Lingua e letteratura latina II: appunti per l’esame

Appunti di Lingua e letteratura latina II: età augustea e imperiale, da Virgilio, Orazio e Ovidio a Seneca e Tacito, con metrica lirica e stile.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Con Lingua e letteratura latina II cambia il livello. Se il primo esame ti chiedeva di tradurre correttamente, questo ti chiede di commentare: perché Virgilio mette quella parola in fine di verso, perché Tacito evita la simmetria, che cosa fa Orazio con la strofe alcaica. La storia letteraria va dall’età augustea alla tarda antichità, e il corso monografico, quasi sempre su un autore o un’opera, pesa molto nel voto.

Di solito l’esame consiste in un orale, a volte preceduto da una prova scritta di traduzione più impegnativa di quella del primo anno (Tacito, Seneca, Livio). All’orale il docente ti dà un passo dei testi in programma: leggi, traduci, commenti. Poi passa alla storia letteraria. Il passaggio da “traduzione” a “commento” è la chiave di tutto l’esame.

Le basi di grammatica, metrica e la letteratura arcaica e repubblicana le trovi in Lingua e letteratura latina I; il quadro completo negli appunti di Letteratura latina.

Esame Lingua e letteratura latina II
Corsi di laurea Lettere (L-10), secondo o terzo anno; Filologia, letterature e storia dell’antichità (LM-15)
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD LATI-01/A (ex L-FIL-LET/04)
Prova traduzione e commento di testi d’autore, spesso con un corso monografico (un libro dell’Eneide, le Odi, Tacito)

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come si commenta un testo latino

I livelli del commento

Un buon commento procede per livelli, come quello che trovi nelle edizioni scolastiche e universitarie, ma con un ordine che devi avere chiaro in testa.

Il primo è la collocazione: dove si trova il passo nell’opera, che cosa è successo prima, a chi si rivolge. Il secondo è la lingua: le forme rare, gli arcaismi, i grecismi, le costruzioni particolari. Il terzo è lo stile: ordine delle parole, figure retoriche, ritmo, metrica. Il quarto è l’intertestualità: quali modelli greci o latini richiama l’autore, quali testi successivi lo hanno ripreso. Il quinto è l’interpretazione: che cosa significa il passo, quali problemi critici pone.

Non devi esaurire tutti i livelli per ogni verso. Devi scegliere due o tre cose significative e spiegarle bene. Un commento che elenca venti figure retoriche senza dire a che cosa servono vale meno di uno che ne individua due e mostra come costruiscono il senso.

L’ordine delle parole

Il latino ha un ordine delle parole libero dal punto di vista grammaticale, ma non casuale. Le posizioni di rilievo sono l’inizio e la fine della frase, e in poesia l’inizio e la fine del verso. L’iperbato, cioè la separazione di parole che vanno insieme, mette in evidenza i termini separati e crea attesa. Nei poeti augustei è frequentissima la disposizione detta “verso aureo”: due aggettivi, un verbo al centro, due sostantivi, con incrocio o parallelismo (aggettivo A, aggettivo B, verbo, sostantivo A, sostantivo B). Riconoscerlo, in un verso di Virgilio o di Ovidio, fa sempre buona impressione.

Allusione e arte allusiva

Giorgio Pasquali, in un saggio celebre (Arte allusiva, 1942), ha distinto fra reminiscenza (involontaria), imitazione (che il poeta può voler nascondere) e allusione, che il poeta vuole che il lettore riconosca, perché il senso del testo nasce proprio dal confronto con il modello. Gian Biagio Conte ha sviluppato queste idee in Memoria dei poeti e sistema letterario (1974). Per i poeti augustei, che scrivono per un pubblico colto che conosceva Omero, Callimaco, Ennio, Catullo, l’allusione è uno strumento fondamentale.

Cosa ti chiedono all’orale (commento)

Che differenza c’è fra imitazione e allusione secondo Pasquali? Nel saggio Arte allusiva Pasquali distingue la reminiscenza, inconsapevole; l’imitazione, in cui il poeta riprende un modello e può anche volerlo nascondere; e l’allusione, in cui il poeta vuole che il lettore riconosca il modello, perché il significato del testo nasce dal confronto. L’allusione presuppone quindi un pubblico colto, capace di cogliere il richiamo.

L’età augustea: poesia e potere

Prima di entrare negli autori, una domanda che all’orale ritorna spesso: che rapporto c’era fra i poeti augustei e il potere? Dopo la vittoria di Azio (31 a.C.) Ottaviano, che nel 27 a.C. riceve il titolo di Augusto, costruisce un nuovo regime presentato come restaurazione della Repubblica e dei valori antichi: la religione tradizionale, la famiglia, la moralità, il lavoro dei campi, la pace dopo un secolo di guerre civili.

Il tramite fra il principe e i poeti è Gaio Cilnio Mecenate, un cavaliere etrusco ricchissimo, amico di Augusto, che raduna intorno a sé Virgilio, Orazio, Vario Rufo e altri, offrendo loro protezione e sostegno economico. Il suo nome è diventato un nome comune. Un altro circolo, più indipendente, si raccoglie attorno a Marco Valerio Messalla Corvino, e ne fanno parte Tibullo e, giovanissimo, Ovidio.

Il rapporto non va pensato come pura propaganda. I poeti condividono in buona parte il desiderio di pace e di ordine, ma conservano una propria voce: Virgilio celebra Roma e insieme piange le sue vittime, Orazio rifiuta più volte di scrivere un poema epico su Augusto con la formula della recusatio, dichiarandosi incapace di un canto così alto, e gli elegiaci rifiutano apertamente i valori della carriera militare. Ovidio, nato dopo le guerre civili, non ha la stessa gratitudine verso il principe, e la sua ironia finirà per costargli l’esilio.

Virgilio

Bucoliche e Georgiche

Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.), nato vicino a Mantova, è il poeta che più di ogni altro ha definito la letteratura latina. Le Bucoliche, dieci egloghe in esametri (composte fra il 42 e il 39 a.C. circa), riprendono il modello degli Idilli di Teocrito, ma trasferiscono il mondo pastorale in un’Arcadia ideale, attraversata dagli echi della storia contemporanea: le confische di terre ai contadini per darle ai veterani dopo la battaglia di Filippi (prima e nona egloga). La quarta egloga annuncia la nascita di un fanciullo che riporterà l’età dell’oro: i cristiani la lessero come profezia della nascita di Cristo, e per questo Virgilio ebbe nel Medioevo una fama di profeta.

Le Georgiche (terminate intorno al 29 a.C.), quattro libri in esametri sull’agricoltura, sono dedicate a Mecenate. Il modello esiodeo (Opere e giorni) si unisce a Lucrezio. Al centro c’è il “labor improbus”, il lavoro duro e incessante che l’uomo deve compiere per strappare alla terra il suo frutto. Il quarto libro, sulle api, si chiude con l’epillio di Aristeo, che contiene il mito di Orfeo ed Euridice: uno dei pezzi più belli della poesia latina. Orfeo scende agli Inferi per riavere la moglie, ottiene di riportarla in vita a patto di non voltarsi, ma vicino all’uscita si volta, vinto dall’amore e da una “dementia” improvvisa, e la perde per sempre. Virgilio racconta il mito con un’intensità patetica che Ovidio riprenderà, in modo diverso, nelle Metamorfosi. La struttura a incastro, con la storia di Orfeo dentro quella di Aristeo, è un procedimento tipico dell’epillio alessandrino e dei poetae novi.

L’Eneide

L’Eneide, in dodici libri, è rimasta incompiuta alla morte del poeta (19 a.C.). Secondo la tradizione Virgilio chiese di bruciarla, ma Augusto ne ordinò la pubblicazione, affidata a Vario e Tucca; alcuni versi incompleti (“tibicines”) sono rimasti come testimonianza del lavoro non finito.

Il poema imita e rovescia Omero: i libri I-VI sono un’Odissea, il viaggio di Enea da Troia all’Italia; i libri VII-XII un’Iliade, la guerra nel Lazio contro Turno. Ma il protagonista non è un eroe individuale come Achille o Ulisse: è “pius”, devoto agli dèi, alla famiglia, al destino di Roma, e spesso è costretto a sacrificare la propria felicità alla missione. Il libro IV, con l’amore e il suicidio di Didone, è il punto più alto di questo conflitto: Enea abbandona la regina per obbedire al fato.

Il libro VI, con la discesa agli Inferi e l’incontro con il padre Anchise, contiene la rassegna degli eroi della futura storia di Roma, fino a Marcello, il giovane nipote di Augusto morto nel 23 a.C., e la definizione della missione romana: “tu regere imperio populos, Romane, memento […] parcere subiectis et debellare superbos”. Il poema si chiude con la morte di Turno, ucciso da Enea in un accesso d’ira quando vede su di lui il balteo di Pallante: un finale cupo, senza celebrazione, su cui la critica discute da sempre. La scuola detta “di Harvard” ha letto l’Eneide come un poema delle “due voci”, in cui la celebrazione di Augusto convive con il dolore per le vittime della storia.

Un esempio: l’inizio del libro IV

At regina gravi iamdudum saucia cura
> vulnus alit venis et caeco carpitur igni.
> Multa viri virtus animo multusque recursat
> gentis honos; haerent infixi pectore vultus
> verbaque, nec placidam membris dat cura quietem.

Collocazione: siamo all’inizio del libro IV, dopo che Enea ha raccontato a Didone, durante il banchetto, la caduta di Troia e le sue peregrinazioni (libri II e III). “At” segna lo stacco: mentre il racconto è finito, nella regina qualcosa è cominciato.

Lingua e immagini: l’amore è descritto con il lessico della ferita (“saucia”, “vulnus”) e del fuoco (“caeco igni”), due metafore che attraverseranno tutto il libro, fino al rogo e alla spada con cui Didone si uccide. “Vulnus alit venis”, nutre la ferita con le vene, cioè con il proprio sangue: la passione si alimenta di lei stessa. “Caeco” è sia “nascosto” sia “che rende ciechi”.

Stile: nel terzo verso l’allitterazione “viri virtus” e il poliptoto “multa… multus” incorniciano le qualità di Enea che tornano alla mente della regina; “recursat”, frequentativo, dice un pensiero ossessivo che ritorna. Nota l’enjambement “multusque recursat / gentis honos”, che spezza il verso proprio dove il pensiero si allarga dalla persona di Enea alla sua stirpe. Nel quinto verso “cura” torna a chiudere il giro iniziato da “cura” nel primo: è la stessa angoscia d’amore, che ora toglie il sonno.

Intertestualità: il modello più vicino è la Medea di Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, innamorata di Giasone; dietro c’è anche la Saffo dei sintomi d’amore, filtrata da Catullo. Interpretazione: in cinque versi Virgilio prepara la tragedia. Il lettore sa già, dal libro I, che Didone è destinata a soffrire; la regina no. È questa distanza fra ciò che sa il lettore e ciò che sa il personaggio a dare al libro IV la sua forza tragica.

Questo è il tipo di commento che il docente si aspetta: non tutto, ma le cose che contano, legate fra loro da un’idea.

Cosa ti chiedono all’orale (Virgilio)

In che senso Enea è un eroe diverso da quelli omerici? Enea è definito pius: la sua virtù principale è la devozione agli dèi, al padre, al figlio e al destino di Roma. Non cerca la gloria personale come Achille né il ritorno a casa come Ulisse, ma compie una missione che lo supera e che spesso gli costa sofferenza, come l’abbandono di Didone. È un eroe della responsabilità, più che della forza o dell’astuzia.

Perché il finale dell’Eneide è discusso? Perché il poema si chiude bruscamente con Enea che uccide Turno, che lo supplicava, in preda all’ira dopo aver visto il balteo di Pallante. Il pio Enea agisce con violenza, senza la clemenza che Anchise aveva raccomandato nel libro VI. Alcuni critici vi vedono la giusta vendetta, altri un segno del prezzo umano dell’impero, nella linea delle “due voci” del poema.

Orazio

Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.), figlio di un liberto di Venosa, combatte a Filippi con Bruto, poi entra nel circolo di Mecenate, che gli regala una villa in Sabina. Le opere seguono un percorso preciso.

Le Satire (Sermones), due libri in esametri, riprendono Lucilio con un tono più misurato: non l’attacco personale, ma la riflessione morale sorridente sui vizi e sulle follie umane, con la regola dell'”est modus in rebus”. La satira del seccatore (I, 9), che non riesce a liberarsi di un importuno lungo la via Sacra, è un piccolo capolavoro di comicità. Gli Epodi, in metri giambici, riprendono Archiloco con toni aggressivi.

Le Odi (Carmina), tre libri pubblicati nel 23 a.C., poi un quarto libro, sono il capolavoro di Orazio e uno dei vertici della lirica europea. Orazio adatta al latino i metri della lirica greca arcaica, soprattutto di Alceo e Saffo, e se ne vanta nell’ode che chiude il terzo libro: “Exegi monumentum aere perennius”, ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo, rivendicando di aver portato per primo il canto eolico nei metri italici. I temi: la brevità della vita e l’invito a godere del presente (“carpe diem”, I, 11), la misura e l'”aurea mediocritas” (II, 10), l’amicizia, il vino, l’amore leggero, e nelle “odi romane” (III, 1-6) la celebrazione dei valori augustei. Nel 17 a.C. compone il Carmen saeculare, cantato da un coro di fanciulli e fanciulle durante i Ludi saeculares.

Le Epistole, due libri in esametri, tornano al tono colloquiale delle Satire ma con una riflessione più matura. L’Epistola ai Pisoni, nota come Ars poetica, è un testo fondamentale per la teoria letteraria europea: “aut prodesse volunt aut delectare poetae”, il “labor limae”, l'”in medias res”, il precetto di non mettere in scena atrocità come Medea che uccide i figli.

La metrica lirica

All’orale di Latina II è frequente che ti chiedano di riconoscere e leggere una strofe oraziana. Le due più importanti sono la strofe alcaica, di quattro versi (due endecasillabi alcaici, un enneasillabo alcaico, un decasillabo alcaico), usata per le odi più solenni, come le odi romane e il “Nunc est bibendum” (I, 37) per la morte di Cleopatra; e la strofe saffica minore, tre endecasillabi saffici e un adonio, usata anche nel Carmen saeculare. Altri metri frequenti sono gli asclepiadei, in diverse combinazioni: il primo asclepiadeo, fatto di soli asclepiadei minori, è il metro di “Exegi monumentum”. Non serve conoscerli tutti a memoria, ma devi saper dire quale metro usa l’ode che stai commentando e leggerne almeno una strofa.

Cosa ti chiedono all’orale (Orazio)

Che cosa rivendica Orazio in Exegi monumentum? Nell’ode che chiude il terzo libro dei Carmina Orazio afferma di aver costruito con la sua poesia un monumento più durevole del bronzo e più alto delle piramidi, che né la pioggia né il vento né il tempo potranno distruggere. Non morirà del tutto: “non omnis moriar”. Rivendica di essere stato il primo a portare la lirica eolica, cioè di Alceo e Saffo, nei metri latini, e chiede alla Musa la corona d’alloro.

Che cosa significa carpe diem? È l’invito, nell’ode I, 11 a Leuconoe, a cogliere il giorno presente, senza affidarsi al domani e senza interrogare gli astrologi sul futuro. Non è un invito al piacere sfrenato, ma alla consapevolezza della brevità della vita e alla saggezza di vivere con misura il presente. La metafora agricola di “carpere”, cogliere un frutto maturo, è importante per capirne il senso.

L’elegia e Ovidio

Tibullo e Properzio

L’elegia erotica latina è un genere tipicamente romano, anche se ha radici greche. Il poeta canta in distici elegiaci il suo amore per una donna, spesso con uno pseudonimo, in prima persona: è la poesia del “servitium amoris”, in cui l’amante si dichiara schiavo della donna, e della “militia amoris”, in cui l’amore è una guerra. L’elegiaco rifiuta i valori tradizionali (la carriera politica, la guerra, la ricchezza) per una vita dedicata all’amore e alla poesia. Cornelio Gallo, considerato il fondatore del genere, ci è noto quasi solo da pochi versi ritrovati su un papiro a Qasr Ibrim, in Egitto.

Albio Tibullo canta Delia e poi Nemesi, con un sogno di vita campestre semplice e serena. Sesto Properzio canta Cinzia, in versi più complessi, densi di mitologia ed erudizione alessandrina; il suo primo libro si apre con “Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis”. Nel quarto libro Properzio si volge a temi eziologici romani, sull’esempio degli Aitia di Callimaco, definendosi “Romanus Callimachus”.

Ovidio

Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17/18 d.C.), di Sulmona, è il più giovane dei poeti augustei e il più versatile. Gli Amores riprendono l’elegia con un tono ironico, quasi parodico; l’Ars amatoria è un manuale in distici per conquistare e conservare l’amore, che rovescia la poesia didascalica con un sorriso; le Heroides sono lettere immaginarie di eroine del mito ai loro amanti lontani (Penelope a Ulisse, Didone a Enea, Arianna a Teseo).

Le Metamorfosi, quindici libri in esametri, sono un poema “perpetuum” che racconta circa duecentocinquanta miti di trasformazione, dal caos primordiale alla trasformazione di Cesare in stella. È un poema enciclopedico, costruito con passaggi abilissimi da un mito all’altro, racconti incorniciati dentro altri racconti, cambi di tono. Apollo e Dafne, Narciso ed Eco, Piramo e Tisbe, Dedalo e Icaro, Orfeo ed Euridice, Filemone e Bauci: gran parte della mitologia classica, nell’arte e nella letteratura europea, passa attraverso Ovidio. Un esempio per capire il suo modo di raccontare: Apollo e Dafne, nel primo libro. Apollo, che ha appena ucciso il serpente Pitone, deride Cupido per il suo arco da bambino; Cupido si vendica colpendo Apollo con una freccia d’oro, che fa innamorare, e la ninfa Dafne con una di piombo, che fa fuggire l’amore. Segue l’inseguimento, con Apollo che le parla mentre corre, elencando i suoi titoli come un corteggiatore presuntuoso, e la trasformazione: le membra si irrigidiscono, i capelli diventano foglie, le braccia rami. Ma anche trasformata in alloro, Dafne sembra ritrarsi dai baci del dio. Ovidio mescola commedia e pathos, e descrive la metamorfosi come un processo visibile, passo dopo passo: è questa “visibilità” che ha affascinato pittori e scultori, da Bernini in poi.

I Fasti, poema in distici sul calendario romano, rimasero interrotti al sesto libro.

Nell’8 d.C. Augusto relega Ovidio a Tomi, sul Mar Nero (l’attuale Costanza in Romania). Le cause, secondo il poeta stesso, furono “carmen et error”, un carme (l’Ars amatoria, contraria alla politica morale augustea) e un errore che non specifica mai. Dall’esilio scrive i Tristia e le Epistulae ex Ponto, lamenti e suppliche, e non fu mai richiamato.

Cosa ti chiedono all’orale (elegia e Ovidio)

Che cosa si intende per servitium amoris? È uno dei motivi centrali dell’elegia latina: il poeta-amante si rappresenta come schiavo della donna amata, la domina, e accetta di sottomettersi ai suoi capricci. Il motivo rovescia i ruoli sociali romani, in cui l’uomo libero era padrone, e si collega al rifiuto, da parte dell’elegiaco, dei valori tradizionali come la carriera politica e militare.

Perché Ovidio fu esiliato? Ovidio stesso indica due cause, “carmen et error”: un carme, l’Ars amatoria, che contrastava con la politica di restaurazione morale di Augusto, e un errore che non spiega mai. Si è pensato a un coinvolgimento negli scandali della nipote di Augusto, Giulia minore, relegata nello stesso anno, ma non ci sono prove. Fu relegato a Tomi nell’8 d.C., e lì morì.

Livio

Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), padovano, scrive gli Ab Urbe condita libri, una storia di Roma dalle origini fino al 9 a.C. in centoquarantadue libri, di cui ne restano trentacinque (I-X e XXI-XLV), oltre ai riassunti tardi detti Periochae. Livio lavora sulle fonti precedenti più che sui documenti, e ha uno scopo morale dichiarato nella prefazione: mostrare nei fatti del passato esempi da imitare e da evitare. La prosa è ampia e colorita, “lactea ubertas” la chiamò Quintiliano, con discorsi diretti composti dallo storico e grandi scene drammatiche: il ratto delle Sabine, Lucrezia, Orazio Coclite, Annibale che attraversa le Alpi. Il terzo decade, sulla seconda guerra punica, è la più letta. Machiavelli scriverà i suoi Discorsi proprio sulla prima deca liviana.

L’età giulio-claudia: Seneca, Lucano, Petronio

Seneca

Lucio Anneo Seneca (circa 4 a.C.-65 d.C.), nato a Cordova, filosofo stoico, è precettore e poi consigliere di Nerone, finché si ritira dalla vita politica e viene costretto al suicidio nel 65 d.C., accusato di aver partecipato alla congiura di Pisone. Tacito racconta la sua morte negli Annales (XV, 62-64), con un’evidente allusione alla morte di Socrate.

Le opere filosofiche: i Dialogi (fra cui il De brevitate vitae, il De ira, il De tranquillitate animi, le tre Consolationes), il De clementia dedicato a Nerone, il De beneficiis, le Naturales quaestiones, e soprattutto le Epistulae morales ad Lucilium, centoventiquattro lettere che costruiscono un percorso di formazione morale. La prima si apre con “Vindica te tibi”, rivendica te stesso, e con la riflessione sul tempo, che ci sfugge, “omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est”. Scrive anche nove tragedie (più due di attribuzione discussa), di argomento greco, piene di passioni violente e di orrore, che hanno avuto un’influenza enorme sul teatro europeo, da Shakespeare in poi. Le più lette sono la Medea, la Phaedra e il Thyestes, con il banchetto in cui Atreo fa mangiare al fratello le carni dei figli. Il problema critico classico è se fossero destinate alla scena o alla recitazione in sale private: molti studiosi propendono per la seconda ipotesi, ma la questione resta aperta. In ogni caso vi si ritrova la stessa riflessione delle opere filosofiche, rovesciata: invece del saggio che domina le passioni, personaggi travolti dal furor, dall’ira, dal desiderio di vendetta. Seneca scrive anche l’Apokolokyntosis, satira sulla morte e la “zucchificazione” dell’imperatore Claudio.

Lo stile di Seneca è l’opposto del periodo ciceroniano: frasi brevi, sentenze lapidarie, antitesi, ripetizioni, una prosa “a scatti” che punta a colpire il lettore. Caligola la definì con disprezzo “harena sine calce”, sabbia senza calce, secondo Svetonio. Per tradurlo bisogna rendere la concisione senza perdere il gioco delle antitesi.

Lucano e Petronio

Marco Anneo Lucano, nipote di Seneca, scrive il Bellum civile (noto anche come Pharsalia), poema epico in dieci libri sulla guerra fra Cesare e Pompeo, rimasto incompiuto per la morte dell’autore, anche lui coinvolto nella congiura di Pisone nel 65. È un’anti-Eneide: niente apparato divino, una storia di distruzione e di guerra fratricida, e un eroe, Catone, che difende la libertà repubblicana con lucida disperazione. “Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni”, la causa vincitrice piacque agli dèi, quella vinta a Catone.

Il Satyricon è un romanzo in prosa e versi (prosimetro) di cui ci restano ampi frammenti. L’autore è identificato di solito con il Petronio “arbiter elegantiae” della corte neroniana, di cui Tacito racconta il suicidio raffinato (Annales XVI, 18-19), anche se l’identificazione non è certa. Il narratore, Encolpio, vaga con il giovane Gitone e l’amico Ascilto per l’Italia meridionale, in una serie di avventure picaresche che parodiano il romanzo greco d’amore. L’episodio più famoso è la Cena Trimalchionis, il banchetto di un ricchissimo liberto volgare, dove i commensali parlano un latino colloquiale, pieno di espressioni popolari: per noi una fonte preziosa del latino parlato. Erich Auerbach vi dedica un capitolo di Mimesis.

Cosa ti chiedono all’orale (età giulio-claudia)

Che cosa caratterizza lo stile di Seneca? La brevità delle frasi, la ricerca della sententia, cioè della frase lapidaria e memorabile, l’uso di antitesi, parallelismi e ripetizioni, e l’assenza del periodo ampio e simmetrico di tipo ciceroniano. È uno stile pensato per colpire e convincere il lettore, coerente con il fine della filosofia senecana, che vuole trasformare chi legge. Gli antichi lo criticarono, come Caligola con la formula “sabbia senza calce”, ma ebbe un’enorme influenza.

Perché il Bellum civile di Lucano è detto anti-Eneide? Perché rovescia i presupposti del poema virgiliano: elimina l’intervento degli dèi, racconta una guerra civile invece della fondazione di Roma, e vede nella vittoria di Cesare l’inizio della perdita della libertà. Dove Virgilio celebrava il destino provvidenziale di Roma, Lucano mostra un mondo dominato dalla violenza e dal caso, con Catone come eroe della causa perduta.

Gli altri autori del I secolo

Accanto ai grandi nomi, il programma può comprendere autori che è bene saper collocare. Fedro, liberto di Augusto, scrive favole in senari giambici sul modello di Esopo, rivendicando la brevità e la funzione morale del genere; il lupo e l’agnello apre il primo libro. Velleio Patercolo scrive sotto Tiberio una storia di Roma in due libri, apertamente favorevole all’imperatore. Valerio Massimo raccoglie esempi memorabili di virtù e di vizi, i Factorum et dictorum memorabilium libri, un repertorio per oratori che ebbe grande fortuna nel Medioevo. Curzio Rufo scrive una storia di Alessandro Magno dai toni romanzeschi.

Fra i poeti, Persio, morto giovane sotto Nerone, scrive sei satire di ispirazione stoica, oscure e dense, con uno stile che i commentatori hanno sempre faticato a decifrare. In età flavia l’epica continua con la Tebaide di Stazio, sul ciclo tebano, gli Argonautica di Valerio Flacco e i Punica di Silio Italico, sulla seconda guerra punica. Stazio scrive anche le Silvae, poesie d’occasione di grande raffinatezza; Dante lo incontrerà nel Purgatorio e ne farà, con un’invenzione che non ha fondamento storico, un cristiano segreto.

L’età flavia e il II secolo

Quintiliano, Marziale, i Plinii

Marco Fabio Quintiliano, primo retore stipendiato dallo Stato sotto Vespasiano, scrive l’Institutio oratoria in dodici libri, un trattato completo sulla formazione dell’oratore dall’infanzia. Il decimo libro contiene un celebre giudizio sugli autori greci e latini da leggere, una sorta di canone. Quintiliano propone il ritorno al modello ciceroniano contro lo stile “corrotto” alla Seneca.

Marco Valerio Marziale, spagnolo come Seneca e Quintiliano, scrive dodici libri di epigrammi, più alcune raccolte minori: brevi componimenti, per lo più in distici, che descrivono con arguzia la vita quotidiana di Roma, i tipi umani, i vizi, la condizione del cliente costretto a corteggiare i ricchi. La battuta finale, il “fulmen in clausula”, è la sua firma. Il suo modello è Catullo, e come Catullo dà dignità letteraria a un genere breve e considerato minore. Molti suoi epigrammi sono ritratti di tipi sociali che riconosceresti ancora oggi: il poeta che legge i suoi versi a tutti, il medico che uccide i pazienti, il ricco avaro, il cacciatore di eredità.

Plinio il Vecchio scrive la Naturalis historia, trentasette libri, un’enciclopedia di tutto il sapere naturale; muore nel 79 d.C. durante l’eruzione del Vesuvio, che volle osservare da vicino e durante la quale cercò di soccorrere chi fuggiva. Il nipote, Plinio il Giovane, racconta la sua morte in due lettere a Tacito (VI, 16 e 20). Le sue Epistulae, dieci libri, sono un ritratto della vita di un senatore colto dell’età di Traiano; il decimo libro contiene la corrispondenza con l’imperatore quando Plinio era governatore della Bitinia, e la lettera X, 96 è uno dei primi documenti pagani sui cristiani.

Tacito

Publio Cornelio Tacito è il maggiore storico latino. Dopo l’Agricola, biografia del suocero e conquistatore della Britannia (con il discorso del capo caledone Calgaco e la frase “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”), la Germania, opera etnografica sui popoli germanici, e il Dialogus de oratoribus, sulle cause della decadenza dell’eloquenza, scrive le due grandi opere storiche: le Historiae, sul periodo dal 69 al 96 d.C. (ne restano i primi libri, sul 69-70), e gli Annales, dalla morte di Augusto (14 d.C.) a quella di Nerone (68), di cui ci sono giunte ampie parti.

Tacito dichiara di scrivere “sine ira et studio”, senza rancore né parzialità, ma la sua visione è cupa: il principato è necessario per garantire la pace, ma ha tolto la libertà e ha prodotto servilismo e corruzione. I ritratti di Tiberio, ipocrita e sospettoso, e di Nerone sono capolavori di psicologia insinuante. Lo stile è il più difficile della prosa latina: brevità estrema, asimmetria (variatio), arcaismi, ellissi, sentenze. Tradurre Tacito è l’esercizio più impegnativo di questo esame, e anche quello più gratificante: in poche parole c’è un giudizio, un’ironia, un’ombra.

Prendi l’inizio degli Annales: “Urbem Romam a principio reges habuere; libertatem et consulatum L. Brutus instituit. Dictaturae ad tempus sumebantur; neque decemviralis potestas ultra biennium, neque tribunorum militum consulare ius diu valuit.” In tre righe Tacito riassume secoli di storia costituzionale romana. Nota il perfetto in -ere (“habuere” per “habuerunt”), la frase iniziale che mette “Urbem Romam” in testa come oggetto, e la sequenza di poteri provvisori (“ad tempus”, “ultra biennium”, “diu”): tutto, nella Repubblica, era temporaneo. Poche righe dopo arriva Augusto, che “cuncta discordiis civilibus fessa nomine principis sub imperium accepit”, prese sotto il suo potere, con il nome di principe, uno Stato stremato dalle discordie civili. “Nomine principis”: il nome è modesto, la realtà è un “imperium”. In due parole c’è il giudizio tacitiano sul principato.

Giovenale, Svetonio, Apuleio

Decimo Giunio Giovenale scrive sedici satire in esametri, con un’indignazione violenta contro la corruzione di Roma: “facit indignatio versum”, è l’indignazione a fare il verso, e “si natura negat”. La sesta satira contro le donne e la terza contro la vita in città sono le più celebri; da lui vengono “panem et circenses” e “mens sana in corpore sano”. Gaio Svetonio Tranquillo, segretario di Adriano, scrive il De vita Caesarum, biografie dei dodici Cesari da Giulio Cesare a Domiziano, ricche di aneddoti e dettagli privati, ordinate per categorie (per species) più che per cronologia.

Apuleio di Madaura, in Africa, scrive le Metamorfosi, note anche come L’asino d’oro, l’unico romanzo latino giunto per intero: Lucio, trasformato per errore in asino, attraversa avventure di ogni tipo e alla fine riacquista forma umana grazie alla dea Iside, a cui si consacra. Al centro c’è la favola di Amore e Psiche, raccontata da una vecchia, che ha avuto un’immensa fortuna nell’arte e nella letteratura. La lingua è ricchissima, sperimentale, piena di arcaismi, neologismi, effetti sonori.

Cosa ti chiedono all’orale (età imperiale)

Quale giudizio dà Tacito sul principato? Tacito considera il principato una necessità storica, perché solo il potere di uno ha potuto mettere fine alle guerre civili e garantire la pace. Ma ne vede anche il prezzo: la perdita della libertà repubblicana, il servilismo del senato, la corruzione morale, l’arbitrio degli imperatori peggiori. Nell’Agricola mostra che anche sotto un cattivo principe si può servire lo Stato con dignità, senza servilismo e senza gesti inutili di ribellione.

Che cos’è la lettera X, 96 di Plinio? È la lettera con cui Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, chiede a Traiano come comportarsi con i cristiani denunciati. Descrive le loro riunioni, prima dell’alba, i canti a Cristo “quasi deo”, e l’impegno a non commettere delitti. Traiano risponde che i cristiani non devono essere ricercati, ma vanno puniti se denunciati e se non rinnegano, e che le denunce anonime non devono essere accolte. È uno dei primi documenti non cristiani sulla nuova religione.

La tarda antichità

Il programma di Latina II arriva spesso fino ai primi secoli cristiani. Tertulliano, africano, scrive in un latino aspro e vigoroso in difesa dei cristiani (Apologeticum). Nel IV secolo Girolamo traduce la Bibbia in latino, la Vulgata, che resterà il testo biblico dell’Occidente per più di un millennio. Ambrogio, vescovo di Milano, compone inni in dimetri giambici che fondano l’innografia cristiana.

E soprattutto Agostino di Ippona, che nelle Confessiones (circa 397-400) racconta la propria vita, la giovinezza inquieta, il manicheismo, l’incontro con Ambrogio, la conversione nel giardino di Milano dopo aver sentito una voce di bambino che diceva “tolle, lege”, prendi e leggi. È un’opera nuova, un’autobiografia interiore rivolta a Dio, che inaugura la scrittura dell’io nella cultura occidentale. Il De civitate Dei, scritto dopo il sacco di Roma del 410, risponde ai pagani che accusavano i cristiani della rovina dell’Impero.

Cosa ti chiedono all’orale (tarda antichità)

Perché le Confessioni di Agostino sono un’opera nuova? Perché sono un’autobiografia interiore, in cui l’autore racconta la propria vita come ricerca di Dio, in forma di lunga preghiera rivolta a lui. Agostino analizza i propri desideri, errori e conversioni con un’attenzione all’interiorità mai vista prima nella letteratura antica. Il racconto culmina nella conversione nel giardino di Milano, e gli ultimi libri riflettono sulla memoria, sul tempo e sulla creazione.

Come prepararti

Il corso monografico è la parte su cui conviene investire di più. Se il programma prevede un libro dell’Eneide o una scelta di Odi, devi conoscere quel testo verso per verso: traduzione sicura, metrica, figure, problemi critici, e almeno un commento moderno consultato (per Virgilio quelli di Austin, per Orazio quello di Nisbet e Hubbard, se il docente li indica). Per gli altri autori bastano la storia letteraria e i passi antologizzati, ma letti in latino.

Un metodo che funziona: per ogni passo in programma prepara tre righe di “cose da dire” oltre la traduzione. Una sulla collocazione, una sullo stile, una sull’interpretazione o sui modelli. All’orale, dopo aver tradotto, parti da lì senza aspettare la domanda: dimostri di saper commentare, che è esattamente quello che l’esame valuta. E se il docente ti interrompe per fare una domanda diversa, non preoccuparti: vuol dire che la parte che hai esposto lo ha convinto, e che vuole vedere fin dove arrivi. Rispondi con calma, tornando sempre al testo che hai davanti: è lì che trovi gli argomenti migliori.

La lingua: dal latino classico al latino tardo

In Latina II ti può capitare una domanda di storia della lingua, soprattutto se hai letto la Cena Trimalchionis o un autore cristiano. Il latino che studi a scuola è quello letterario di Cicerone e Cesare, una lingua fortemente normalizzata. Accanto a questa norma è sempre esistito un latino parlato, che emerge in alcuni testi.

Nella Cena i liberti dicono “caelus” invece di “caelum”, usano il neutro come maschile (“vinus”), preferiscono forme analitiche e diminutivi, mescolano grecismi e parole popolari. Molti di questi tratti si ritrovano nelle lingue romanze. Nei secoli successivi i testi “volgarizzanti” diventano più numerosi: l’Itinerarium Egeriae, il racconto di un pellegrinaggio in Terra Santa scritto probabilmente alla fine del IV secolo da una donna, forse della Galizia o della Gallia, usa “ipse” e “ille” quasi come articoli, preposizioni al posto dei casi, costruzioni come “habeo” più l’infinito. Gli autori cristiani, poi, scelgono a volte consapevolmente un “sermo humilis”, una lingua semplice, per raggiungere tutti, sul modello della Bibbia, che i dotti pagani trovavano rozza.

Agostino ne è consapevole: in un passo celebre delle Enarrationes in Psalmos dice che preferisce essere criticato dai grammatici piuttosto che non essere capito dal popolo (“melius est reprehendant nos grammatici quam non intellegant populi”, Enarr. in Ps. 138, 20). Il contesto è concreto e istruttivo: commentando il versetto “non est absconditum os meum a te”, Agostino osserva che “os”, osso, si confonde facilmente con “os”, bocca, perché il popolo non distingue più la quantità delle vocali (ŏs breve e ōs lungo). Per questo preferisce la forma popolare “ossum”, scorretta per i grammatici ma chiara per tutti. È una prova diretta della perdita delle quantità vocaliche, il fenomeno da cui nasce il vocalismo romanzo: un piccolo passo di un commento ai Salmi che ti permette di collegare tre esami. È una frase che all’orale ti permette di collegare la letteratura tarda alla nascita delle lingue romanze, un argomento che riprenderai negli appunti di Filologia e linguistica romanza.

Esami collegati

La lingua e la letteratura arcaica e repubblicana sono in Lingua e letteratura latina I, il quadro complessivo negli appunti di Letteratura latina. I modelli greci, da Omero a Callimaco, li trovi in Lingua e letteratura greca II e in Letteratura greca; il contesto in Storia romana. Per la trasmissione dei testi antichi, servono gli appunti di Filologia italiana, che spiegano il metodo stemmatico. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • Gian Biagio Conte, Letteratura latina, Le Monnier.
  • Giorgio Pasquali, Arte allusiva, in Pagine stravaganti, Sansoni.
  • Gian Biagio Conte, Memoria dei poeti e sistema letterario, Einaudi, 1974.
  • Antonio La Penna, L’impossibile giustificazione della storia. Un’interpretazione di Virgilio, Laterza, 2005.
  • Alfonso Traina, Lo stile “drammatico” del filosofo Seneca, Pàtron.
  • Sandro Boldrini, La prosodia e la metrica dei Romani, Carocci, per la metrica lirica.
  • Testi: Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca, Tacito, Apuleio con testo a fronte nella BUR e negli Oscar Classici; per Agostino, Confessioni, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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