Lingua e letteratura latina I: appunti per l’esame

Appunti di Lingua e letteratura latina I: sintassi per tradurre, metrica, e letteratura da Livio Andronico a Cesare, Cicerone, Catullo e Lucrezio.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Lingua e letteratura latina I è per molti il primo vero scoglio dell’università. Non perché sia più difficile del latino del liceo, ma perché cambia il modo di lavorare: il docente dà per scontata la grammatica e ti chiede di tradurre bene, di leggere i versi in metrica, di commentare un passo con la consapevolezza della lingua e dello stile. E nello stesso tempo devi studiare una storia letteraria che va dalle origini alla fine della Repubblica.

L’esame, nella forma più diffusa, ha due parti. Uno scritto, che può essere una traduzione dal latino con il vocabolario, oppure un test di grammatica (morfologia, sintassi, riconoscimento di costrutti); chi non ha fatto il latino al liceo di solito deve prima superare un corso di base o un test di accertamento. Poi un orale, con la lettura, traduzione e commento di testi d’autore in programma, e domande sulla storia letteraria.

Qui trovi gli appunti divisi in due parti: la lingua, con i costrutti che servono davvero per tradurre, e la letteratura del periodo arcaico e repubblicano. Il quadro complessivo, fino alla tarda antichità, è negli appunti di Letteratura latina; l’età augustea e imperiale, con le sue questioni di lingua e stile, la trovi in Lingua e letteratura latina II.

Esame Lingua e letteratura latina I
Corsi di laurea Lettere (L-10), primo anno, in particolare curriculum classico
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD LATI-01/A (ex L-FIL-LET/04)
Prova di solito scritto di traduzione o test di lingua, poi orale su autori e storia letteraria

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Il metodo per tradurre

Prima di aprire il vocabolario

L’errore che vedo più spesso è partire dalla prima parola e cercare tutto sul dizionario, in ordine. Il latino non funziona così. Leggi il passo intero almeno due volte, senza scrivere nulla. Individua i verbi di modo finito: ognuno è il centro di una proposizione. Poi trova la principale, che di solito non è introdotta da congiunzioni subordinanti né da pronomi relativi. Solo a questo punto cerca il soggetto e il complemento oggetto, e costruisci lo scheletro della frase. Il resto viene dopo.

Una regola pratica: segna con una matita le congiunzioni subordinanti (cum, ut, ne, quod, quia, si, postquam, ubi, dum, quamquam, licet) e i relativi (qui, quae, quod). Ogni subordinata finisce, in genere, con il suo verbo. Così il periodo si divide in blocchi e la traduzione diventa un puzzle che si può risolvere.

Il vocabolario

Il vocabolario serve, ma va usato bene. Il Castiglioni-Mariotti (Loescher) e il Conte-Pianezzola-Ranucci (Le Monnier) sono i più usati. Quando cerchi una parola, non fermarti al primo significato: leggi tutta la voce, guarda le locuzioni, gli esempi d’autore, e scegli il significato in base al contesto. “Res” può voler dire cosa, fatto, situazione, patrimonio, stato (res publica), impresa (res gestae). Tradurre sempre “cosa” è il segno di chi non ha letto la voce.

La resa in italiano

Una buona traduzione universitaria è fedele ma scritta in italiano. Non lasciare costrutti latini calcati (“essendo stato detto ciò”), ma neanche riscrivere liberamente. I participi congiunti e gli ablativi assoluti si sciolgono in subordinate esplicite; le lunghe periodicità di Cicerone si possono spezzare, ma senza perdere i rapporti logici fra le frasi. La prova che hai capito un testo è che la tua traduzione si legge come un testo italiano sensato.

Cosa ti chiedono all’orale (metodo)

Come ti comporti davanti a un periodo latino complesso? Prima lo leggo per intero, poi individuo i verbi di modo finito e quindi le proposizioni. Trovo la principale, che non è introdotta da congiunzioni subordinanti o relativi, e ne ricostruisco soggetto, verbo e complementi. Poi analizzo le subordinate una per una, collegandole alla reggente, e solo alla fine traduco, sciogliendo participi e ablativi assoluti in forme italiane naturali.

Un esempio: l’inizio del De bello Gallico

Mettiamo in pratica il metodo su un testo che hai già visto mille volte, ma forse non hai mai analizzato davvero.

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit.

Primo periodo. I verbi di modo finito sono tre: “est divisa”, “incolunt”, “appellantur”. La principale è “Gallia est omnis divisa in partes tres”: nota “omnis” staccato da “Gallia”, che significa “nel suo complesso”, e “divisa est” con valore quasi aggettivale, “è divisa” come stato, non “fu divisa” come azione. “Quarum” è un relativo al genitivo plurale, riferito a “partes”: “delle quali”, e regge “unam”, “aliam”, “tertiam”, tre oggetti di “incolunt”. La terza parte è abitata da quelli “qui… appellantur”, che si chiamano Celti nella loro lingua e Galli nella nostra: “ipsorum lingua” e “nostra” (sottinteso “lingua”) sono due ablativi di mezzo in contrapposizione.

Secondo periodo: “Hi omnes”, tutti questi, “differiscono fra loro” (“inter se differunt”) per tre ablativi di limitazione, “lingua, institutis, legibus”, per lingua, istituzioni e leggi. Il trikolon, cioè la serie di tre termini, è tipico di Cesare: chiaro, ordinato, senza congiunzioni.

Terzo periodo: soggetto è “Garumna flumen”, il fiume Garonna, con il verbo “dividit” alla fine; “Gallos” è oggetto, “ab Aquitanis” complemento di separazione. Nella seconda parte i soggetti sono due, “Matrona et Sequana”, la Marna e la Senna, ma il verbo resta al singolare, accordato con il soggetto più vicino o considerato come un’unica linea di confine.

Una traduzione possibile: “La Gallia, nel suo complesso, è divisa in tre parti: una è abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza da quelli che nella loro lingua si chiamano Celti e nella nostra Galli. Tutti questi popoli differiscono fra loro per lingua, istituzioni e leggi. I Galli sono separati dagli Aquitani dal fiume Garonna, dai Belgi dalla Marna e dalla Senna.”

Nota le scelte: l’attivo “incolunt” diventa un passivo italiano (“è abitata dai Belgi”) per mantenere al centro le “parti”, come nel latino; “dividit” è reso con “sono separati”, per lo stesso motivo. Nessuna parola latina è stata tradita, ma il risultato si legge come italiano. È questo il livello che ti viene chiesto.

La sintassi che devi sapere

I casi: gli usi che contano

Nella sintassi dei casi la grammatica scolastica elenca decine di complementi. Per tradurre bene ti servono soprattutto alcuni usi, che ricorrono in ogni testo.

Il genitivo può essere soggettivo o oggettivo: “amor patris” è l’amore del padre (che il padre prova) oppure l’amore per il padre. Solo il contesto decide. Poi il genitivo partitivo (“satis pecuniae”, abbastanza denaro), quello di qualità (“vir magni ingenii”), quello di pertinenza (“est boni consulis”, è proprio di un buon console).

Il dativo ha alcuni usi tipici: il dativo di possesso (“mihi est liber”, io ho un libro), il doppio dativo (“hoc tibi honori est”, ciò ti fa onore), il dativo d’agente con la perifrastica passiva (“mihi legendum est”, devo leggere io), di cui trovi i dettagli più sotto.

L’ablativo è il caso più versatile, perché in latino riunisce tre casi indoeuropei: l’ablativo vero e proprio (allontanamento, origine, paragone), lo strumentale (mezzo, modo, compagnia) e il locativo (luogo e tempo). Questo spiega perché lo stesso caso esprima “da dove”, “con che cosa” e “quando”.

L’ablativo assoluto

È il costrutto che compare più spesso nei testi narrativi. Un participio e un nome (o pronome) in ablativo formano una proposizione autonoma, non legata grammaticalmente alla principale: “Caesare duce”, essendo Cesare il comandante; “urbe capta”, presa la città, dopo che la città fu presa; “his rebus cognitis”, conosciute queste cose. Il participio presente indica contemporaneità, il perfetto anteriorità. Il valore (temporale, causale, concessivo) va dedotto dal contesto. Nella resa italiana conviene quasi sempre sciogliere: “Dopo aver saputo queste cose, Cesare…”

Il cum narrativo

“Cum” con il congiuntivo, in un testo narrativo, ha di solito valore storico-temporale o causale: “Cum Caesar in Galliam venisset, …” Quando Cesare fu giunto in Gallia, oppure essendo Cesare giunto. Il congiuntivo imperfetto indica contemporaneità rispetto al passato, il piuccheperfetto anteriorità. Ricorda che “cum” può anche essere preposizione (cum + ablativo, “con”): la prima cosa da fare è capire quale dei due sia.

Gerundio, gerundivo e perifrastica passiva

Il gerundio è un sostantivo verbale (“ars scribendi”, l’arte di scrivere), il gerundivo un aggettivo verbale con valore di necessità (“liber legendus”, un libro da leggere). Quando c’è un complemento oggetto, il latino preferisce il gerundivo al gerundio: invece di “cupidus videndi urbem” si trova più spesso “cupidus videndae urbis”, desideroso di vedere la città. La perifrastica passiva (gerundivo + esse) esprime dovere: “Carthago delenda est”, Cartagine deve essere distrutta. La persona che deve compiere l’azione va in dativo: “mihi scribendum est”, io devo scrivere.

Il periodo: consecutio temporum e oratio obliqua

La consecutio temporum regola il tempo del congiuntivo nelle subordinate. Se la reggente è a un tempo principale (presente, futuro), la subordinata ha il congiuntivo presente per la contemporaneità e il perfetto per l’anteriorità; se la reggente è a un tempo storico (imperfetto, perfetto, piuccheperfetto), la subordinata ha l’imperfetto per la contemporaneità e il piuccheperfetto per l’anteriorità. Per la posteriorità si usa la perifrastica attiva (-urus sim, -urus essem).

L’oratio obliqua, il discorso indiretto, è tipica di Cesare e degli storici. Le principali enunciative diventano infinitive (accusativo + infinito), le principali volitive vanno al congiuntivo, le subordinate vanno tutte al congiuntivo secondo la consecutio, e i pronomi di prima e seconda persona passano alla terza (se, suus per chi parla; is, ille per gli altri). Prendi un capitolo del De bello Gallico con un discorso indiretto, per esempio la risposta di Ariovisto a Cesare nel primo libro, e prova a trasformarlo in discorso diretto: è l’esercizio migliore per capire il meccanismo.

Le completive

Le subordinate completive fanno da soggetto o oggetto della reggente. Le principali: l’infinitiva (accusativo + infinito, dopo i verbi di dire, pensare, percepire: “dico te venisse”); le completive con ut e ne dopo verbi di volontà (“impero ut venias”, “timeo ne veniat”, che significa temo che venga, attenzione); quelle con quod dichiarativo (“accidit quod…”); le interrogative indirette, sempre con il congiuntivo.

Cosa ti chiedono all’orale (sintassi)

Come funziona l’ablativo assoluto? È un costrutto formato da un nome o pronome e da un participio, entrambi in ablativo, che costituiscono una proposizione autonoma rispetto alla principale. Il soggetto dell’ablativo assoluto, di norma, non coincide con il soggetto o con l’oggetto della principale. Il participio presente esprime contemporaneità, il perfetto anteriorità. Il valore logico, temporale, causale o concessivo, si deduce dal contesto, e in italiano lo si scioglie spesso con una subordinata esplicita.

Che cosa succede ai tempi nel discorso indiretto? Le enunciative principali diventano infinitive, le volitive vanno al congiuntivo, e tutte le subordinate passano al congiuntivo secondo la consecutio temporum, regolata dal tempo del verbo che introduce il discorso. I pronomi di prima persona diventano riflessivi di terza persona (se, suus), quelli di seconda diventano is o ille.

Perché “timeo ne veniat” significa “temo che venga”? Perché con i verbi di timore il latino esprime con ne il desiderio contrario a ciò che si teme: letteralmente “temo; che non venga!”. La proposizione con ne indica dunque l’evento temuto, mentre ne non, o ut, indica il timore che qualcosa non accada.

Morfologia: i punti deboli

Molti errori di traduzione non dipendono dalla sintassi ma dalla morfologia non riconosciuta. Ecco i punti su cui i docenti insistono di più.

I verbi deponenti hanno forma passiva e significato attivo: “hortor”, esorto; “loquor”, parlo; “sequor”, seguo; “utor”, uso, che regge l’ablativo. Il participio perfetto dei deponenti ha valore attivo: “hortatus”, avendo esortato. È una risorsa preziosa, perché il latino non ha un participio perfetto attivo per i verbi normali, e i deponenti colmano il vuoto. I semideponenti (“audeo, ausus sum”; “gaudeo, gavisus sum”; “soleo, solitus sum”) sono attivi al presente e deponenti al perfetto.

I verbi anomali vanno saputi a memoria: sum e i composti (possum, prosum), fero (fero, fers, tuli, latum, ferre, con i composti come affero, confero, refero, che cambiano molto di forma), volo, nolo, malo, eo e i composti (redeo, pereo, transeo), fio, usato come passivo di facio. “Fit ut” significa “accade che”, e introduce una consecutiva: è un costrutto che compare spesso.

I pronomi sono un’altra trappola. “Is, ea, id” è il pronome di terza persona non riflessivo; “se, suus” il riflessivo, che si riferisce al soggetto della proposizione o, nelle subordinate, spesso al soggetto della reggente (riflessivo indiretto). “Hic” indica vicinanza a chi parla, “iste” vicinanza a chi ascolta (e in Cicerone spesso ha valore spregiativo: “iste” è Verre), “ille” lontananza, e anche celebrità (“Medea illa”, la famosa Medea). “Quisque”, ciascuno, “quisquam”, qualcuno in frasi negative, “aliquis”, qualcuno: confonderli cambia il senso.

Ultimo punto: le forme sincopate del perfetto e i perfetti in -ere. “Amasti” sta per “amavisti”, “audisse” per “audivisse”, “dixere” per “dixerunt”. Quando una forma sul vocabolario non si trova, pensa prima di tutto a queste contrazioni.

Prosodia e metrica

Quantità e accento

Il latino classico distingue sillabe lunghe e brevi. Una sillaba è lunga per natura se contiene una vocale lunga o un dittongo (ae, au, oe), lunga per posizione se la vocale, anche breve, è seguita da due consonanti (con qualche eccezione per i nessi di muta e liquida, come tr, pl). L’accento delle parole latine dipende dalla penultima sillaba: se è lunga, l’accento cade lì (“amícus”); se è breve, cade sulla terzultima (“dóminus”). È la cosiddetta legge della penultima, e ti serve per leggere correttamente anche la prosa.

L’esametro dattilico

L’esametro è il verso dell’epica e della poesia didascalica (Ennio, Lucrezio, Virgilio, Ovidio). È formato da sei piedi: i primi quattro possono essere dattili (lunga-breve-breve) o spondei (lunga-lunga), il quinto è quasi sempre dattilo, il sesto è uno spondeo o un trocheo (l’ultima sillaba è indifferente). Le cesure principali sono la pentemimere (dopo il quinto mezzo piede, cioè dopo la prima lunga del terzo piede) e l’eftemimere (dopo il settimo mezzo piede).

Prova con il primo verso dell’Eneide: “Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris”. Ar-ma vi | rum-que ca | no Tro | iae qui | pri-mus ab | o-ris: dattilo, dattilo, spondeo, spondeo, dattilo, spondeo. Cesura pentemimere dopo “cano”.

Il distico elegiaco

È formato da un esametro e un pentametro, ed è il metro dell’elegia e dell’epigramma (Catullo, Tibullo, Properzio, Ovidio, Marziale). Il pentametro ha due emistichi di due piedi e mezzo, separati da una cesura fissa: il primo emistichio ammette dattili o spondei, il secondo solo dattili. Per l’orale ti basta saper leggere a voce alta un distico rispettando le quantità, e riconoscere i due versi.

Cosa ti chiedono all’orale (metrica)

Come si riconosce un esametro? È un verso di sei piedi: i primi quattro dattili o spondei, il quinto in genere dattilo, il sesto spondeo o trocheo. La cesura più frequente è la pentemimere, dopo la prima sillaba lunga del terzo piede. Il primo verso dell’Eneide, “Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris”, ha la sequenza dattilo-dattilo-spondeo-spondeo-dattilo-spondeo, con cesura dopo “cano”.

Qual è la legge della penultima? In latino l’accento di una parola di più di due sillabe cade sulla penultima sillaba se questa è lunga, sulla terzultima se la penultima è breve. Per esempio “amícus”, con la penultima lunga, e “dóminus”, con la penultima breve. Le parole di due sillabe hanno l’accento sulla penultima.

Le origini della letteratura latina

Prima della letteratura

Per secoli Roma non ha una letteratura scritta nel senso pieno. Abbiamo testi religiosi e giuridici: il Carmen Saliare e il Carmen Arvale, canti rituali dalla lingua arcaica, già poco comprensibili agli stessi Romani dell’età classica; le leggi delle XII Tavole, redatte secondo la tradizione nel 451-450 a.C., che gli scolari romani imparavano a memoria ancora ai tempi di Cicerone; gli elogia funebri, come quelli degli Scipioni, incisi sui sarcofagi, in versi saturni. Il saturnio è il verso italico più antico, la cui natura (quantitativa, accentuativa o mista) è tuttora discussa.

Livio Andronico e la data del 240 a.C.

La data convenzionale di nascita della letteratura latina è il 240 a.C., l’anno successivo alla fine della prima guerra punica: durante i ludi Romani viene rappresentato per la prima volta un dramma di argomento greco tradotto in latino. L’autore è Livio Andronico, un greco di Taranto arrivato a Roma come prigioniero, poi liberto. A lui si deve anche l’Odusia, una traduzione dell’Odissea in versi saturni, che restò a lungo libro di scuola: Orazio ricorda di averla studiata con il maestro Orbilio, “plagosus”, manesco.

Il primo verso dell’Odusia, conservato, mostra bene il lavoro di adattamento: “Virum mihi, Camena, insece versutum”. Il greco Musa diventa Camena, una divinità latina delle fonti. Tradurre, per i Romani, significava anche trasferire in un’altra cultura.

Nevio ed Ennio

Gneo Nevio, campano, combatté nella prima guerra punica e ne scrisse un poema epico in saturni, il Bellum Poenicum, che parte dalle origini mitiche di Roma e di Cartagine: un modello per Virgilio. Fu anche autore teatrale, e secondo la tradizione ebbe guai con la potente famiglia dei Metelli per un verso polemico (“fato Metelli Romae fiunt consules”), al quale avrebbero risposto con una minaccia in saturni. La storia del conflitto è riportata da fonti tarde e va citata con cautela.

Quinto Ennio, nato a Rudiae in Calabria (l’attuale Salento), trilingue (osco, greco, latino: diceva di avere “tre cuori”), è il padre della poesia latina per i Romani stessi. Negli Annales, diciotto libri di storia di Roma dalle origini ai suoi tempi, introduce l’esametro dattilico in latino, adattandolo a una lingua che ha molte sillabe lunghe. Nel proemio racconta un sogno in cui gli appare Omero e gli rivela che la sua anima è passata in lui, secondo la dottrina pitagorica della metempsicosi. Degli Annales restano circa seicento versi in frammenti. Il più famoso: “Moribus antiquis res stat Romana virisque”, sui costumi antichi e sugli uomini si regge lo Stato romano.

Cosa ti chiedono all’orale (origini)

Perché si fa iniziare la letteratura latina nel 240 a.C.? Perché in quell’anno, durante i ludi Romani, Livio Andronico fece rappresentare il primo dramma in latino tradotto da un originale greco. È una data convenzionale, che segna l’inizio di una letteratura d’autore modellata sui generi greci. Prima esistevano testi religiosi, giuridici e celebrativi, come i carmi dei Salii e degli Arvali e le leggi delle XII Tavole.

Che importanza ha Ennio? Ennio introduce l’esametro dattilico nella poesia latina con gli Annales, un poema storico in diciotto libri. Nel proemio si presenta come reincarnazione di Omero, rivendicando l’eredità della grande epica greca. Per i Romani fu il padre della loro poesia, e il suo influsso su Lucrezio e Virgilio è profondo.

Il teatro: Plauto e Terenzio

Plauto

Tito Maccio Plauto, nato a Sarsina in Umbria, vissuto fra il III e il II secolo a.C., è il grande autore della commedia latina. Sotto il suo nome circolavano circa centotrenta commedie; il grammatico Varrone ne riconobbe come sicuramente autentiche ventuno, ed è proprio questo gruppo, detto delle “commedie varroniane”, che ci è giunto, una delle quali (la Vidularia) molto frammentaria.

Le sue commedie sono palliatae: ambientate in Grecia, con personaggi greci, derivate da modelli della commedia nuova greca (Menandro, Difilo, Filemone). Ma Plauto le trasforma profondamente. I personaggi tipici sono il giovane innamorato, il vecchio padre avaro o severo, il servo astuto, il lenone, la cortigiana, il soldato fanfarone, il parassita. Il servo astuto, che organizza beffe e inganni per aiutare il giovane padrone, è il vero motore della commedia (Pseudolo, nella commedia omonima, ne è il campione).

La lingua di Plauto è uno dei suoi tratti più straordinari: giochi di parole, neologismi, allitterazioni, battute a doppio senso, mescolanza di registri. E una parte rilevante delle sue commedie era cantata (i cantica), su metri vari: un teatro musicale, più vicino all’operetta che alla commedia di parola. Le commedie da conoscere: l’Amphitruo, l’unica di argomento mitologico, con Giove che si traveste da Anfitrione e Mercurio da suo servo Sosia; l’Aulularia, con il vecchio avaro Euclione e la pentola d’oro, modello dell’Avaro di Molière; i Menaechmi, sui due gemelli scambiati, da cui Shakespeare trasse la Commedia degli errori; il Miles gloriosus, con il soldato vanaglorioso Pirgopolinice.

Terenzio

Publio Terenzio Afro, nato secondo la tradizione a Cartagine e giunto a Roma come schiavo, poi liberato, scrive sei commedie, tutte conservate, fra il 166 e il 160 a.C.: Andria, Hecyra, Heautontimorumenos, Eunuchus, Phormio, Adelphoe. Frequenta il circolo degli Scipioni, il gruppo di aristocratici filelleni attorno a Scipione Emiliano.

Rispetto a Plauto, Terenzio è più misurato: meno parti cantate, meno battute grossolane, più attenzione alla psicologia dei personaggi e ai rapporti familiari, soprattutto fra padri e figli. Negli Adelphoe si confrontano due modelli educativi: quello severo di Demea e quello indulgente di Micione. È la commedia della humanitas. Nell’Heautontimorumenos si trova il verso più citato del teatro latino: “Homo sum, humani nil a me alienum puto”, sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Detto, in origine, da un vecchio un po’ impiccione per giustificare la sua curiosità: un dettaglio che all’orale fa sempre effetto.

Terenzio usa i prologhi non per spiegare la trama, ma per difendersi dagli attacchi dei rivali, in particolare dall’accusa di contaminatio, cioè di aver fuso in una sola commedia scene tratte da più originali greci. I prologhi dell’Hecyra raccontano anche un insuccesso clamoroso: alla prima rappresentazione il pubblico abbandonò il teatro per andare a vedere un funambolo e dei pugili, alla seconda per uno spettacolo di gladiatori. Solo al terzo tentativo la commedia arrivò alla fine. È un documento prezioso sul pubblico romano e sulla difficoltà di un teatro più riflessivo.

Cosa ti chiedono all’orale (teatro)

Che cosa sono le commedie varroniane? Sono le ventuno commedie di Plauto che il grammatico Varrone, nel I secolo a.C., considerò autentiche senza discussione, fra le molte che circolavano sotto il nome di Plauto. Sono le commedie che ci sono arrivate, anche se una, la Vidularia, è molto frammentaria.

Quali differenze ci sono fra Plauto e Terenzio? Plauto punta sull’effetto comico immediato, sui giochi di parole, sulla musica, con molti cantica, e sulla figura del servo astuto che dirige l’azione. Terenzio è più sobrio, con meno parti cantate, una lingua più elegante e un interesse maggiore per la psicologia e per i rapporti familiari, come negli Adelphoe. Terenzio usa inoltre i prologhi per polemiche letterarie, difendendosi dall’accusa di contaminatio.

Catone, Lucilio e la prosa del II secolo

Marco Porcio Catone, detto il Censore, è il simbolo della resistenza ai costumi greci, anche se conosceva bene la cultura greca. Scrive le Origines, prima opera storica in prosa latina (gli storici precedenti scrivevano in greco), in cui omette i nomi dei generali per sottolineare che la gloria spetta al popolo romano; e il De agri cultura, l’unica sua opera giunta per intero, un manuale pratico di agricoltura, la più antica opera in prosa latina che possediamo completa. La definizione dell’oratore come “vir bonus dicendi peritus” gli viene attribuita, così come il precetto “rem tene, verba sequentur”, possiedi l’argomento, le parole verranno.

Gaio Lucilio, aristocratico campano amico di Scipione Emiliano, è il fondatore della satira come genere: trenta libri di versi in cui parla di sé, della società, della politica, con libertà e aggressività. Quintiliano dirà “satura quidem tota nostra est”, la satira è interamente nostra, cioè romana, senza un modello greco diretto.

L’età di Cesare: Lucrezio e Catullo

Lucrezio

Del poeta Tito Lucrezio Caro sappiamo pochissimo. Il De rerum natura è un poema didascalico in esametri, in sei libri, che espone la filosofia di Epicuro: tutto è composto di atomi che si muovono nel vuoto; gli dèi esistono ma non si occupano del mondo; l’anima è mortale e si dissolve con il corpo; quindi non bisogna temere la morte, perché “quando ci siamo noi, la morte non c’è; quando c’è la morte, non ci siamo più noi”. Lo scopo è liberare l’uomo dalla paura degli dèi e della morte, fonte di ogni infelicità.

Il poema si apre con un inno a Venere, generatrice della vita (“Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas”), che sembra contraddire la dottrina epicurea dell’indifferenza divina: è uno dei problemi critici più discussi. E si chiude con la descrizione della peste di Atene, un finale cupo che ha fatto pensare a un’opera incompiuta. San Girolamo, nella sua Cronaca, riferisce che Lucrezio sarebbe impazzito per un filtro d’amore e si sarebbe ucciso, e che Cicerone avrebbe curato il poema: la notizia è tarda e poco attendibile, ma la sua fortuna è stata enorme.

Un concetto da conoscere è il clinamen: gli atomi cadono nel vuoto in linea retta, ma in momenti e luoghi indeterminati deviano di pochissimo dalla loro traiettoria. Senza questa minima deviazione non si incontrerebbero mai e non si formerebbe nulla; e soprattutto, dice Lucrezio nel secondo libro, senza di essa non ci sarebbe libertà, perché tutto sarebbe determinato da una catena di cause senza fine. La fisica serve a fondare un’etica.

Lucrezio stesso spiega la funzione della poesia con un’immagine celebre: come i medici cospargono di miele l’orlo del bicchiere per far bere ai bambini l’assenzio amaro, così il poeta addolcisce con i versi una dottrina difficile.

Catullo e i poetae novi

Gaio Valerio Catullo, nato a Verona, morto giovane intorno alla metà del I secolo a.C., è il maggiore dei poetae novi, i “nuovi poeti”, come li chiamava Cicerone con una punta di ironia (in greco, neoteroi). Il gruppo si ispira ai poeti alessandrini, soprattutto a Callimaco: rifiuta l’epica lunga e celebrativa, preferisce componimenti brevi, eleganti, eruditi, curati in ogni dettaglio, e dà valore alla vita privata, all’amore, all’amicizia, al gioco.

Il liber catulliano contiene 116 carmi, divisi in tre gruppi: i carmi brevi in metri vari (1-60), le nugae, “sciocchezze”, come le definisce nella dedica a Cornelio Nepote; i carmi lunghi e dotti (61-68), fra cui epitalami e il poemetto sulle nozze di Peleo e Teti (carme 64); gli epigrammi in distici elegiaci (69-116). L’ordinamento, se sia dell’autore o di un editore successivo, è discusso.

Al centro c’è l’amore per Lesbia, pseudonimo di una donna che la tradizione identifica con Clodia, sorella del tribuno Publio Clodio. I carmi raccontano un amore intenso e tormentato: la felicità iniziale (“Vivamus, mea Lesbia, atque amemus”, carme 5, con i baci contati a migliaia), la gelosia, il tradimento, la rottura. Il distico 85 condensa il conflitto: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. / Nescio, sed fieri sentio et excrucior”. Catullo usa per l’amore il linguaggio dei rapporti politici e sociali romani, la fides, il foedus, la pietas: l’amore come patto, che Lesbia ha violato.

Ma Catullo non è solo il poeta di Lesbia. Il carme 101, scritto sulla tomba del fratello morto nella Troade, è uno dei testi più intensi della poesia latina: il poeta arriva “multas per gentes et multa per aequora vectus” per offrire al fratello l’ultimo dono funebre e parlare invano alla “mutam cinerem”, la cenere muta. Si chiude con un saluto che è diventato proverbiale: “atque in perpetuum, frater, ave atque vale”. Foscolo lo riprende nel sonetto In morte del fratello Giovanni: un collegamento che all’orale vale oro.

Cosa ti chiedono all’orale (Lucrezio e Catullo)

Qual è lo scopo del De rerum natura? Lucrezio vuole liberare l’uomo dalle paure che lo rendono infelice, soprattutto la paura degli dèi e della morte, esponendo la fisica di Epicuro. Se tutto è fatto di atomi e vuoto, se gli dèi non intervengono nel mondo e se l’anima muore con il corpo, allora la morte non è nulla per noi. La poesia serve a rendere accessibile una dottrina difficile, come il miele sull’orlo del bicchiere della medicina.

Chi erano i poetae novi? Un gruppo di poeti della metà del I secolo a.C., fra cui Catullo, che si ispiravano alla poesia alessandrina, in particolare a Callimaco. Preferivano componimenti brevi, raffinati ed eruditi, rifiutavano l’epica celebrativa e davano spazio alla vita privata, all’amore e all’amicizia. Cicerone li chiamò con una certa ironia poetae novi o neoteroi.

Commenta il carme 85 di Catullo. In un solo distico Catullo esprime la contraddizione del suo sentimento per Lesbia: odio e amore insieme. Il poeta immagina la domanda del lettore sul perché, e risponde di non saperlo, ma di sentirlo accadere e di esserne tormentato. I verbi sono otto, nessun aggettivo: il conflitto è tutto nell’azione. “Excrucior” richiama la croce, il supplizio, e chiude il testo con un’immagine di sofferenza fisica.

Cicerone e Cesare

Cicerone

Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) è l’autore che più ha influito sulla prosa latina e sulla cultura europea. Di lui ci restano orazioni, opere retoriche, opere filosofiche, e un epistolario enorme.

Le orazioni, ne restano circa sessanta, vanno dalle cause giudiziarie ai discorsi politici. Le Verrine (70 a.C.) contro Verre, governatore corrotto della Sicilia, lo resero celebre. Le Catilinarie (63 a.C.), pronunciate da console contro la congiura di Catilina, si aprono con l’apostrofe “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”. La Pro Caelio è una delle più brillanti, con la parodia della sorella di Clodio, la stessa donna che forse si nasconde dietro la Lesbia di Catullo. Le Filippiche contro Antonio, scritte dopo la morte di Cesare, gli costarono la vita: fu ucciso dai sicari di Antonio nel 43 a.C.

Nelle opere retoriche, soprattutto nel De oratore (55 a.C.), Cicerone disegna l’ideale dell’oratore colto, che unisce eloquenza e cultura filosofica. Nelle opere filosofiche, scritte soprattutto negli ultimi anni, crea il lessico filosofico latino traducendo i concetti greci: l’esempio più studiato è “qualitas”, calco del greco poiótes, che negli Academica (1, 24) viene presentato esplicitamente come una parola nuova, accompagnata da un “quasi” che ne attenua l’audacia; e anche “moralis”, che Cicerone dichiara di aver coniato per tradurre il greco ethikós. Il De re publica si chiude con il Somnium Scipionis, la visione dell’universo e della piccolezza delle cose terrene, che il Medioevo lesse nel commento di Macrobio.

La prosa ciceroniana è il modello del periodo latino: lungo, costruito con equilibrio, chiuso da clausole ritmiche, cioè sequenze di sillabe lunghe e brevi in fine di frase. Per tradurlo bisogna ricostruire la struttura logica, che è sempre chiara anche quando il periodo è lunghissimo.

Cesare

Gaio Giulio Cesare scrive i Commentarii de bello Gallico, sette libri sulla conquista della Gallia (58-52 a.C.; l’ottavo è di Aulo Irzio), e i Commentarii de bello civili, sulla guerra contro Pompeo. Il genere dei commentarii era quello delle memorie, materiali grezzi destinati a essere rielaborati dagli storici. Cesare li scrive in uno stile apparentemente semplice, nudo, con la terza persona per parlare di sé, che dà un’impressione di oggettività. In realtà è un’opera di propaganda raffinata, che giustifica ogni scelta del generale. Cicerone, nel Brutus, ne lodò la purezza: “nudi enim sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracta”.

Il De bello Gallico è il testo di traduzione per eccellenza: la sintassi è regolare, il lessico limitato e preciso (Cesare, secondo una testimonianza, raccomandava di evitare la parola insolita “come uno scoglio”), e i discorsi indiretti sono numerosissimi. L’incipit lo devi conoscere: “Gallia est omnis divisa in partes tres”.

Cosa ti chiedono all’orale (Cicerone e Cesare)

Perché i Commentarii di Cesare non sono un’opera neutrale? Perché, dietro lo stile asciutto e la narrazione in terza persona, che danno un’impressione di oggettività, Cesare seleziona e presenta i fatti in modo da giustificare le proprie scelte militari e politiche, in un momento in cui a Roma era duramente attaccato. Il genere dei commentarii, presentato come materiale grezzo, è in realtà un racconto costruito con grande abilità.

Che cosa caratterizza la prosa di Cicerone? Il periodo ampio e simmetrico, costruito con subordinate ordinate attorno alla principale, l’uso di figure di parallelismo e di contrapposizione, e le clausole ritmiche in fine di periodo. Cicerone crea anche il lessico filosofico latino, traducendo e adattando i termini greci. La sua prosa diventerà il modello del latino per tutta la tradizione europea.

Sallustio, Varrone, Nepote

Gaio Sallustio Crispo, homo novus, sostenitore di Cesare, governatore dell’Africa Nova (da cui fu accusato di essersi arricchito), si ritira dalla politica dopo la morte di Cesare e scrive storia. Le due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, ci sono giunte intere; delle Historiae restano frammenti, fra cui discorsi e lettere. La monografia, cioè la storia di un singolo evento, è una scelta nuova a Roma: permette di concentrarsi su un episodio esemplare della crisi della Repubblica, che per Sallustio è una crisi morale, causata dall’avidità e dall’ambizione cresciute dopo la distruzione di Cartagine (146 a.C.). Il ritratto di Catilina, uomo dotato di grandi qualità e di animo corrotto, è uno dei pezzi più celebri della storiografia latina.

Lo stile è l’opposto di quello ciceroniano: brevità, asimmetria (inconcinnitas), arcaismi presi da Catone, frasi giustapposte senza congiunzioni, infiniti storici. Quintiliano parlerà della sua “immortalem velocitatem”, la sua immortale rapidità. Tradurre Sallustio dopo Cesare è un salto: le frasi sono brevi, ma dense, e bisogna integrare i nessi logici che lui lascia impliciti.

Marco Terenzio Varrone, il più grande erudito romano, scrisse un numero enorme di opere, di cui restano il De re rustica e parte del De lingua Latina, prezioso per le etimologie (spesso fantasiose) e le informazioni sulla lingua antica. È lo stesso Varrone del canone plautino. Cornelio Nepote, amico di Catullo e di Cicerone, scrive biografie, il De viris illustribus, di cui resta il libro sui generali stranieri: un latino piano, che a scuola si usava come primo testo d’autore.

Cosa ti chiedono all’orale (Sallustio)

Come spiega Sallustio la crisi della Repubblica? Come una crisi morale. Finché Roma aveva un nemico temibile, Cartagine, la paura teneva unito il popolo e i costumi restavano sani. Dopo la distruzione di Cartagine nel 146 a.C. si diffondono l’avidità di ricchezze e l’ambizione di potere, che corrompono la nobiltà e preparano figure come Catilina. È lo schema del metus hostilis, la paura del nemico come garanzia di concordia.

Come prepararti

Per la parte di lingua, non c’è scorciatoia: traduci un po’ ogni giorno. Mezz’ora di Cesare o di Cicerone al giorno, per due mesi, vale molto più di un fine settimana chiuso in casa con la grammatica. Tieni un quaderno con i costrutti che sbagli: dopo qualche settimana ti accorgerai che gli errori sono sempre gli stessi, e sarà facile correggerli.

Per la letteratura, leggi i testi in programma in latino con la traduzione a fronte, e prepara per ogni autore una scheda essenziale: vita, opere, genere, modelli greci, due o tre passi da saper commentare. All’orale il docente ti farà leggere e tradurre un passo: leggi a voce alta con calma, rispettando gli accenti, e se è poesia prova a scandire il primo verso. È un modo per far vedere da subito che hai lavorato sul testo, e non solo sul manuale.

Esami collegati

Il quadro completo della letteratura latina è negli appunti di Letteratura latina, il proseguimento in Lingua e letteratura latina II. I modelli greci della commedia e della poesia alessandrina li trovi in Letteratura greca e in Lingua e letteratura greca I; il contesto in Storia romana. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • Gian Biagio Conte, Letteratura latina. Manuale storico dall’età arcaica alla fine dell’impero romano, Le Monnier.
  • Alfonso Traina, Giorgio Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Pàtron: lo strumento classico per la lingua.
  • Alfonso Traina, Tullio Bertotti, Sintassi normativa della lingua latina, Cappelli (poi Pàtron).
  • Sandro Boldrini, La prosodia e la metrica dei Romani, Carocci.
  • Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina (IL), Loescher.
  • Per i testi: Plauto, Terenzio, Lucrezio, Catullo, Cicerone e Cesare con testo a fronte nella BUR (Rizzoli) e nei Classici greci e latini Mondadori.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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