sì dicendo, sul cocchio le sgozzate
Vittime pose il venerando veglio,
E ascesovi egli stesso, e tratte al petto

411Le pieghevoli briglie, al par con seco
Fe’ Anténore salire, e via con esso
Al ventoso Ilïon si ricondusse.
Ettore allora primamente e Ulisse
Misurano la lizza. Indi le sorti
Scosser nell’elmo a chi primier dovesse
L’asta vibrar. L’un campo intanto e l’altro
Le mani alzando supplicava al cielo,
E qualche labbro bisbigliar s’udía:
Giove padre, che grande e glorïoso

421Godi in Ida regnar, quello de’ due,
Che tra noi fu cagion di sì gran lite,
Fa che spento precipiti alla cupa
Magion di Pluto, ed una salda a noi
Amistà ne concedi e patti eterni.
Fra questo supplicar l’elmo squassava
Ettór, guardando addietro: ed ecco uscire
Di Paride la sorte. Allor s’assise
Al suo posto ciascun, vicino a’ suoi
Scalpitanti destrieri e alle giacenti

431Armi diverse. Della ben chiomata
Elena intanto l’avvenente sposo
Alessandro di fulgida armatura
Tutto si veste. E pria di bei schinieri
Che il morso costrignea d’argentea fibbia,
Cinse le tibie. Quindi una lorica
Del suo germano Licaon, che fatta
Al suo sesto parea, si pose al petto:
All’omero sospese il brando, ornato
D’argentei chiovi; un poderoso scudo

441Di grand’orbe imbracciò; chiuse la fronte
Nel ben temprato e lavorato elmetto,
A cui d’equine chiome in su la cima
Alta una cresta orribilmente ondeggia.
Ultima prese una robusta lancia
Che tutto empieagli il pugno. In questo mentre
Del par s’armava il bellicoso Atride.
Di lor tutt’arme accinti i due guerrieri
S’appresentâr nel mezzo, e si guataro
Biechi. Al vederli stupor prese e tema

451I Dardani e gli Achei. L’un contra l’altro
L’aste squassando al mezzo dell’arena
S’avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano
Primier la lunga e grave asta vibrando
La rotella colpì del suo nemico,
Ma non forolla, chè la buona targa
Rintuzzonne la punta. Allor secondo
Coll’asta alzata Menelao si mosse
Così pregando: Dammi, o padre Giove,
Sovra costui che m’oltraggiò primiero,

461Dammi sovra il fellon piena vendetta.
Tu sotto i colpi di mia destra il doma
Sì che il postero tremi, e a non tradire
L’ospite apprenda che l’accolse amico.
Disse, e l’asta avventò, la conficcò
Dell’avversario nel rotondo scudo.
Penetrò fulminando la ferrata
Punta il pavese rilucente, e tutta
Trapassò la corazza, lacerando
La tunica sul fianco a fior di pelle.

471Incurvossi il Troiano, ed il mortale
Colpo schivò. L’irato Atride allora
Trasse la spada, ed erto un gran fendente
Gli calò ruïnoso in su l elmetto.
Non resse il brando, chè in più pezzi infranto
Gli lasciò la man nuda; ond’ei gemendo
E gli occhi alzando dispettoso al cielo,
Crudel Giove, gridava, il più crudele
Di tutti i numi! Io mi sperai punire
Di questo traditor l’oltraggio: ed ecco

481Che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro,
E gittai l’asta indarno e senza offesa.
Così fremendo, addosso all’inimico
Con furor si disserra: alla criniera
Dell’elmo il piglia, e tragge a tutta forza
Verso gli Achivi quel meschino, a cui
La delicata gola soffocava
Il trapunto guinzaglio che le barbe
Annodava dell’elmo sotto il mento.
E l’avría strascinato, e a lui gran lode

491Venuta ne saría; ma del periglio
Fatta Venere accorta i nodi sciolse
Del bovino guinzaglio, e il vôto elmetto
Seguì la mano del traente Atride.
Aggirollo l’eroe, e fra le gambe
Lo scagliò degli Achei, che festeggianti
Il raccolsero. Allor di porlo a morte
Risoluto l’Atride, alto coll’asta
Di nuovo l’assalì. Di nuovo accorsa
Lo scampò Citerea, che agevolmente

501Il potè come Diva: lo ravvolse
Di molta nebbia, e fra il soave olezzo
Dei profumati talami il depose.
Ella stessa a chiamar quindi la figlia
Corse di Leda, e la trovò nell’alta
Torre in bel cerchio di dardanie spose.
Prese il volto e le rughe d’un’antica
Filatrice di lane, che sfiorarne
Ad Elena solea di molte e belle
Nei paterni soggiorni, e sommo amore

511Posto le avea. Nella costei sembianza
La Dea le scosse la nettarea veste,
E vieni, le dicea, vieni; ti chiama
Alessandro che già negli odorati
Talami stassi, e su i trapunti letti
Tutto risplende di beltà divina
In sì gaio vestir, che lo diresti
Ritornarsi non già dalla battaglia,
Ma invïarsi alla danza, o dalla danza
Riposarsi. Sì disse, e il cor nel seno

521Le commosse. Ma quando all’incarnato
Del bellissimo collo, e all’amoroso
Petto, e degli occhi al tremolo baleno
Riconobbe la Dea, coglier sentissi
Di sacro orrore, e ritrovate alfine
Le parole, sclamò: Trista! e che sono
Queste malizie? Ad alcun’altra forse
Di Meonia o di Frigia alta cittade
Vuoi tu condurmi affascinata in braccio
D’alcun altro tuo caro? Ed or che vinto

531Il suo rival, me d’odio carca a Sparta
E perdonata Menelao radduce,
Sei tu venuta con novelli inganni
Ad impedirlo? E chè non vai tu stessa
A goderti quel vile? Obblía per lui
L’eterea sede, nè calcar più mai
Dell’Olimpo le vie: statti al suo fianco,
Soffri fedele ogni martello, e il cova
Finchè t’alzi all’onor di moglie o ancella;
Ch’io tornar non vo’ certo (e fòra indegno)

541A sprimacciar di quel codardo il letto,
Argomento di scherno alle troiane
Spose, e a me stessa d’infinito affanno.
E irata a lei la Dea: Non irritarmi,
Sciagurata! non far ch’io t’abbandoni
Nel mio disdegno, e tanto io sia costretta
Ad abborrirti alfin quanto t’amai;
E t’amai certo a dismisura. Or io
Negli argolici petti e ne’ troiani
Metterò, se mi tenti, odii sì fieri,

551Che di mal fato perirai tu pure.
L’alma figlia di Leda a questo dire
Tremò, si chiuse nel suo bianco velo,
E cheta cheta in via si pose, a tutte
Le Troadi celata, e precorreva
A’ suoi passi la Dea. Poichè venute
Fur d’Alessandro alle splendenti soglie,
Corser di qua di là le scaltre ancelle
Ai donneschi lavori, ed ella intanto
Bellissima saliva e taciturna

561Ai talami sublimi. Ivi l’amica
Del riso Citerea le trasse innanzi
Di propria mano un seggio, e di rimpetto
Ad Alessandro il collocò. S’assise
La bella donna, e con amari accenti,
Garrì, senza mirarlo, il suo marito:
E così riedi dalla pugna? Oh fossi
Colà rimasto per le mani anciso
Di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure
E di lancia e di spada e di fortezza

571Ti vantasti più volte esser migliore.
Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride
Alla seconda singolar tenzone.
Ma t’esorto, meschino, a ti star queto,
Nè nuovo ritentar d’armi periglio
Col tuo rivale, se la vita hai cara.
Non mi ferir con aspri detti, o donna,
Le rispose Alessandro. Fu Minerva
Che vincitor fe’ Menelao, sol essa.
Ma lui del pari vincerò pur io,

581Ch’io pure al fianco ho qualche Diva. Or via
Pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso
Su queste piume; chè giammai sì forte
Per te le vene non scaldommi Amore,
Quel dì nè pur che su veloci antenne
Io ti rapía di Sparta, e tuo consorte
Nell’isola Crenea ti giacqui in braccio.
No, non t’amai quel dì quant’ora, e quanto
Di te m’invoglia il cor dolce desío.
Disse; ed al letto s’avvïaro, ei primo,

591Ella seconda; e l’un dell’altro in grembo
Su i mollissimi strati si confuse.
Come irato lïon l’Atride intanto
Di qua di là si ravvolgea cercando
Il leggiadro rival; nè lui fra tanta
Turba di Teucri e d’alleati alcuno
Significar sapea, nè lo sapendo
L’avría di certo per amor celato;
Chè come il negro ceffo della morte
Abborrito da tutti era costui.

601Fattosi innanzi allora Agamennóne,
Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia
Alleati, m’udite. Vincitore
Fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque
Elena ne rendete, e tutta insieme
La sua ricchezza, e d’un’ammenda inoltre
Ne rintegrate che convegna, e tale
Che memoria ne passi anco ai nepoti.
Disse; e tutto gli plause il campo acheo.

Testo dell’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Analisi e commento del libro III

Il terzo libro è costruito come una prova generale della pace. Due uomini, il marito e l’amante, si affrontano per la donna che ha causato tutto. Se vince Menelao, la guerra finisce. È così ragionevole che il lettore sa già che non funzionerà. L’Iliade, del resto, è appena cominciata.

Paride fa una figura pessima all’inizio. Si presenta con la pelle di pantera e due lance, sfida i migliori, poi vede Menelao e si ritira tra i suoi “come chi vede un serpente”. Ettore gli dice parole durissime: sarebbe stato meglio che non fosse mai nato. Paride però non si offende, ammette il rimprovero con una specie di candore e propone lui stesso il duello. È un personaggio meno semplice di quanto sembri: vigliacco a tratti, ma non cattivo, e convinto che i doni degli dèi, come la bellezza, non vadano disprezzati.

La scena centrale è sulle mura. Gli anziani troiani, che non combattono più, vedono passare Elena e dicono, quasi sottovoce, che per una donna così non c’è da stupirsi della guerra; poi aggiungono che sarebbe meglio rimandarla indietro. Omero non mostra mai la bellezza di Elena con una descrizione. La mostra con l’effetto che fa su dei vecchi stanchi. È una scelta di grande intelligenza narrativa, che Lessing citava come esempio.

Il dialogo tra Priamo ed Elena è delicato. Il re la chiama “figlia”, la fa sedere accanto a sé, le dice che la colpa non è sua ma degli dèi. Elena risponde con vergogna, vorrebbe essere morta prima di seguire Paride. Poi, mentre presenta i capi achei, cerca con lo sguardo i fratelli e non li trova. Il narratore ci informa che la terra li copre già, a Sparta. È uno dei momenti in cui il poema sa più dei suoi personaggi, e ce lo fa sentire con una frase sola.

Il finale ribalta tutto. Afrodite porta via Paride in una nebbia, lo profuma e lo mette nel letto. Poi va a chiamare Elena. Elena le si ribella, le dice di andarci lei con Paride, e per un istante sembra una donna libera. La dea la minaccia e lei obbedisce. Quando entra nella stanza insulta Paride, ma finisce tra le sue braccia. Menelao, intanto, cerca il rivale per il campo come una belva. Il duello ha un vincitore, ma la guerra non si ferma.

Un passo da vicino

Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
Siedimi accanto, e mira il tuo primiero
Sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
Non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
Che contra mi destâr le lagrimose
Arme de’ Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
Chi sia quel grande e maestoso Acheo
Di sì bel portamento? Altri l’avanza
Ben di statura, ma non vidi al mondo
Maggior decoro, nè mortale io mai

Iliade, libro III, vv. 212-221, trad. di V. Monti

Questi versi aprono la cosiddetta teichoscopia, la “vista dalle mura”. Priamo parla a Elena con un affetto che sorprende, se pensiamo a quanti figli ha perso per colpa sua. “Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta”: la ripetizione dell’imperativo rende il tono familiare, quasi da nonno. Subito arriva la frase chiave: “Alcuna / non hai colpa tu meco, ma gli Dei”. Per Priamo la guerra è un destino voluto dall’alto, e in questo modo libera Elena da un peso che lei stessa invece sente. Poi la conversazione cambia registro e diventa una specie di gioco: il re chiede chi sia quell’acheo dall’aspetto regale. È Agamennone. Notate come Monti distribuisca la domanda su più versi con enjambement (“Alcuna / non hai colpa”, “le lagrimose / arme de’ Greci”): la voce di Priamo scorre lenta, come quella di un vecchio che parla seduto. Il passo ci fa vedere i nemici attraverso lo sguardo dei Troiani, una scelta che l’Iliade ripete più volte.

Domande per il ripasso

  1. Quali condizioni prevede il patto del duello?
  2. Che cosa fa Elena sulle mura e chi le sta accanto?
  3. Come finisce il duello tra Paride e Menelao?

Torna alla guida all’Iliade o alla pagina su Omero.