Lingua e letteratura greca II: appunti per l’esame

Appunti di Lingua e letteratura greca II: sintassi della prosa attica, Lisia e Tucidide, trimetro giambico e tragedia letta da vicino. E domande d’orale.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Il secondo esame di greco cambia baricentro. Al primo anno hai passato mesi su Omero, sui dialetti e sulla lirica arcaica; adesso il centro diventa Atene, con la sua prosa e il suo teatro. Il programma tipico combina una versione dalla prosa attica, che richiede una sintassi solida, e un corso monografico su uno o due autori: un’orazione di Lisia, un libro di Tucidide, una tragedia di Sofocle o di Euripide, a volte un dialogo di Platone. Il panorama generale della letteratura lo trovi negli appunti di Letteratura greca: qui non lo ripeto, ma lavoro sugli strumenti che ti servono per leggere davvero quei testi.

Questi appunti sono costruiti così: prima la sintassi che incontri di continuo nella prosa attica, poi tre autori letti da vicino (Lisia, Tucidide, la tragedia), poi la metrica del dramma e il metodo per il commento. In ogni sezione trovi le domande che ti fanno più spesso all’orale.

Esame Lingua e letteratura greca II
Corsi di laurea Lettere (L-10), secondo anno, curriculum classico; Filologia, letterature e storia dell’antichità (LM-15)
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD HELL-01/B (ex L-FIL-LET/02)
Prova scritto di traduzione dalla prosa attica, poi orale su testi d’autore: traduzione, analisi metrica e commento

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

La sintassi della prosa attica

La versione del secondo anno è quasi sempre in prosa attica del V-IV secolo: Lisia, Isocrate, Senofonte, Platone, a volte Demostene. Gli errori che fanno perdere punti sono quasi sempre gli stessi: modi verbali tradotti male, participi lasciati a metà, particelle ignorate. Ripassali qui con ordine.

I modi e le loro funzioni

Il greco ha quattro modi finiti: indicativo, congiuntivo, ottativo, imperativo. Il punto difficile è che congiuntivo e ottativo non corrispondono al congiuntivo italiano: hanno valori propri nelle proposizioni indipendenti e servono a marcare rapporti di tempo nelle dipendenti.

Nelle indipendenti il congiuntivo ha tre usi principali. Il congiuntivo esortativo, alla prima persona plurale: ἴωμεν, “andiamo”. Il congiuntivo dubitativo, nelle domande: τί ποιῶ; “che cosa devo fare?”. E il congiuntivo proibitivo, all’aoristo con μή: μὴ ποιήσῃς, “non fare”. Attenzione: per il divieto si usa μή con il congiuntivo aoristo oppure con l’imperativo presente, mai con l’imperativo aoristo.

L’ottativo nelle indipendenti è il modo del desiderio e della possibilità. L’ottativo desiderativo, spesso introdotto da εἴθε o εἰ γάρ, esprime un augurio realizzabile: εἴθε γένοιο, “possa tu diventare”. L’ottativo con ἄν è il potenziale: λέγοις ἄν, “potresti dire”, che nella prosa attica è spesso una forma cortese di affermazione o di invito. Questo uso è frequentissimo in Platone, e se lo traduci con un semplice indicativo perdi il tono del dialogo.

Il periodo ipotetico

È il banco di prova di ogni versione. Conviene ragionare per tipi, guardando la protasi e l’apodosi insieme.

  • Periodo della realtà: εἰ con l’indicativo, apodosi all’indicativo. “Se fa questo, sbaglia”.
  • Periodo dell’eventualità: ἐάν (ἤν, ἄν) con il congiuntivo, apodosi al futuro o all’imperativo. “Se farà questo, sbaglierà”. Con l’apodosi al presente indica invece un fatto che si ripete: “ogni volta che fa questo, sbaglia”.
  • Periodo della possibilità: εἰ con l’ottativo, apodosi all’ottativo con ἄν. “Se facesse questo, sbaglierebbe”, ma come ipotesi solo pensata, senza giudizio sulla realtà.
  • Periodo dell’irrealtà: εἰ con l’indicativo di un tempo storico, apodosi con lo stesso tempo e ἄν. L’imperfetto indica di solito l’irrealtà nel presente, l’aoristo nel passato: εἰ τοῦτο ἐποίησε, ἥμαρτεν ἄν, “se avesse fatto questo, avrebbe sbagliato”.

Il trucco per non sbagliare è cercare subito ἄν nell’apodosi e guardare il modo della protasi. Se trovi ἄν con un indicativo storico, sei quasi certamente davanti a un irreale.

L’ottativo obliquo

Dopo un tempo storico nella reggente, la prosa attica può trasformare il congiuntivo e l’indicativo delle dipendenti in ottativo. Si chiama ottativo obliquo, e non aggiunge significato: segnala soltanto che siamo nel passato. Ἔλεγεν ὅτι ὁ ἀνὴρ ἀπέλθοι significa semplicemente “diceva che l’uomo era partito”. Lo trovi nelle finali (ἵνα, ὅπως con l’ottativo dopo un tempo storico), nelle dichiarative, nelle interrogative indirette e nelle ipotetiche dipendenti. Il punto delicato è che l’uso è facoltativo: Senofonte e Lisia spesso conservano il modo originario, per rendere il racconto più vivo.

Il participio

Il participio greco è ovunque, e saperlo sciogliere è metà della versione. Distingui tre usi.

Il participio attributivo, con l’articolo, equivale a una relativa: οἱ παρόντες, “quelli che sono presenti”, cioè “i presenti”.

Il participio congiunto, concordato con un nome della frase, ha valore circostanziale: temporale, causale, concessivo, condizionale, finale. Spesso il valore è chiarito da una particella: ἅτε o οἷα per la causa oggettiva, ὡς per la causa soggettiva o per la finalità con il futuro, καίπερ per la concessiva. Il participio futuro con ὡς indica lo scopo: ἦλθεν ὡς μαχούμενος, “venne per combattere”.

Il participio predicativo completa il senso di certi verbi. Con τυγχάνω, λανθάνω, φθάνω il participio porta il contenuto principale: ἔλαθε φυγών, “fuggì di nascosto”, alla lettera “rimase nascosto fuggendo”. Con i verbi di percezione e di conoscenza, come ὁρῶ, ἀκούω, οἶδα, il participio sostituisce una dichiarativa: οἶδα θνητὸς ὤν, “so di essere mortale”.

Il genitivo assoluto, infine, è un participio con il soggetto proprio, diverso da quello della reggente, entrambi al genitivo: τοῦ πολέμου γενομένου, “scoppiata la guerra”. In traduzione rendilo con una subordinata esplicita, scegliendo il valore dal contesto.

Le particelle

Le particelle sono il punto in cui si vede chi traduce a orecchio e chi capisce il testo. Non sono decorazioni: indicano rapporti logici, toni, passaggi del discorso. Il riferimento classico è J.D. Denniston, The Greek Particles, che all’orale qualche docente cita volentieri.

  • μέν … δέ: correlazione e contrapposizione; non sempre “da una parte … dall’altra”, spesso basta una virgola e un “invece”.
  • γάρ: spiegazione, “infatti”, ma anche all’inizio di un racconto che illustra quanto appena detto.
  • οὖν: conclusione o ripresa, “dunque”, “allora”.
  • δή: enfasi su una parola, “proprio”, “appunto”; dopo un aggettivo o un avverbio lo rinforza.
  • γε: limitazione o rafforzamento, “almeno”, “certo”.
  • καίτοι: obiezione, “eppure”.
  • μήν e τοι: affermazione forte, frequente nel dialogo.

Un buon esercizio è prendere una pagina di Lisia e segnare tutte le particelle prima di tradurre: vedrai che lo scheletro logico del passo diventa chiaro senza ancora aver capito tutte le parole. Le particelle, infatti, segnano dove comincia una spiegazione, dove si passa a un esempio, dove arriva la conclusione: sono la punteggiatura logica di un testo che non aveva punteggiatura.

Le negazioni

Il greco ha due negazioni, οὐ e μή, e la scelta non è arbitraria. In generale οὐ nega un fatto, μή un’idea, un’ipotesi, una volontà. Quindi μή si trova con il congiuntivo e l’imperativo, nelle ipotetiche, nelle finali, con l’infinito non dichiarativo e con il participio che ha valore condizionale. Οἱ μὴ πιστεύοντες significa “quelli che non credono”, ma come categoria generica, “chiunque non creda”; οἱ οὐ πιστεύοντες indica persone concrete che non credono. Le negazioni composte che seguono una negazione semplice la rafforzano: οὐδεὶς οὐδὲν εἶπεν, “nessuno disse nulla”.

Cosa ti chiedono all’orale (sintassi)

Che differenza c’è fra ottativo potenziale e periodo della possibilità? L’ottativo con ἄν in una frase indipendente esprime una possibilità o un’affermazione attenuata (“potresti dire”); il periodo della possibilità è una costruzione ipotetica completa, con εἰ e l’ottativo nella protasi e l’ottativo con ἄν nell’apodosi. In pratica l’apodosi del periodo della possibilità è un ottativo potenziale.

Come riconosci un genitivo assoluto? Cerca un participio al genitivo concordato con un nome o un pronome al genitivo che non dipende da nessuna parola della frase. Se il soggetto del participio coincide con quello della reggente, invece, si usa il participio congiunto.

Perché in una finale dopo un tempo storico trovi l’ottativo? Perché è l’ottativo obliquo: sostituisce il congiuntivo per segnalare la dipendenza da un tempo passato. Il senso non cambia.

Lisia: la prosa semplice che non è semplice

Lisia è spesso il primo oratore che si legge all’università, e per buone ragioni: la sua lingua è chiara, il lessico quotidiano, i periodi non troppo lunghi. Ma la semplicità è costruita con cura, ed è proprio questo che ti chiedono di dimostrare all’orale.

La vita e il mestiere

Lisia era figlio di Cefalo, un siracusano trasferito ad Atene per invito di Pericle, secondo la tradizione, e arricchito con una fabbrica di scudi al Pireo. Come straniero residente, cioè meteco, non aveva i diritti politici dei cittadini. La casa di Cefalo è l’ambientazione della Repubblica di Platone, dove compaiono Cefalo e il fratello di Lisia, Polemarco. Nel 404 a.C., sotto i Trenta Tiranni, la famiglia fu colpita: Polemarco fu messo a morte e i beni confiscati, mentre Lisia riuscì a fuggire e sostenne poi i democratici di Trasibulo.

Dopo la rovina economica Lisia lavorò come logografo: scriveva discorsi che i clienti pronunciavano in tribunale, perché ad Atene ognuno doveva difendersi da sé. Da qui deriva la sua dote più ammirata, l’etopea, cioè la capacità di costruire il carattere di chi parla, adattando lingua e argomenti a un contadino, a un invalido, a un marito tradito. Il discorso Contro Eratostene (XII), contro uno dei Trenta, è invece l’unico che Lisia pronunciò di persona, per la morte del fratello.

Nel canone dei dieci oratori attici, Lisia è il modello dello stile semplice. Dionigi di Alicarnasso, nel I secolo a.C., ne lodava la purezza della lingua e la chiarezza, e lo proponeva come modello di atticismo.

Un’orazione da vicino: Per l’uccisione di Eratostene

L’orazione I è quella che si legge più spesso. Parla Eufileto, un ateniese accusato di omicidio: ha ucciso Eratostene, sorpreso in casa sua con la moglie. La legge ateniese consentiva di uccidere l’adultero colto in flagrante, e la difesa deve quindi dimostrare due cose: che il flagrante c’era davvero e che non si trattò di una trappola premeditata. L’accusa, sostenuta dai parenti del morto, sosteneva infatti che Eufileto avesse attirato Eratostene in casa per ucciderlo.

La struttura segue lo schema classico: un proemio che cerca la simpatia dei giudici, una lunga narrazione, la parte argomentativa con la lettura delle leggi, e un epilogo. Il cuore è la narrazione. Eufileto si presenta come un uomo ingenuo, che ha fiducia nella moglie e non sospetta nulla. Racconta i particolari domestici: la casa a due piani, il bambino che piange, la moglie che scende ad allattarlo, la porta chiusa a chiave “per scherzo”, il trucco sul viso della moglie dopo la morte della madre. Ogni dettaglio, apparentemente innocente, serve a costruire l’immagine di un marito che non ha preparato nulla, e insieme a preparare la scoperta.

Quando una vecchia serva, mandata da un’altra donna abbandonata da Eratostene, gli rivela il tradimento, Eufileto interroga la sua schiava e la costringe a confessare. Il racconto della notte del delitto è rapido e concreto: gli amici chiamati in fretta, alcuni non trovati in casa, le fiaccole prese da una bottega vicina, l’irruzione. Il fatto che alcuni amici non fossero in casa è un argomento preciso: se avesse premeditato tutto, dice Eufileto, li avrebbe avvisati prima.

Leggendo questa orazione devi notare l’arte dell’etopea: la lingua è quella di un uomo comune, senza figure vistose, con frasi coordinate e qualche ripetizione. È proprio questa apparente spontaneità che rende credibile il racconto. Nota anche come Eufileto sposti la responsabilità sulla legge: “non sono io che ti uccido, ma la legge della città”, dice a Eratostene nel momento dell’uccisione.

Altre orazioni da conoscere

La XXIV, Per l’invalido, è il discorso di un uomo che rischia di perdere il sussidio pubblico concesso agli inabili al lavoro. L’oratore usa l’ironia e l’autocommiserazione con molta abilità, e l’orazione è un ottimo esempio di etopea in chiave quasi comica. La XII, Contro Eratostene, ha un tono diverso: è un’accusa politica appassionata, con un racconto drammatico dell’arresto di Lisia e del fratello durante i Trenta.

Cosa ti chiedono all’orale (Lisia)

Che cos’è l’etopea? È la rappresentazione del carattere di chi parla attraverso il discorso stesso: scelta delle parole, tono, argomenti, modo di raccontare. Per un logografo era essenziale, perché il discorso doveva sembrare pronunciato dal cliente. In Lisia I l’etopea costruisce un marito ingenuo e onesto, credibile proprio perché non sembra un oratore.

Qual è la linea di difesa di Eufileto? Che l’uccisione era legittima perché Eratostene fu colto in flagrante adulterio, come prevedeva la legge, e che non ci fu premeditazione. A sostegno porta il racconto dettagliato della notte e il fatto che alcuni amici non erano stati avvisati in anticipo.

Perché Lisia è un modello di atticismo? Per la purezza del lessico, la chiarezza e la naturalezza dello stile, che gli atticisti di età romana, come Dionigi di Alicarnasso, opponevano all’enfasi dell’asianesimo.

Tucidide: leggere lo storico più difficile

Tucidide è lo scoglio di molti corsi di greco II. La sua lingua è densa, piena di nomi astratti, antitesi, costrutti spezzati. Ma è anche lo storico che ha pensato più a fondo il metodo e la natura del potere, ed è normale che il docente ti chieda di commentarne i passi teorici.

La vita e l’opera

Tucidide era ateniese, nato intorno al 460 a.C. Nel 430 si ammalò di peste e guarì. Nel 424 era stratego e non riuscì a impedire che lo spartano Brasida prendesse Anfipoli: per questo fu esiliato, e rimase lontano da Atene per vent’anni. L’esilio, racconta lui stesso, gli permise di raccogliere informazioni anche dalla parte peloponnesiaca.

L’opera racconta la guerra del Peloponneso, iniziata nel 431, ma si interrompe nel libro VIII, a metà di una frase, con gli avvenimenti del 411. La divisione in otto libri non è dell’autore, ma della tradizione successiva.

Il metodo: I, 20-23

I capitoli 20-23 del primo libro sono i più commentati. Tucidide critica chi accoglie le tradizioni senza verificarle, e distingue due materiali. Per i discorsi, dice, è stato difficile ricordare le parole esatte, quindi li ha scritti come gli sembrava che ciascuno avrebbe detto ciò che era necessario nelle diverse circostanze, restando il più vicino possibile al senso complessivo di quanto fu detto davvero. Per i fatti, invece, non si è affidato al primo informatore né alla propria opinione, ma ha controllato ogni notizia con la massima precisione possibile, consapevole che i testimoni raccontano in modo diverso per simpatia o per memoria.

Poi la frase celebre: la sua opera, priva di elementi favolosi, sembrerà forse meno piacevole all’ascolto, ma sarà utile a chi vorrà conoscere con chiarezza il passato e il futuro, che per la natura umana sarà simile; è stata composta come un possesso per sempre, κτῆμα ἐς αἰεί, più che come un pezzo da competizione da ascoltare sul momento.

Al capitolo 23 Tucidide distingue le cause dichiarate della guerra, cioè le controversie su Corcira e Potidea, dalla causa più vera, ἀληθεστάτη πρόφασις, la meno dichiarata: la crescita della potenza ateniese, che spaventava Sparta e la costrinse alla guerra. È una delle prime distinzioni esplicite fra occasione e causa profonda.

I passi da conoscere

  • L’Archeologia (I, 2-19): una ricostruzione della Grecia antica fondata su indizi e ragionamenti, per mostrare che la guerra del Peloponneso è stata la più grande.
  • L’Epitafio di Pericle (II, 35-46): il discorso funebre per i caduti del primo anno, con l’elogio della democrazia ateniese, definita “scuola dell’Ellade”.
  • La peste di Atene (II, 47-54): descrizione clinica dei sintomi e analisi del crollo morale della città. Tucidide descrive la malattia perché, dice, se dovesse ripresentarsi, chi la conosce possa riconoscerla.
  • La guerra civile a Corcira (III, 82-83): una riflessione sulla stasi, in cui anche il significato delle parole cambia secondo le passioni di parte.
  • Il dialogo dei Meli (V, 84-116): nel 416 gli Ateniesi chiedono la resa all’isola di Melo, che voleva restare neutrale. Gli ambasciatori ateniesi rifiutano ogni discorso di giustizia: fra chi non è di pari forza, dicono, il più forte fa ciò che può e il più debole cede. Melo resiste e viene distrutta.
  • La spedizione in Sicilia (libri VI-VII), fino alla disfatta del 413.

Lo stile

Lo stile di Tucidide è volutamente difficile. Usa nomi astratti e infiniti sostantivati dove un altro autore userebbe verbi, accumula antitesi, varia le costruzioni per evitare la simmetria. Dionigi di Alicarnasso, nel saggio a lui dedicato, criticava proprio questa oscurità. Nei discorsi il periodo diventa ancora più compatto. Per tradurre, il consiglio pratico è sciogliere i sostantivi astratti in proposizioni: un “a causa della paura dei Lacedemoni” diventa “perché i Lacedemoni avevano paura”.

Un esempio concreto di come lavorare su Tucidide. Nell’Epitafio Pericle dice che gli Ateniesi amano il bello con semplicità e la sapienza senza mollezza: φιλοκαλοῦμέν τε γὰρ μετ’ εὐτελείας καὶ φιλοσοφοῦμεν ἄνευ μαλακίας (II, 40). Nota la perfetta simmetria dei due membri, ciascuno formato da un verbo composto con φιλο- e da un complemento introdotto da una preposizione. Nota anche che φιλοσοφεῖν qui non significa “fare filosofia” in senso tecnico, ma coltivare l’intelligenza e la cultura. Nel commento questo ti permette di parlare insieme di lessico, di stile antitetico e dell’immagine ideale di Atene che il discorso costruisce, proprio prima che il racconto della peste la metta in crisi.

Cosa ti chiedono all’orale (Tucidide)

Che cosa intende Tucidide con “possesso per sempre”? Che la sua opera non vuole piacere al pubblico di una lettura pubblica, ma offrire una conoscenza utile in modo duraturo, perché la natura umana resta simile e situazioni analoghe si ripresenteranno.

I discorsi in Tucidide sono autentici? Non nel senso letterale. Tucidide stesso dichiara di averli scritti come i personaggi avrebbero dovuto parlare nelle circostanze, mantenendosi vicino al senso generale. Sono quindi rielaborazioni, che servono a mostrare le ragioni e le logiche in gioco.

Che cos’è la ἀληθεστάτη πρόφασις? La causa più vera della guerra, distinta dai pretesti dichiarati: la paura di Sparta di fronte alla crescita della potenza ateniese.

Il teatro: come si legge una tragedia all’esame

Il corso monografico di greco II è molto spesso dedicato a una tragedia. Qui non trovi la storia del teatro, che è negli appunti generali, ma gli strumenti per leggere un dramma verso per verso: la struttura, la lingua, la metrica, il modo di costruire un commento.

La struttura del dramma

Aristotele, nel capitolo 12 della Poetica, elenca le parti della tragedia, e la terminologia è ancora quella che si usa. Il prologo è la parte che precede l’ingresso del coro. La parodo è il canto d’ingresso del coro. Seguono gli episodi, le parti recitate dagli attori, alternati agli stasimi, i canti del coro che stanno fra un episodio e l’altro. L’esodo è la parte finale, dopo l’ultimo canto del coro. A queste si aggiungono il κομμός, un lamento cantato insieme dal coro e da un attore, e le monodie, cantate da un attore solo, molto frequenti in Euripide.

Le tragedie erano rappresentate soprattutto alle Grandi Dionisie, in primavera, in un concorso: ogni poeta presentava tre tragedie e un dramma satiresco. Gli attori erano al massimo tre, tutti uomini, e si dividevano i ruoli cambiando maschera.

La lingua del dramma

Il testo tragico ha due registri. Le parti recitate, cioè prologo ed episodi, sono in attico, con qualche forma poetica. Le parti cantate dal coro hanno invece una patina dorica, soprattutto nell’uso dell’alfa lunga al posto dell’eta: trovi ἁ μάτηρ al posto di ἡ μήτηρ. È un’eredità della lirica corale, che usava convenzionalmente il dorico.

Nel dialogo trovi due forme da riconoscere. La ῥῆσις è il discorso lungo e continuo, tipico dei messaggeri o dei grandi confronti. La sticomitia è lo scambio rapido verso per verso fra due personaggi, che serve a creare tensione: interrogatori, litigi, riconoscimenti.

La metrica: il trimetro giambico

Le parti recitate sono quasi sempre in trimetri giambici. Aristotele osserva nella Poetica che il giambo è il metro più vicino al parlato. Lo schema base è di tre metri giambici, ciascuno formato da × – ∪ –, dove × è un elemento libero, che può essere lungo o breve:

× – ∪ – | × – ∪ – | × – ∪ –

Nella tragedia sono ammesse soluzioni, cioè la sostituzione di un elemento lungo con due brevi, ma con molta più parsimonia che nella commedia. Euripide, soprattutto nelle opere tarde, ne usa più di Eschilo e Sofocle, e la frequenza delle soluzioni è uno dei criteri usati per datare i suoi drammi. La cesura più comune è la pentemimere, dopo il quinto elemento; frequente anche la eftemimere, dopo il settimo.

Prova con il primo verso dell’Edipo re:

ὦ τέκνα, Κάδμου τοῦ πάλαι νέα τροφή

La scansione è questa: ὦ (lungo, elemento libero), τέ (lungo per posizione), κνα (breve), Κάδ (lungo); poi μου (elemento libero, lungo), τοῦ (lungo), πά (breve), λαι (lungo); poi νέ (elemento libero, breve), ᾱ (lungo, perché è un’alfa pura), τρο (breve), φή (lungo). La cesura cade dopo Κάδμου, al quinto elemento: è una pentemimere. Nota un fenomeno tipico della poesia attica: in τέκνα il gruppo di muta e nasale può allungare la sillaba precedente oppure no, e qui il verso richiede che la allunghi.

Le parti corali sono invece in metri lirici, organizzati in strofe e antistrofe con la stessa struttura metrica, talvolta seguite da un epodo. All’esame di secondo anno di solito ti chiedono almeno di riconoscere la responsione fra strofe e antistrofe e i metri più comuni, come i giambi lirici, i docmi, i gliconei.

Un dramma da vicino: l’Edipo re

L’Edipo re di Sofocle, di data incerta ma collocato di solito negli anni Venti del V secolo, è la tragedia che Aristotele usa come modello. Il motivo è tecnico: in questo dramma la peripezia, cioè il rovesciamento della situazione, coincide con il riconoscimento, l’ἀναγνώρισις. Il messaggero di Corinto arriva per dare a Edipo una notizia che dovrebbe rassicurarlo, la morte di Polibo, che lui crede suo padre, e invece avvia la scoperta della verità.

La struttura è un’indagine. Tebe è colpita dalla peste, l’oracolo chiede di punire l’assassino di Laio, ed Edipo, che ha già risolto l’enigma della Sfinge, si impegna a scoprirlo. Ogni episodio aggiunge un testimone: Tiresia, che dice la verità e non viene creduto; Giocasta, che per tranquillizzarlo racconta l’oracolo dato a Laio e il luogo dell’uccisione, il trivio; il messaggero di Corinto; il pastore di Laio, che conferma tutto.

Il tema centrale è il rapporto fra sapere e non sapere. Edipo è l’uomo che sa risolvere gli enigmi, e proprio la sua intelligenza lo porta alla rovina. L’ironia tragica è continua: lo spettatore conosce il mito e capisce il doppio senso delle parole di Edipo, che maledice l’assassino senza sapere di maledire se stesso. All’orale, porta sempre almeno un esempio di questa ironia nelle maledizioni del primo episodio.

Una questione critica classica riguarda la colpa di Edipo. Aristotele parla di ἁμαρτία, un errore, non una malvagità; alcuni interpreti hanno cercato una colpa morale, come l’ira o la presunzione, ma oggi molti studiosi preferiscono leggere il dramma come una riflessione sui limiti della conoscenza umana di fronte agli dèi.

Un dramma da vicino: la Medea

La Medea di Euripide fu rappresentata nel 431 a.C. e ottenne il terzo premio. Medea, abbandonata da Giasone che sposa la figlia del re di Corinto, uccide la nuova sposa e il padre di lei, e poi i propri figli.

Il passo più commentato è il grande monologo in cui Medea esita prima dell’infanticidio. Alterna l’amore per i figli e il desiderio di vendetta, cambia decisione più volte, e alla fine dichiara di sapere quali mali sta per compiere, ma che il θυμός, la passione, è più forte delle sue decisioni. È uno dei testi più discussi del teatro greco, e la critica ha visto in questi versi una risposta polemica all’intellettualismo socratico, secondo cui nessuno fa il male sapendo che è male.

Il finale è un caso esemplare di uso della macchina scenica: Medea compare in alto sul carro del Sole, suo nonno, con i corpi dei figli, e sfugge alla punizione. Euripide rovescia così le attese del pubblico, e Giasone resta solo, sconfitto.

All’orale ti chiedono spesso di confrontare Medea con le altre donne di Euripide e di discutere il discorso alle donne di Corinto nel primo episodio, in cui Medea descrive la condizione della donna sposata: la dote, l’obbedienza al marito, il famoso paragone con il parto, più pericoloso, dice, di stare tre volte in prima linea con lo scudo.

Un dramma da vicino: l’Antigone

L’Antigone di Sofocle è più antica dell’Edipo re: di solito la si data intorno al 442-441 a.C., anche se la data non è sicura. Dopo la guerra fra i figli di Edipo, Creonte, nuovo re di Tebe, vieta di seppellire Polinice, che ha attaccato la città. Antigone, sua sorella, lo seppellisce lo stesso, viene scoperta e condannata a essere chiusa viva in una tomba. Quando Creonte, avvertito da Tiresia, cambia idea, è troppo tardi: Antigone si è impiccata, il figlio di Creonte, Emone, suo promesso sposo, si uccide, e anche la moglie Euridice si toglie la vita.

Il passo centrale è il confronto fra Antigone e Creonte nel secondo episodio, dove Antigone oppone all’editto del re le leggi non scritte e immutabili degli dèi, che non sono di oggi né di ieri. Da qui viene la lettura di Hegel, che vedeva nella tragedia lo scontro fra due diritti entrambi legittimi, la famiglia e lo Stato. Molti studiosi oggi sottolineano invece che il dramma dà torto a Creonte in modo chiaro, attraverso Tiresia e la catastrofe finale.

Da conoscere è anche il primo stasimo, il cosiddetto “inno all’uomo”, che comincia dicendo che molte sono le cose δεινά, e nessuna è più δεινόν dell’uomo. L’aggettivo significa insieme “meraviglioso” e “terribile”, e la sua ambiguità è il cuore del canto: l’uomo domina il mare, la terra, gli animali, ha inventato il linguaggio e la città, ma può volgersi al bene o al male.

Cosa ti chiedono all’orale (teatro)

Quali sono le parti della tragedia secondo Aristotele? Prologo, parodo, episodi, stasimi ed esodo, con il commo come canto comune fra coro e attore. Sai indicarne la funzione e i metri: trimetri nelle parti recitate, metri lirici in quelle cantate.

Perché l’Edipo re è la tragedia modello di Aristotele? Perché la peripezia e il riconoscimento coincidono, generando al massimo grado pietà e paura, e perché la trama è costruita con una concatenazione necessaria e verosimile degli eventi.

Che cosa significa che Euripide usa più soluzioni nel trimetro? Che sostituisce più spesso un elemento lungo con due brevi, rendendo il verso più vicino al parlato; questo aumento nel tempo serve anche come criterio per la datazione relativa dei drammi.

Qual è il conflitto nel monologo di Medea? Fra l’amore materno e la volontà di vendetta; Medea sa che il suo gesto è un male, ma la passione prevale sul ragionamento.

Platone come testo da tradurre: l’Apologia

Molti corsi di greco II mettono in programma l’Apologia di Socrate o il Critone. Qui non serve la storia della filosofia platonica: ti serve saper leggere la lingua del dialogo e commentare i passi chiave.

L’Apologia riporta, nella versione di Platone, il discorso di Socrate al processo del 399 a.C. L’accusa, presentata da Meleto con Anito e Licone, era di non riconoscere gli dèi della città, introdurre nuove divinità e corrompere i giovani. Il testo ha tre parti: il discorso di difesa, il discorso dopo il verdetto di colpevolezza, in cui Socrate deve proporre una pena alternativa, e le parole finali dopo la condanna a morte.

Nella prima parte Socrate distingue gli accusatori recenti da quelli antichi, cioè le voci che da anni lo presentano come un sofista o un indagatore dei fenomeni celesti, e cita le Nuvole di Aristofane. Poi racconta l’episodio dell’oracolo di Delfi: Cherefonte chiese se ci fosse qualcuno più sapiente di Socrate, e la Pizia rispose di no. Socrate, sicuro di non sapere nulla, cercò di confutare l’oracolo interrogando politici, poeti e artigiani, e scoprì che erano convinti di sapere ciò che non sapevano. La sua sapienza consisteva dunque nel sapere di non sapere.

Per la lingua, l’Apologia è ideale per esercitarsi sulle particelle, sulle interrogative e sul tono ironico. Nel colloquio con Meleto trovi un esempio di dialettica socratica in miniatura, con domande brevi che portano l’avversario a contraddirsi. Nel secondo discorso Socrate propone, con provocazione, di essere mantenuto a spese pubbliche nel Pritaneo, onore riservato ai benefattori della città. Le parole finali chiudono con una frase celebre: è ora di andare, io a morire, voi a vivere; chi di noi vada verso il meglio, nessuno lo sa, se non il dio.

Cosa ti chiedono all’orale (Apologia)

Quali erano i capi d’accusa contro Socrate? Non riconoscere gli dèi della città, introdurre nuove divinità e corrompere i giovani. Socrate distingue fra queste accuse recenti e le vecchie calunnie diffuse anche dalla commedia.

Che cosa significa l’episodio dell’oracolo? Spiega l’origine della missione di Socrate: interrogando chi si credeva sapiente, scopre che la vera sapienza umana è riconoscere i propri limiti.

Senofonte e Isocrate: la prosa delle versioni

Se la versione d’esame non è di Lisia o di Platone, è spesso di Senofonte o di Isocrate. Conviene conoscere il loro stile, perché ti aiuta a prevedere i costrutti.

Senofonte scrive una prosa limpida, con periodi ben ordinati e un lessico in parte non strettamente attico, effetto anche della sua lunga vita fuori Atene. L’Anabasi racconta la spedizione dei mercenari greci al seguito di Ciro il Giovane e la ritirata dopo la battaglia di Cunassa, nel 401 a.C. È un testo pieno di participi congiunti, genitivi assoluti, discorsi diretti brevi: ottimo per allenarsi. Le Elleniche continuano il racconto di Tucidide dal 411 fino alla battaglia di Mantinea del 362.

Isocrate, invece, è il maestro del periodo ampio e simmetrico. Evita lo iato, cioè l’incontro di due vocali fra parole diverse, costruisce antitesi bilanciate e frasi lunghe ma molto ordinate. Le sue orazioni, come il Panegirico, non erano pronunciate in tribunale ma diffuse come scritti politici. Per tradurlo, individua prima la struttura del periodo, con le coppie di membri correlati, poi riempila: se ti perdi nelle subordinate, torna a cercare la reggente.

Demostene: l’oratoria politica

Se il corso è dedicato all’oratoria, dopo Lisia viene quasi sempre Demostene, il più grande oratore politico di Atene. Nato nel 384 a.C., dedicò la sua carriera alla lotta contro l’espansione di Filippo II di Macedonia. Le Filippiche, a partire dalla prima del 351, e le tre Olintiche, del 349, quando Filippo minacciava Olinto, esortano gli Ateniesi ad agire subito, a finanziare la flotta e a non affidarsi solo ai mercenari.

L’orazione più celebre è Sulla corona, del 330: Eschine aveva accusato Ctesifonte, che aveva proposto di onorare Demostene con una corona d’oro, e Demostene difende in realtà tutta la propria politica, anche dopo la sconfitta di Cheronea nel 338. Vinse con largo margine, ed Eschine lasciò Atene. Rispetto a Lisia, lo stile di Demostene è vario e potente: periodi ampi alternati a domande incalzanti, apostrofi, giuramenti, ironia. Dopo la morte di Alessandro sostenne la rivolta contro la Macedonia e, quando questa fallì, si avvelenò a Calauria nel 322.

Cosa ti chiedono all’orale (oratoria politica)

Che differenza c’è fra l’oratoria di Lisia e quella di Demostene? Lisia scrive soprattutto discorsi giudiziari per clienti privati, con uno stile semplice e un’etopea attenta; Demostene parla in prima persona davanti all’assemblea e ai tribunali su questioni politiche, con uno stile più vario, intenso e patetico.

Perché l’orazione Sulla corona è considerata il suo capolavoro? Perché, partendo da una causa formale contro Ctesifonte, Demostene difende l’intera sua politica antimacedone e trasforma la sconfitta di Cheronea in una scelta onorevole, degna della tradizione di Atene.

E la commedia?

Se il corso include Aristofane, tieni presente che il trimetro comico è molto più libero di quello tragico: le soluzioni sono frequenti, ed è ammesso perfino l’anapesto in quasi tutte le sedi, purché non nell’ultima. Questo rende il verso vicino alla lingua parlata, adatta ai battibecchi e ai giochi di parole. La lingua di Aristofane è il miglior documento dell’attico vivo del V secolo: diminutivi, imprecazioni, parole composte inventate, parodie di tragedia e di oratoria. La parte specifica della commedia è la parabasi, in cui il coro si rivolge direttamente al pubblico, spesso a nome del poeta. Leggendo un passo comico, cerca sempre il bersaglio della parodia: Euripide nelle Rane e nelle Tesmoforiazuse, Socrate nelle Nuvole, Cleone nei Cavalieri.

Il metodo per la versione

Molti studenti perdono l’esame per la prova scritta, non per l’orale. Qualche indicazione pratica, che funziona davvero.

Prima di tutto, leggi il testo intero senza vocabolario. Cerca di capire chi parla, di che cosa e in che situazione: il titolo e le poche righe di presentazione sono informazioni preziose.

Poi lavora periodo per periodo. Individua i verbi finiti e quindi le proposizioni; trova la reggente e il suo soggetto; segna i participi e collega ciascuno al nome con cui concorda. Le particelle ti dicono come i periodi sono collegati.

Usa il vocabolario per verificare, non per scoprire. Se cerchi ogni parola, perdi tempo e soprattutto rischi di scegliere il primo significato invece di quello adatto al contesto. Il GI di Montanari ha una buona selezione di esempi d’autore, utilissima per capire il valore di una parola in Lisia o in Platone.

Infine, rileggi la traduzione in italiano senza guardare il greco. Se una frase non ha senso in italiano, quasi certamente c’è un errore di analisi: torna al testo.

Il commento al testo

All’orale, dopo la lettura e la traduzione, il docente ti chiede di commentare. Un commento ben fatto tocca quattro livelli, nell’ordine che il passo suggerisce.

Il contesto: dove si trova il passo nell’opera, che cosa succede prima e dopo. La lingua: forme notevoli, costrutti, particelle, scelte lessicali. Lo stile e la metrica: figure retoriche, struttura del periodo, verso e cesure. Il significato: che cosa dice il passo rispetto ai temi dell’opera e, se serve, quali interpretazioni ne ha dato la critica.

Non serve dire tutto. È meglio scegliere due o tre osservazioni precise, sostenute dal testo, che recitare un elenco generico. Se commenti l’Epitafio di Pericle, per esempio, puoi partire dall’antitesi fra parola e azione, notare il lessico della libertà e della legge, e chiudere sul rapporto con l’ultimo discorso di Pericle e con la peste che segue subito dopo.

Come prepararti

Organizza lo studio in due binari paralleli. Il primo è la lingua: una versione di prosa attica ogni due o tre giorni, corretta con attenzione, e una revisione costante della sintassi dei modi e del participio. Il secondo è il corso monografico: leggi e traduci tutti i testi in programma, prepara per ciascuno una scheda con contesto, struttura, punti linguistici e questioni critiche, e allenati a leggere ad alta voce i versi in metrica.

Negli ultimi giorni, simula l’orale: prendi un passo a caso, leggilo, traducilo e commentalo a voce in dieci minuti. È l’unico modo per capire quanto ti senti sicuro.

Esami collegati

Il panorama completo è negli appunti di Letteratura greca, mentre la base di lingua, Omero e la lirica arcaica sono in Lingua e letteratura greca I. Per il contesto di Lisia e Tucidide ti serve Storia greca. Il parallelo latino lo trovi in Lingua e letteratura latina II, e la prospettiva comparativa sulla lingua in Glottologia. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • J.D. Denniston, The Greek Particles, Oxford, Clarendon Press (2ª ed. 1954).
  • Bruno Gentili, Liana Lomiento, Metrica e ritmica. Storia delle forme poetiche nella Grecia antica, Mondadori Università.
  • Aristotele, Poetica, a cura di Diego Lanza, BUR.
  • Lisia, Orazioni, edizioni con testo a fronte BUR; per l’orazione I il commento di Christopher Carey, Lysias. Selected Speeches, Cambridge University Press, 1989.
  • Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Franco Ferrari, BUR, con testo a fronte.
  • Sofocle, Edipo re ed Euripide, Medea, nelle edizioni con testo a fronte della Fondazione Valla, BUR o Marsilio.
  • Franco Montanari, GI. Vocabolario della lingua greca, Loescher.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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