Esame di Letteratura latina: appunti di studio completi

Appunti per l’esame di Letteratura latina: da Livio Andronico ad Agostino, testi, metrica e domande d’orale con risposte. Studia da qui.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Se stai leggendo questa pagina, probabilmente hai appena guardato il programma di Letteratura latina e hai contato le righe della bibliografia. Respira. È un esame lungo, a volte il più lungo del primo anno, ma è anche uno dei più “giusti”: quello che studi, all’orale, si vede.

L’esame si sostiene nei corsi di Lettere (L-10), sia nel curriculum classico sia in quello moderno, e torna in forma avanzata nelle magistrali di Filologia moderna (LM-14) e di Filologia, letterature e storia dell’antichità (LM-15). Il peso va di solito da 6 a 12 crediti. Nella triennale spesso è preceduto, o affiancato, da un esame di Lingua latina, e molti docenti chiedono di superare una prova scritta di traduzione prima di ammetterti all’orale. Controlla bene questo punto sul sito del tuo corso: è la prima cosa che blocca gli studenti.

Esame Letteratura latina
Corsi di laurea Lettere (L-10), Filologia moderna (LM-14), Filologia e storia dell’antichità (LM-15)
Crediti in genere 6-12 CFU, a volte su due annualità
SSD LATI-01/A (ex L-FIL-LET/04)
Prova orale con traduzione; spesso uno scritto di traduzione propedeutico

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Qui trovi la letteratura latina spiegata come a lezione: autori, opere, date, versi da saper tradurre, problemi critici. Non sostituisce la lettura dei testi in lingua, che all’orale resta la prova decisiva. Ogni sezione si chiude con le domande che ti possono fare, e con risposte modello che puoi usare per verificarti.

Due avvertenze. Le date dell’età arcaica sono spesso approssimative: quando un manuale dà “ca.” prendilo sul serio. E le citazioni le trovi secondo la numerazione standard (libro, verso o paragrafo), quella che userà il docente.

Le origini e l’età arcaica

Prima della letteratura

Roma ha una produzione verbale antichissima, ma non una letteratura nel senso greco. Restano frammenti di carmi religiosi, come il Carmen Saliare e il Carmen Arvale, già incomprensibili per i Romani dell’età classica; formule giuridiche come le Leggi delle XII Tavole (metà del V secolo a.C.); gli elogia funebri degli Scipioni, incisi in versi saturni. Il saturnio è il verso italico più antico, di struttura ancora discussa: c’è chi lo considera quantitativo e chi accentuativo. All’orale basta sapere che il problema esiste.

Se ti serve una versione più distesa di questa parte, con i fescennini, la satura, gli annales dei pontefici e la cronologia dei primi autori, c’è la lezione sulle origini della letteratura latina.

La data convenzionale di nascita della letteratura latina è il 240 a.C. In quell’anno, dopo la fine della prima guerra punica, Livio Andronico fa rappresentare a Roma un dramma tradotto dal greco. Il dato viene da Cicerone (Brutus 72), che lo prende da Attico e polemizza con la cronologia diversa di Accio.

Livio Andronico, Nevio, Ennio

Livio Andronico, greco di Taranto, arrivato a Roma come prigioniero, poi liberto, traduce l’Odissea in saturni: è l’Odusia. Il primo verso, “Virum mihi, Camena, insece versutum”, rende l’omerico “Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον”. Nota la scelta: la Musa diventa Camena, una divinità italica. Tradurre, per Livio, vuol dire già romanizzare. Scrive anche tragedie e commedie, di cui restano titoli e frammenti. Sul sito c’è una scheda su Livio Andronico.

Gneo Nevio, campano, combattente nella prima guerra punica, scrive il Bellum Poenicum in saturni, primo poema epico su un argomento romano e contemporaneo, con una lunga introduzione mitica su Enea e Didone. Virgilio lo terrà presente. Nevio inventa la fabula praetexta, la tragedia di argomento romano, e la tradizione gli attribuisce un conflitto con la famiglia dei Metelli, con il famoso verso “Fato Metelli Romae fiunt consules”, che però molti studiosi considerano una costruzione posteriore.

Quinto Ennio (239-169 a.C.), di Rudiae in Messapia, trilingue (osco, greco, latino: “tria corda” diceva di avere, secondo Gellio), è il vero fondatore della poesia latina colta. Gli Annales, in diciotto libri, raccontano la storia di Roma dalle origini ai tempi del poeta, e per la prima volta in esametri. Nel proemio Ennio racconta un sogno in cui Omero gli appare e gli rivela che la sua anima è passata, attraverso un pavone, nel corpo di Ennio. È una dichiarazione di poetica: Ennio è il nuovo Omero. Degli Annales restano circa 600 versi in frammenti; l’edizione di riferimento è quella di Otto Skutsch (Oxford, 1985). Un verso da conoscere: “Moribus antiquis res stat Romana virisque” (fr. 156 Sk.), che Cicerone cita nel De re publica.

Plauto

Tito Maccio Plauto, umbro di Sarsina, attivo fra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. (muore nel 184 secondo la cronologia tradizionale). Sotto il suo nome circolavano molte commedie; Varrone ne riconobbe ventuno come sicuramente autentiche, ed è proprio quel gruppo che ci è arrivato: sono le “commedie varroniane”.

Plauto scrive palliate, commedie di ambientazione greca (il pallium è il mantello greco), rifacendo modelli della Commedia Nuova: Menandro, Difilo, Filemone. Ma il rapporto con i modelli è libero. La critica ha usato il termine contaminatio per indicare la fusione di scene da commedie diverse; il termine viene in realtà dai prologhi di Terenzio, che si difende da questa accusa.

I tratti plautini: la centralità del servo astuto (il servus callidus, come Pseudolo o Palestrione), che inganna il padrone vecchio per aiutare il giovane innamorato; la metateatralità, con personaggi che si rivolgono al pubblico; una lingua inventiva, piena di neologismi, giochi di parole, grecismi; e la forte presenza di parti cantate (cantica) accanto ai dialoghi recitati (deverbia). Eduard Fraenkel, in Plautinisches im Plautus (1922, trad. it. Elementi plautini in Plauto), ha mostrato come individuare gli interventi originali di Plauto rispetto ai modelli greci.

Le commedie da conoscere: l’Amphitruo, unica di argomento mitologico, con Giove che prende l’aspetto di Anfitrione e Mercurio quello del servo Sosia (da qui il nome “sosia”); l’Aulularia, con il vecchio avaro Euclione e la pentola d’oro, modello dell’Avare di Molière; il Miles gloriosus, con il soldato fanfarone Pirgopolinice; i Menaechmi, sui gemelli scambiati, modello della Commedia degli errori di Shakespeare; lo Pseudolus. Sul sito trovi i riassunti di Aulularia, Miles gloriosus, Pseudolus e Amphitruo.

Terenzio

Publio Terenzio Afro, di origine africana, schiavo poi liberato dal senatore Terenzio Lucano, frequenta il circolo degli Scipioni. Muore giovane, intorno al 159 a.C. Le sue sei commedie, rappresentate fra il 166 e il 160, ci sono arrivate tutte, con le didascalie che ne datano le rappresentazioni: Andria, Heautontimorumenos, Eunuchus, Phormio, Hecyra, Adelphoe.

La differenza con Plauto è netta. Terenzio riduce le parti cantate, abbandona la comicità farsesca, cura la coerenza psicologica dei personaggi e la purezza della lingua. Usa i prologhi non per spiegare la trama ma per polemizzare con i rivali, in particolare con Luscio Lanuvino, che lo accusa di contaminatio e di farsi aiutare da nobili amici. L’Hecyra fallì due volte, perché il pubblico se ne andò per vedere funamboli e gladiatori: lo racconta il prologo stesso.

Il verso più celebre di Terenzio viene dall’Heautontimorumenos (77): “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. È spesso letto come manifesto della humanitas scipionica, ma nel contesto è la risposta di un vicino ficcanaso. Fai attenzione a questa ironia: i docenti ci tengono. Negli Adelphoe il confronto fra due modelli educativi, quello severo di Demea e quello indulgente di Micione, finisce in modo ambiguo. Riassunti sul sito: Andria, Eunuchus, Adelphoe.

Catone, Lucilio, la tragedia

Marco Porcio Catone il Censore (234-149 a.C.) è l’avversario dell’ellenizzazione e il fondatore della prosa latina. Il De agri cultura è la più antica opera in prosa latina conservata per intero. Le Origines, in sette libri, perdute in gran parte, sono la prima storia di Roma in latino, e Catone vi ometteva i nomi dei comandanti per esaltare il popolo. Di lui si ricorda la massima “rem tene, verba sequentur”, e la definizione dell’oratore “vir bonus dicendi peritus”.

Gaio Lucilio (morto nel 102 o 101 a.C.), cavaliere campano amico di Scipione Emiliano, fonda la satira come genere: trenta libri, in vari metri e poi soprattutto in esametri, in cui il poeta parla di sé, attacca personaggi politici, discute di lingua e di costumi. Orazio lo considera il suo modello, pur criticandone la trascuratezza formale (“cum flueret lutulentus”, Satire I 4, 11). Quintiliano rivendica il genere ai Romani: “satura quidem tota nostra est” (Institutio oratoria X 1, 93).

La tragedia arcaica ha i suoi nomi in Pacuvio e Accio, di cui restano frammenti. Le loro tragedie, ancora rappresentate in età ciceroniana, erano soprattutto di argomento mitologico greco (cothurnatae).

Cosa ti chiedono all’orale (età arcaica)

Perché il 240 a.C. è considerato l’inizio della letteratura latina? Perché in quell’anno Livio Andronico fa rappresentare a Roma la prima opera teatrale su modello greco, secondo la cronologia che Cicerone riprende nel Brutus. È una data convenzionale: c’erano già testi in latino (carmi religiosi, leggi, iscrizioni), ma non una letteratura d’arte fondata su generi e modelli. Ed è significativo che cominci con una traduzione.

Che differenza c’è fra Plauto e Terenzio? Plauto punta alla comicità immediata, alla metateatralità, al gioco verbale, con molte parti cantate e un servo astuto al centro dell’azione. Terenzio riduce il canto, costruisce personaggi psicologicamente coerenti e affronta questioni morali, come l’educazione negli Adelphoe. Anche il pubblico reagisce in modo diverso: Plauto ebbe un successo enorme, Terenzio subì insuccessi, come racconta il prologo dell’Hecyra.

Che cosa racconta Ennio nel proemio degli Annales? Racconta di aver sognato Omero, che gli rivela di essersi reincarnato in lui, attraverso un pavone. È una dichiarazione di poetica: Ennio si presenta come il nuovo Omero latino, e infatti introduce a Roma l’esametro, il verso dell’epica greca, al posto del saturnio usato da Livio e Nevio.

L’età di Cesare

È l’età delle guerre civili, dalla dittatura di Silla (82-79 a.C.) all’assassinio di Cesare (44 a.C.) e oltre. Paradossalmente, è anche il momento in cui la letteratura latina raggiunge la maturità.

Lucrezio

Di Tito Lucrezio Caro sappiamo pochissimo. La notizia di Girolamo secondo cui sarebbe impazzito per un filtro d’amore e si sarebbe suicidato, scrivendo il poema negli intervalli della follia, è considerata quasi certamente una costruzione posteriore, forse polemica. Sappiamo che il De rerum natura circolava nel 54 a.C., perché Cicerone ne scrive al fratello Quinto (“Lucreti poemata, ut scribis, ita sunt: multis luminibus ingeni, multae tamen artis”, Ad Quintum fratrem II 9, 3).

Il poema, in sei libri di esametri, espone la dottrina di Epicuro, con dedica a Gaio Memmio. È organizzato in tre coppie di libri. I e II: la fisica atomistica, gli atomi e il vuoto, il clinamen (la deviazione casuale degli atomi che permette il libero arbitrio). III e IV: l’anima, mortale perché composta di atomi, e la conoscenza sensibile; la conclusione del III contro la paura della morte (“Nil igitur mors est ad nos”, III 830). V e VI: la storia del mondo e della civiltà, i fenomeni celesti e terrestri, fino alla descrizione della peste di Atene, che chiude il poema in modo brusco.

Il proemio del I libro è l’inno a Venere, “Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas”. Per un epicureo, che crede negli dèi ma non nel loro intervento sul mondo, è un problema. Le spiegazioni sono diverse: Venere come simbolo della forza generatrice della natura, come voluptas epicurea, come omaggio alla tradizione romana, come eco di Empedocle (Amore e Contesa). Poco dopo viene l’elogio di Epicuro, l’uomo greco che per primo osò alzare gli occhi contro la religione, e l’esempio del sacrificio di Ifigenia: “Tantum religio potuit suadere malorum” (I 101).

Nel proemio del IV libro Lucrezio spiega il suo metodo con l’immagine del medico che cosparge di miele l’orlo della tazza per far bere ai bambini l’amaro assenzio: la poesia è il miele, la dottrina l’assenzio. Il passo compare anche nel I libro (vv. 936-950). Altri passi chiave: il proemio del II (“Suave, mari magno turbantibus aequora ventis…”), la serenità del saggio che osserva dall’alto i travagli degli altri; la fine del III, con la diatriba contro la paura della morte; la critica dell’amore nel IV.

La questione critica più nota è l'”Antilucrezio in Lucrezio”, formula di Henri Patin (1868): l’idea che sotto la serenità della dottrina si senta un pessimismo e un’angoscia che la contraddicono. Molti studiosi l’hanno contestata. Il poema ci è arrivato grazie a due manoscritti carolingi, l’Oblongus e il Quadratus di Leida, e alla scoperta di Poggio Bracciolini nel 1417. Lachmann ne fece la sua edizione modello nel 1850. Il riassunto sul sito: De rerum natura.

Catullo e i neoterici

Gaio Valerio Catullo nasce a Verona, secondo Girolamo nell’87 a.C., e muore giovane, forse intorno al 54. A Roma fa parte del gruppo che Cicerone chiama ironicamente poetae novi o neoteroi: Licinio Calvo, Elvio Cinna, Valerio Catone. Il loro modello è Callimaco e la poesia alessandrina: componimenti brevi, eruditi, raffinatissimi, contro il poema epico lungo e ridondante.

Il Liber conta 116 carmi (con alcune lacune nella numerazione) e si divide tradizionalmente in tre parti: i polimetri (1-60), in metri vari, soprattutto falecio, giambi e coliambi; i carmina docta (61-68), più lunghi ed eruditi; gli epigrammi in distici elegiaci (69-116). Non è chiaro se l’ordinamento sia di Catullo. Il carme 1, dedica a Cornelio Nepote, presenta il “lepidum novum libellum” levigato con la pomice.

Lesbia è lo pseudonimo, metricamente equivalente, di Clodia, identificata di solito con la sorella del tribuno Clodio e moglie di Metello Celere, che Cicerone attacca nella Pro Caelio. Il nome rimanda a Saffo di Lesbo; e infatti il carme 51 è una traduzione di Saffo (“Ille mi par esse deo videtur”). L’identificazione con Clodia è tradizionale, già in Apuleio, ma non certa.

Il ciclo di Lesbia va dal desiderio del carme 5 (“Vivamus, mea Lesbia, atque amemus”, con i “basia mille, deinde centum”) alla crisi del 72 (“amare magis, sed bene velle minus”) e all’85, il distico più famoso della letteratura latina: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. / Nescio, sed fieri sentio et excrucior”. Il carme 8 (“Miser Catulle, desinas ineptire”) è un monologo in cui il poeta si impone di resistere. Il carme 76 è una preghiera agli dèi per guarire dall’amore come da una malattia. Catullo distingue fra “amare” (passione) e “bene velle” (affetto, fedeltà): Lesbia ha tradito il foedus, il patto che lui concepiva quasi come un vincolo sacro.

Fra i carmina docta, il 64 è un epillio sulle nozze di Peleo e Teti che contiene, come descrizione della coperta del letto nuziale, la storia di Arianna abbandonata da Teseo: una ecfrasi dentro un racconto, struttura tipicamente alessandrina. Il 66 traduce la Chioma di Berenice di Callimaco. Il 101, per la morte del fratello sepolto nella Troade, si chiude con “atque in perpetuum, frater, ave atque vale”. Riassunti sul sito: Liber e carme 5.

Catullo: poetica, testi e critica

La poetica

Catullo non scrive per il foro. Scrive per un cerchio di amici, che con lui fanno parte dei neoteroi, i “poeti nuovi” di cui parla Cicerone. Rifiutano il poema storico alla maniera di Ennio e scelgono ciò che aveva scelto Callimaco, testi brevi, limati, dove ogni parola pesa. Il carme 1 lo dichiara già nella dedica a Cornelio Nepote, con quel libretto “lepidum novum” lisciato con la pomice.

Dentro questo involucro raffinato entra però una materia che a Roma non aveva ancora un posto: l’esperienza privata, raccontata con nomi, luoghi e occasioni riconoscibili. Ci sono gli amici (Veranio, Fabullo, Calvo), gli avversari (Gellio, e perfino Cesare con Mamurra nei carmi 29 e 57), c’è Cicerone elogiato con ironia nel 49, e c’è una lingua che scende dal registro colto al parlato e all’invettiva oscena, come nei carmi 16 e 37. Tienilo presente: accanto alla Lesbia dei sospiri esiste un Catullo aggressivo, e all’esame conviene saperli mettere vicini.

Puoi leggere il libro in tre momenti, senza pretendere di datarli con precisione. Il primo momento è la giovinezza romana, con i biglietti e gli scherzi, e con la prima felicità accanto a Lesbia (carmi 2, 3, 5, 7). Il secondo è la crisi, dal tradimento alla rottura dell’11 fino agli epigrammi del dolore. Nel terzo c’è il viaggio in Bitinia, al seguito del governatore Memmio, nel 57-56 a.C. (carmi 10, 28, 46). Poi Sirmione, nel carme 31, dove torna. E il fratello morto, pianto nel 101. Come questi momenti si leghino all’ordine dei carmi non lo sappiamo, perché resta dubbio che l’ordinamento sia suo.

Le opere

Del Liber hai già il quadro, tre sezioni e 116 carmi. Adesso i carmi da riconoscere al volo. I carmi 2 e 3 sono quelli del passero di Lesbia: nel primo la donna gioca con l’uccellino. Nel secondo lo si piange morto. Il 5 e il 7 sono i baci. Nell’11 Catullo la lascia. C’è l’immagine del fiore al margine del prato, e l’aratro che passa e lo spezza. Il 51 traduce Saffo e aggiunge una quarta strofa, “otium, Catulle, tibi molestum est”, che è tutta sua. Il 64 racconta di Peleo e Teti, ed è un epillio. Il 76 è una preghiera agli dèi. L’85 è il distico che analizziamo qui sotto. Il 101, infine, l’addio al fratello. Con queste dodici tappe rispondi alla maggior parte delle domande di orientamento.

Testo e analisi

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

È un distico elegiaco, un esametro seguito da un pentametro, e basta: due versi per un intero epigramma. Guarda il primo verso: due verbi opposti, vicini, e in mezzo solo un “et”. Nessun “ma”, nessuna gradazione: i due sentimenti stanno insieme nello stesso istante, ed è questo a disturbare. Poi il poeta finge l’obiezione di un interlocutore (“fortasse requiris”, forse mi chiedi perché) e risponde subito che non lo sa.

Il secondo verso sposta la scena dalla mente al corpo. “Nescio” dice che la ragione si arrende, “sentio” che resta soltanto la sensazione, “fieri” che qualcosa sta accadendo a lui, senza il suo consenso. In chiusura c’è “excrucior”, un passivo che deriva da crux, la croce del supplizio: chi parla subisce, non agisce. Confrontalo con il carme 5, dove “amemus” e i baci da non contare dominano la scena. Fra i due testi sta tutto l’arco del ciclo, dall’invito ad amare senza fare conti alla condizione di chi non riesce più a ordinare i propri sentimenti.

Gli studi critici

Per una visione d’insieme parti da Kenneth Quinn, The Catullan Revolution (Melbourne University Press, 1959), che presenta Catullo come il poeta che porta al centro la propria esperienza e per questo cambia il modo di fare poesia a Roma. T. P. Wiseman, Catullus and his World (Cambridge University Press, 1985), parte da un’altra domanda: chi erano davvero gli amici, i rivali e i protettori che compaiono nei carmi, e che cosa significava essere un giovane di buona famiglia a Roma negli anni di Cesare e di Clodio? Per il commento al testo resta di riferimento il Fordyce che trovi in bibliografia.

Il nodo da conoscere è quello della sincerità: leggere i carmi come un diario sentimentale oppure come costruzioni letterarie che usano l’io e i nomi come maschere. Molti studiosi oggi preferiscono non separare le due cose, perché un testo costruito con cura può nascere comunque da un’esperienza vera.

Cosa ti chiedono all’orale: Catullo

Perché Catullo è detto poeta neoterico? Perché appartiene al gruppo dei “poeti nuovi” che a Roma, a metà del I secolo a.C., imitano Callimaco: componimenti brevi, eruditi, rifiniti, contro il poema epico lungo. In più porta nella poesia latina il tema dell’amore personale, che prima non aveva un posto così centrale.

Che cosa dice il carme 85? Che l’amore e l’odio per Lesbia convivono, che il poeta non sa spiegarne il perché e che lo sente come una tortura. Sono due versi, ma sono quelli che un docente cita più spesso.

Approfondisci: Catullo: vita, Carmi e Lesbia, Liber, carme 5.

Cicerone

Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), di Arpino, “homo novus”, cioè primo della famiglia a raggiungere il consolato, è il centro della prosa latina. Bisogna organizzare la sua opera in quattro blocchi.

Le orazioni. Ne restano 58. Le tappe principali: la Pro Roscio Amerino (80 a.C.), con cui sfida un protetto di Silla; le Verrine (70), contro il governatore della Sicilia Verre, che va in esilio dopo la prima actio; le quattro Catilinarie (63, anno del consolato), con l’attacco celebre “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”; la Pro Archia (62), difesa del poeta greco e insieme elogio delle lettere (sul sito il riassunto della Pro Archia); la Pro Caelio (56); la Pro Milone (52), nella versione rielaborata e pubblicata dopo l’insuccesso; le quattordici Filippiche contro Antonio (44-43), che gli costeranno la vita. Viene ucciso dai sicari di Antonio il 7 dicembre 43.

Le opere retoriche: il De oratore (55), dialogo in tre libri in cui Crasso e Antonio discutono la formazione dell’oratore ideale, colto e filosofo; il Brutus (46), storia dell’eloquenza romana; l’Orator (46), sul miglior stile, in polemica con gli atticisti.

Le opere politiche e filosofiche. Il De re publica (54-51), di cui abbiamo ampie parti grazie a un palinsesto vaticano scoperto da Angelo Mai nel 1819, si chiude con il Somnium Scipionis, la visione dell’aldilà. Il De legibus. Poi, negli anni della dittatura di Cesare e del lutto per la figlia Tullia (45), la grande stagione filosofica: Academica, De finibus, Tusculanae disputationes, De natura deorum, De divinatione, il Cato maior de senectute, il Laelius de amicitia, il De officiis (44), dedicato al figlio Marco. Cicerone non è un filosofo originale: è un mediatore che crea il lessico filosofico latino (“qualitas”, “essentia” vengono attribuiti a lui o al suo ambiente). Riassunti: De senectute, De amicitia, De officiis, In Catilinam.

L’epistolario: circa 900 lettere, in quattro raccolte (Ad familiares, Ad Atticum, Ad Quintum fratrem, Ad Brutum). Le lettere ad Attico, l’amico più intimo, furono riscoperte da Petrarca a Verona nel 1345. Sono un documento straordinario della vita politica e privata, scritte senza pensare alla pubblicazione.

Lo stile ciceroniano, la concinnitas, si fonda sul periodo ampio e armonioso, sulla simmetria, sulle clausole ritmiche. Diventerà la norma della prosa latina fino al Rinascimento, quando il “ciceronianismo” sarà oggetto della satira di Erasmo.

Cesare, Sallustio, Varrone, Nepote

Gaio Giulio Cesare scrive i Commentarii de bello Gallico (sette libri, il VII sulla rivolta di Vercingetorige; l’VIII è di Aulo Irzio) e i Commentarii de bello civili (tre libri, incompiuti). Il genere del commentarius è un resoconto apparentemente spoglio, in terza persona, che finge di offrire materiali grezzi per gli storici. Cicerone nel Brutus (262) dice che sono “nudi, recti et venusti”, e che nessuno storico sensato vorrà rielaborarli. È una prosa della chiarezza, ma anche della propaganda: la terza persona crea un effetto di oggettività. Riassunti: De bello Gallico, De bello civili.

Gaio Sallustio Crispo (86-35 a.C. circa), cesariano, ritiratosi dalla politica dopo un governo dell’Africa chiacchierato, scrive due monografie: il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, e poi le Historiae, di cui restano frammenti. È il primo storico romano a scegliere la monografia. Nei proemi riflette sul valore della storiografia come attività degna dell’animo. Lo stile è l’opposto di quello ciceroniano: brevità, asimmetria (inconcinnitas), arcaismi, sul modello di Tucidide e di Catone. Il ritratto di Catilina (Cat. 5) e il confronto fra Cesare e Catone (Cat. 53-54) sono passi da sapere. Riassunti: De Catilinae coniuratione, Bellum Iugurthinum.

Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), il più erudito dei Romani, scrisse circa 74 opere in 620 libri, quasi tutte perdute: restano il De re rustica e parte del De lingua Latina. Le Antiquitates rerum humanarum et divinarum erano una grande enciclopedia di antichità romane, che conosciamo soprattutto attraverso Agostino. Cornelio Nepote, amico di Catullo, ci ha lasciato parte del De viris illustribus, biografie di condottieri stranieri.

Cosa ti chiedono all’orale (età di Cesare)

Che cos’è il clinamen? È la deviazione minima e imprevedibile degli atomi dalla loro caduta verticale nel vuoto, esposta da Lucrezio nel II libro. Senza di essa gli atomi non si incontrerebbero mai e il mondo non si formerebbe. Il clinamen spiega anche la libertà del volere: rompe la catena delle cause e sottrae l’uomo al determinismo. È uno dei punti in cui Epicuro si distingue da Democrito.

Che differenza c’è fra “amare” e “bene velle” in Catullo? Nel carme 72 Catullo dice che, dopo il tradimento di Lesbia, la ama di più ma le vuole bene di meno. “Amare” è la passione erotica, “bene velle” è l’affetto fondato sulla stima e sulla fedeltà al foedus. Catullo concepisce l’amore come un patto, con il lessico dell’amicizia politica romana (fides, pietas), ed è questa la sua novità.

Perché lo stile di Sallustio è opposto a quello di Cicerone? Cicerone costruisce periodi ampi, simmetrici, armoniosi (concinnitas). Sallustio sceglie la brevità, l’asimmetria, la variatio, gli arcaismi: imita Tucidide e Catone. Questo stile conciso e spezzato vuole suggerire la gravità e il pessimismo della sua visione della crisi morale di Roma. Tacito lo riprenderà.

L’età augustea

Dopo Azio (31 a.C.) e il titolo di Augusto (27 a.C.), Roma vive un lungo periodo di pace interna. La letteratura si organizza attorno a Mecenate, amico e consigliere del principe, che protegge Virgilio, Orazio, Properzio. Un altro circolo, quello di Messalla Corvino, riunisce Tibullo e il giovane Ovidio. Il rapporto fra poesia e potere è la questione critica centrale di tutta l’età: i poeti celebrano il principato, ma spesso con una voce propria, a volte ambigua.

Virgilio

Publio Virgilio Marone nasce ad Andes, presso Mantova, nel 70 a.C., e muore a Brindisi nel 19 a.C., di ritorno dalla Grecia. L’epitaffio che gli viene attribuito riassume la vita e l’opera: “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Parthenope; cecini pascua rura duces”. Pascoli, campi, condottieri: Bucoliche, Georgiche, Eneide.

Le Bucoliche (42-39 a.C. circa), dieci ecloghe in esametri, riprendono gli Idilli di Teocrito, ma l’Arcadia virgiliana è attraversata dalla storia: le confische di terre per i veterani dopo Filippi. Nella prima ecloga Titiro, che ha conservato il suo campo grazie a un “deus” a Roma, dialoga con Melibeo, costretto all’esilio. “Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi”. La quarta ecloga annuncia la nascita di un bambino che riporterà l’età dell’oro: “iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna”. L’identità del puer è discussa (un figlio di Pollione, di Antonio e Ottavia, di Ottaviano); in età cristiana fu letta come profezia di Cristo, e per questo Virgilio fu considerato quasi un profeta, fino a Dante. La decima è dedicata all’amico Cornelio Gallo, il poeta elegiaco.

Le Georgiche (37-29 a.C.), quattro libri dedicati a Mecenate, sono un poema didascalico sull’agricoltura, sul modello di Esiodo e, per la tecnica, di Lucrezio. I: i campi, con il “labor omnia vicit / improbus” (I 145-146). II: gli alberi e la vite, con le laudes Italiae e l’elogio della vita contadina (“O fortunatos nimium, sua si bona norint, / agricolas!”, II 458-459). III: l’allevamento, con la peste del Norico. IV: le api, società ordinata, e il mito di Aristeo, che contiene la storia di Orfeo ed Euridice. Servio riferisce che la seconda parte del IV libro conteneva in origine un elogio di Gallo, sostituito dopo la sua caduta in disgrazia (26 a.C.): è una notizia molto discussa e molti studiosi oggi la respingono.

L’Eneide, dodici libri di esametri, scritta dal 29 al 19 a.C., resta incompiuta: alcuni versi sono interrotti (tibicines). Virgilio, morendo, chiese di bruciarla; Augusto lo impedì e la fece pubblicare da Vario e Tucca. La struttura è doppia: i libri I-VI sono l'”Odissea” di Enea, il viaggio da Troia all’Italia; i VII-XII l'”Iliade”, la guerra nel Lazio contro Turno.

Il proemio: “Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris / Italiam fato profugus Laviniaque venit / litora”. La parola chiave del protagonista è pietas: devozione agli dèi, alla famiglia, alla patria. Enea è “pius Aeneas”, e porta sulle spalle il padre Anchise e per mano il figlio Ascanio.

I libri da conoscere bene. Il II: la caduta di Troia, raccontata da Enea a Didone, con il cavallo, Laocoonte (“timeo Danaos et dona ferentes”, II 49), la morte di Priamo, la perdita di Creusa. Il IV: l’amore e la morte di Didone. Enea, richiamato da Mercurio, parte; Didone lo maledice e invoca un vendicatore (“exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor”, IV 625), annunciando Annibale, e si uccide. Il VI: la discesa agli inferi con la Sibilla, l’incontro con Didone che non risponde e se ne va (450-476), con Anchise, la rassegna degli eroi futuri di Roma, il compito dei Romani: “tu regere imperio populos, Romane, memento /…/ parcere subiectis et debellare superbos” (851-853). Il ricordo di Marcello, nipote di Augusto morto giovane nel 23 a.C., chiude la rassegna (“tu Marcellus eris”, 883). Il IX: Eurialo e Niso. Il XII: il duello finale; Enea sta per risparmiare Turno, vede il balteo di Pallante e lo uccide: “vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras”, ultimo verso.

Su questo finale si gioca il grande dibattito critico. La lettura “augustea” o ottimistica vede nell’Eneide la celebrazione della missione di Roma. La lettura “pessimistica”, sviluppata negli Stati Uniti negli anni Sessanta (Adam Parry, The Two Voices of Virgil’s Aeneid, 1963; Michael Putnam, The Poetry of the Aeneid, 1965) e chiamata “scuola di Harvard”, sottolinea le “due voci” del poema: accanto alla voce pubblica, una voce privata di dolore per le vittime della storia. Gian Biagio Conte ha proposto di leggere questa polifonia come un tratto strutturale del genere epico virgiliano. Sul sito: Bucoliche, Georgiche, Eneide.

Virgilio: poetica, testi e critica

La poetica

La poetica di Virgilio cambia da un’opera all’altra e conviene seguirla per tappe. Nelle Bucoliche Teocrito viene messo a confronto con la storia: i pastori parlano di terre confiscate e di un’età dell’oro che deve ancora tornare. Nelle Georgiche la fatica del contadino diventa un modo per capire il rapporto fra l’uomo e la natura, con una lingua densa che ricorda spesso Lucrezio. L’Eneide è più complicata. Omero le dà la struttura doppia, viaggio e guerra. Ennio e la tradizione romana le danno il tema della fondazione, cioè il destino di una città. In tutti e tre i casi Virgilio lavora per allusioni: un verso richiama Omero, Apollonio Rodio o Catullo, e il lettore colto se ne accorge.

Il concetto che torna sempre è la pietas, ma non fermarti a “Enea è pio”. Nel corso del poema la pietas costa cara: Enea lascia Didone e uccide Turno per obbedire a un compito più grande di lui. Per questo molti critici lo leggono come il racconto di quanto costi la storia. Per fondare Roma, qualcuno deve perdere qualcosa.

Nel Medioevo i tre generi virgiliani vennero messi in corrispondenza con tre stili, umile, medio e alto, nello schema detto rota Vergilii. È una cornice utile se all’orale ti chiedono perché Virgilio sia stato un modello per tanti secoli.

Le opere

Alla lista dei libri dell’Eneide che trovi sopra (II, IV, VI, IX, XII) aggiungine tre. Il primo ha la tempesta e l’arrivo a Cartagine, e apre la vicenda di Didone. Nell’ottavo Vulcano forgia lo scudo di Enea, con la storia futura di Roma da Romolo ad Azio. L’undicesimo contiene la morte di Camilla, la guerriera dei Volsci. Con questi nove libri hai la mappa completa del poema. Gli altri sono in genere meno richiesti, ma il programma del tuo corso può dire altro.

Guarda dove cadono questi tre libri nella struttura che conosci. Il primo apre la parte “odissiaca”, il viaggio. L’ottavo e l’undicesimo cadono nella seconda metà, la parte “iliadica”, quella dei combattimenti. Nell’ottavo il racconto si ferma e mostra Roma da lontano. Nell’undicesimo la guerra ha il volto di una ragazza che muore. I critici “pessimisti” lo citano volentieri, e si capisce.

Testo e analisi

At regina gravi iamdudum saucia cura
volnus alit venis, et caeco carpitur igni.

Siamo all’inizio del libro IV. Enea ha finito di raccontare Troia e il viaggio. Il poeta torna a Didone, e comincia con un “At” che sa di porta chiusa. Al secondo posto c’è “regina”, e già questo dice quanto sta per perdere. Regina “saucia”, cioè ferita: la causa è una “gravi cura”, un pensiero che pesa. “Iamdudum” vuol dire “da un pezzo”: quando apriamo il libro, per lei la partita è già persa e Enea non ne sa niente.

Il verso dopo gioca fra medicina e fuoco. La ferita (“volnus”) “alit venis”, cioè cresce nutrita dal sangue, come un essere vivo. Poi “caeco carpitur igni”: un fuoco che non si vede la divora. Due verbi opposti, “alit” e “carpitur”: nutrire e consumare. Il soggetto, però, è lo stesso male. Il rogo del finale è già qui, in due versi. Una nota pratica: nei testi scolastici trovi spesso “vulnus”, la parola è identica e qui ho seguito la grafia “volnus” dell’edizione critica.

Gli studi critici

Pöschl (Die Dichtkunst Virgils, 1950) legge l’Eneide a partire dalle immagini e dai simboli, e fa vedere che il poema si regge anche su quelli. Le “due voci” con Parry (1963) e Putnam (1965) le hai già incontrate. Conte, in Virgilio. Il genere e i suoi confini (Garzanti, 1984), ne tira fuori una questione di genere: nell’epica virgiliana convivono la celebrazione del destino e la voce di chi quel destino lo paga.

Per il IV libro il commento di R. G. Austin (Oxford, 1955), già nella bibliografia, resta il punto da cui partire, sia per il testo sia per i rimandi ad altri autori. Sul dibattito fra lettura ottimistica e pessimistica non scegliere uno schieramento: all’orale conta mostrare di sapere gli argomenti di tutti e due.

Cosa ti chiedono all’orale: Virgilio

Che cos’è la pietas di Enea? È il rispetto dei doveri verso gli dèi, la famiglia e la patria. Nell’Eneide diventa anche un peso: Enea la segue anche quando gli costa l’amore di Didone e, nell’ultimo libro, lo porta a uccidere Turno.

Quali sono i modelli dell’Eneide? Omero per la struttura, con l’Odissea nei primi sei libri e l’Iliade negli ultimi sei, Apollonio Rodio per la storia d’amore di Didone, Ennio per il tema romano e Lucrezio per parte della lingua e delle immagini.

Approfondisci: Virgilio: biografia e opere principali, Eneide.

Orazio

Quinto Orazio Flacco nasce a Venosa nel 65 a.C., figlio di un liberto che lo fa studiare a Roma e ad Atene. Combatte a Filippi con Bruto, dalla parte sbagliata, e ne parla con autoironia (abbandonò lo scudo, “relicta non bene parmula”, Odi II 7). Nel 38 a.C. Virgilio e Vario lo presentano a Mecenate, che gli dona una villa in Sabina. Muore nell’8 a.C., poche settimane dopo Mecenate.

Le opere in ordine: Satire (o Sermones, due libri, 35 e 30 a.C. circa), Epodi (30 a.C. circa), Odi (libri I-III nel 23 a.C., IV intorno al 13), Epistole (I libro 20 a.C.; il II comprende l’epistola ad Augusto e quella a Floro), l’Ars poetica (epistola ai Pisoni), il Carmen saeculare (17 a.C.), scritto su incarico di Augusto per i ludi secolari.

Le Satire riprendono Lucilio ma con un tono più misurato. Orazio racconta di sé, del padre, dell’incontro con Mecenate (I 6), del viaggio a Brindisi (I 5), del seccatore che lo perseguita lungo la via Sacra (I 9: “Ibam forte via Sacra”). La morale è quella del giusto mezzo: “est modus in rebus, sunt certi denique fines” (I 1, 106). Gli Epodi, sul modello di Archiloco, sono più aggressivi.

Le Odi sono il capolavoro. Orazio si presenta come colui che per primo ha portato in latino la lirica eolica di Alceo e Saffo: “princeps Aeolium carmen ad Italos / deduxisse modos” (III 30, 13-14). Usa soprattutto la strofe alcaica, la saffica e varie strofe asclepiadee. I temi: la brevità della vita e il carpe diem (I 11: “dum loquimur, fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero”), l’aurea mediocritas (II 10), il simposio e l’amicizia, la poesia civile delle “odi romane” (III 1-6), la gloria poetica. L’ode III 30 chiude la raccolta con “Exegi monumentum aere perennius”. Sul sito: Odi, Satire, Epodi, Ars poetica.

L’Ars poetica ha avuto un’influenza enorme sulla teoria letteraria europea: l'”ut pictura poesis” (361), la poesia che deve “prodesse” e “delectare” (333), l’inizio “in medias res” (148), il “labor limae”.

Orazio: poetica, testi e critica

La poetica

Orazio è un poeta che sceglie la propria misura e la dichiara. Dalle Satire alle Epistole si vede una linea costante: attenzione al giusto mezzo, diffidenza verso gli eccessi (di avidità, di ambizione, di passione), idea che la saggezza sia un esercizio quotidiano più che un sistema. Non è un filosofo di scuola: prende da Epicuro, dallo stoicismo e dalla tradizione del simposio quello che gli serve, e lo piega a un uso pratico. Per l’orale ti bastano tre concetti, perché a ciascuno corrisponde un’ode: l’aurea mediocritas (II 10), il carpe diem (I 11) e il monumentum (III 30), cioè la vita, il tempo e la gloria.

Puoi distinguere quattro tempi. Il primo è quello di Satire ed Epodi, più aggressivo, vicino a Lucilio e ad Archiloco. Il secondo è quello delle Odi dei libri I-III, quando porta in latino i metri di Alceo e Saffo e alza la voce, anche verso Augusto. Il terzo è il periodo delle Epistole del primo libro, nel 20 a.C., con un tono colloquiale e un’etica da amici. Il quarto riunisce le opere della maturità: il Carmen saeculare (17 a.C.), il quarto libro delle Odi, la seconda raccolta di Epistole e l’Ars poetica, di cui la datazione è più discussa.

Le opere

Delle Odi hai già il quadro. Per muoverti nei quattro libri ricorda alcune tappe. La I 1 è la dedica a Mecenate (“Maecenas atavis edite regibus”). La I 11 è l’ode a Leuconoe, che analizziamo qui sotto. La I 14 è l’allegoria della nave dello Stato, che riprende Alceo. La I 37 (“Nunc est bibendum”) festeggia la morte di Cleopatra. La II 10 insegna l’aurea mediocritas, la II 14 (“Eheu fugaces”) il passare degli anni. Le odi romane sono III 1-6, la III 30 chiude i primi tre libri. Il IV libro, uscito più tardi, contiene la IV 7 (“Diffugere nives”), dove il ritorno della primavera fa pensare alla morte che non torna.

Testo e analisi

… dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

Sono i versi finali dell’ode I 11, in strofe asclepiadea maggiore. Per capirli devi ricordare a chi sono rivolti: Leuconoe, che cerca di conoscere la propria fine interrogando gli astrologi (“nec Babylonios temptaris numeros”, ai versi 2-3). L’invito non è a godersi la vita senza pensieri. È a smettere di calcolare. Orazio le dice di bere il vino, di tagliare la speranza troppo lunga, e poi la fa guardare il tempo che sfugge proprio mentre parlano.

Come è fatto il passo? “Dum loquimur”, mentre parliamo, e subito il futuro anteriore “fugerit”: il tempo sarà già scappato prima che la frase finisca. “Invida”, invidiosa, fa dell’aetas un nemico che ruba. “Carpe” è un verbo da giardino o da frutteto, e ti porta davanti un’immagine di campagna: il giorno si coglie quando è maturo. L’ultimo emistichio, “quam minimum credula postero”, dice di fidarsi del domani il meno possibile, e “postero” è un aggettivo che fa da sostantivo. Se all’orale ti chiedono cos’è il carpe diem, rispondi che è una medicina contro l’ansia del futuro, più che un invito al piacere.

Gli studi critici

Il primo libro da avere in mente è Orazio lirico di Giorgio Pasquali (Le Monnier, 1920): mostra che Orazio rielabora i modelli greci e non li traduce. Eduard Fraenkel, Horace (Clarendon Press, 1957), legge l’opera intera seguendo come cambia l’autore e come si rapporta ai modelli. Per le odi del primo libro il commento è il Nisbet-Hubbard che hai in bibliografia. Mario Citroni, Poesia e lettori in Roma antica (Laterza, 1995), studia il rapporto fra i poeti latini e il pubblico a cui parlano, e Orazio è uno dei casi principali.

Il tema che ricorre è il rapporto con il potere. Orazio è un poeta di Augusto, che scrive su incarico il Carmen saeculare, oppure un poeta che mantiene la propria indipendenza, soprattutto nelle Epistole? Anche qui la risposta migliore è articolata.

Cosa ti chiedono all’orale: Orazio

Che cos’è il carpe diem? È l’invito, nell’ode I 11 a Leuconoe, a vivere il presente senza affidarsi al domani e senza cercare di conoscere il futuro. L’espressione “carpe diem” è un’immagine agricola: cogliere il giorno come un frutto.

Che cos’è l’aurea mediocritas? È l’ideale del giusto mezzo, formulato nell’ode II 10: né gli eccessi della fortuna né quelli della sventura, ma una misura che ti permette di vivere in pace.

Approfondisci: Orazio: biografia e opere principali, Odi.

L’elegia

L’elegia latina d’amore è un genere tipicamente romano: un poeta parla in prima persona del suo amore, di solito infelice, per una donna (la domina) con uno pseudonimo, in distici elegiaci. I modelli sono greci (Callimaco, Fileta), ma la forma soggettiva e la serie di libri dedicati a una donna non hanno un vero precedente greco conservato. Il fondatore è Cornelio Gallo (69-26 a.C.), amico di Virgilio, prefetto d’Egitto, caduto in disgrazia e suicida. Dei suoi quattro libri di Amores per Licoride restava un solo verso, finché nel 1978 un papiro trovato a Qasr Ibrim, in Nubia, ne ha restituito una decina.

Il codice elegiaco: il servitium amoris (il poeta schiavo della donna), la militia amoris (l’amore come servizio militare, in contrapposizione alla carriera vera), il paraklausithyron (il lamento davanti alla porta chiusa), il rifiuto della ricchezza e della guerra, la recusatio dell’epica.

Albio Tibullo (morto nel 19 a.C.), del circolo di Messalla, canta Delia e Nemesi, con un forte gusto per la campagna e la pace. Sesto Properzio, umbro, del circolo di Mecenate, scrive quattro libri: il primo, il Monobiblos, si apre con “Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis”. Properzio è più dotto e difficile; nel quarto libro si rivolge a temi eziologici romani, sul modello degli Aitia di Callimaco, e si definisce “Romanus Callimachus” (IV 1, 64). Con l’elegia è legato anche il Corpus Tibullianum, che contiene, fra l’altro, i componimenti di Sulpicia, l’unica poetessa latina di cui abbiamo testi.

Ovidio

Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel 43 a.C. Rinuncia alla carriera politica per la poesia. Nell’8 d.C. Augusto lo relega a Tomi, sul Mar Nero, dove muore nel 17 o 18. Le cause indicate da Ovidio stesso sono due: “perdiderint cum me duo crimina, carmen et error” (Tristia II 207). Il carmen è l’Ars amatoria, considerata immorale rispetto alla legislazione augustea sui costumi; l’error resta misterioso.

Le opere si dividono in tre fasi. Quella erotica: gli Amores (tre libri), parodia giocosa del codice elegiaco; le Heroides, lettere di eroine del mito agli amanti lontani (Penelope a Ulisse, Didone a Enea); l’Ars amatoria (tre libri), manuale di seduzione in distici, e i Remedia amoris. Quella dei grandi poemi: le Metamorfosi e i Fasti (calendario romano in distici, incompiuto a sei libri). Quella dell’esilio: Tristia ed Epistulae ex Ponto.

Le Metamorfosi sono un poema in esametri, in quindici libri, che raccoglie oltre 250 miti di trasformazione, dal caos primordiale all’apoteosi di Cesare. Il proemio dichiara un “perpetuum carmen” (I 4), un canto continuo, e la struttura procede per collegamenti, cornici, racconti inseriti. Il tono è vario: epico, elegiaco, tragico, comico. Episodi chiave: Apollo e Dafne (I), Narciso ed Eco (III), Piramo e Tisbe (IV), Aracne (VI), Dedalo e Icaro (VIII), Filemone e Bauci (VIII), Orfeo ed Euridice e Pigmalione (X), il discorso di Pitagora (XV). Il congedo: “ore legar populi… perque omnia saecula fama, / siquid habent veri vatum praesagia, vivam” (XV 878-879). Sul sito: Metamorfosi, Amores, Heroides, Ars amatoria.

Tito Livio

Livio (59 a.C.-17 d.C., la datazione di Girolamo è discussa), di Padova, scrive gli Ab Urbe condita libri, 142 libri dalla fondazione al 9 a.C. Ne restano 35: I-X e XXI-XLV, oltre alle periochae (riassunti) di quasi tutti. L’opera è organizzata in decadi e pentadi. Nella prefazione Livio dichiara lo scopo morale: la storia offre esempi da imitare e da evitare, e Roma è decaduta fino al punto in cui “nec vitia nostra nec remedia pati possumus”. Lo stile è ampio, ciceroniano, con discorsi diretti; Asinio Pollione gli rimproverava la “Patavinitas”. Episodi celebri: Romolo e Remo, il ratto delle Sabine, Lucrezia, Muzio Scevola, Annibale e la seconda guerra punica nella terza decade. Riassunto sul sito: Ab Urbe condita.

Cosa ti chiedono all’orale (età augustea)

Che cosa si intende per “due voci” dell’Eneide? È la tesi di Adam Parry (1963): accanto alla voce pubblica che celebra la missione di Roma e di Augusto, il poema fa sentire una voce privata di dolore per i costi della storia, per le vittime come Didone, Turno, Pallante, Eurialo e Niso. Il finale, con Enea che uccide Turno in preda all’ira, è il punto più discusso. Oggi si tende a vedere le due voci come compresenti, non come un messaggio segreto antiaugusteo.

Che cos’è la recusatio? È il gesto con cui un poeta rifiuta di scrivere un poema epico celebrativo, dichiarandosi inadatto e scegliendo generi minori come la lirica o l’elegia. Il modello è Callimaco, nel prologo degli Aitia, con Apollo che invita il poeta a nutrire una vittima grassa ma una Musa sottile. A Roma la usano Virgilio (VI ecloga), Orazio (Odi I 6), Properzio. È spesso un modo per lodare il principe proprio mentre si rifiuta di cantarlo.

Perché Ovidio fu esiliato? Lui stesso parla di “carmen et error”. Il carmen è l’Ars amatoria, in contrasto con le leggi augustee sui costumi. L’error, su cui Ovidio tace, è stato collegato a vari scandali di corte, ad esempio a quello di Giulia minore, nipote di Augusto, relegata nello stesso 8 d.C. Ma sono ipotesi.

L’età giulio-claudia

Da Tiberio a Nerone (14-68 d.C.). La libertà di parola si restringe, la retorica delle scuole di declamazione domina il gusto, e la letteratura si fa più tesa, sentenziosa, a volte esasperata.

Seneca

Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova intorno al 4 a.C. Il padre, Seneca il Vecchio, ci ha lasciato una raccolta di declamazioni. Avvocato e senatore, viene relegato in Corsica da Claudio nel 41, richiamato nel 49 da Agrippina come precettore del giovane Nerone. Nei primi anni del principato di Nerone (54-59 circa) governa di fatto con il prefetto Burro. Poi si ritira e nel 65, accusato di far parte della congiura dei Pisoni, riceve l’ordine di uccidersi. Tacito ne racconta la morte (Annales XV 60-64).

Le opere filosofiche. I Dialogi, dodici libri: tre Consolationes (a Marcia, alla madre Elvia, a Polibio), il De ira, il De brevitate vitae, il De vita beata, il De tranquillitate animi, il De otio, il De constantia sapientis, il De providentia. Poi il De clementia, dedicato a Nerone, il De beneficiis, le Naturales quaestiones. Infine le Epistulae morales ad Lucilium, 124 lettere in venti libri, scritte negli ultimi anni.

La filosofia di Seneca è stoica, ma aperta ad altre scuole: cita spesso Epicuro. I temi: il tempo, unico bene veramente nostro; la morte, da meditare ogni giorno; la libertà interiore del saggio; l’umanità degli schiavi (Epist. 47: “Servi sunt. Immo homines”). L’epistola 1 apre: “Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva”. Il De brevitate vitae parte da un’affermazione paradossale: la vita non è breve, siamo noi a renderla tale sprecandola.

Lo stile è il contrario di quello ciceroniano: frasi brevi, sentenze, antitesi, ripetizioni. Quintiliano lo critica per i suoi “dulcibus vitiis” (X 1, 129) e Caligola, secondo Svetonio, lo definì “harena sine calce”, sabbia senza calce.

Le tragedie, nove attribuite con sicurezza (fra cui Medea, Phaedra, Thyestes, Oedipus), più l’Octavia, quasi certamente spuria, sono le uniche tragedie latine conservate per intero. Riprendono soggetti greci con un gusto per l’orrido, il furor, i lunghi monologhi; se fossero destinate alla scena o alla lettura è discusso. Hanno influenzato tutto il teatro europeo del Rinascimento. L’Apokolokyntosis, satira menippea sulla morte di Claudio, trasformato non in dio ma in “zucca”, è attribuita a Seneca dalla tradizione. Riassunti: Epistulae morales, De brevitate vitae, De ira, Medea.

Seneca: poetica, testi e critica

La poetica

Seneca non vuole esporre un sistema, vuole che chi legge cambi vita. Nelle Epistole si vede benissimo: Lucilio è un interlocutore a cui si risponde piano piano, una lettera dopo l’altra, con esempi, citazioni (spesso di Epicuro) e domande a un avversario immaginario, come nella diatriba. Il tono non è quello di un trattato ma di un consiglio fra amici. Tempo, morte, libertà interiore, rapporto con il potere tornano ovunque, e sempre in chiave pratica: cosa faccio io, oggi, della mia giornata?

La produzione si divide in tre momenti, con date che in parte restano incerte. Prima del 49 d.C. stanno le Consolationes e il De ira, insieme alle prime riflessioni sulla vita interiore. Negli anni di Nerone, con il De clementia (55-56), Seneca scrive come consigliere del principe. Nel periodo del ritiro dalla corte compone il De beneficiis, le Naturales quaestiones e le Epistulae morales, queste ultime negli anni dal 62 al 65. Le tragedie sono quasi impossibili da datare con precisione, e questo è un punto che conviene dichiarare all’orale.

Le opere

Dei Dialogi e delle Epistole hai già il quadro. Due dati ti servono in più. Le lettere conservate sono 124, in venti libri, ma Aulo Gellio (Notti attiche XII 2) cita un libro ventiduesimo: la raccolta era più lunga di quella che possediamo. Poi le tragedie: le nove che portano il suo nome sono Hercules furens, Troades, Phoenissae, Medea, Phaedra, Oedipus, Agamemnon, Thyestes e Hercules Oetaeus. Le più lette nei corsi sono di solito la Medea e la Phaedra, ma controlla il programma del tuo docente.

Testo e analisi

Ita fac, mi Lucili; vindica te tibi, et tempus, quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat, collige et serva.

È l’inizio dell’epistola 1, e vale la pena leggerlo lentamente. “Vindica” è un verbo del linguaggio giuridico: vindicare in libertatem indicava la rivendicazione di una persona come libera. Seneca chiede a Lucilio di rivendicare se stesso a se stesso, come se il suo tempo e la sua persona fossero in mano ad altri. Il gioco “te tibi” ha lo stesso effetto: l’io è insieme soggetto e oggetto della rivendicazione.

Poi vengono i tre imperfetti, che sono tre modi di perdere il tempo. “Auferebatur” è il tempo portato via da altri, con forza. “Subripiebatur” è quello rubato di nascosto. “Excidebat” è quello che cade da solo, per distrazione: una gradazione dalla violenza altrui alla colpa propria. Chiudono due imperativi brevi, “collige et serva”, raccogli e conserva, come si fa con un bene prezioso. Qui vedi lo stile senecano senza bisogno di altro: ritmo a tre, parole concrete, nessuna subordinata inutile.

Gli studi critici

Alfonso Traina, Lo stile “drammatico” del filosofo Seneca (Pàtron, 1974), è il testo da conoscere per lo stile: studia come la prosa senecana imiti il movimento del parlato, con domande, interruzioni, antitesi, e perché questo sia un modo di scrivere e non un difetto. Miriam Griffin, Seneca: A Philosopher in Politics (Clarendon Press, 1976), affronta l’altro grande problema, il rapporto fra il filosofo e il potere, ricostruendo la carriera di Seneca sotto Claudio e Nerone.

La critica antica è già un argomento d’esame. Quintiliano (X 1, 125-131) riconosce a Seneca ingegno e cultura, ma osserva che lo stile “abundat dulcibus vitiis”, abbonda cioè di difetti piacevoli. Tacito, negli Annales (XIII 42), riporta l’accusa di Publio Suillio, che chiede con quale saggezza il filosofo abbia accumulato tanti milioni in pochi anni di amicizia con il principe. Da qui nasce il tema classico della coerenza fra predica e vita.

Cosa ti chiedono all’orale: Seneca

Perché lo stile di Seneca è detto drammatico? Perché la sua prosa procede per frasi brevi, domande, interruzioni e antitesi, come se parlasse con qualcuno. Alfonso Traina ha usato l’espressione “stile drammatico” per descrivere questo movimento.

Che accusa muove Suillio a Seneca? Negli Annales XIII 42 Suillio gli chiede con quale saggezza abbia accumulato una fortuna enorme in pochi anni di amicizia con Nerone. È l’origine del dibattito sulla coerenza fra la filosofia e la vita del Seneca storico.

Approfondisci: Seneca: vita, opere filosofiche e tragedie, Epistulae morales.

Lucano, Persio, Petronio

Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.), nipote di Seneca, scrive il Bellum civile (o Pharsalia), dieci libri sulla guerra fra Cesare e Pompeo, interrotti alla morte del poeta, costretto anch’egli al suicidio dopo la congiura dei Pisoni. È un’anti-Eneide: niente apparato divino, la storia come catastrofe, Cesare come forza distruttrice, Pompeo come grandezza al tramonto, Catone come eroe stoico della libertà (“victrix causa deis placuit sed victa Catoni”, I 128). La necromanzia di Eritto nel VI libro è un pezzo di bravura macabra.

Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.), stoico, lascia un solo libro di sei satire, difficili, dense, con un linguaggio contorto e immagini forti (“iunctura callidus acri”). Petronio è identificato, dalla maggior parte degli studiosi, con il Petronio “arbiter elegantiae” della corte di Nerone, che Tacito descrive in Annales XVI 18-19. Il Satyricon ci è arrivato in frammenti, soprattutto dei libri XIV-XVI; racconta le avventure di Encolpio, il narratore, con il giovane Gitone e l’amico Ascilto. La Cena Trimalchionis, banchetto di un liberto arricchito, è la parte meglio conservata e un documento unico del latino parlato. Dentro ci sono novelle come la matrona di Efeso. Il genere è un problema aperto: romanzo, satira menippea, parodia del romanzo greco d’amore. Riassunto: Satyricon.

Fra gli altri autori del periodo: Fedro, liberto di Augusto, che porta la favola esopica in senari giambici; Velleio Patercolo, storico filotiberiano; Valerio Massimo; Curzio Rufo, storico di Alessandro; Columella, sull’agricoltura; Plinio il Vecchio, che muore nel 79 nell’eruzione del Vesuvio e lascia la Naturalis historia in 37 libri.

Cosa ti chiedono all’orale (età giulio-claudia)

Perché il Bellum civile di Lucano è detto anti-Eneide? Perché rovescia i presupposti del poema virgiliano. Virgilio racconta la fondazione provvidenziale di Roma con un apparato divino; Lucano racconta la sua autodistruzione nella guerra civile, senza dèi, come opera di una fortuna cieca. Gli eroi non sono pii fondatori ma figure tragiche: Cesare distruttore, Pompeo in declino, Catone fedele a una causa persa.

Come si definisce lo stile di Seneca? È uno stile “spezzato”, fatto di frasi brevi, sentenze, antitesi, ripetizioni, che cerca di colpire e di far riflettere il lettore. È il contrario della concinnitas ciceroniana. I contemporanei lo criticarono (Quintiliano parla di “dulcia vitia”), ma è stato un modello per la prosa europea, da Montaigne in poi.

Dai Flavi agli Antonini

Quintiliano, Marziale, Stazio

Marco Fabio Quintiliano (35 circa-96 circa), spagnolo di Calagurris, primo professore di retorica pagato dallo stato (sotto Vespasiano), scrive l’Institutio oratoria in dodici libri: la formazione dell’oratore dall’infanzia alla maturità. Il X libro contiene un canone di autori greci e latini da leggere, con giudizi celebri. Il modello è Cicerone. L’opera fu ritrovata completa da Poggio Bracciolini a San Gallo nel 1416.

Marco Valerio Marziale (40 circa-104 circa), di Bilbilis in Spagna, porta l’epigramma latino a genere autonomo: quindici libri, più di 1.500 componimenti, quasi sempre con un finale a sorpresa (aculeus). Ritrae la vita quotidiana di Roma, i clienti, i parassiti, gli avari, i cacciatori di eredità. Publio Papinio Stazio scrive la Tebaide (dodici libri sui Sette contro Tebe) e le Silvae, poesie d’occasione. Alla fine della Tebaide si rivolge al suo poema dicendogli di non gareggiare con la “divina Eneide”, ma di seguirla da lontano e di adorarne le orme. Valerio Flacco scrive le Argonautiche, Silio Italico i Punica.

Tacito

Publio Cornelio Tacito (55 circa-120 circa) fa carriera politica sotto i Flavi, è console nel 97, proconsole d’Asia. Le opere: l’Agricola (98), biografia del suocero, conquistatore della Britannia, con il discorso di Calgaco (“ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, 30); la Germania (98), monografia etnografica sui Germani; il Dialogus de oratoribus, sulle cause della decadenza dell’eloquenza, di datazione discussa; le Historiae, dal 69 al 96, di cui restano i libri I-IV e parte del V; gli Annales, dalla morte di Augusto (14) a Nerone, di cui restano I-IV, parte di V e VI, XI-XVI (incompleti).

Il proemio degli Annales dichiara di voler scrivere “sine ira et studio” (I 1). Ma Tacito ha una visione cupa del principato, che giudica necessario per la pace ma corruttore della libertà. Il suo stile è breve, asimmetrico, carico di sottintesi, sul modello di Sallustio. I ritratti di Tiberio, Claudio, Nerone, Agrippina, i processi per lesa maestà, la morte di Seneca (XV 60-64), l’incendio di Roma del 64 e la persecuzione dei cristiani (XV 44), sono pagine fondamentali. La Germania, riscoperta nel Quattrocento, ha avuto una fortuna ideologica pericolosa, fino all’uso nazista. Riassunti: Agricola, Germania, Annales.

Tacito: poetica, testi e critica

La poetica

Tacito non applica un solo metodo a tutte le opere. L’Agricola è una biografia con uno scopo politico: mostrare che si può servire sotto un cattivo principe senza servilismo. La Germania è un’indagine etnografica che ha come termine di confronto implicito Roma. Il Dialogus è un testo sull’eloquenza costruito sul modello dei dialoghi di Cicerone. Le Historiae e gli Annales sono la grande storia senatoria, ordinata per anni e per cariche. Quello che le unisce è la domanda su che cosa resti della libertà quando il potere è nelle mani di uno solo.

Nel proemio dell’Agricola (3) Tacito dice che Nerva ha unito “res olim dissociabilis”, il principato e la libertà: è un’affermazione di speranza, ma anche una formula che i lettori successivi hanno letto con scetticismo, perché gli Annales mostrano quanto fosse fragile quell’equilibrio. Quanto allo stile, ha tre tratti che ti conviene saper nominare: la brevità, l’asimmetria (inconcinnitas, cioè la rinuncia alla simmetria ciceroniana) e la variatio, cioè il piacere di non ripetere mai la stessa costruzione. Il modello di partenza è Sallustio.

Le opere

Il quadro delle opere lo hai sopra. Per l’orale ti servono i passi che i docenti chiedono più spesso. Dall’Agricola: il proemio (1-3), il discorso di Calgaco prima della battaglia sul monte Graupio (30-32), il ritratto finale del suocero (44-46). Dalla Germania: l’inizio, con i confini e l’origine dei popoli, e i capitoli sui costumi. Dagli Annales: il proemio (I 1), la scena della successione a Tiberio (I 7, “At Romae ruere in servitium consules, patres, eques”), la morte di Seneca (XV 60-64), l’incendio e la persecuzione dei cristiani (XV 38-44), il ritratto di Petronio (XVI 18-19).

Se vuoi un solo passo su cui allenare la traduzione, scegli il discorso di Calgaco: è breve, ha una struttura chiara e permette di discutere insieme stile e contenuto.

Testo e analisi

… auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.

Sono le parole che Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, prima della battaglia sul monte Graupio (Agricola 30). Vale la regola degli storici antichi: i discorsi sono composti dall’autore, non registrati. Dunque la voce che accusa l’impero romano è quella di Tacito, affidata a un nemico perché la critica sia più libera.

Tre infiniti di fila, “auferre trucidare rapere”, senza una congiunzione: portare via, massacrare, rapinare, uno addosso all’altro. Poi “falsis nominibus imperium”, che è la frase più dura: il potere è chiamato con nomi falsi, cioè la rapina si presenta come “impero”. Infine l’antitesi, che tutti ricordano: “solitudinem” è ciò che i Romani fanno, “pacem” il nome con cui lo chiamano. Tacito non argomenta, dà una sentenza e basta. È fatto così, quando vuole essere ricordato condensa tutto in poche parole.

Gli studi critici

Per la storia il libro di riferimento è Tacitus di Ronald Syme (Clarendon Press, 1958, due volumi): vede in Tacito un senatore che conosce da dentro i gruppi di potere, e dà molto spazio alle fonti e al metodo. Per la letteratura ti consiglio Ettore Paratore, Tacito (Cisalpino, Milano, 1951), sullo stile e sui ritratti.

I problemi aperti sono due. Il primo è l’obiettività. “Sine ira et studio” è un programma dichiarato, ma i giudizi sui principi sono duri e la visione di fondo è pessimista. Il secondo è la fortuna dell’opera: la Germania, riscoperta nel Quattrocento, è stata letta in modi diversi, alcuni apertamente ideologici. All’esame distingui sempre il testo dall’uso che ne è stato fatto dopo.

Cosa ti chiedono all’orale: Tacito

Che cosa significa “sine ira et studio”? Significa scrivere senza rancore e senza parzialità. Tacito lo dichiara all’inizio degli Annales (I 1) per dire che non ha motivi personali, né di odio né di favore, nei confronti dei principi di cui racconta.

Perché il discorso di Calgaco è importante? Perché è la critica più famosa all’imperialismo romano e la formula “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” è entrata nella cultura europea. Ricorda però che il discorso è composto da Tacito.

Approfondisci: Tacito: vita, opere e metodo storico, Agricola, Annales.

Giovenale, Plinio il Giovane, Svetonio

Decimo Giunio Giovenale scrive sedici satire in cinque libri, sotto Traiano e Adriano. Il tono è l’indignazione: “si natura negat, facit indignatio versum” (I 79). La satira VI, contro le donne, è la più lunga; la X, sulla vanità dei desideri umani, contiene il “mens sana in corpore sano” (356) e il “panem et circenses” (81).

Plinio il Giovane (61-113 circa), nipote del Vecchio, ha lasciato il Panegirico di Traiano e un epistolario in dieci libri. Il libro X contiene la corrispondenza con Traiano, quando Plinio era governatore della Bitinia; la lettera 96 chiede come comportarsi con i cristiani. Le lettere VI 16 e 20, a Tacito, descrivono l’eruzione del 79 e la morte dello zio. Gaio Svetonio Tranquillo scrive il De vita Caesarum, biografie da Cesare a Domiziano, con uno schema per rubriche (per species) e una grande attenzione agli aneddoti.

Apuleio

Apuleio, nato a Madaura in Africa intorno al 125, filosofo platonico e retore, fu accusato di aver sedotto con la magia una ricca vedova, Pudentilla; si difese con l’Apologia (o De magia). Le Metamorfosi, o Asino d’oro, in undici libri, sono l’unico romanzo latino conservato per intero. Lucio, curioso di magia, si trasforma per errore in asino e attraversa una serie di avventure, finché la dea Iside gli restituisce la forma umana e lui si fa iniziare ai suoi misteri (libro XI). Al centro, nei libri IV-VI, la favola di Amore e Psiche, narrata da una vecchia: Psiche, che per curiosità guarda il volto del dio, lo perde e deve superare prove per riconquistarlo. La favola rispecchia la storia di Lucio. L’ultimo libro è letto come conversione religiosa, ma c’è chi vi vede ironia. Riassunto: Metamorfosi di Apuleio.

Cosa ti chiedono all’orale (età imperiale)

Qual è il giudizio di Tacito sul principato? Tacito considera il principato inevitabile: dopo le guerre civili solo un potere unico garantisce la pace. Ma lo vede anche come la fine della libertà e la fonte di corruzione morale, adulazione, delazione. Nell’Agricola elogia il suocero, che ha servito con dignità anche sotto un cattivo principe; il discorso di Calgaco mostra il punto di vista dei vinti sull’imperialismo romano.

Che funzione ha la favola di Amore e Psiche nelle Metamorfosi? È una storia nella storia, al centro del romanzo, e rispecchia la vicenda di Lucio: la curiosità colpevole, la caduta, le prove, la salvezza per intervento divino. Molti la leggono come allegoria platonica dell’anima (Psiche) che cerca l’amore divino. Apuleio la mette in bocca a una vecchia ubriaca in una caverna di briganti: anche questo contrasto fa parte del gioco.

La letteratura cristiana

Fra il II e il V secolo nasce una letteratura latina cristiana, che usa le forme della tradizione classica per nuovi contenuti. Le prime traduzioni latine della Bibbia (la Vetus Latina) sono anonime. Tertulliano (160 circa-220 circa), cartaginese, apologista e polemista, scrive l’Apologeticum; la frase “credo quia absurdum” che gli si attribuisce non si trova così nei suoi scritti. Minucio Felice scrive l’Octavius, dialogo fra un pagano e un cristiano. Lattanzio, “il Cicerone cristiano”.

Nel IV secolo, con la libertà di culto (313), arrivano i grandi. Ambrogio, vescovo di Milano, autore di inni in dimetri giambici che fondano l’innografia latina. Girolamo (347 circa-420), che traduce la Bibbia dall’ebraico e dal greco: la sua versione diventerà la Vulgata. In una lettera (22, a Eustochio) racconta il sogno in cui viene accusato di essere “Ciceronianus, non Christianus”. Prudenzio, poeta cristiano.

Agostino (354-430), nato a Tagaste in Africa, retore a Cartagine, Roma e Milano, si converte nel 386 e diventa vescovo di Ippona. Le Confessiones (397-400 circa), tredici libri, raccontano la sua vita fino alla conversione (nel giardino di Milano, il “tolle, lege”, VIII 12) e poi riflettono sulla memoria, sul tempo (XI) e sulla creazione. Il De civitate Dei, scritto dopo il sacco di Roma del 410, oppone la città terrena alla città di Dio. Con Agostino si chiude, convenzionalmente, la letteratura latina antica; da lì parte quella medievale, di cui trovi la pagina su Letteratura latina medievale.

Cosa ti chiedono all’orale (letteratura cristiana)

Che cosa racconta Girolamo nell’epistola 22? Racconta un sogno in cui, malato, viene trascinato davanti al tribunale di Dio; alla domanda sulla sua condizione risponde di essere cristiano, e il giudice gli replica: “Ciceronianus es, non Christianus”. È il simbolo del conflitto fra amore per i classici e fede, che attraversa tutta la cultura cristiana antica. Girolamo promette di non leggere più testi pagani, ma la sua prosa resta profondamente classica.

Perché le Confessioni sono un’opera nuova? Perché sono un’autobiografia interiore rivolta a Dio, in cui l’autore racconta i suoi errori e la conversione e poi riflette su memoria, tempo e creazione. Non hanno modelli diretti nella letteratura classica. L’analisi del tempo nel libro XI (“Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio”) ha influenzato la filosofia fino al Novecento.

La metrica che devi saper fare

All’orale ti chiederanno quasi certamente di leggere metricamente. La metrica latina è quantitativa: si basa sull’alternanza di sillabe lunghe e brevi. Le regole fondamentali: una sillaba è lunga per natura (vocale lunga o dittongo) o per posizione (vocale seguita da due consonanti); la muta cum liquida (es. tr, pl) può non allungare; l’elisione elimina la vocale finale davanti a vocale iniziale.

L’esametro dattilico ha sei piedi: i primi quattro dattili (lunga-breve-breve) o spondei (lunga-lunga), il quinto quasi sempre dattilo, il sesto bisillabo. Le cesure principali sono la pentemimere (dopo il quinto mezzo piede), la tritemimere e l’eftemimere. Esempio: “Arma virumque cano // Troiae qui primus ab oris”, con cesura pentemimere.

Il distico elegiaco unisce un esametro e un pentametro; il pentametro è formato da due emistichi di due piedi e mezzo, con dieresi centrale fissa: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. / Nescio, sed fieri sentio et excrucior”.

L’endecasillabo falecio, il verso di Catullo (carme 5), e le strofe oraziane: la saffica (tre saffici minori e un adonio) e l’alcaica (due endecasillabi alcaici, un enneasillabo e un decasillabo). Lo strumento di riferimento è Sandro Boldrini, La prosodia e la metrica dei Romani (Carocci).

Cosa ti chiedono all’orale (metrica)

Che cos’è la cesura pentemimere? È la cesura che cade dopo il quinto mezzo piede dell’esametro, cioè dopo la prima sillaba lunga del terzo piede. È la più frequente nell’esametro latino. Nel primo verso dell’Eneide cade dopo “cano”.

Com’è fatto il pentametro? Non ha cinque piedi, nonostante il nome: è formato da due emistichi uguali di due piedi e mezzo. Nel primo emistichio i piedi possono essere dattili o spondei, nel secondo sono sempre dattili. Fra i due emistichi c’è una dieresi fissa. Insieme all’esametro forma il distico elegiaco.

Fonti e approfondimenti

Manuali

  • Gian Biagio Conte, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’impero romano, Le Monnier.
  • Mario Citroni, Franca Ela Consolino, Mario Labate, Emanuele Narducci, Letteratura di Roma antica, Laterza, 1997.

Strumenti

  • L. D. Reynolds, N. G. Wilson, Copisti e filologi, Antenore (ed. orig. Scribes and Scholars, Oxford).
  • Alfonso Traina, Giorgio Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Pàtron.
  • Sandro Boldrini, La prosodia e la metrica dei Romani, Carocci.

Commenti ed edizioni

  • Otto Skutsch, The Annals of Quintus Ennius, Oxford, 1985.
  • C. J. Fordyce, Catullus. A Commentary, Oxford, Clarendon Press, 1961.
  • R. G. M. Nisbet, Margaret Hubbard, A Commentary on Horace, Odes, Book I, Oxford, 1970.
  • R. G. Austin, P. Vergili Maronis Aeneidos Liber Quartus, Oxford, 1955.

Critica

  • Eduard Fraenkel, Elementi plautini in Plauto, La Nuova Italia, 1960 (ed. orig. Plautinisches im Plautus, 1922).
  • Adam Parry, The Two Voices of Virgil’s Aeneid, “Arion”, 2, 1963.
  • Michael C. J. Putnam, The Poetry of the Aeneid, Harvard University Press, 1965.
  • Kenneth Quinn, The Catullan Revolution, Melbourne University Press, 1959.
  • T. P. Wiseman, Catullus and his World, Cambridge University Press, 1985.
  • Viktor Pöschl, Die Dichtkunst Virgils, 1950.
  • Gian Biagio Conte, Virgilio. Il genere e i suoi confini, Garzanti, 1984.
  • Giorgio Pasquali, Orazio lirico, Le Monnier, 1920.
  • Eduard Fraenkel, Horace, Oxford, Clarendon Press, 1957.
  • Mario Citroni, Poesia e lettori in Roma antica, Laterza, 1995.
  • Alfonso Traina, Lo stile “drammatico” del filosofo Seneca, Pàtron, 1974.
  • Miriam Griffin, Seneca: A Philosopher in Politics, Oxford, Clarendon Press, 1976.
  • Ronald Syme, Tacitus, Oxford, Clarendon Press, 1958, 2 voll.
  • Ettore Paratore, Tacito, Cisalpino, Milano, 1951.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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