Riassunto del libro XVII: La lotta per il corpo di Patroclo
Menelao è il primo a proteggere il corpo di Patroclo. Euforbo si avvicina per spogliarlo e Menelao lo uccide. Apollo spinge Ettore contro di lui e Menelao, da solo, si ritira e cerca Aiace. Ettore spoglia Patroclo delle armi di Achille e vorrebbe trascinarne il corpo, ma Aiace arriva e lo copre con lo scudo. Glauco rimprovera Ettore di aver abbandonato il cadavere di Sarpedonte. Ettore allora indossa le armi di Achille; Giove lo guarda con pietà, perché sa che non tornerà a casa a deporle tra le mani di Andromaca. Intorno al corpo la battaglia diventa furiosa. I cavalli immortali di Achille, Xanto e Balio, piangono il loro auriga e non vogliono muoversi; Giove si pente di averli dati a un mortale e restituisce loro la forza. Automedonte combatte con loro. Su consiglio di Aiace, Menelao manda Antiloco ad avvisare Achille. Giove copre il campo di nebbia e Aiace prega di poter morire almeno alla luce. Alla fine Menelao e Merione sollevano il corpo e lo portano verso le navi, mentre i due Aiaci tengono lontani i Troiani.
Da ricordare
- Il corpo di un compagno è sacro: va difeso a ogni costo.
- Ettore indossa le armi di Achille: un gesto che anticipa la sua fine.
- I cavalli immortali piangono Patroclo: la natura partecipa al lutto.
- Antiloco parte per portare la notizia ad Achille.
Personaggi del libro
- Menelao, primo difensore del corpo.
- Euforbo, ucciso da Menelao.
- Ettore e Glauco.
- Aiace Telamonio, Aiace d’Oileo.
- Automedonte, auriga.
- Xanto e Balio, cavalli immortali.
- Antiloco, Merione.
Testo del libro XVII
Traduzione di Vincenzo Monti (1810).
Argomento. Menelao si pone a guardia del corpo di Patroclo ed uccide Euforbo, che voleva impadronirsene. Sopravvengono i Troiani guidati da Ettore. Menelao si ritira, ed Ettore s’impossessa delle armi d’Achille, delle quali si riveste. I Greci, chiamati da Menelao per consiglio d’Aiace Telamonio, si ristringono intorno al morto Patroclo. Qui arde il conflitto maggiore, mentre un’improvvisa caligine ricopre i combattenti che si azzuffano al buio. La nebbia è rimossa da Giove a’ preghi d’Aiace. Menelao manda Antiloco ad annunciare ad Achille la morte di Patroclo. Frattanto Menelao e Merione, levato il morto da terra, lo trasportano verso il lido del mare, protetti dai due Aiaci. Enea ed Ettore cogli altri Troiani incalzano i Greci fuggitivi.
Visto in campo cader dai Teucri ucciso
Patróclo, s’avanzò d’armi splendente
Il bellicoso Menelao. Si pose
Del morto alla difesa, e il circuiva
Qual suole mugolando errar dintorno
Alla tenera prole una giovenca
Cui di madre sentir fe’ il dolce affetto
Del primo parto la fatica. Il forte
Davanti gli sporgea l’asta e lo scudo,
Pronto a ferir qual osi avvicinarsi.
11Ma sul caduto eroe di Panto il figlio
Rivolò, si fe’ presso, e baldanzoso
All’Atride gridò: Duce di genti,
Di Giove alunno Menelao, recedi;
Quell’estinto abbandona, e a me le spoglie
Sanguinose ne lascia, a me che primo
Tra tutti e Teucri ed alleati in aspra
Pugna il percossi. Non vietarmi adunque
Quest’alta gloria fra’ Troiani; o ch’io
Col ferro ti trarrò l’alma dal petto.
21Eterno Giove, gli rispose irato
Il biondo Menelao, dove s’intese
Più sconcio millantar? Nè di pantera
Nè di lïon fu mai nè di robusto
Truculento cinghial tanto l’ardire
Quanta spiran ferocia i Pantoídi.
E pur che valse il fior di gioventude
A quel tuo di cavalli agitatore
Fratello Iperenór, quando chiamarmi
Il più codardo de’ guerrieri achei,
31E aspettarmi s’ardì? Ma nol tornaro
I propri piedi alla magion, mi credo,
Di molta festa obbietto ai venerandi
Suoi genitori e alla diletta sposa.
Farò di te, se innoltri, ora lo stesso.
Ma t’esorto a ritrarti, e pria che qualche
Danno ti colga, dilungarti. Il fatto
Rende accorto, ma tardi, anche lo stolto.
Disse; e fermo in suo cor l’altro riprese:
Pagami or dunque, o Menelao, del morto
41Mio fratello la pena e del tuo vanto.
D’una giovine sposa, è ver, tu festi
Vedovo il letto, e d’ineffabil lutto
Fosti cagione ai genitor; ma dolce
Farò ben io di quei meschini il pianto,
Se carco del tuo capo e di tue spoglie
In man di Panto e della día Frontíde
Le deporrò. Non più parole. Il ferro
Provi qui tosto chi sia prode o vile.
Ferì, ciò detto, nel rotondo scudo,
51Ma nol passò, chè nella salda targa
Si ritorse la punta. Impeto fece,
Giove invocando, dopo lui l’Atride,
E al nemico, che in guardia si traea,
Nell’imo gorgozzul spinta la picca,
Ve l’immerge di forza, e gli trafora
Il delicato collo. Ei cadde, e sopra
Gli tonâr l’armi; e della chioma, a quella
Delle Grazie simíl, le vaghe anella
D’auro avvinte e d’argento insanguinârsi.
61Qual d’olivo gentil pianta nudrita
In lieto d’acque solitario loco
Bella sorge e frondosa: il molle fiato
L’accarezza dell’aure, e mentre tutta
Del suo candido fiore si riveste,
Un improvviso turbine la schianta
Dall’ime barbe, e la distende a terra;
Tal l’Atride prostese il valoroso
Figliuol di Panto Euforbo, e a dispogliarlo
Corse dell’armi. Come quando un forte
71Lïon montano una giovenca afferra
Fior dell’armento, co’ robusti denti
Prima il collo le frange, indi sbranata
Le sanguinose viscere n’ingozza:
Alto di cani intorno e di pastori
Romor si leva, ma nïun s’accosta,
Chè affrontarlo non osano compresi
Di pallido timor: così nessuno
Ardía de’ Teucri al baldanzoso Atride
Farsi addosso; e all’ucciso ei tolte l’armi
81Agevolmente avría, se questa lode
Gl’invidïando Apollo, incontro a lui
Non incitava il marzïale Ettorre.
Di Menta, duce de’ Ciconi, ei prese
Le sembianze e gridò queste parole:
Ettore, a che del bellicoso Achille,
Senza speranza d’arrivarli, insegui
Gl’immortali corsieri? Umana destra
Mal li doma, e guidarli altri non puote
Che Achille, germe d’una Diva. Intanto
91Il forte Atride Menelao la salma
Di Patroclo salvando, a morte ha messo
Un illustre Troian, di Panto il figlio,
E ne spense il valor. – Ciò detto, il Dio
Ritornò nella mischia. Alto dolore
L’ettóreo petto circondò: rivolse
L’eroe lo sguardo per le file in giro,
E tosto dell’esimie armi veduto
Il rapitore, e l’altro al suol giacente
In un lago di sangue, oltre si spinse
101Scintillante nel ferro come lingua
Del vivo fuoco di Vulcano, e mise
Acuto un grido. Udillo, e sospirando
Nel segreto suo cor disse l’Atride:
Misero che farò? Se queste belle
Armi abbandono e di Menézio il figlio
Per onor mio qui steso, alla mia fuga
Gli Achei per certo insulteran; se solo,
Da pudor vinto, con Ettór mi provo
E co’ suoi forti, io sol da molti oppresso
111Cadrò, chè tutti il condottier troiano
Seco i Teucri ne mena a questa volta.
Ma che dubbia il mio cor? Chi con avversi
Numi un guerrier, che sia lor caro, affronta,
Corre alla sua ruina. Alcun non fia
Dunque de’ Greci che con me s’adiri
Se davanti ad Ettorre, a lui che pugna
Per comando d’un nume, io mi ritraggo.
Pur se avverrà che in qualche parte io trovi
Il magnanimo Aiace, entrambi all’armi
121Ritorneremo allor, pur contra un Dio,
E a sollievo de’ mali opra faremo
Di trar salvo ad Achille il morto amico.
Mentre tai cose gli ragiona il core,
Da Ettore precorse ecco de’ Teucri
Sopravvenir le schiere. Allora ei cesse,
E il morto abbandonò, gli occhi volgendo
Tratto tratto all’indietro, a simiglianza
Di giubbato lïon cui da’ presepi
Caccian cani e pastor con dardi ed urli.
131Freme la belva in suo gran core, e parte
Mal suo grado dal chiuso: a tal sembianza
Da Patroclo partissi il biondo Atride.
Giunto ai compagni, s’arrestò, si volse
Cercando in giro collo sguardo il grande
Figliuol di Telamone, e alla sinistra
Della pugna il mirò, che alla battaglia
Animava i suoi prodi a cui poc’anzi
Febo avea messo nelle vene il gelo
D’un divino terror. Corse, e veloce
141Raggiuntolo gridò: Qua tosto, Aiace,
Vola, amico, affrettiamci alla difesa
Di Patroclo; serbiamne al divo Achille
Il nudo corpo almen, poichè dell’armi
Già si fece signor l’altero Ettorre.
Turbâr la generosa alma d’Aiace
Queste parole: s’avvïò, si spinse
Tra i guerrieri davanti, in compagnia
Di Menelao. Per l’atra polve intanto
Strascinava di Pátroclo la nuda
151Salma il duce troiano, onde troncarne
Dagli omeri la testa, e far del rotto
Corpo ai cani di Troia orrido pasto.
Ma gli fu sopra col turrito scudo
Il Telamónio: retrocesse Ettorre
Nella torma de’ suoi, d’un salto ascese
Il cocchio, e le rapite armi famose
Dielle ai Teucri a portar nella cittade,
D’alta sua gloria monumento. Allora
Coll’ampio scudo ricoprendo il figlio
161Di Menézio, fermossi il grande Aiace,
Come lïon, cui, mentre al bosco mena
I leoncini, sopravvien la turba
De’ cacciatori: si raggira il fiero,
Che sente la sua forza, intorno ai figli,
E i truci occhi rivolve, e tutto abbassa
Il sopracciglio che gli copre il lampo
Delle pupille: a questo modo Aiace
Circuisce e protegge il morto eroe.
Dall’altro lato è Menelao cui l’alta
171Doglia del petto tuttavia ricresce.
De’ Licii il condottier Glauco, buon figlio
D’Ippóloco, ad Ettór volgendo allora
Bieco il guardo, con detti aspri il garrisce:
O di viso sol prode, e non di fatto,
Ettore! a torto te la fama estolle,
Te sì pronto al fuggir. Pensa alla guisa
Di salvar la cittade e le sue rocche
Quindi innanzi tu sol colla tua gente,
Chè nessuno de’ Licii alla salvezza
181D’Ilio co’ Greci pugnerà, nessuno,
Da che teco nessun merto s’acquista
Col sempre battagliar contro il nemico.
Sciaurato! e qual dunque avrai tu cura
De’ minori guerrier, tu che lasciasti
Preda agli Argivi Sarpedon, che mentre
Visse, a Troia fu scudo ed a te stesso?
E ti sofferse il cor d’abbandonarlo
Allo strazio de’ cani? Or se a mio senno
Faranno i Licii, partiremci, e tosto;
191E d’Ilio apparirà l’alta ruina.
Oh! s’or fosse ne’ Troi quella fort’alma,
Quell’intrepido ardir che ne’ conflitti
Scalda gli amici della patria veri,
Noi dentr’Ilio trarremmo immantinente
Di Patroclo la salma. Ove un cotanto
Morto, sottratto dalla calda pugna,
Strascinato di Prïamo ne fosse
Dentro le mura, renderían gli Achei
Di Sarpedonte le bell’armi e il corpo
201Pronti a tal prezzo. Perocchè l’ucciso
Di quel forte è l’amico che di possa
Tutti avanza gli Argivi, e schiera il segue
Di bellicosi. Ma del fiero Aiace
Tu non osasti sostener lo scontro
Nè lo sguardo fra l’armi, e via fuggisti,
Perchè minore di valor ti senti.
Con bieco piglio fe’ risposta Ettorre:
Perchè tale qual sei, Glauco, favelli
Così superbo? Io ti credea per senno
211Miglior di quanti la feconda gleba
Della Licia nudrisce. Or veggo a prova
Che tu se’ stolto, se affermar t’attenti
Che d’Aiace lo scontro io non sostenni.
Nè la pugna io, no mai, nè il calpestío
De’ cavalli pavento, ma di Giove
L’alto consiglio che ogni forza eccede.
Egli in fuga ne mette a suo talento
Anche i più prodi, e ne’ conflitti or toglie
Or dona la vittoria. Orsù, vien meco,
221Statti, amico, al mio fianco, e vedi al fatto
Se quel vile sarò tutto quest’oggi
Che tu dicesti, o se saprò l’ardire
Di qualunque domar gagliardo Acheo
Che del morto s’innoltri alla difesa.
Quindi le schiere inanimando grida:
Teucri, Dardani, Licii, or vi mostrate
Uomini, e il petto vi conforti, amici,
Dell’antico valor la rimembranza,
Mentre l’armi d’Achille, da me tolte
231All’ucciso Patróclo, io mi rivesto.
Disse, e corse e raggiunse in un baleno
Delle bell’arme i portatori, e date
A recarsi nel sacro Ilio le sue,
Fuor del conflitto ed a’ suoi prodi in mezzo
Le immortali si cinse armi d’Achille,
Dono de’ numi al genitor Peléo,
Che poi vecchio le cesse al suo gran figlio:
Ma il figlio in quelle ad invecchiar non venne.
Come il sommo de’ nembi adunatore
241Del Pelíde indossarsi le divine
Armi lo vide, crollò il capo, e seco
Nel suo cor favellò: Misero! al fianco
Ti sta la morte, e tu nol pensi, e l’armi
Ti vesti dell’eroe che de’ guerrieri
Tutti è il terrore, a cui tu il forte hai spento
Mansueto compagno, armi d’eterna
Tempra a lui tolte con oltraggio. Or io
D’alta vittoria ti farò superbo,
E compenso sarà del non doverti
251Andromaca, al tornar dalla battaglia,
Scioglier l’usbergo del Pelíde Achille.
Disse; e l’arco de’ negri sopraccigli
Abbassando, d’Ettorre alla persona
Adattò l’armatura. Al suo contatto
Infiammossi l’eroe d’un bellicoso
Orribile furor, tutte di forza
Sentì inondarsi e di valor le vene.
Degl’incliti alleati, alto gridando,
Quindi avvïossi alle caterve, e a tutti
261Veder sembrava folgorar nell’armi
Del magnanimo Achille Achille istesso.
E d’ogni parte ognun riconfortando,
Mestle, Glauco, Tersíloco, Medonte,
Asteropéo, Disénore, Ippotóo,
E Crómio, e Forci, e l’indovino Ennómo,
Con questi accenti li raccese: Udite,
Collegati: non io dalle vicine
Cittadi ad Ilio ragunai le vostre
Numerose coorti onde di gente
271Far molta mano, chè mestier non m’era;
Ma perchè meco da’ feroci Achei
Le teucre spose ne servaste e i figli
Con pronti petti. Di tributi io gravo
In questo intendimento il popol mio
Per satollarvi. Dover vostro è dunque
Voltar dritta la fronte all’inimico,
E o salvarsi o perir, chè della guerra
Questo è il commercio. A chi di voi costringa
Aiace in fuga, e de’ Troiani al campo
281Tragga il morto Patróclo, a questi io cedo
La metà delle spoglie, e andrà divisa
Egual con esso la mia gloria ancora.
Al fin delle parole alzâr le lance
Tutti, e al nemico s’addrizzâr di punta
Con grande in core di strappar speranza
Dalle mani del gran Telamoníde
Il morto: folli! chè sul morto istesso
Quell’invitto dovea farne macello.
Allor rivolto Aiace al battagliero
291Menelao, così disse: Illustre Atride,
Caro alunno di Giove, assai pavento
Ch’or salvi usciamo dell’acerba pugna.
Nè sì tem’io per Patroclo, che parmi
Del suo corpo farà tosto di Troia
Sazi i cani e gli augei, quanto pel mio
E pel tuo capo un qualche sconcio: vedi
Quella nube di guerra che già tutto
Ricopre il campo? D’Ettore son quelle
Le falangi, e su noi pende una grave
301Manifesta rovina. Orsù de’ Greci,
Se udir ti ponno, i più valenti appella.
Non fe’ niego il guerriero, e a tutta gola
Gridava: Amici, capitani achei,
Quanti alle mense degli Atridi in giro
Propinate le tazze, ed onorati
Dal sommo Giove i popoli reggete;
Nell’ardor della zuffa il guardo mio
Non vi distingue, ma chïunque ascolta
Deh corra, e sdegno il prenda che Patróclo
311Ludibrio resti delle frigie belve.
Aiace, d’Oiléo veloce figlio,
Udillo, e primo per la mischia accorse;
Idomenéo dop’esso e Merïone
In sembianza di Marte. E chi di tutti,
Che poi la pugna rintegrâr, potría
Dire i nomi al pensier? Primieri i Teucri
Stretti insieme fêr impeto, precorsi
Dal grande Ettorre. Come quando all’alta
Foce d’un fiume che da Giove è sceso,
321Freme ritroso alla corrente il flutto
Eruttato dal mar: mugghian con vasto
Rimbombo i lidi: simigliante a questo
Fu de’ Teucri il clamor. Dall’altro lato
Tutti d’un cor con assiepati scudi
Gli Achei fêr cerchio di Menézio al figlio,
E il Saturnio dintorno ai rilucenti
Elmi un’atra caligine spandea,
Chè d’Achille l’amico il Dio dilesse,
Mentre fu vivo, e ch’egli or sia di fiere
331Orrido cibo sofferir non puote.
A pugnar quindi per la sua difesa
I compagni eccitò. Nel primo cozzo
I Troiani respinsero gli Achivi
Che sbigottiti abbandonâr l’estinto;
Nè i Troiani però, benchè bramosi,
Dieder morte a verun, solo badando
A predar il cadavere; ma presto
Si raccostâr gli Achei, chè il grande Aiace,
E d’aspetto e di forze il più prestante
341Sovra tutti gli Achei dopo il Pelíde,
Tostamente voltar fronte li fece.
Tra gl’innanzi l’eroe quindi si spinse,
Pari ad ispido verro alla montagna,
Che con súbita furia si converte
Fra le roste, e sbaraglia de’ gagliardi
Cacciatori la turba e de’ molossi:
Così di Telamon l’esimio figlio
De’ Troiani disperde le falangi
Che a Patroclo fan calca, e strascinarlo
351Si studiano in trïonfo entro le mura.
Illustre germe del Pelasgo Leto,
Ippótoo gli avea d’un saldo cuoio
Ai nervi del tallon l’un piede avvinto,
E di mezzo al ferir de’ combattenti
Per la sabbia il traea, grato sperando
Farsi ad Ettorre ed ai Troiani; ed ecco
Giungergli un danno che nessun, quantunque
Desideroso, allontanar gli seppe.
Fra la turba avventossi, e su le guance
361Dell’elmo Aiace disserrógli un colpo
Che tutto lo spezzò: tanto dell’asta
Fu il picchio e tanto della mano il pondo.
Schizzâr per l’aria le cervella e il sangue
Dall’aperta ferita, e tosto a lui
Quetârsi i polsi; dalle man gli cadde
Del morto il piede, e sovra il morto ei pure
Boccon cadde e spirò lungi dai campi
Di Larissa fecondi: nè poteo
Dell’averlo educato ai genitori
371Rendere il premio, perocchè d’Aiace
La gran lancia fe’ brevi i giorni suoi.
Contro Aiace l’acuta asta allor trasse
Ettore; e l’altro, visto l’atto, alquanto
Dechinossi, e schivolla. Era di costa
Schedio, d’Ifito generoso figlio,
Fortissimo Focense che sua stanza,
Di molta gente correttor, tenea
Nell’inclita Panópe. A mezza gola
Colpillo, e tutta al sommo della spalla
381La ferrea punta gli passò la strozza.
Cadde il trafitto con fragore, e cupo
S’udì dell’armi il tuon sopra il suo petto.
Aiace di rincontro in mezzo all’epa
Di Fenópo il figliuol Forci percosse,
Forte guerrier che messo alla difesa
D’Ippótoo s’era. Il furïoso ferro
Ruppe l’incavo del torace, ed alto
Ne squarciò gl’intestini. Ei cadde, e strinse
Colla palma il terren. Dier piega allora
391I primi in zuffa, ripiegossi ei pure
L’illustre Ettorre, e con orrende grida
D’Ippótoo e Forci strascinâr gli Argivi
Le morte salme, e le spogliâr. Compresi
Di viltade i Troiani, e dalle greche
Lance incalzati allor verso le rocche
Sarían d’Ilio fuggiti, e avrían gli Argivi
Contro il decreto del tonante Iddio
In lor solo valor vinta la pugna,
Se Apollo a tempo la virtù d’Enea
401Non ridestava. Le sembianze ei prese
Dell’Epitide araldo Perifante,
Che in tale officio a molta età venuto
Del vecchio Anchise nelle case, istrutta
Di fedeli consigli avea la mente.
Così cangiato, a lui disse il divino
Figlio di Giove: Enea, l’eccelsa Troia
Contro il volere degli Dei periglia.
Chè non la cerchi di salvar? l’esemplo
Chè non imiti degli eroi ch’io vidi
411D’ogni cimento trïonfar, fidáti
Nel valor, nell’ardir, nella fortezza
Del proprio petto e delle molte schiere
Che li seguíano, invitte alla paura?
Più che agli Achivi, a noi Giove per certo
Consente la vittoria; ma chi fugge
Trepido e schiva di pugnar, la perde.
Fisse a tai detti Enea lo sguardo in viso
Al saettante nume, e lo conobbe;
E d’Ettore alla volta alzando il grido,
421Ettore, ei disse, e voi degli alleati
Capitani e de’ Teucri, oh qual vergogna
S’or per nostra viltà domi dal ferro
De’ bellicosi Achei risaliremo
D’Ilio le mura! Un Dio m’apparve, e disse
Che l’arbitro dell’armi eterno Giove
Ne difende. Corriam dunque diritto
All’inimico, e almen non sia che il morto
Patroclo ei seco ne trasporti in pace.
Al fin delle parole innanzi a tutta
431La prima fronte si sospinse, e stette.
Si conversero i Teucri, ed agli Achei
Mostrâr la faccia arditamente. Allora
Coll’asta Enea Leócrito figliuolo
D’Arisbante ferì, forte compagno
Di Licomede che al caduto amico
Pietoso accorse, e fattosi vicino
Fermossi, e la fulgente asta vibrando
D’Ippaso il figlio Apisaon percosse
Nell’épate di sotto alla corata,
441E l’atterrò. Venuto era costui
Dalla fertil Peónia; ed era in guerra
Il più valente dopo Asteropéo.
Sentì pietade del caduto il forte
Asterópeo; e di zuffa desïoso
Si scagliò tra gli Achei. Ma degli scudi
E dell’aste protese ei non potea
Rompere il cerchio che Patróclo serra.
E Aiace intorno s’avvolgendo, a tutti
Molti dava comandi, e non patía
451Che alcun dal morto allontanasse il piede,
O fuor di fila ad azzuffarsi uscisse;
Ma fea precetto a ciaschedun di starsi
Saldi al suo fianco, e battagliar dappresso.
Tal dell’enorme Aiace era il volere,
E tutta in rosso si tingea la terra.
Teucri, Argivi, alleati alla rinfusa
Cadon trafitti: chè neppur gli Argivi
Senza sangue combattono, ma n’esce
Minor la strage, perocchè l’un l’altro
461Nel travaglio fatal si porge aita.
Così qual vasto incendio arde il conflitto;
E del Sol detto avresti e della Luna
Spento il chiaror; cotanta era sul campo
L’atra caligo che dintorno al morto
Patroclo il fiore de’ guerrier copría,
Mentre l’un’oste e l’altra a ciel sereno
Libera altrove combattea. Su questi
Puro si spande della luce il fiume:
Nessuna nube al pian, nessuna al monte.
471Così la pugna ha i suoi riposi, e molto
Spazio correndo tra i pugnanti, ognuno
Dalle mutue si scherma aspre saette.
Ma cotesti di mezzo hanno travaglio
Dall’armi a un tempo e dalla nebbia, e il ferro
I più prestanti crudelmente offende.
Sol due guerrieri non avean per anco
Del buon Patróclo la ria morte udita,
Due guerrier glorïosi, Trasiméde
E Antíloco: ma vivo e tuttavolta
481Alle mani il credean co’ Teucri al centro
Della battaglia. E intanto essi la strage
De’ compagni veduta e la paura,
Pugnavano in disparte, e come imposto
Fu lor dal padre, dalle negre navi
Tenean lontano le nemiche offese.
Ma il conflitto maggior ferve dintorno
Al valoroso del Pelíde amico,
Terribile conflitto, e senza posa
Fino al tramonto della luce. A tutti
491Dissolve la stanchezza e gambe e piedi
E ginocchia; il sudore a tutti insozza
E le mani e la faccia; e quale, allora
Che a robusti garzoni il coreggiaio
La pingue pelle a rammollir commette
Di gran tauro; disposti essi in corona
La stirano di forza; immantinente
L’umidor ne distilla, e l’adiposo
Succo le fibre ne penétra, e tutto
A quel molto tirar si stende il cuoio:
501Tale in piccolo spazio i combattenti
Gareggiando traean da opposti lati
Il cadavere, questi nella speme
Di strascinarlo entro le mura, e quelli
Alle concave navi. Ognor più fiera
Sull’estinto sorgea quindi la zuffa,
Tal che Marte dell’armi eccitatore
Nel vederla e Minerva anche nell’ira
Commendata l’avría. Tanta in quel giorno
Di cavalli e d’eroi Giove diffuse
511Sul corpo di Patróclo aspra contesa.
Nè ancor del morto amico al divo Achille
Giunt’era il grido: perocchè di molto
Dalle navi lontana ardea la pugna
Sotto il muro troian; nè in suo pensiero
Di tal danno cadea pure il sospetto.
Spera egli anzi che dopo aver trascorso
Fino alle porte, ei torni illeso indietro:
Nè ch’ei possa atterrar d’Ilio le mura
Senza sè nè con sè punto s’avvisa,
521Chè del contrario l’alma genitrice
Fatto certo l’avea quando in segreto
A lui di Giove rifería la mente;
E il fiero caso occorso, la caduta
Del suo diletto amico ora gli tacque.
In questo d’abbassate aste lucenti
E di cozzi e di stragi alto trambusto
Su quell’esangue, dalla parte achea
Gridar s’udía: Compagni, è perso il nostro
Onor se indietro si ritorna. A tutti
531S’apra piuttosto qui la terra; è meglio
Ir nell’abisso, che ai Troiani il vanto
Lasciar di trarre in Ilio una tal preda.
E di rincontro i Troi: Saldi, o fratelli,
Niun s’arretri, per dio! dovesse il fato
Qui su l’estinto sterminarci tutti.
Così d’ambe le parti ognuno infiamma
Il vicino, e combatte. Il suon de’ ferri
Pe’ deserti dell’aria iva alle stelle.
D’Achille intanto i corridor, veduto
541Il loro auriga dall’ettórea lancia
Nella polve disteso, allontanati
Dalla pugna piangean. Di Dïoréo
Il forte figlio Automedonte invano
Or con presto flagello, ora con blande
Parole, ed ora con minacce al corso
Gli stimola. Ostinati essi nè vonno
Alla riva piegar dell’Ellesponto,
Nè rïentrar nella battaglia. Immoti
Come colonna sul sepolcro ritta
551Di matrona o d’eroe, starsi li vedi
Giunti al bel carro colle teste inchine,
E dolorosi del perduto auriga
Calde stille versar dalle palpebre.
Per lo giogo diffusa al suol cadea
La bella chioma, e s’imbrattava. Il pianto
Ne vide il figlio di Saturno, e tocco
Di pietà scosse il capo, e così disse:
O sventurati! perchè mai vi demmo
Ad un mortale, al re Peléo, non sendo
561Voi nè a morte soggetti nè a vecchiezza?
Forse perchè partecipi de’ mali
Foste dell’uomo di cui nulla al mondo,
Di quanto in terra ha spiro e moto, eguaglia
L’alta miseria? Ma non fia per certo
Che da voi sia portato e da quel cocchio
Il Prïámide Ettorre: io nol consento.
E non basta che l’armi ei ne possegga,
E gran vampo ne meni? Or io nel petto
Metterovvi e ne’ piè forza novella,
571Onde fuor della mischia a salvamento
Adduciate alle navi Automedonte.
Ch’io son fermo di far vittorïosi
Per anco i Teucri insin che fino ai legni
Spingan la strage, e il Sol tramonti, e il sacro
Velo dell’ombre le sembianze asconda.
Così detto, spirò tale un vigore
Ne’ divini corsier, che dalle chiome
Scossa la polve, in un balen portaro
Fra i Teucri il cocchio e fra gli Achei. Sublime
581Combatteva su questo Automedonte,
Benchè dolente del compagno; e a guisa
D’avoltoio fra timidi volanti
Stimolava i cavalli. Ed or lo vedi
Ratto involarsi dai nemici, ed ora
Impetuoso ricacciarsi in mezzo,
E le turbe inseguir: ma di lor nullo
Nel suo corso uccidea, chè solo in cocchio
Assalir colla lancia e de’ cavalli
Reggere a un tempo non potea le briglie.
591Videlo alfine un suo compagno, il figlio
Dell’Emónio Laerce Alcimedonte,
Che dietro al cocchio si lanciò gridando:
Automedonte, e qual de’ numi il senno
Ti tolse, e il vano t’ispirò consiglio
D’assalir solo de’ Troian la fronte?
Il tuo compagno è spento, e l’esultante
Ettore l’armi del Pelíde indossa.
E a lui di Dïoréo l’inclita prole:
Alcimedonte, l’indole di questi
601Sempiterni corsieri, e di domarli
L’arte, chi meglio tra gli Achei l’intende
Di te dopo Patróclo in sin che visse?
Or che questo de’ numi emulo giace,
Tu prenditi la sferza e le lucenti
Briglie, ch’io scendo a guerreggiar pedone.
Spiccò sul cocchio un salto a questo invito
Alcimedonte, ed alla man diè tosto
Il flagello e le guide, e l’altro scese.
Avvisossene Ettorre, ed al propinquo
611Enea rivolto, I destrier scorgo, ei disse,
Del Pelíde tornar nella battaglia
Con fiacchi aurighi. Enea, se mi secondi
Col tuo coraggio, que’ destrier son presi.
Non sosterran costoro il nostro assalto,
Nè di far fronte s’ardiran. – Sì disse,
Nè all’invito fu lento il valoroso
Germe d’Anchise. S’avvïâr diretti
E rinchiusi ambiduo nelle taurine
Aride targhe che di molto ferro
621Splendean coperte. Mossero con essi
Crómio ed Aréto di beltà divina,
Con grande entrambi di predar speranza
Que’ superbi corsieri, e al suol trafitti
Lasciarne i reggitor. Stolti! chè l’asta
D’Automedonte sanguinosa avría
Lor preciso il ritorno. Egli, invocato
Giove, nell’imo si sentì del petto
Correr la forza e l’ardimento. Quindi
All’amico drizzò queste parole:
631Alcimedonte, non tener lontani
Dal mio fianco i destrier: fa ch’io ne senta
L’anelito alle spalle. Al suo furore
Ettore modo non porrà, mi penso,
Se pria d’Achille in suo poter non mette
I chiomati destrier, noi due trafitti,
E sbaragliate degli Achei le file;
O se tra’ primi ei pur freddo non cade.
Agli Aiaci, ciò detto, e a Menelao
Ei grida: Aiaci, Menelao, lasciate
641Ai più prodi del morto la difesa,
E il rintuzzar gli ostili assalti; e voi
Qua correte a salvar noi vivi ancora.
I due più forti eroi troiani, Ettorre
Ed Enea, furibondi a lagrimosa
Pugna vêr noi discendono. L’evento
Su le ginocchia degli Dei s’asside.
Sia qual vuolsi, farò di lancia un colpo
Io pur: del resto avrà Giove il pensiero.
Sì dicendo, e la lunga asta vibrando,
651Ferì d’Aréto nel rotondo scudo,
Cui tutto trapassò speditamente
Le ferrea punta, e traforato il cinto,
L’imo ventre gli aperse. A quella guisa
Che robusto garzon, levata in alto
La tagliente bipenne, fra le corna
Di bue selvaggio la dechina, e tutto
Tronco il nervo, la belva morta cade:
Tal, dato un salto, supin cadde Aréto,
E tra le rotte viscere l’acuta
661Asta tremando gli rapì la vita.
Fe’ contra Automedonte Ettore allora
La sua lancia volar; ma visto il colpo,
Quegli curvossi, e la schivò. Gli rase
Le terga il telo, e al suol piantossi; il fusto
Tremonne, e quivi ogn’impeto consunto,
La valid’asta s’acchetò. Qui tratte
Le fiere spade a più serrato assalto
I due prodi venían, se quegli ardenti
Spirti repente non spartían gli Aiaci
671D’Automedonte accorsi alla chiamata.
Venir li vide fra la turba Ettorre,
E con Crómio di nuovo e con Enea
Paventoso arretrossi, il lacerato
Giacente Aréto abbandonando. Corse
Sull’esangue il veloce Automedonte,
Dispogliollo dell’armi, e glorïando
Gridò: Non vale costui certo il figlio
Di Menézio; ma pur del morto eroe
Questo ucciso mi tempra alquanto il lutto.
681Sì dicendo, gittò le sanguinose
Spoglie sul carro, e tutto sangue ei pure
Mani e piè, vi salía pari a lïone
Che, divorato un toro, si rinselva.
Affannosa, arrabbiata e lagrimosa
Sovra la salma di Patróclo intanto
Si rinforza la pugna, e la raccende
Palla Minerva, ad animar gli Achivi
Dall’Olimpo discesa; e la spedía
Cangiato di pensiero il suo gran padre.
691Come quando dal ciel Giove ai mortali
Dell’Iride dispiega il porporino
Arco, di guerra indizio o di tempesta,
Che tosto de’ villani alla campagna
Rompe i lavori, e gli animai contrista:
Tal di purpureo nembo avviluppata
Insinuossi fra gli Achei la Diva
Eccitando ogni cor. Prima il vicino
Minore Atride a confortar si diede,
E la voce sonora e la sembianza
701Di Fenice prendendo, così disse:
Se sotto Troia sbraneranno i cani
Dell’illustre Pelíde il fido amico,
Tua per certo fia l’onta, o Menelao,
E tuo lo scorno. Orsù tien forte, e tutti
A ben le mani oprar sprona gli Achei.
Veglio padre Fenice, gli rispose
L’egregio Atride, a Pallade piacesse
Darmi forza novella, e dagli strali
Preservarmi; e farei per la tutela
711Di Patroclo ogni prova. Il cor mi tocca
La sua caduta: ma l’ardente orrenda
Forza d’Ettor n’è contra; ei dalla strage
Mai non rimansi, e d’onor Giove il copre.
Gioì Minerva dell’udirsi, pria
D’ogni altro iddio, pregata; ed alla destra
Polso gli aggiunse e al piede, e dentro il petto
L’ardir gli mise dell’impronta mosca
Che, ognor cacciata, ognor ritorna e morde
Ghiotta di sangue. Di cotal baldanza
721Pieno il torbido cor, ratto a Patróclo
Appressossi, e scagliò la fulgid’asta.
Era fra’ Teucri un certo Pode, un ricco
D’Eezïone valoroso figlio
In alto onor per Ettore tenuto,
E suo diletto commensal. Lo colse
Il biondo Atride nella cinta in quella
Ch’ei la fuga prendea. Passollo il ferro
Da parte a parte, e con fragor lo stese.
Mentre vola sul morto, e a’ suoi lo tragge
731L’altero vincitor, calossi Apollo
D’Ettore al fianco, ed il sembiante assunto
Dell’Asíade Fenópo a lui diletto
Ospite un tempo, e abitator d’Abido,
Questa rampogna gli drizzò: Chi fia
Che tra gli Achivi in avvenir ti tema,
Se un Menelao ti fuga e ti spaventa,
Un Menelao finor tenuto in conto
Di debile guerriero, e ch’or da solo
Di mezzo ai Teucri via si porta il fido
741Tuo compagno da lui tra i primi ucciso,
Pode io dico figliuol d’Eezïone?
Un negro di dolor velo coperse
A quell’annunzio dell’eroe la fronte.
Corse ei tosto e cacciossi innanzi a tutti
Folgorante nell’armi. Allor di nubi
Tutta fasciando la montagna idéa,
Giove in man la fiammante egida prese,
La scosse, e fra baleni orrendamente
Tonando, ai Teucri di vittoria il segno
751Diè tosto, e sparse fra gli Achei la fuga.
Primo a fuggir fu de’ Beoti il duce
Peneléo, di leggier colpo di lancia
Ferito al sommo della spalla, mentre
Tenea volta la fronte; il ferro acuto
Lo graffiò fino all’osso, e il colpo venne
Dalla man di Polídama che sotto
Gli si fece improvviso. Ettore poscia
Al carpo della man colse Leíto
Germe del prode Alettrïone, e il fece
761Dalla pugna cessar. Si volse in fuga
Guatandosi dintorno sbigottito
Il piagato guerrier, nè più sperava
Poter col telo nella destra infisso
Combattere co’ Troi. Mentre si scaglia
Contra Leíto il feritor, gli spinge
Idomenéo dappresso alla mammella
Nell’usbergo la picca: ma si franse
Alla giuntura della ferrea punta
Il frassino, e n’urlâr di gioia i Teucri.
771Rispose al colpo Ettorre, e il Deucalíde
Stante sul carro saettò. D’un pelo
Lo fallì; ma Ceran, scudiero e auriga
Di Merïon, colpío. Venuto egli era
Dalla splendida Litto in compagnia
Di Merïone che di questa guerra
Al cominciar, sue navi abbandonando,
Venne ad Ilio pedone, e di sua morte
Avría qui fatto glorïosi i Teucri,
Se co’ pronti destrieri in suo soccorso
781Non accorrea Cerano. Ei del suo duce
Campò la vita, ma la propria perse
Per le mani d’Ettór. L’asta al confine
Della gota lo giunse e dell’orecchia,
E conquassògli le mascelle, e mezza
La lingua gli tagliò. Cadde dal carro
Quell’infelice: abbandonate al suolo
Si diffuser le briglie, che veloce
Curvo da terra Merïon raccolse,
E volto a Idomenéo: Sferza, gli grida,
791Sferza, amico, i cavalli, e al mar ti salva,
Chè per noi persa, il vedi, è la battaglia.
Sì disse, e l’altro costernato ei pure
Verso le navi flagellò le groppe
De’ chiomati destrier. Scorsero anch’essi
Il magnanimo Aiace e Menelao,
Che Giove ai Teucri concedea l’onore
Dell’alterna vittoria; onde proruppe
In questi accenti il gran Telamoníde:
Anche uno stolto, per mia fè, vedría
801Che pe’ Teucri sta Giove: ogni lor strale,
Sia vil, sia forte il braccio che lo spinge,
Porta ferite, e il Dio li drizza. I nostri
Van tutti a vôto. Nondimen si pensi
Qualche sano partito, un qualche modo
Di salvar quell’estinto, e di tornarci
Salvi noi stessi a rallegrar gli amici,
Che con gli sguardi qua rivolti e mesti
Stiman che lungi dal poter le invitte
Mani d’Ettorre sostener, noi tutti
811Cadrem morti alle navi. Oh fosse alcuno
Qui che ratto portasse al grande Achille
Del periglio l’avviso! A lui, cred’io,
Ancor non giunse dell’ucciso amico
La funesta novella; e tra gli Achei
Ancor non veggo al doloroso officio
Acconcio ambasciator, tanta nasconde
Caligine i cavalli e i combattenti.
Giove padre, deh togli a questo buio
I figli degli Achei, spandi il sereno,
821Rendi agli occhi il vedere, e poichè spenti
Ne vuoi, ci spegni nella luce almeno.
Così pregava. Udillo il padre, e visto
Il pianto dell’eroe, si fe’ pietoso,
E, rimossa la nebbia, in un baleno
Il buio dissipò. Rifulse il Sole,
E tutta apparve la battaglia. Aiace
Disse allora all’Atride: Or guarda intorno,
Diletto Menelao, vedi se trovi
Di Nestore ancor vivo il forte figlio
831Antíloco, e di volo al grande Achille
Nunzio del fato del suo caro il manda.
Mosse pronto a quei detti il generoso
Atride, e s’avvïò come lïone
Che il bovile abbandona lasso e stanco
D’azzuffarsi co’ veltri e co’ pastori
Tutta la notte vigilanti, e il pingue
Lombo de’ tori a contrastargli intesi.
Avido delle carni egli di fronte
Tuttavolta si slancia, e nulla acquista;
841Chè dalle ardite mani una ruina
Gli vien di strali addosso e di facelle,
Dal cui lustro atterrito egli rifugge,
Benchè furente, finchè mesto alfine
Sul mattin si rimbosca. A questa guisa
Di mal cuore da Pátroclo si parte
Il bellicoso Menelao, la tema
Seco portando che gli Achei, compresi
Di soverchio terror, preda al nemico
Nol lascino fuggendo. Onde con molti
851Preghi agli Aiaci e a Merïon rivolto:
Duci argivi, dicea, deh vi sovvenga
Quanto fu bello il cor dell’infelice
Pátroclo, e come mansueto ei visse:
Ahi! visse; e in braccio alla ria Parca or giace.
Partì, ciò detto, riguardando intorno
Com’aquila che sopra ogni volante
Aver acuta la pupilla è grido,
E che dall’alte nubi infra le spesse
Chiome de’ cespi discoperta avendo
861La presta lepre, su lei piomba, e ratto
La ghermisce e l’uccide. E tu del pari,
O da Giove educato illustre Atride,
D’ogni parte volgevi i fulgid’occhi
Fra le turbe de’ tuoi, vivo spïando
Di Nestore il buon figlio. Alla sinistra
Alfin lo vide della pugna in atto
Di far cuore ai compagni e rinfiammarli
Alla battaglia. Gli si fece appresso,
E con ratto parlar: Vieni, gli disse,
871Vieni, Antíloco mio: t’annunzio un fiero
Doloroso accidente, e oh! mai non fosse
Intervenuto. Un Dio, tu stesso il senti,
I Dánai strugge, e i Teucri esalta: è morto
Un fortissimo Acheo ch’alto ne lascia
Desiderio di sè, morto è Patróclo.
Corri, avvisa il Pelíde, e fa che voli
A trarne in salvo il nudo corpo: l’armi
Già venute in balía sono d’Ettorre.
All’annunzio crudel muto d’orrore
881Antíloco restò: di pianto un fiume
Gli affogò le parole, e nondimeno,
L’armi in fretta rimesse al suo compagno
Laódoco che fido a lui dappresso
I destrier gli reggea, corse d’Atride
Il cenno ad eseguir. Piangea dirotto,
E volava l’eroe fuor della pugna
Nunzio ad Achille della rea novella.
Del dipartir d’Antíloco dolenti
E bramose di lui le pilie schiere
891In periglio restâr; nè tu potendo
Dar loro aita, o Menelao, mettesti
Alla lor testa il generoso duce
Trasiméde, e di nuovo alla difesa
Del morto eroe tornasti; e degli Aiaci
Giunto al cospetto, sostenesti il piede,
E dicesti: Alle navi io l’ho spedito
Verso il Pelíde: ma ch’ei pronto or vegna,
Benchè crucciato con Ettór, nol credo;
Chè per conto verun non fia ch’ei voglia
901Pugnar co’ Teucri disarmato. Or dunque
La miglior guisa risolviam noi stessi
Di sottrarre al furor dell’inimico
Quell’estinto, e campar le proprie vite.
Saggio parlasti, o Menelao, rispose
Il grande Aiace Telamónio. Or tosto
Tu dunque e Merïon sotto all’esangue
Mettetevi, e sul dosso alto il portate
Fuor del tumulto: frenerem da tergo
Noi de’ Troiani e d’Ettore l’assalto,
911Noi che pari di nome e d’ardimento
La pugna uniti a sostener siam usi.
Disse; e quelli da terra alto levaro
Il morto tra le braccia. A cotal vista
Urlò la troica turba, e difilossi
Furibonda, di cani a simiglianza
Che precorrendo i cacciator s’avventano
A ferito cinghial, desiderosi
Di farlo in brani: ma se quei repente
Di sua forza securo in lor converte
921L’orrido grifo, immantinente tutti
Dan volta e per terror piglian la fuga
Chi qua spersi, chi là: tali i Troiani
Inseguono attruppati il fuggitivo
Stuol, coll’aste il pungendo e colle spade.
Ma come rivolgean fermi sul piede
Gli Aiaci il viso, di color cangiava
L’inseguente caterva, e non ardía
Niun farsi avanti, e disputar l’estinto,
Che di mezzo al conflitto audacemente
931Venía portato da quei forti al lido,
Benchè fiera su lor cresca la zuffa.
Come fuoco che involve all’improvviso
Popolosa cittade, e ruinosi
Sparir fa i tetti nella vasta fiamma,
Che dal vento agitata esulta e rugge;
Tale alle spalle dell’acheo drappello
De’ guerrieri incalzanti e de’ cavalli
Rimbombava il tumulto. E a quella guisa
Che per aspero calle giù dal monte
941Traggon due muli di robusta lena
O trave o antenna da volar sull’onda,
E di sudore infranti e di fatica
Studian la via: del par que’ due gagliardi
Portavano affannati il tristo incarco
Difesi a tergo dagli Aiaci. E quale
Steso in larga pianura argin selvoso
De’ fiumi affrena il vïolento corso,
E respinta devolve per lo chino
L’onda furente che spezzar nol puote;
951Così gli Aiaci l’irruente piena
Rispingono de’ Troi che tuttavolta
Gl’inseguono ristretti, Enea tra questi
Principalmente e il non mai stanco Ettorre.
Con quell’alto stridor che di mulacchie
Fugge una nube o di stornei vedendo
Venirsi incontro lo sparvier che strage
Fa del minuto volatío; con tali
Acute grida innanzi alla ruina
De’ due troiani eroi fuggía dispersa
961La turba degli Achei, posto di pugna
Ogni pensier. Di belle armi, cadute
Ai fuggitivi, ingombra era la fossa
E della fossa il margo; e il faticoso
Lavor di Marte non avea respiro.
Testo dell’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.
Analisi e commento del libro XVII
Lungo, faticoso, pieno di nomi: così appare a molti studenti il libro XVII, che sembra ripetere scene già viste. In realtà è costruito attorno a una sola cosa, un corpo. Per tutto il libro Achei e Troiani lottano su un cadavere. Per noi può sembrare strano, ma nel mondo omerico lasciare un compagno ai nemici significava lasciarlo senza sepoltura, a cani e uccelli. Era l’oltraggio più grave, e il proemio lo aveva annunciato fin dal primo verso.
Menelao ha qui il suo momento migliore. È lui che protegge il corpo per primo, come una madre vacca sul vitellino appena nato, dice la similitudine. Uccide Euforbo, il giovane che aveva ferito Patroclo, e Omero descrive i capelli del ragazzo, intrecciati d’oro e d’argento, come un ulivo abbattuto dal vento. Poi però, davanti a Ettore, Menelao ragiona e si ritira. Non è vigliaccheria: sa che da solo non può farcela contro un uomo aiutato da Apollo. Va a cercare Aiace.
Il gesto più carico di significato è la vestizione di Ettore. Indossa le armi di Achille tolte a Patroclo. Giove lo vede e scuote la testa: povero, non pensi alla morte che ti è vicina. Ti do la forza ancora per poco, perché non tornerai a casa e Andromaca non riceverà da te queste armi. È come se il poema mettesse Ettore nella stessa condizione di Patroclo: vestito con le armi di un altro, destinato a cadere.
La scena dei cavalli che piangono è tra le più misteriose. Xanto e Balio sono immortali, regalo degli dèi a Peleo. Stanno immobili “come colonna sul sepolcro”, la testa china, le lacrime che cadono a terra, la criniera nella polvere. Giove si chiede perché li abbia dati a un mortale: forse perché soffrissero insieme agli uomini, la creatura più misera tra quelle che respirano e camminano sulla terra. È una delle frasi più pessimiste dell’Iliade, e la pronuncia il re degli dèi.
La nebbia sul campo è un’altra invenzione straordinaria. Giove la stende sulla zona del corpo, mentre altrove il cielo è sereno. Aiace non riesce a vedere i compagni né a mandare un messaggero. Allora prega: Padre Giove, liberaci dalla nebbia, rendi il cielo sereno, e poi, se vuoi, facci morire nella luce. È una preghiera di una dignità enorme. Aiace non chiede di salvarsi, chiede di poter vedere. Giove ha pietà e la nebbia si dirada.
Un passo da vicino
D’Achille intanto i corridor, veduto
Il loro auriga dall’ettórea lancia
Nella polve disteso, allontanati
Dalla pugna piangean. Di Dïoréo
Il forte figlio Automedonte invano
Or con presto flagello, ora con blande
Parole, ed ora con minacce al corso
Gli stimola. Ostinati essi nè vonno
Alla riva piegar dell’Ellesponto,
Nè rïentrar nella battaglia. Immoti
Come colonna sul sepolcro ritta
Di matrona o d’eroe, starsi li vedi
Giunti al bel carro colle teste inchine,
E dolorosi del perduto auriga
Calde stille versar dalle palpebre.
Per lo giogo diffusa al suol cadea
La bella chioma, e s’imbrattava. Il pianto
Ne vide il figlio di Saturno, e tocco
Di pietà scosse il capo, e così disse:
O sventurati! perchè mai vi demmo
Ad un mortale, al re Peléo, non sendo
Voi nè a morte soggetti nè a vecchiezza?
Forse perchè partecipi de’ mali
Foste dell’uomo di cui nulla al mondo,Iliade, libro XVII, vv. 540-563, trad. di V. Monti
La scena dei cavalli di Achille è uno dei momenti in cui l’Iliade sorprende di più. Monti la rende con una grande cura del ritmo. Prima l’immobilità: Automedonte li frusta, li accarezza con le parole, li minaccia, ma loro non vogliono né andare verso il mare né tornare in battaglia. Poi la similitudine della colonna funebre, che li trasforma quasi in un monumento: stanno fermi, “colle teste inchine”, e versano “calde stille” dalle palpebre. La criniera cade sul giogo e si sporca di polvere, come i capelli di chi è in lutto. Il pianto degli animali è visto da Giove, che si commuove e si rimprovera: perché vi abbiamo dati a un mortale, voi che non conoscete morte né vecchiaia? Forse, conclude, perché conosceste anche voi il dolore degli uomini. In questa domanda c’è una riflessione sulla condizione umana, fatta per una volta dal punto di vista di chi è immortale.
Domande per il ripasso
- Chi difende per primo il corpo di Patroclo?
- Perché Giove ha pietà di Ettore quando indossa le armi di Achille?
- Che cosa chiede Aiace nella preghiera durante la nebbia?
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