Se il tuo ateneo separa Storia romana da Istituzioni di storia romana, l’esame di Storia romana ti chiede qualcosa in più della sequenza di re, consoli e imperatori: ti chiede di sapere da dove vengono le notizie e come gli storici moderni le hanno interpretate. Il racconto dei fatti e il funzionamento delle magistrature li trovi negli appunti di Istituzioni di storia romana, e qui non li ripeto.
Questi appunti seguono lo stesso metodo degli appunti di Storia greca: prima le fonti e il modo di usarle, poi i grandi dibattiti, periodo per periodo, poi gli storici moderni che devi saper citare e un esercizio di commento. Se studi le due storie antiche insieme, noterai che molti problemi si somigliano, e che confrontarli all’orale fa una bella impressione.
| Esame | Storia romana |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10), Storia (L-42), Beni culturali (L-1); magistrali LM-15, LM-84 |
| Crediti | in genere 6-12 CFU |
| SSD | STAN-01/B (ex L-ANT/03) |
| Prova | orale, spesso con commento di fonti in traduzione; in alcuni atenei prova scritta su cronologia e istituzioni |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Le fonti letterarie e i loro limiti
Il problema dei primi secoli
Il primo storico romano di cui abbiamo notizia, Quinto Fabio Pittore, scrive alla fine del III secolo a.C., e scrive in greco. Prima di lui, per Roma, ci sono solo tradizioni orali, liste di magistrati, documenti sacerdotali, racconti di famiglia. Vuol dire che i primi due secoli e mezzo della Repubblica e tutta l’età regia ci arrivano attraverso una ricostruzione fatta secoli dopo.
Gli autori che leggiamo per quel periodo sono ancora più tardi. Tito Livio scrive in età augustea; Dionigi di Alicarnasso, un retore greco attivo a Roma nello stesso periodo, scrive le Antichità romane. Entrambi dipendono dagli annalisti del II e I secolo a.C., storici che raccontavano la storia di Roma anno per anno e che spesso riempivano i vuoti con dettagli inventati, discorsi, episodi edificanti, glorificazione delle proprie famiglie.
Catone il Censore, con le Origines, è il primo a scrivere storia in latino, nel II secolo a.C. Dell’opera restano solo frammenti.
Che cosa avevano in mano gli antichi
Gli storici antichi non inventavano dal nulla. Avevano a disposizione alcuni materiali documentari, che è utile conoscere.
- I fasti consolari, le liste dei magistrati anno per anno. La versione che conosciamo meglio, i Fasti Capitolini, fu incisa in età augustea, ma riprendeva elenchi più antichi.
- Gli Annales maximi, le registrazioni che il pontefice massimo teneva su una tavola esposta ogni anno, con prodigi, carestie, eclissi, eventi notevoli. La tradizione dice che furono pubblicati in ottanta libri verso il 130 a.C.; quanto fossero antichi e affidabili è discusso.
- Leggi e trattati, alcuni conservati in bronzo, come il trattato con Cartagine che Polibio dice di aver letto.
- Le memorie delle grandi famiglie, gli elogi funebri, le maschere degli antenati. Cicerone e Livio stesso lamentano che queste tradizioni abbiano falsato la storia, attribuendo alle famiglie trionfi e consolati mai avuti.
Livio da vicino
Livio è la fonte su cui costruisci metà dell’esame, quindi vale la pena conoscerlo bene. La sua opera, Ab urbe condita, contava 142 libri, dalla fondazione fino al 9 a.C. Ne restano 35: i libri I-X, fino al 293 a.C., e XXI-XLV, dalla seconda guerra punica al 167 a.C. Del resto abbiamo brevi riassunti, le Periochae.
Nella prefazione Livio dichiara che i fatti precedenti la fondazione sono più adatti alle favole dei poeti che a documenti incorrotti, e che non intende né confermarli né confutarli. Il suo scopo è morale: la storia offre esempi da imitare e da evitare. All’inizio del libro VI, dopo il sacco gallico, osserva che le notizie dei secoli precedenti sono oscure, perché le testimonianze scritte erano poche e molte andarono distrutte nell’incendio della città. È una frase da conoscere: Livio stesso sa di lavorare su basi fragili. Per questo, quando citi Livio per il V o il IV secolo, aggiungi sempre che il racconto dipende dagli annalisti e che i dettagli, come i discorsi, i numeri dei caduti o i nomi dei comandanti minori, sono i più sospetti.
Polibio: lo sguardo esterno
Polibio, un aristocratico greco portato a Roma come ostaggio dopo la battaglia di Pidna del 168 a.C., vive a contatto con Scipione Emiliano e scrive una storia universale per spiegare come Roma, in poco più di cinquant’anni, avesse assoggettato quasi tutto il mondo abitato. Il libro VI descrive la costituzione romana come una costituzione mista, che unisce elementi monarchici (i consoli), aristocratici (il senato) e democratici (il popolo). È la fonte più importante per la seconda guerra punica e per l’espansione in Oriente, ed è un osservatore contemporaneo, cosa rara.
La tarda repubblica: abbondanza e parzialità
Per il I secolo a.C. le fonti diventano ricchissime, ma questo crea un problema nuovo: quasi tutte sono di parte. Cesare scrive i Commentarii per giustificare le proprie azioni. Sallustio, cesariano, racconta la congiura di Catilina e la guerra giugurtina con una tesi morale sulla decadenza della nobiltà. Cicerone ci ha lasciato orazioni, trattati e soprattutto un enorme epistolario, che è la fonte più diretta che abbiamo per un periodo antico: lettere private, scritte senza pensare alla pubblicazione, che ci mostrano dubbi, calcoli, pettegolezzi. Le fonti più tarde, come Plutarco, Appiano e Cassio Dione, scrivono in greco in età imperiale.
L’impero: senatori contro principi
Per il primo secolo dell’impero dipendiamo soprattutto da Tacito, Svetonio e Cassio Dione. Tacito scrive all’inizio del II secolo, da senatore, e il suo giudizio sui principi giulio-claudi è fortemente segnato dalla prospettiva del senato, che aveva perso potere. Svetonio, segretario imperiale, scrive biografie organizzate per temi, ricche di aneddoti e notizie d’archivio. Per il III secolo le fonti si fanno scarse, e una delle principali, la Historia Augusta, è un caso famoso: si presenta come opera di sei autori di età dioclezianea e costantiniana, ma Hermann Dessau dimostrò nel 1889 che è con ogni probabilità opera di un solo autore della fine del IV secolo, che inventa documenti e persone. Per il IV secolo la fonte migliore è Ammiano Marcellino, un ufficiale greco di Antiochia che scrive in latino.
Cosa ti chiedono all’orale (fonti letterarie)
Perché la storia dei primi secoli di Roma è incerta? Perché la prima storiografia romana nasce alla fine del III secolo a.C., e gli autori che leggiamo, come Livio e Dionigi, sono di età augustea. Dipendono dagli annalisti, che hanno integrato con invenzioni una base documentaria scarsa: fasti, annali dei pontefici, tradizioni familiari.
Quali libri di Livio sono conservati? I libri I-X e XXI-XLV, per un totale di 35 su 142. Del resto restano le Periochae.
Che cos’è il problema della Historia Augusta? È una raccolta di biografie imperiali che si presenta come opera di sei autori fra III e IV secolo, ma dal lavoro di Dessau (1889) è considerata opera di un solo falsario della fine del IV secolo. Va usata con grande cautela.
Epigrafi, monete, archeologia: i documenti diretti
L’epigrafia latina
Roma ha prodotto una quantità enorme di iscrizioni: dediche, epitaffi, leggi, decreti, carriere di funzionari, bolli su mattoni e anfore. La grande raccolta è il Corpus Inscriptionum Latinarum, il CIL, avviato da Theodor Mommsen per l’Accademia delle scienze di Berlino e pubblicato a partire dal 1863. Gli aggiornamenti annuali si trovano nell’Année épigraphique. Per lo studente esiste una scelta molto usata, le Inscriptiones Latinae Selectae di Dessau, abbreviate ILS.
Le iscrizioni funerarie e onorarie sono preziose per la storia sociale: ci fanno conoscere schiavi, liberti, soldati, donne, gente comune che le fonti letterarie ignorano. Le iscrizioni con il cursus honorum, cioè l’elenco delle cariche ricoperte da un senatore o da un cavaliere, permettono di ricostruire la carriera delle élite dell’impero, e su questi dati si fonda la prosopografia, lo studio sistematico delle persone e delle loro relazioni.
Cinque documenti da conoscere
Il Lapis Satricanus. Trovato nel 1977 a Satrico, nel Lazio, è un’iscrizione dell’ultimo quarto del VI secolo a.C., riutilizzata nelle fondazioni del tempio di Mater Matuta, che menziona i “compagni” (suodales) di un Publio Valerio. Molti studiosi lo hanno collegato a Publio Valerio Publicola, uno dei primi consoli secondo la tradizione. L’identificazione non è certa, ma il documento mostra che nel Lazio arcaico esistevano gruppi armati legati a capi aristocratici, come raccontano alcune tradizioni.
Il senatus consultum de Bacchanalibus. Nel 186 a.C. il senato represse i culti bacchici in Italia. Livio racconta l’episodio nel libro XXXIX; nel 1640 fu trovata a Tiriolo, in Calabria, una copia in bronzo della delibera del senato. Il confronto fra la narrazione di Livio e il testo ufficiale è un esercizio classico: mostra che Livio conosceva il provvedimento, ma lo inserisce in un racconto drammatico con forti accenti morali.
Le Res Gestae divi Augusti. Il resoconto delle proprie imprese scritto da Augusto doveva essere inciso su tavole di bronzo davanti al suo mausoleo. L’originale è perduto, ma la copia meglio conservata è quella del tempio di Roma e Augusto ad Ancyra, l’attuale Ankara, con testo latino e traduzione greca. È un documento eccezionale perché è la versione ufficiale del principe: dice di aver ricevuto un potere non superiore a quello dei colleghi nelle magistrature, ma di aver superato tutti per auctoritas. Va letto come autorappresentazione, non come cronaca neutrale.
La Tabula Claudiana. Trovata a Lione nel 1528, riporta il discorso pronunciato dall’imperatore Claudio in senato nel 48 d.C. per sostenere l’ammissione in senato dei notabili della Gallia Comata. Tacito, negli Annali (XI, 23-25), ne riporta una versione rielaborata, molto più elegante e concisa. Confrontare i due testi è il modo migliore per capire come lavorava uno storico antico con i documenti.
Il senatus consultum de Cn. Pisone patre. Ritrovato in Spagna alla fine degli anni Ottanta e pubblicato nel 1996, registra le decisioni del senato del 20 d.C. sul processo a Gneo Calpurnio Pisone, accusato per la morte di Germanico. Anche in questo caso abbiamo il racconto di Tacito, e il confronto mostra fin dove arrivava la sua precisione e dove interveniva la sua interpretazione.
Le monete come propaganda
Le monete romane non sono solo strumenti economici. In età repubblicana i magistrati incaricati della zecca sceglievano immagini che celebravano gli antenati della propria famiglia; nel I secolo a.C. i protagonisti delle guerre civili usarono le monete come veicolo politico, fino al celebre denario dei cesaricidi con il berretto della libertà fra due pugnali e la scritta EID MAR, le Idi di marzo. In età imperiale il ritratto del principe e le legende sul rovescio comunicano a tutto l’impero i valori del regime: la pace, la vittoria, la concordia, la provvidenza.
Il denario d’argento fu introdotto verso il 211 a.C., durante la seconda guerra punica, e la sua progressiva svalutazione nel III secolo d.C. è uno degli indicatori della crisi. L’editto sui prezzi di Diocleziano, del 301, tentò di fissare per legge il prezzo massimo di merci e servizi, senza successo; ne conserviamo molti frammenti epigrafici, soprattutto dalle province orientali.
L’archeologia e i suoi dibattiti
Per l’età arcaica l’archeologia è decisiva. Le capanne dell’età del ferro sul Palatino, le necropoli del Lazio, i santuari come quello di Sant’Omobono a Roma ci mostrano una comunità che cresce fra IX e VI secolo. Il caso più discusso riguarda gli scavi diretti da Andrea Carandini sulle pendici del Palatino a partire dagli anni Ottanta: hanno messo in luce i resti di un muro datato all’VIII secolo a.C., che Carandini ha interpretato come una conferma della tradizione sulla fondazione romulea. Molti archeologi e storici hanno contestato questa lettura, osservando che un muro non dimostra né l’esistenza di Romolo né un atto di fondazione.
Per l’età imperiale, l’archeologia del commercio e della vita quotidiana apre prospettive che le fonti scritte non danno. Il Monte Testaccio, a Roma, è una collina artificiale formata da decine di milioni di frammenti di anfore, soprattutto olearie provenienti dalla Betica, l’attuale Andalusia: i bolli e le scritte dipinte ci dicono da dove veniva l’olio che nutriva la città. Pompei ed Ercolano, sepolte dall’eruzione del 79 d.C., sono la fotografia di due città in un momento preciso.
Le tavolette di Vindolanda
Un caso di documentazione straordinaria viene dal confine settentrionale dell’impero. Nel forte di Vindolanda, presso il Vallo di Adriano, dal 1973 sono state trovate centinaia di tavolette di legno scritte a inchiostro, databili fra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C. Contengono rapporti militari, richieste di licenza, liste di provviste, lettere private, fra cui l’invito a una festa di compleanno inviato da Claudia Severa a un’amica. Ci mostrano la vita quotidiana di una guarnigione romana con un dettaglio che nessun autore antico ci ha dato.
Cosa ti chiedono all’orale (documenti)
Perché il confronto fra Tabula Claudiana e Tacito è importante? Perché ci permette di vedere come uno storico antico rielaborava un documento: Tacito conserva gli argomenti principali di Claudio, ma li riscrive nel proprio stile e ne fa un discorso più efficace e più coerente.
Come vanno lette le Res Gestae? Come la versione ufficiale che Augusto vuole dare del proprio potere: insiste sulla restaurazione della repubblica e sull’auctoritas, e tace gli aspetti più violenti dell’ascesa. Sono un documento di propaganda di grande valore.
Che cosa dimostra il muro del Palatino? Che sul Palatino nell’VIII secolo esisteva una struttura difensiva o di delimitazione. Collegarlo alla fondazione di Romolo è un’interpretazione contestata.
La cronologia romana
I Romani datavano gli anni con i nomi dei due consoli in carica. Per contare dalla fondazione, la data che si impose fu quella calcolata da Varrone nel I secolo a.C., il 753 a.C.; altre fonti antiche proponevano date diverse, e Fabio Pittore, per esempio, la collocava qualche anno dopo. La cosiddetta cronologia varroniana è quella dei manuali, ma per i primi secoli contiene anche alcuni anni artificiali, come gli “anni dittatoriali” del IV secolo, inseriti per far tornare i conti.
Per l’impero la cronologia è più solida, perché gli imperatori numeravano gli anni della loro potestà tribunicia, che troviamo sulle monete e nelle iscrizioni. Questo permette spesso di datare un’iscrizione con precisione di un anno.
I grandi dibattiti: le origini e la prima repubblica
Ipercritica e fiducia nella tradizione
Il dibattito sulle origini di Roma oscilla da più di un secolo fra due atteggiamenti. Il primo è l’ipercritica: Ettore Pais, alla fine dell’Ottocento, sosteneva che quasi tutta la storia dei primi secoli fosse una costruzione tarda, e che fosse impossibile ricavarne fatti affidabili. Il secondo è la fiducia nella tradizione, che ha conosciuto una ripresa con le scoperte archeologiche del Novecento: molti elementi del racconto antico, come l’influenza etrusca, la crescita della città nel VI secolo, l’esistenza di grandi edifici pubblici, trovano corrispondenza negli scavi.
Oggi la posizione più diffusa è intermedia. Tim Cornell, in The Beginnings of Rome (1995), ha sostenuto che la tradizione conserva un nucleo strutturale attendibile, cioè le istituzioni, le grandi trasformazioni, la successione generale dei periodi, anche se i singoli episodi e i personaggi sono spesso leggendari. All’orale ti conviene distinguere fra storicità dei personaggi, come Romolo o Tarquinio Prisco, e storicità dei processi, come l’urbanizzazione o il predominio etrusco.
La “grande Roma dei Tarquini”
Un’espressione da conoscere è quella di Giorgio Pasquali, che in un articolo del 1936 parlò della “grande Roma dei Tarquini”: nel VI secolo Roma sarebbe stata una delle città più importanti dell’Italia tirrenica, con grandi opere pubbliche come il tempio di Giove Capitolino. La tesi ha trovato conferme archeologiche. Il primo trattato fra Roma e Cartagine, che Polibio data al primo anno della repubblica, mostra una Roma capace di trattare come potenza regionale sul Lazio costiero.
Il conflitto fra patrizi e plebei: chi erano i plebei?
Le tappe del conflitto sono nel manuale. Il problema storiografico riguarda l’origine delle due categorie. La tradizione antica presenta i patrizi come discendenti dei primi senatori; molti studiosi moderni pensano invece che il patriziato si sia chiuso solo all’inizio della repubblica, con la cosiddetta “serrata del patriziato”, ipotesi formulata da De Sanctis. Il fatto che nei fasti dei primi decenni della repubblica compaiano consoli con nomi poi considerati plebei è uno degli argomenti a favore.
Un altro problema riguarda le Dodici Tavole, il primo codice di leggi scritte, che la tradizione data al 451-450 a.C. Non ne abbiamo il testo originale, ma frammenti citati da autori successivi, spesso in latino modernizzato. Sono comunque un documento prezioso per la società del V secolo: debiti, famiglia, proprietà, rapporti fra patroni e clienti.
Cosa ti chiedono all’orale (origini)
Che cos’è l’ipercritica? L’atteggiamento di chi, come Ettore Pais, considerava inattendibile quasi tutta la tradizione sui primi secoli di Roma. Le scoperte archeologiche hanno portato a una posizione più equilibrata, che distingue i processi storici dagli episodi leggendari.
Che cosa si intende con “serrata del patriziato”? L’ipotesi che il patriziato si sia chiuso come casta solo all’inizio della repubblica, e non fin dall’età regia. Uno degli indizi sono i nomi di famiglie plebee fra i primi consoli.
Il dibattito sull’imperialismo romano
Difensivo o aggressivo?
Perché Roma conquistò il Mediterraneo? Le fonti antiche, a cominciare da Polibio, presentano spesso le guerre romane come risposte ad aggressioni o come difesa degli alleati: i Romani tenevano molto alla dottrina della guerra giusta, dichiarata con i riti dei feziali. Theodor Mommsen, e poi studiosi come Maurice Holleaux per l’Oriente e Tenney Frank, svilupparono la tesi dell'”imperialismo difensivo”: Roma si sarebbe espansa quasi controvoglia, per proteggere la propria sicurezza.
Nel 1979 William Harris, in War and Imperialism in Republican Rome, rovesciò la prospettiva. La guerra, sostenne, era una componente normale della vita romana: i magistrati cercavano gloria e trionfi, l’aristocrazia ricchezza e clientele, i cittadini bottino e terre. Roma combatteva quasi ogni anno, e l’espansione non era un incidente ma il risultato di una società organizzata per la guerra. La tesi ha avuto grande influenza, ma è stata a sua volta criticata: Arthur Eckstein, per esempio, ha insistito sul fatto che il mondo mediterraneo era un sistema di stati tutti aggressivi, in cui Roma non era un’eccezione.
All’orale, questo dibattito si presta a un ragionamento sulle fonti: la tesi difensiva si appoggia molto sulla presentazione che i Romani davano di sé stessi, quella aggressiva su dati quantitativi come la frequenza delle guerre e dei trionfi.
Le conseguenze dell’espansione
Un secondo dibattito riguarda gli effetti delle conquiste sull’Italia. Una lettura classica, che risale alle fonti antiche come Plutarco e Appiano sui Gracchi, vede nell’afflusso di schiavi e ricchezze la causa della crisi dei piccoli contadini, sostituiti dalle grandi proprietà lavorate da schiavi. Keith Hopkins, in Conquerors and Slaves (1978), ha dato a questa lettura una forma quantitativa. Studi più recenti, basati sulle ricognizioni archeologiche nelle campagne italiane, hanno mostrato una situazione più varia: in molte zone la piccola proprietà sopravvive, e il quadro della crisi agraria cambia da regione a regione.
Cosa ti chiedono all’orale (imperialismo)
Che cos’è la tesi dell’imperialismo difensivo? L’idea, sostenuta da Mommsen, Holleaux e altri, che Roma si sia espansa soprattutto per difendersi o per proteggere gli alleati, senza un progetto di conquista.
Qual è la tesi di Harris? Che la guerra fosse strutturale nella società romana, alimentata dalla ricerca di gloria, ricchezza e bottino a tutti i livelli, e che quindi l’espansione fosse in buona parte voluta.
Il dibattito sulla crisi della repubblica
Fazioni, famiglie, clientele
Come funzionava la politica della tarda repubblica? Per buona parte del Novecento ha dominato un modello prosopografico: Matthias Gelzer, in Die Nobilität der römischen Republik (1912), mostrò che la vita politica era dominata da un ristretto gruppo di famiglie, la nobilitas, che teneva il potere attraverso legami di clientela, amicizia e parentela. Friedrich Münzer, nel 1920, applicò il metodo alle alleanze fra famiglie, ricostruendo vere e proprie “fazioni”.
Ronald Syme, in La rivoluzione romana (1939), usò lo stesso metodo per descrivere l’ascesa di Augusto come la vittoria di una nuova oligarchia, raccolta intorno a un capo: la frase iniziale, secondo cui la costituzione romana era una facciata e il potere era in mano a un’oligarchia, è diventata celebre. Il libro, scritto mentre in Europa si affermavano le dittature, è anche una riflessione sul potere personale.
E il popolo?
Negli anni Ottanta e Novanta Fergus Millar mise in discussione questo modello. Sostenne che il popolo romano, riunito nelle assemblee e nelle contiones, i comizi in cui i magistrati parlavano alla folla, avesse un ruolo reale: i politici dovevano convincerlo, e le leggi venivano votate dalle assemblee. In The Crowd in Rome in the Late Republic (1998) arrivò a parlare di elementi democratici della repubblica. Molti studiosi, come Henrik Mouritsen, hanno risposto che la partecipazione era ristretta a una piccola parte dei cittadini residenti a Roma, e che le assemblee non avevano iniziativa propria.
Perché cadde la repubblica?
Le spiegazioni sono molte e non si escludono. Christian Meier, in Res publica amissa (1966), parlò di una “crisi senza alternativa”: tutti vedevano che il sistema non funzionava, ma nessuno riusciva a immaginarne un altro, e così il conflitto si trascinò fino alla soluzione monarchica. Erich Gruen, in The Last Generation of the Roman Republic (1974), sostenne al contrario che le istituzioni repubblicane funzionavano ancora negli anni Sessanta e Cinquanta, e che fu la guerra civile del 49 a.C. a farle crollare. Altri insistono sugli eserciti professionali legati ai comandanti dopo la riforma attribuita a Mario, sulla questione agraria, sull’allargamento della cittadinanza dopo la guerra sociale.
La guerra sociale: che cosa volevano gli alleati?
Nel 91 a.C., dopo l’uccisione del tribuno Marco Livio Druso, che aveva proposto di concedere la cittadinanza agli alleati italici, molti popoli dell’Italia centro-meridionale si ribellarono. La guerra sociale durò fino all’88 e si concluse con la concessione della cittadinanza, attraverso la lex Iulia del 90 e la lex Plautia Papiria dell’89.
Il problema storiografico riguarda gli obiettivi degli insorti. Le fonti romane, come Velleio Patercolo e Appiano, presentano la rivolta come una richiesta di cittadinanza: gli alleati combattevano da secoli negli eserciti di Roma e volevano partecipare ai benefici del dominio. Ma i ribelli crearono anche un proprio stato, con capitale a Corfinio ribattezzata Italia, e coniarono monete con legende in osco. Su alcune di queste compare un toro, simbolo italico, che calpesta e incorna la lupa romana, accompagnato dal nome dell’Italia in osco, Víteliú. Alcuni studiosi ne hanno dedotto che almeno una parte degli insorti volesse l’indipendenza, non l’integrazione.
È un caso esemplare di come le monete possano correggere le fonti letterarie, scritte dal punto di vista dei vincitori. All’orale puoi collegare il tema alla romanizzazione dell’Italia, alla diffusione del latino a scapito dell’osco e dell’etrusco, e alle conseguenze politiche dell’allargamento della cittadinanza: un corpo civico enorme e disperso, che rese le assemblee di Roma ancora meno rappresentative.
Cosa ti chiedono all’orale (crisi della repubblica)
Qual è la tesi di Syme nella Rivoluzione romana? Che l’ascesa di Augusto fu la sostituzione della vecchia oligarchia con una nuova, organizzata intorno al capo, e che le forme repubblicane nascondevano il dominio di pochi.
Che cosa sostiene Millar? Che il popolo nelle assemblee avesse un peso reale nella politica della tarda repubblica, tanto da poter parlare di elementi democratici. La tesi è stata molto discussa.
Che cosa intende Meier con “crisi senza alternativa”? Una crisi in cui nessuno dei protagonisti riusciva a concepire un ordine diverso dalla repubblica, che quindi continuò a degenerare finché non si impose il potere di uno solo.
I grandi dibattiti dell’età imperiale
Che cos’era il principato?
Augusto non si proclamò mai re. Costruì il proprio potere sommando poteri repubblicani, come la potestà tribunicia e un imperium proconsolare superiore, e un prestigio personale, l’auctoritas. Come definire questo regime è un problema antico. Mommsen, nel suo Diritto pubblico romano, parlò di “diarchia”: un potere diviso fra principe e senato. La formula è stata abbandonata, perché il senato non aveva un potere paragonabile a quello del principe, ma ha avuto il merito di porre il problema giuridico. Syme, al contrario, insisteva sulla sostanza monarchica e sulla rete di uomini fedeli al principe.
Una via più recente guarda alla comunicazione: Paul Zanker, in Augusto e il potere delle immagini (1987), ha mostrato come l’arte, l’architettura e le monete costruissero un linguaggio visivo del nuovo regime, dall’Ara Pacis al Foro di Augusto. È una prospettiva utile all’orale, perché collega storia politica e documenti materiali.
Che cosa significa “romanizzazione”?
Per descrivere la diffusione della cultura romana nelle province si è usato a lungo il termine “romanizzazione”, reso popolare da Francis Haverfield con The Romanization of Roman Britain (1905). L’idea era quella di una cultura superiore che si diffondeva fra popoli meno civili, una visione molto vicina all’imperialismo britannico del tempo. Dagli anni Novanta il concetto è stato criticato: Greg Woolf, in Becoming Roman (1998), dedicato alla Gallia, ha mostrato che le élite provinciali sceglievano attivamente cosa adottare della cultura romana, e che il risultato era una cultura nuova, non una copia. Alcuni studiosi preferiscono oggi parlare di identità molteplici o di globalizzazione.
L’editto di Caracalla del 212 d.C., la constitutio Antoniniana, estese la cittadinanza a quasi tutti gli abitanti liberi dell’impero. Ne conserviamo forse una copia su un papiro di Giessen, frammentario e di interpretazione discussa. Cassio Dione sosteneva che lo scopo fosse fiscale, per aumentare il numero di chi pagava le tasse dei cittadini.
L’economia: primitivisti e modernisti
Il dibattito sull’economia antica è comune alla storia greca e romana. Finley, con L’economia degli antichi (1973), sosteneva che l’economia romana fosse dominata dai valori aristocratici e dalla terra, senza un vero mercato integrato. Altri studiosi, sulla base dei dati archeologici come le anfore, i relitti, la produzione di ceramica, hanno sostenuto che l’impero avesse conosciuto una crescita economica reale nei primi due secoli. Oggi il dibattito usa molto i dati quantitativi, anche quelli ricavati dalle carote di ghiaccio della Groenlandia, che registrano l’inquinamento da piombo prodotto dall’attività mineraria e permettono di seguire l’andamento della produzione di metalli.
Caduta o trasformazione?
La fine dell’impero romano d’Occidente, tradizionalmente datata al 476 d.C., è uno dei temi più dibattuti della storiografia. Edward Gibbon, con Storia della decadenza e caduta dell’impero romano (1776-1788), attribuì il crollo anche al cristianesimo e alla perdita delle virtù civiche. Lo storico tedesco Alexander Demandt, in un libro del 1984, raccolse più di duecento cause proposte nel tempo, a dimostrazione di quanto il tema rifletta le preoccupazioni di ogni epoca.
André Piganiol, nel 1947, chiuse il suo libro sull’impero cristiano con una frase celebre: la civiltà romana non è morta di morte naturale, è stata assassinata, dai barbari. Peter Brown, con Il mondo tardoantico (1971), cambiò la prospettiva: la tarda antichità non è un periodo di decadenza, ma un’epoca di trasformazione e di creatività religiosa e culturale. Da allora molti hanno parlato di “trasformazione del mondo romano”. Bryan Ward-Perkins, con La caduta di Roma e la fine della civiltà (2005), ha reagito ricordando i dati archeologici: in Occidente, dopo il V secolo, crollano la qualità delle case, la produzione di ceramica, la circolazione delle monete, la dimensione del bestiame. La sua tesi è che la caduta ci fu, e fu dolorosa.
I cristiani visti dalle fonti romane
Un tema che collega storia politica, religione e critica delle fonti è il rapporto fra lo stato romano e i cristiani. Le fonti cristiane, come Lattanzio ed Eusebio, raccontano le persecuzioni con intenti apologetici; quelle romane sono poche ma preziose.
Tacito, negli Annali (XV, 44), racconta che dopo l’incendio di Roma del 64 d.C. Nerone attribuì la colpa ai cristiani e li punì con supplizi atroci. Tacito disprezza i cristiani, ma osserva che la crudeltà delle pene finì per suscitare compassione. Pochi decenni dopo, verso il 112, Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, scrive all’imperatore Traiano (Epistole X, 96) per chiedere come comportarsi con le persone denunciate come cristiane. Racconta di aver interrogato e punito chi persisteva, e di non aver trovato altro che una superstizione eccessiva. Traiano risponde (X, 97) che i cristiani non devono essere ricercati d’ufficio, che le denunce anonime non vanno accettate, ma che chi è accusato e non rinnega va punito.
Lo scambio è un documento eccezionale perché mostra il funzionamento concreto dell’amministrazione provinciale: un governatore incerto, un imperatore che risponde con pragmatismo, nessuna legge generale contro i cristiani. Le persecuzioni sistematiche, ordinate da Roma per tutto l’impero, arrivano solo nel III secolo con Decio e Valeriano, e poi con Diocleziano dal 303. Nel 313, con l’accordo di Milano fra Costantino e Licinio, il cristianesimo ottenne la libertà di culto; il testo ci è noto attraverso Lattanzio ed Eusebio.
Storia sociale: le voci che le fonti non danno
La storiografia degli ultimi decenni ha dedicato molta attenzione a chi resta ai margini delle fonti letterarie: donne, schiavi, liberti, poveri. Per raggiungerli si usano soprattutto le iscrizioni funerarie, i papiri, i testi giuridici, l’archeologia delle case e delle botteghe. Un caso celebre è la cosiddetta Laudatio Turiae, un lungo elogio funebre inciso alla fine del I secolo a.C. da un marito per la moglie, che racconta come lei avesse difeso la famiglia e salvato il marito durante le proscrizioni. Il nome della donna è incerto, e l’identificazione con una Turia nota dalle fonti letterarie è discussa, ma il testo ci mostra una donna attiva e coraggiosa in un momento di crisi. Per gli schiavi e i liberti, le migliaia di epitaffi di Roma e di Ostia ci fanno vedere mestieri, famiglie, ascese sociali che la letteratura ignora o deride, come fa Petronio con il liberto arricchito Trimalchione.
Cosa ti chiedono all’orale (età imperiale)
Perché la definizione di “diarchia” è stata abbandonata? Perché suggerisce un equilibrio fra principe e senato che non esisteva: il senato manteneva prestigio e funzioni, ma il potere effettivo era nelle mani del principe.
Che cosa si critica nel concetto di romanizzazione? L’idea di una cultura superiore imposta passivamente ai provinciali. Studi come quello di Woolf mostrano che le élite locali sceglievano e reinterpretavano, creando culture provinciali nuove.
Caduta o trasformazione? Brown ha proposto di vedere la tarda antichità come un’epoca di trasformazione; Ward-Perkins, sulla base dell’archeologia, insiste su un declino reale delle condizioni materiali in Occidente. Una buona risposta presenta entrambe le posizioni e distingue fra Oriente e Occidente.
Gli storici moderni che devi saper nominare
Theodor Mommsen è il gigante dell’Ottocento: una Storia di Roma in tre volumi (1854-1856), fino a Cesare, che gli valse il premio Nobel per la letteratura nel 1902; il Diritto pubblico romano, che sistematizzò le istituzioni; il CIL. Il suo Cesare è un eroe che pone fine a un’aristocrazia inetta, e anche qui si sentono le passioni politiche della Germania del suo tempo.
Gaetano De Sanctis scrisse una monumentale Storia dei Romani e fu, come ricordano anche gli appunti di Storia greca, uno dei professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento fascista. Arnaldo Momigliano, suo allievo, studiò fra l’altro le origini di Roma e la storiografia antica.
Ronald Syme, neozelandese, insegnò a Oxford ed è il maestro della prosopografia applicata alla storia romana. Oltre alla Rivoluzione romana, scrisse un grande libro su Tacito (1958). Fergus Millar ha studiato l’imperatore come figura che risponde alle richieste dei sudditi, in The Emperor in the Roman World (1977), oltre ai lavori sulla repubblica. Peter Brown ha fondato lo studio moderno della tarda antichità.
Cosa ti chiedono all’orale (storiografia moderna)
Perché Mommsen è ancora importante? Per la sistemazione del diritto pubblico romano, per la Storia di Roma e soprattutto per il CIL, che resta lo strumento fondamentale dell’epigrafia latina.
Che cos’è la prosopografia? Lo studio sistematico delle persone, delle loro carriere e dei loro legami familiari e politici, usato per ricostruire il funzionamento delle élite. Syme è il suo maggiore rappresentante per la storia romana.
Esercizio: commentare una fonte
Prendiamo come esempio il capitolo 34 delle Res Gestae, in cui Augusto racconta che, dopo aver posto fine alle guerre civili, trasferì lo stato dal proprio potere a quello del senato e del popolo, e che per questo ricevette il titolo di Augusto. Aggiunge che da allora superò tutti per autorità, ma non ebbe più potere degli altri che gli furono colleghi nelle magistrature.
Primo: identifica la fonte. È un testo scritto da Augusto stesso, completato poco prima della morte nel 14 d.C., destinato a essere esposto davanti al mausoleo e copiato nelle province.
Secondo: colloca il passo. Siamo alla fine dell’opera, nel punto in cui Augusto presenta la sintesi del suo ruolo politico, riferendosi alla seduta del senato del gennaio 27 a.C.
Terzo: spiega. Augusto distingue fra potestas, il potere legale, e auctoritas, il prestigio personale. Sostiene di non aver avuto più potestas dei colleghi, ma più auctoritas.
Quarto: valuta. L’affermazione è vera solo in senso formale: la somma dei poteri di Augusto, il controllo delle province con gli eserciti e delle finanze lo ponevano molto sopra tutti. Il passo è un esempio di come il principato si presentasse come restaurazione della repubblica. Confrontalo con il giudizio di Tacito all’inizio degli Annali, molto più critico.
Quinto: collega. Il testo si lega al dibattito sulla natura del principato, alla tesi di Syme e alle immagini studiate da Zanker.
Come prepararti
Come per la storia greca, lavora su due livelli. Il primo è la conoscenza dei fatti e delle istituzioni, per cui ti servono il manuale e gli appunti di Istituzioni di storia romana. Il secondo è il livello critico: per ogni periodo, sappi indicare la fonte principale, un documento e un dibattito.
Leggi in traduzione almeno la prefazione di Livio, il libro VI di Polibio, alcune lettere di Cicerone, le Res Gestae e i primi capitoli degli Annali di Tacito. Sono testi brevi, e citarli con precisione vale più di molte date imparate a memoria. Costruisci anche una tabella con i nomi degli storici moderni e le loro tesi principali: all’orale capita spesso di doverli richiamare.
Un ultimo consiglio riguarda la geografia. La storia romana si svolge su uno spazio enorme, dall’Atlantico all’Eufrate, e molte domande diventano semplici se hai in mente una carta: dove si trovano le province, quali sono le frontiere fluviali del Reno e del Danubio, dove passano le grandi strade come l’Appia e la Flaminia. Disegna a mano, almeno una volta, una carta dell’impero alla morte di Augusto e una alla morte di Traiano, quando raggiunse la massima estensione. Ti aiuterà anche a ricordare le guerre: la conquista della Dacia, per esempio, si capisce meglio se sai che la regione corrisponde in gran parte all’attuale Romania e che era ricca di miniere d’oro. Allo stesso modo, la crisi del III secolo si legge meglio se vedi la pressione contemporanea sul Reno, sul Danubio e sul fronte persiano.
Esami collegati
Il quadro dei fatti e delle istituzioni è negli appunti di Istituzioni di storia romana. Il percorso parallelo, con lo stesso metodo, è Storia greca, mentre le istituzioni greche sono negli appunti di Istituzioni di storia greca. Per leggere le fonti in latino ti servono Lingua e letteratura latina I e II. Il seguito cronologico è Storia medievale. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.
Fonti e approfondimenti
- Giovanni Geraci, Arnaldo Marcone, Storia romana, Le Monnier Università.
- T.J. Cornell, The Beginnings of Rome, Routledge, 1995.
- William V. Harris, War and Imperialism in Republican Rome 327-70 B.C., Oxford, 1979.
- Ronald Syme, La rivoluzione romana, Einaudi (ed. orig. 1939).
- Fergus Millar, The Crowd in Rome in the Late Republic, University of Michigan Press, 1998.
- Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Bollati Boringhieri (ed. orig. 1987).
- Peter Brown, Il mondo tardo antico, Einaudi (ed. orig. 1971).
- Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza (ed. orig. 2005).
- Fonti in traduzione: Livio e Polibio nelle edizioni BUR; Res Gestae divi Augusti in un’edizione con testo latino a fronte; Tacito, Annali, BUR o Einaudi.