Letteratura greca: appunti di studio per l’esame

Appunti di Letteratura greca: da Omero a Luciano, autori, generi, passi chiave, critica e domande d’orale con risposte. Studia da qui.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Se hai fatto il classico, la letteratura greca ti sembrerà un vecchio amico. Non fidarti troppo. All’università non ti chiederanno solo chi era Saffo: ti chiederanno da quale papiro viene il frammento che stai traducendo, perché Alcmane scrive in dorico, e che cosa intendeva Aristotele con catarsi.

L’esame si sostiene nel curriculum classico della triennale in Lettere (L-10) e, in forma più specialistica, nella magistrale in Filologia, letterature e storia dell’antichità (LM-15). Vale di solito tra 6 e 12 crediti. All’orale ti daranno un testo greco da leggere, tradurre e commentare, e poi passerete alla storia letteraria. Molti docenti richiedono una prova scritta di traduzione prima dell’orale.

Esame Letteratura greca
Corsi di laurea Lettere (L-10, curriculum classico), Filologia, letterature e storia dell’antichità (LM-15)
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD HELL-01/B (ex L-FIL-LET/02)
Prova orale con lettura, traduzione e commento di testi; a volte scritto di traduzione

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Questi appunti seguono la letteratura greca dall’epica arcaica all’età imperiale. Per ogni autore trovi date (quando sono sicure), opere, passi da conoscere e questioni critiche. Tieni presente una cosa: per l’età arcaica le date sono quasi sempre approssimative, e molti testi ci sono arrivati in frammenti, spesso da papiri. Quando citi un frammento, il docente si aspetta che tu sappia anche da quale edizione lo citi (per i lirici, di solito, Page, Voigt, West).

Omero e la questione omerica

I due poemi

L’Iliade (15.693 versi) e l’Odissea (12.110 versi) sono divisi ciascuno in 24 libri, indicati per convenzione con le lettere dell’alfabeto greco (maiuscole per l’Iliade, minuscole per l’Odissea). La divisione è probabilmente di età alessandrina. La datazione più condivisa colloca la composizione nell’VIII-VII secolo a.C., con l’Odissea un po’ posteriore all’Iliade.

L’Iliade non racconta la guerra di Troia, ma una cinquantina di giorni del decimo anno: l’ira di Achille. “Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος”, “Canta, o dea, l’ira di Achille figlio di Peleo”. Agamennone sottrae ad Achille la schiava Briseide (libro I), Achille si ritira dalla battaglia, i Troiani prevalgono. Patroclo combatte con le armi di Achille ed è ucciso da Ettore (XVI). Achille torna in battaglia, uccide Ettore (XXII) e ne strazia il corpo. Il poema si chiude con Priamo che va di notte nella tenda di Achille per riscattare il cadavere del figlio (XXIV), e con i funerali di Ettore. Libri da conoscere: I (la contesa), VI (Ettore e Andromaca alle porte Scee), IX (l’ambasceria ad Achille), XVI, XVIII (lo scudo di Achille), XXII, XXIV.

L’Odissea racconta il ritorno di Odisseo a Itaca, dieci anni dopo la caduta di Troia. Ha una struttura complessa. I libri I-IV sono la “Telemachia”, il viaggio del figlio Telemaco in cerca di notizie del padre. I V-VIII mostrano Odisseo presso Calipso e poi presso i Feaci. Nei IX-XII Odisseo racconta lui stesso le sue avventure ai Feaci (i Ciconi, i Lotofagi, Polifemo, Eolo, i Lestrigoni, Circe, la discesa agli inferi, le Sirene, Scilla e Cariddi, le vacche del Sole): è il “racconto di secondo grado”, il primo flashback della letteratura occidentale. I XIII-XXIV raccontano il ritorno a Itaca, il travestimento da mendicante, il riconoscimento da parte del cane Argo e della nutrice Euriclea (XIX), la gara dell’arco e la strage dei Proci (XXII), il riconoscimento con Penelope attraverso il segreto del letto (XXIII).

La questione omerica

Chi è Omero? Esisteva? I due poemi sono dello stesso autore? È la “questione omerica”, e all’esame non puoi non saperla.

Già in antichità i chorizontes (“separatori”) attribuivano i due poemi ad autori diversi. La questione moderna comincia con i Prolegomena ad Homerum di Friedrich August Wolf (1795): i poemi sarebbero stati composti oralmente e messi per iscritto solo molto più tardi, forse all’epoca di Pisistrato ad Atene (VI secolo). Nell’Ottocento si scontrano gli “analitici”, che smontano i poemi in strati e canti originariamente indipendenti, e gli “unitari”, che difendono l’unità d’autore.

La svolta arriva nel Novecento con Milman Parry. Nella sua tesi del 1928 sull’epiteto tradizionale e poi con le ricerche sul campo fra i cantori epici della Jugoslavia (condotte con Albert Lord, che pubblicherà The Singer of Tales, 1960), Parry dimostra che la dizione omerica è formulare: formule fisse, come “Achille piè veloce” o “l’Aurora dalle dita di rosa”, che servono al cantore per comporre in versi durante l’esecuzione. Gli epiteti dipendono dalla posizione metrica, non dal contesto. È la teoria della composizione orale. Oggi la questione si pone in termini diversi: come e quando una tradizione orale secolare si è fissata in testi scritti. C’è chi pensa a una dettatura nell’VIII secolo, chi a una fissazione progressiva fino al VI.

Lingua e verso

La lingua omerica è un “Kunstsprache”, una lingua d’arte mai parlata, che mescola elementi ionici (prevalenti), eolici e qualche arcaismo miceneo. Il verso è l’esametro dattilico. Le forme alternative (per esempio genitivi in -οιο e in -ου) servono anche alla flessibilità metrica.

Gli Inni omerici

Sotto il nome di Omero ci sono arrivati anche trentatré inni agli dèi, in esametri, di epoche diverse: i più antichi risalgono probabilmente al VII-VI secolo. I quattro grandi inni sono quelli a Demetra (con il ratto di Persefone e la fondazione dei misteri di Eleusi), ad Apollo, a Ermes (il dio bambino che ruba le vacche di Apollo e inventa la lira) e ad Afrodite. Venivano eseguiti probabilmente come proemi alla recitazione epica. Nell’inno ad Apollo il cantore si presenta come “un uomo cieco, che abita nella rocciosa Chio”: da qui, in parte, l’immagine tradizionale di Omero.

La critica

Due letture da conoscere. Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza (1940), legge il poema come rappresentazione della forza che trasforma gli uomini in cose, sia i vincitori che i vinti. Erich Auerbach, nel primo capitolo di Mimesis (1946), “La cicatrice di Ulisse”, confronta lo stile omerico, che illumina tutto in primo piano senza lasciare zone d’ombra, con lo stile biblico del sacrificio di Isacco, carico di sottinteso.

Cosa ti chiedono all’orale (Omero)

Che cosa ha dimostrato Milman Parry? Che la lingua di Omero è formulare: è costruita su formule fisse, come gli epiteti dei personaggi, che servono al cantore per comporre oralmente. Gli epiteti dipendono dalla posizione metrica nel verso più che dal contesto. Parry lo ha dimostrato con lo studio sistematico degli epiteti e con il confronto con i cantori epici jugoslavi, ricerche proseguite da Albert Lord. Ne deriva la teoria della composizione orale dei poemi.

Come è strutturata l’Odissea? In quattro blocchi: la Telemachia (I-IV); Odisseo presso Calipso e i Feaci (V-VIII); il racconto delle avventure fatto dallo stesso Odisseo ai Feaci (IX-XII), cioè un racconto nel racconto; il ritorno a Itaca e la vendetta sui Proci (XIII-XXIV). La narrazione non è lineare: comincia in medias res e recupera il passato con il racconto di Odisseo.

Esiodo e l’epica didascalica

Esiodo è il primo poeta greco che parla di sé. Vive ad Ascra, in Beozia, probabilmente intorno al 700 a.C. Nel proemio della Teogonia racconta che le Muse gli apparvero mentre pascolava le greggi sull’Elicona e gli donarono un ramo d’alloro e il canto. Le Muse gli dicono di saper dire “molte menzogne simili al vero” e, quando vogliono, la verità: è una delle prime dichiarazioni di poetica della letteratura occidentale.

La Teogonia (circa 1.000 versi) racconta l’origine degli dèi e del mondo: dal Caos nascono Gaia, Tartaro, Eros; poi la successione dei re divini, Urano, Crono, Zeus, con miti di violenza (Crono che evira Urano, Crono che divora i figli) fino alla vittoria di Zeus contro i Titani (Titanomachia) e contro Tifeo. Il mito di Prometeo spiega la condizione umana.

Le Opere e i giorni (circa 800 versi) sono rivolte al fratello Perse, che ha avuto più della sua parte dell’eredità grazie a giudici corrotti. Esiodo ammonisce al lavoro e alla giustizia. Contiene il mito di Pandora e quello delle cinque età (oro, argento, bronzo, eroi, ferro), un calendario dei lavori agricoli e dei giorni fausti e infausti. Lo Scudo di Eracle e il Catalogo delle donne sono attribuiti a Esiodo dalla tradizione; il primo è quasi certamente spurio, il secondo è oggi considerato posteriore.

Cosa ti chiedono all’orale (Esiodo)

Che cosa dicono le Muse a Esiodo nel proemio della Teogonia? Gli dicono di saper raccontare molte menzogne simili al vero, ma anche, quando vogliono, di cantare la verità. È una riflessione sulla natura ambigua della poesia, che può ingannare o rivelare. Esiodo si presenta come colui che ha ricevuto la verità, e quindi come poeta ispirato, diverso dagli aedi omerici.

La lirica arcaica

Il quadro

“Lirica” è un termine alessandrino: indicava i poeti accompagnati dalla lira. Oggi si distinguono tre generi principali, diversi per metro, occasione e dialetto. L’elegia, in distici elegiaci, accompagnata dall’aulo, per il simposio o per occasioni pubbliche. Il giambo, in metri giambici, di tono aggressivo e satirico. La melica, cantata, divisa in monodica (per una voce, nel simposio o nel tiaso) e corale (per un coro, in occasioni pubbliche e religiose).

La lirica arcaica ci è arrivata quasi tutta in frammenti, tramandati da citazioni di autori posteriori (grammatici, Ateneo, Stobeo) e, dal tardo Ottocento, da papiri egiziani. Quasi ogni decennio un papiro aggiunge versi: il “nuovo Archiloco” di Colonia (1974), il “nuovo Simonide” (1992), il “nuovo Saffo” (pubblicato nel 2004 e poi nel 2014). Per questo le edizioni cambiano e le numerazioni dei frammenti non coincidono.

Archiloco

Archiloco di Paro (VII secolo a.C.; un’eclissi di sole da lui descritta è identificata di solito con quella del 648 a.C.) è il primo grande lirico. Soldato e poeta: “Sono servo del signore Enialio [Ares], e conosco l’amabile dono delle Muse” (fr. 1 West). Scrive elegie, giambi, tetrametri. Il frammento dello scudo abbandonato in battaglia (fr. 5 West) rovescia l’etica eroica omerica: “un Saio si vanta del mio scudo… ma io mi sono salvato; che m’importa di quello scudo? Ne comprerò un altro non peggiore”. I giambi contro Licambe, che gli aveva rifiutato la figlia Neobule, sarebbero stati così feroci da spingere padre e figlie al suicidio: è una leggenda antica, legata alla funzione del giambo come invettiva. L’epodo di Colonia narra una seduzione.

I lirici dell’elegia

Callino di Efeso e Tirteo, che scrive a Sparta durante la seconda guerra messenica: le sue elegie esortano i giovani a combattere (“È bello morire, caduto in prima fila, da uomo valoroso che combatte per la patria”, fr. 10 West). Mimnermo di Colofone canta la giovinezza e il terrore della vecchiaia (“Noi come le foglie che genera la stagione fiorita della primavera…”). Solone, l’arconte ateniese (594/593 a.C.), usa l’elegia per la riflessione politica: l’elegia delle Muse e quella sull’Eunomia. Teognide di Megara: il Corpus Theognideum (circa 1.400 versi) è una raccolta di elegie per il simposio, con una parte dedicata al giovane Cirno, in cui si mescolano testi di epoche diverse.

Saffo e Alceo

Saffo e Alceo, di Lesbo, scrivono a cavallo fra VII e VI secolo in dialetto eolico. Ognuno dà il nome a una strofa: la saffica e l’alcaica.

Saffo vive a Mitilene, guida un tiaso femminile, una comunità di ragazze dedite al culto di Afrodite e delle Muse, educate alla musica e alla bellezza prima del matrimonio. Gli alessandrini raccolsero i suoi carmi in nove libri. Ne restano l’Inno ad Afrodite (fr. 1 Voigt), unico componimento integro, in cui la poetessa chiede alla dea di aiutarla in amore, e molti frammenti. Il fr. 31 (“Mi sembra pari agli dèi quell’uomo che siede di fronte a te”) descrive i sintomi fisici della passione: la lingua spezzata, il fuoco sotto la pelle, gli occhi che non vedono, il sudore, il tremito. Catullo lo tradurrà nel carme 51. Il fr. 16 si apre con il priamel: alcuni dicono che la cosa più bella sulla terra nera sia un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di navi, “io dico ciò che si ama”. Il “fr. 58”, completato nel 2004 grazie a un papiro di Colonia, è il cosiddetto “carme della vecchiaia”, su Titono.

Alceo è aristocratico, coinvolto nelle lotte politiche di Mitilene contro i tiranni Mirsilo e Pittaco. Le sue poesie sono per l’eteria, il gruppo di compagni politici, e per il simposio. Il fr. 332 Voigt: “Ora bisogna ubriacarsi… perché è morto Mirsilo”. L’allegoria della nave in tempesta, che rappresenta la città travolta dalla lotta civile (fr. 208), diventerà un luogo comune, ripreso da Orazio.

Saffo: poetica, testi e critica

La poetica

Saffo scrive canto monodico: una voce sola che dice “io”, accompagnata dalla lira, per un pubblico di persone che conosce. Nella Grecia arcaica è un caso a parte, perché la lirica corale di Alcmane e Pindaro è affidata a un coro e ha una funzione pubblica, mentre qui conta chi canta e quello che prova. Non significa che sia poesia “privata” come la intendiamo oggi. Il tiaso era una comunità con riti, educazione e legami precisi, e molti testi nascono per le sue occasioni, come le nozze o la partenza di una ragazza.

Ti propongo tre parole per orientarti: lingua, scena, desiderio. La lingua è l’eolico di Lesbo, con forme che a chi è abituato all’attico suonano strane (“κῆνος” per “ἐκεῖνος”, “ἔμμεν” per “εἶναι”). La scena è quasi sempre concreta: una preghiera agli dèi, un addio, una sera di nozze. Il desiderio è ciò che Saffo mette al centro, e lo fa guardando i sintomi del corpo, cosa che prima di lei quasi non si vedeva. Le fonti antiche la legano all’amore, ma qualche frammento parla di ricordo, di vecchiaia e di affetti fra donne, e conviene non dimenticarlo.

Le opere

Dei nove libri alessandrini restano l’Inno ad Afrodite e frammenti, più o meno lunghi. La cosa da sapere è come ci sono arrivati, perché è un tema da orale. L’Inno (fr. 1) lo cita per intero Dionisio di Alicarnasso, in un trattato sulla composizione delle parole. Il fr. 31 lo conosciamo grazie al Sublime dello pseudo-Longino, che lo porta come esempio di come si scelgono e si legano i tratti più intensi di una passione. Il fr. 16 viene da un papiro di Ossirinco, il P.Oxy. 1231, che ha restituito parti del primo libro. Il fr. 58 del carme della vecchiaia è più recente: un papiro di Colonia, pubblicato nel 2004, ha completato quello che prima si leggeva a pezzi.

Per i testi la raccolta di riferimento è quella di Lobel e Page, Poetarum Lesbiorum Fragmenta (Oxford, 1955), a cui si aggiunge l’edizione di Eva-Maria Voigt (1971) che trovi in bibliografia. La numerazione “fr. 31 Voigt” che si usa a lezione viene da quest’ultima.

Testo e analisi

φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θεοῖσιν
ἔμμεν ὡνήρ, ὅστις ἐναντίος τοι
ἱζάνει …

Il testo è quello che trovi in Longino (10, 2). Le edizioni moderne ne ripristinano meglio le forme eoliche, per esempio “θέοισιν” al posto di “θεοῖσιν”, ma il senso non cambia. La strofe è la saffica, tre endecasillabi e un adonio. Guarda chi sta al centro del primo verso: l’io c’è fin dalla prima parola (“φαίνεταί μοι”, mi sembra), ma il soggetto della frase è “κῆνος”, quell’uomo, che siede di fronte alla ragazza e la ascolta parlare e ridere. Solo dopo il poeta parla di sé, con il cuore che “ἐπτόασεν”, si agita nel petto.

I versi seguenti elencano i sintomi uno per uno: la voce che non esce, la lingua spezzata (“γλῶσσα ἔαγε”), il fuoco sottile che corre sotto la pelle, gli occhi che non vedono, le orecchie che rombano, il sudore, il tremito, il pallore “più verde dell’erba” (“χλωροτέρα ποίας”). In chiusura Saffo si dice a un passo dalla morte. Longino apprezza proprio questo: la poetessa sa “ἐκλέξαι” e “συνδῆσαι”, scegliere i tratti più estremi e legarli fra loro. Nel testo conservato la citazione si ferma all’inizio della quinta strofa, con “ἀλλὰ πᾶν τολματόν”, tutto si può sopportare: non sappiamo come il componimento finisse.

Quando leggi poi Catullo 51 (“Ille mi par esse deo videtur”) vedi che cosa cambia. Il poeta latino ne traduce le prime strofe, nomina Lesbia, e alla quarta invece del finale perduto mette “otium, Catulle, tibi molestum est”: una riflessione tutta sua sulle conseguenze dell’ozio. Se all’esame ti chiedono come Roma recepisce la lirica greca, questo è un esempio completo di imitazione con differenza.

Gli studi critici

Denys Page, Sappho and Alcaeus (Oxford, 1955), è lo studio che per decenni ha fissato la lettura filologica dei due poeti, con grande attenzione al dialetto, ai papiri e al problema delle fonti. Bruno Snell, Die Entdeckung des Geistes (1946), ha dato una lettura storico-culturale: nei poeti lirici vede la scoperta dell’individuo e dell’interiorità, e Saffo ne è un caso importante.

Bruno Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica (Laterza, 1984), che hai già in lista, cambia la prospettiva: la lirica arcaica è una poesia di occasione, legata a un pubblico e a una funzione, quindi anche il “io” di Saffo va letto nel suo contesto sociale. È la ragione per cui oggi si preferisce parlare del tiaso come di una comunità educativa, e non come di un cenacolo romantico.

Cosa ti chiedono all’orale: Saffo

Che cos’è il tiaso di Saffo? È la comunità di ragazze che si riuniva intorno a lei a Mitilene, dedita al culto di Afrodite e delle Muse e all’educazione alla musica e alla bellezza. Molti suoi componimenti nascono nel contesto di quel gruppo.

Come conosciamo il fr. 31? Grazie allo pseudo-Longino, che lo cita nel Sublime (10, 2) come esempio di come si sceglie e si lega l’insieme dei sintomi della passione. La citazione si interrompe all’inizio della quinta strofa, per cui il testo è incompleto.

Approfondisci: Saffo: vita, opere e frammenti, Frammenti.

Anacreonte

Anacreonte di Teo (VI secolo), poeta di corte presso il tiranno Policrate di Samo e poi presso i Pisistratidi ad Atene, canta il vino, l’amore, la vecchiaia con leggerezza ed eleganza. Sotto il suo nome circolarono in età ellenistica e bizantina le Anacreontee, imitazioni che ebbero grande fortuna moderna.

La lirica corale

La lirica corale è scritta in un dorico letterario, anche da poeti non dorici. Alcmane, a Sparta nel VII secolo, compone i Parteni, canti per cori di fanciulle; il grande Partenio del Louvre fu ritrovato su papiro nel 1855. Stesicoro di Imera (VII-VI secolo) compone lunghi poemi lirici su temi epici; nella Palinodia ritratta la versione tradizionale di Elena, dicendo che a Troia andò solo un fantasma (lo racconta Platone nel Fedro). I papiri hanno restituito ampie parti della Gerioneide. Ibico di Reggio. Simonide di Ceo (556 circa-468), il primo a farsi pagare, autore di epigrammi per i caduti delle guerre persiane (quello per i caduti delle Termopili, che la tradizione gli attribuisce: “Straniero, annuncia agli Spartani che qui giacciamo, obbedienti ai loro ordini”) e di threnoi; il “nuovo Simonide” (papiro di Ossirinco pubblicato nel 1992) contiene un’elegia sulla battaglia di Platea. Bacchilide, nipote di Simonide, di cui un papiro pubblicato nel 1897 ha restituito epinici e ditirambi.

Pindaro

Pindaro di Cinocefale, presso Tebe (518 circa-dopo il 446 a.C.), è il più grande lirico corale. Gli alessandrini raccolsero le sue opere in diciassette libri; ci sono arrivati per tradizione medievale solo i quattro libri di epinici, canti per i vincitori dei giochi: Olimpiche (14), Pitiche (12), Nemee (11), Istmiche (8 o 9). Il resto (peani, ditirambi, parteni, threnoi) è frammentario.

L’epinicio ha una struttura in triadi (strofe, antistrofe, epodo) e contiene di solito tre elementi: la lode del vincitore e della sua famiglia, un mito, sentenze morali (gnomai). Il passaggio fra le parti avviene con salti bruschi, che hanno fatto parlare di “voli pindarici”. La prima Olimpica, per Ierone di Siracusa, si apre con “Ἄριστον μὲν ὕδωρ”, “Ottima è l’acqua”, e contiene il mito di Pelope, rivisto da Pindaro per eliminare l’episodio del pasto cannibalico. L’ottava Pitica, una delle ultime (446 a.C.), contiene la famosa definizione dell’uomo: “Essere di un giorno: che cosa è uno, che cosa è nessuno? Sogno di un’ombra è l’uomo”.

Cosa ti chiedono all’orale (lirica arcaica)

Perché il frammento dello scudo di Archiloco è importante? Perché rovescia i valori dell’epica omerica, in cui perdere lo scudo era un disonore. Archiloco racconta di averlo abbandonato per salvarsi e dice che se ne comprerà un altro. Afferma un’etica individuale, legata alla sopravvivenza, invece della gloria eroica. Il motivo sarà ripreso da Alceo, Anacreonte e Orazio.

Che differenza c’è fra lirica monodica e corale? La monodica è cantata da una sola voce, di solito nel simposio o nel tiaso, ha strofe brevi e temi personali, ed è scritta nel dialetto del poeta: Saffo e Alceo in eolico, Anacreonte in ionico. La corale è eseguita da un coro in occasioni pubbliche (feste, vittorie, funerali), ha strutture triadiche complesse e usa un dorico letterario convenzionale: Alcmane, Stesicoro, Simonide, Pindaro, Bacchilide.

Com’è strutturato un epinicio pindarico? È composto di triadi (strofe, antistrofe, epodo) e contiene la lode del vincitore e della sua famiglia e città, un mito che illumina il presente, e sentenze morali. I passaggi fra queste parti sono spesso bruschi e allusivi. Il mito non è un racconto completo, ma un’evocazione rapida di momenti significativi.

Il teatro tragico

Origini e istituzioni

Aristotele, nella Poetica (1449a), fa derivare la tragedia “da coloro che intonavano il ditirambo”, il canto corale in onore di Dioniso. Le origini restano discusse. Sappiamo che ad Atene le tragedie erano rappresentate in agone durante le Grandi Dionisie, in primavera: tre poeti, scelti dall’arconte, presentavano ciascuno una tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco). Un ricco cittadino, il corego, pagava il coro come liturgia. La prima vittoria di Tespi è datata intorno al 534 a.C.

La struttura: prologo, parodo (ingresso del coro), episodi alternati a stasimi (canti del coro), esodo. Gli attori erano al massimo tre, tutti uomini, con maschere.

Eschilo

Eschilo (525/524-456 a.C.), di Eleusi, combatté a Maratona. Il suo epitaffio, secondo la tradizione, ricorda solo questo, non le tragedie. Scrisse circa novanta drammi; ne restano sette, fra cui Persiani (472), l’unica tragedia conservata di argomento storico, sulla sconfitta di Serse a Salamina vista dalla corte persiana; i Sette contro Tebe (467); le Supplici; l’Orestea (458), l’unica trilogia conservata: Agamennone, Coefore, Eumenidi. Il Prometeo incatenato è di attribuzione discussa.

Nell’Orestea la catena di delitti familiari (Agamennone ucciso dalla moglie Clitemestra, Clitemestra uccisa dal figlio Oreste) si conclude ad Atene, dove l’Areopago, istituito da Atena, giudica Oreste e lo assolve; le Erinni diventano Eumenidi, divinità benevole. La vendetta privata lascia il posto alla giustizia della polis. Nel primo coro dell’Agamennone c’è il cosiddetto “inno a Zeus”, con il principio del “pathei mathos”, imparare attraverso la sofferenza (v. 177). Eschilo introduce il secondo attore (lo dice Aristotele).

Eschilo: poetica, testi e critica

La poetica

Nelle tragedie di Eschilo conta prima di tutto la costruzione in grande. Il dramma si legge dentro una trilogia, e la colpa di una generazione si paga nella successiva. Nell’Orestea hai tre tappe: il delitto di Clitemestra nell’Agamennone, la vendetta di Oreste nelle Coefore, il processo nelle Eumenidi. Per questo il suo teatro è così legato ai concetti di colpa e di giustizia: la dike, che ristabilisce l’ordine violato, e la hybris, che lo infrange. Zeus compare come garante di un ordine del mondo che l’uomo conosce solo attraverso l’esperienza.

Una distinzione utile all’orale è quella fra le fasi. Prima c’è il teatro del dopo Salamina, con i Persiani (472), in cui il coro e la corte persiana sono il centro, e i Sette contro Tebe (467). Poi vengono le Supplici, che una scoperta papiracea del 1952 (P.Oxy. 2256) ha spostato dagli anni Novanta ai primi anni Sessanta, verso il 463, mostrando che non erano la tragedia più antica come si credeva. Infine c’è l’Orestea del 458, in cui il dialogo tra gli attori cresce, ma il coro resta fondamentale. Il Prometeo incatenato è di attribuzione e cronologia discusse, per cui nelle discussioni serve prudenza.

Le opere

Dei sette drammi conservati, i più studiati sono l’Orestea e i Persiani. Nei Persiani la sconfitta di Serse a Salamina viene vista dalla parte dei vinti, e il tema è la hybris di un re che ha voluto superare i limiti della natura (il ponte sull’Ellesponto). Nelle Supplici le Danaidi fuggono dall’Egitto e il coro è quasi il protagonista, un caso tipico del peso dei cori eschilei. Nei Sette il ciclo tebano arriva alla maledizione di Edipo, con il duello fra Eteocle e Polinice. Per il Prometeo puoi appoggiarti alla scheda di opera sul sito.

Testo e analisi

… τὸν φρονεῖν βροτοὺς ὁδώσαντα,
τὸν πάθει μάθος
θέντα κυρίως ἔχειν.

Vengono dalla parodo dell’Agamennone (vv. 176-178), nel cosiddetto inno a Zeus. Il coro di anziani di Argo ricorda la partenza della flotta per Troia e invoca il dio che, dice, ha messo i mortali sulla via del sapere (“φρονεῖν”, capire, essere saggi) e ha fissato come legge valida il principio “πάθει μάθος”. Letteralmente: apprendimento attraverso la sofferenza. Tradurre “si impara soffrendo” è corretto, ma non rende il gioco dei suoni.

Il gioco c’è nel testo greco: “πάθει” e “μάθος” sono due parole dal suono quasi uguale, una al dativo e una al nominativo, e il loro accostamento fa sembrare la regola già scritta nella lingua. Il verbo “θέντα” (da tithemi, porre) ha lo stesso valore di una legge messa in vigore, e l’avverbio “κυρίως” aggiunge l’idea di una validità effettiva. Va tenuto presente che il coro sta parlando di una guerra che sarà pagata dalla casa di Atreo: la formula annuncia quello che accade all’Orestea, con una violenza che porta, alla fine, a un ordine nuovo, quello del tribunale dell’Areopago.

Gli studi critici

L’edizione commentata di Eduard Fraenkel, Aeschylus: Agamemnon (Oxford, Clarendon Press, 1950, tre volumi), è il monumento filologico sull’opera. Il commento è usato ancora oggi per il testo e per le questioni di lingua e di metro. Per una lettura antropologica, Jean-Pierre Vernant e Pierre Vidal-Naquet, Mythe et tragédie en Grèce ancienne (1972, in italiano Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi, 1976), leggono la tragedia come un genere nato alla frontiera fra il diritto della città e il mito, con una tensione che non si risolve mai del tutto.

E. R. Dodds, The Greeks and the Irrational (1951), dedica pagine decisive al tema della colpa e della responsabilità nel mondo omerico e nei tragici, mostrando come l’idea di ate (accecamento mandato dagli dèi) non cancelli la responsabilità umana. Albin Lesky, Die tragische Dichtung der Hellenen (1956), che hai già in lista, è la sintesi storica di riferimento sul genere.

Cosa ti chiedono all’orale: Eschilo

Che cosa significa “pathei mathos”? Letteralmente “apprendimento attraverso la sofferenza”. Nell’Agamennone (vv. 176-178) è presentato come la legge fissata da Zeus per far arrivare i mortali alla saggezza.

Perché l’Orestea è importante? È l’unica trilogia tragica conservata (458 a.C.) e mostra il passaggio dalla vendetta privata al giudizio di un tribunale cittadino, l’Areopago, istituito da Atena.

Approfondisci: Eschilo: vita, opere e trilogia, Prometeo incatenato.

Sofocle

Sofocle (497/496-406 a.C.), di Colono, ebbe anche incarichi politici (fu stratego con Pericle nel 441/440). Introdusse il terzo attore e la scenografia dipinta. Di oltre centoventi drammi ne restano sette: Aiace, Antigone (442 circa), Edipo re, Elettra, Trachinie, Filottete (409), Edipo a Colono (rappresentato postumo nel 401). Abbiamo anche ampi frammenti di un dramma satiresco, gli Ichneutai, da un papiro.

L’Antigone mette in scena il conflitto fra Antigone, che vuole seppellire il fratello Polinice in obbedienza alle “leggi non scritte” degli dèi, e Creonte, che lo ha vietato per legge della città. Hegel lo lesse come scontro fra due diritti entrambi legittimi, la famiglia e lo stato. Il primo stasimo, “Molte sono le cose mirabili (deinà), ma nessuna è più mirabile dell’uomo” (v. 332), è un inno ambiguo alla potenza umana.

L’Edipo re è per Aristotele il modello della tragedia: il rovesciamento (peripezia) e il riconoscimento (agnizione) coincidono. Edipo indaga sulla causa della peste di Tebe e scopre di essere lui stesso il colpevole, assassino del padre e sposo della madre. È l’ironia tragica: lo spettatore sa ciò che il personaggio ignora.

Sofocle: poetica, testi e critica

La poetica

Con Sofocle la tragedia si concentra sul destino di un singolo personaggio. Il terzo attore, che gli viene attribuito, permette scene con più voci in contrasto, e il coro diventa un interlocutore che commenta e a volte sbaglia. Gli eroi sofoclei hanno tutti una caratteristica comune che Bernard Knox ha chiamato heroic temper: ostinazione, rifiuto di cedere, solitudine. Antigone, Aiace, Edipo, Elettra, Filottete restano fedeli a sé stessi a costo di perdere tutto.

Chiedere “fasi” per Sofocle è meno semplice che per Eschilo o per Euripide, perché le date delle sue tragedie sono per lo più incerte. Dei sette drammi solo due hanno una data sicura, il Filottete (409) e l’Edipo a Colono (rappresentato postumo, nel 401). Per le altre si lavora con date approssimative, come l’Antigone intorno al 442, e con criteri di stile. Una cosa che conviene ricordare è che le tre tragedie tebane (Antigone, Edipo re, Edipo a Colono) non formano una trilogia: sono state scritte e rappresentate a distanza di decenni, e i particolari del mito non coincidono del tutto.

Le opere

Alle sette tragedie che hai nella scheda aggiungi un modo di riconoscerle per tema. Aiace: l’eroe che si uccide perché le armi di Achille sono state date a Odisseo. Trachinie: la morte di Eracle per la veste che Deianira, credendo di agire per amore, gli manda. Elettra: la vendetta di Oreste dal punto di vista della sorella. Filottete: il conflitto fra la ragione politica di Odisseo e la lealtà di Neottolemo. Edipo a Colono: la morte e la riconciliazione di Edipo nel demo di Sofocle. Una guida alla lettura dell’Edipo re la trovi sul sito, con la scheda di opera.

Testo e analisi

ἰὼ γενεαὶ βροτῶν,
ὡς ὑμᾶς ἴσα καὶ τὸ μηδὲν ζώσας ἐναριθμῶ.

Sono i primi due versi del quarto stasimo dell’Edipo re (vv. 1186-1187), cantati dal coro subito dopo che Edipo ha capito chi è. Il coro parla in prima persona: “ἐναριθμῶ”, io vi conto, vi metto in conto. E il risultato del conto è che le generazioni dei mortali valgono “ἴσα τὸ μηδὲν”, quanto il nulla. L’esclamazione “ἰὼ” apre il canto con un grido, e la parola “ζώσας”, che vivono, mette il paradosso dentro la frase: vivere e valere nulla.

La domanda che segue (vv. 1188-1192) spiega il perché. Quale uomo ottiene dalla felicità più di quanto basti ad apparire felice e, dopo essere apparso tale, a precipitare? Poi il coro indica il caso concreto: “τὸν σόν τοι παράδειγμ’ ἔχων”, avendo te come esempio, il tuo destino, o infelice Edipo, non chiamo felice nessun mortale (vv. 1193-1195). Il tema è vicino a quello del colloquio fra Solone e Creso in Erodoto (I 32), ma qui diventa una conclusione ricavata da una vicenda scenica, non una massima. Edipo diventa il paradeigma, il caso da cui si impara.

Per un orale ti conviene saper dire anche questo: la lettura di Edipo come vittima del fato non è l’unica. Il coro non sostiene che sia colpevole in senso morale, ma che la sua storia mostra il limite di ogni felicità umana.

Gli studi critici

Bernard Knox, Oedipus at Thebes (Yale University Press, 1957), legge la tragedia come un’indagine che coinvolge il mondo di Atene, con i suoi concetti di ricerca, intelligenza e potere, e usa l’immagine del tiranno. Lo stesso autore, in The Heroic Temper (University of California Press, 1964), ha messo a fuoco il carattere dell’eroe sofocleo.

E. R. Dodds, nell’articolo On Misunderstanding the Oedipus Rex (Greece & Rome 13, 1966, pp. 37-49), mette in guardia da due errori: pensare che Edipo sia punito per un difetto morale e pensare che la tragedia sia solo un racconto sul destino. Per una lettura politica, Diego Lanza, Il tiranno e il suo pubblico (Einaudi, 1977), mette l’Edipo re in rapporto con l’idea di tirannide nella cultura ateniese, mentre Vernant e Vidal-Naquet, che hai già incontrato, sottolineano l’ambiguità del linguaggio tragico.

Cosa ti chiedono all’orale: Sofocle

L’Edipo re è una tragedia del destino? Non solo. Edipo non sa chi è e agisce con intelligenza e responsabilità, ma la sua indagine lo porta a scoprire quello che l’oracolo aveva annunciato. Dodds ha messo in guardia da una lettura semplificata, in cui tutto è già deciso.

Le tragedie su Tebe sono una trilogia? No. Antigone, Edipo re ed Edipo a Colono furono composte in periodi diversi e non formano una trilogia come l’Orestea.

Approfondisci: Sofocle: vita, tragedie e temi, Edipo re.

Euripide

Euripide (480 circa-406 a.C.) ottenne poche vittorie in vita ma fu il tragico più letto nei secoli successivi, ed è per questo che ne restano diciotto o diciannove drammi (il Reso è di attribuzione discussa), una parte dei quali, le cosiddette tragedie “alfabetiche”, ci è arrivata grazie a un manoscritto che conservava un volume di un’edizione completa ordinata alfabeticamente. Morì in Macedonia, alla corte di Archelao.

Opere da conoscere: Alcesti (438), Medea (431), Ippolito (428), Troiane (415), Elena (412), Oreste, Baccanti (postuma). Medea uccide i figli per vendicarsi di Giasone, e il suo monologo (vv. 1021-1080) mostra la lotta fra la passione e la ragione: “comprendo il male che sto per fare, ma il thymòs è più forte dei miei propositi”. Nelle Baccanti Dioniso punisce il re Penteo, che rifiuta il suo culto: Penteo viene fatto a pezzi dalla madre Agave in preda al delirio bacchico.

Euripide porta in scena personaggi femminili forti, dubbi sugli dèi, discussioni sofistiche. Usa spesso il deus ex machina per risolvere la trama. Nelle Rane di Aristofane (405) è sconfitto da Eschilo in una gara all’Ade; Nietzsche, nella Nascita della tragedia (1872), lo accusò di aver ucciso la tragedia con il razionalismo socratico.

Euripide: poetica, testi e critica

La poetica

Aristotele, nella Poetica (1453a), definisce Euripide “τραγικώτατος”, il più tragico dei poeti, perché le sue storie finiscono spesso male, anche se gli rimprovera la costruzione di certi intrecci. È un giudizio che aiuta a capire il suo teatro: non cerca il compromesso, mostra persone sotto pressione, scene di dibattito (l’agon), prologhi che spiegano l’antefatto e finali spesso chiusi dall’intervento di un dio. Il mito è il materiale di partenza, ma i personaggi parlano e ragionano come i cittadini del suo tempo.

Puoi seguire tre momenti. Nel primo, quello dell’Alcesti (438), occupa il posto del dramma satiresco e ha un esito di salvezza. Il centro del periodo è quello di Medea (431), Ippolito (428), Troiane (415), dove la guerra e la passione diventano un tema politico e morale. Nell’ultimo gruppo vanno Elena (412) e Oreste (408), che sperimentano intrecci quasi romanzeschi, e le Baccanti, rappresentate dopo la morte, che riportano in scena la violenza del sacro. È una divisione scolastica, ma utile per orientarsi.

Alla Medea Aristotele rimprovera in particolare l’uso della “μηχανή” per risolvere il finale (Poetica 1454b): il carro del Sole con cui la protagonista fugge dopo l’infanticidio.

Le opere

Oltre ai titoli della scheda, tieni presente che Euripide partecipa ai concorsi con esiti alterni. La Medea del 431 arriva terza, dopo Euforione e Sofocle, mentre l’Ippolito del 428 vince. Per ricordarti le tragedie per tema: Alcesti, la moglie che muore al posto del marito; Medea, la maga straniera tradita da Giasone; Ippolito, Fedra e il rifiuto di Afrodite; Troiane, le donne di Troia dopo la caduta; Baccanti, il rifiuto del culto di Dioniso. Il Ciclope è l’unico dramma satiresco conservato per intero.

Testo e analisi

καὶ μανθάνω μὲν οἷα δρᾶν μέλλω κακά,
θυμὸς δὲ κρείσσων τῶν ἐμῶν βουλευμάτων,
ὅσπερ μεγίστων αἴτιος κακῶν βροτοῖς.

Sono i vv. 1078-1080 della Medea, la chiusa del monologo in cui la protagonista decide di uccidere i figli. Tre versi, tre elementi. Il primo mette in scena la conoscenza: “μανθάνω”, capisco, so benissimo quale male sto per compiere. Il secondo dice che il “θυμός”, l’impulso della rabbia e del desiderio, è più forte delle sue decisioni meditate (“βουλευμάτων”). Il terzo allarga il discorso, con “ὅσπερ”, “proprio il quale”: il thymos è la causa dei mali più grandi per i mortali.

Il contrasto fra “μανθάνω” e “θυμός” ha dato origine a una lunga discussione. Medea è vittima di una passione che non governa oppure sceglie la vendetta con lucidità, a costo di soffrirne? Bisogna anche sapere che la tradizione testuale è discussa: alcuni editori, come Diggle nella sua edizione oxoniense, considerano interpolati i vv. 1056-1080, altri studiosi li difendono come euripidei. Quando citi questi versi all’orale, è meglio dire che la questione è aperta.

Gli studi critici

E. R. Dodds, Euripides the Irrationalist (Classical Review 43, 1929, pp. 97-104), ha sostenuto che Euripide non è il razionalista della tradizione ottocentesca, ma un poeta che vede la forza delle passioni irrazionali contro l’intelligenza. Per Bernard Knox, The Medea of Euripides (Yale Classical Studies 25, 1977), Medea agisce secondo un codice eroico, quello del danno ai nemici e dell’onore, che è lo stesso dei personaggi sofoclei.

Albin Lesky, Die tragische Dichtung der Hellenen (1956), che trovi già nella tua lista, riprende le principali interpretazioni di Euripide e le colloca nella storia del genere. Nietzsche, che la scheda cita, rimane il polo opposto: per lui Euripide è il poeta della rottura con il tragico dionisiaco. All’orale sono utili tutti e due i fronti.

Cosa ti chiedono all’orale: Euripide

Perché Aristotele chiama Euripide “tragikotatos”? Nella Poetica (1453a) osserva che, anche se la composizione non è sempre perfetta, Euripide è il più tragico dei poeti, perché molte sue tragedie hanno un esito infelice.

Che cosa significa il monologo di Medea? Medea riconosce che sta per commettere un male terribile ma dice che il thymos prevale sulle sue decisioni. È uno dei testi più discussi della tragedia greca, e la discussione riguarda anche l’autenticità del passo.

Approfondisci: Euripide: vita, tragedie e novità, Medea.

La Poetica di Aristotele

La Poetica (IV secolo a.C.) definisce la tragedia “imitazione (mimesis) di un’azione seria e compiuta, avente una certa estensione… che per mezzo della pietà e della paura porta a compimento la purificazione (catarsi) di tali passioni” (1449b). Il significato di catarsi è uno dei problemi più discussi della storia dell’estetica: purificazione morale, purgazione medica, chiarificazione intellettuale. Il testo non lo chiarisce, anche perché il secondo libro della Poetica, sulla commedia, è perduto.

Cosa ti chiedono all’orale (tragedia)

Qual è il conflitto dell’Antigone? Antigone vuole seppellire il fratello Polinice, morto combattendo contro Tebe, in nome delle leggi non scritte degli dèi e dei vincoli familiari. Creonte ha vietato la sepoltura in nome della legge della città. Hegel ha letto il dramma come conflitto fra due diritti ugualmente legittimi. Il testo, però, mostra anche la colpa di Creonte, che alla fine perde il figlio e la moglie.

Che cos’è la catarsi? È il termine con cui Aristotele, nella definizione della tragedia, indica l’effetto finale sullo spettatore: attraverso pietà e paura, la tragedia porta a compimento la catarsi di queste passioni. Il significato è discusso: purificazione morale, purgazione in senso medico, o chiarificazione intellettuale. Il testo è troppo sintetico per decidere, e la parte della Poetica che forse lo spiegava è perduta.

La commedia

Aristofane e la commedia antica

La commedia “antica” (archaia) è satira politica e personale, fantasia e oscenità. Ne conosciamo per intero solo Aristofane (445 circa-385 circa a.C.), di cui restano undici commedie su circa quaranta. La struttura ha una parte caratteristica, la parabasi, in cui il coro si rivolge direttamente al pubblico, spesso a nome del poeta.

Opere da conoscere: gli Acarnesi (425), contro la guerra del Peloponneso; i Cavalieri (424), contro il demagogo Cleone; le Nuvole (423, poi rivista), contro Socrate presentato come sofista, che Platone nell’Apologia indica come una delle cause dei pregiudizi contro di lui; le Vespe; la Pace (421); gli Uccelli (414), con la città utopica di Nubicuculia; la Lisistrata (411), in cui le donne fanno lo sciopero del sesso per fermare la guerra; le Tesmoforiazuse; le Rane (405), con la gara fra Eschilo ed Euripide; le Ecclesiazuse e il Pluto (388), in cui il coro e la satira politica si riducono: è il passaggio alla commedia “di mezzo”.

Menandro e la commedia nuova

La commedia “nuova” (nea), alla fine del IV secolo, abbandona la politica e porta in scena la vita privata: amori contrastati, figli perduti e ritrovati, padri severi, servi astuti, etere. Il suo massimo autore, Menandro (342/341-293/292 circa), fu per secoli conosciuto solo da frammenti e dalle imitazioni latine di Plauto e Terenzio. Nel Novecento i papiri hanno restituito il Dyskolos (Il bisbetico), l’unica commedia quasi completa, pubblicata nel 1958 dal papiro Bodmer, e ampie parti della Samia, dell’Epitrepontes (L’arbitrato), dell’Aspis. Il tono è umano, misurato, attento ai caratteri: Aristofane di Bisanzio avrebbe chiesto se fosse Menandro a imitare la vita o la vita a imitare Menandro.

Cosa ti chiedono all’orale (commedia)

Che cos’è la parabasi? È una sezione tipica della commedia antica in cui il coro, interrompendo l’azione, si rivolge direttamente al pubblico, spesso parlando a nome del poeta, per discutere di politica, difendere le sue scelte o attaccare i rivali. Nelle ultime commedie di Aristofane sparisce, segnale del passaggio a un teatro meno politico.

Perché conosciamo Menandro meglio oggi che nell’Ottocento? Perché la sua opera era quasi del tutto perduta nella tradizione medievale, e la conoscevamo solo da frammenti e dalle commedie latine che la imitavano. Nel Novecento i papiri egiziani hanno restituito il Dyskolos quasi intero (pubblicato nel 1958) e ampie parti di altre commedie, come la Samia e l’Epitrepontes.

La storiografia

Erodoto

Erodoto di Alicarnasso (484 circa-430/420 circa), “padre della storia” secondo Cicerone (De legibus I 5), scrive le Storie, divise dagli alessandrini in nove libri intitolati alle Muse. Il proemio: “Questa è l’esposizione della ricerca (historíe) di Erodoto di Alicarnasso, perché le imprese degli uomini non svaniscano col tempo… e anche per quale causa combatterono gli uni contro gli altri”. Il tema sono le guerre persiane, ma l’opera contiene ampie digressioni etnografiche (il libro II sull’Egitto), racconti, novelle (Creso e Solone, Gige e Candaule). Erodoto usa fonti orali, l’autopsia (la visione diretta), e riferisce versioni diverse, a volte senza decidere. La sua visione della storia include l’invidia divina (phthonos) e la punizione della hybris.

Tucidide

Tucidide di Atene (460 circa-dopo il 400), stratego nel 424, esiliato per non aver salvato Anfipoli, scrive la storia della guerra del Peloponneso (431-404), interrotta al 411. Nel “capitolo metodologico” (I 22) distingue fra discorsi, che ricostruisce secondo ciò che era opportuno dire, e fatti, verificati con rigore. Dichiara di scrivere un “possesso per sempre” (ktema es aiei), non un pezzo da ascoltare per il momento. Cerca le cause profonde della guerra: la vera causa (alethestate prophasis) è la paura di Sparta per la crescita della potenza ateniese (I 23).

Pagine da conoscere: l’epitafio di Pericle per i caduti del primo anno di guerra (II 35-46), elogio della democrazia ateniese; la peste di Atene (II 47-54), che Lucrezio riprenderà; il dialogo dei Meli (V 84-116), sulla legge del più forte; la spedizione in Sicilia (libri VI-VII).

Tucidide: poetica, testi e critica

La poetica

Tucidide scrive una storia contemporanea e vuole che sia utile. La premessa del suo metodo, che trovi nel capitolo I 22, è che la natura umana resta uguale e che gli eventi, perciò, si ripresenteranno in forme simili. Per questo non cerca il racconto piacevole: i fatti vengono controllati, i discorsi sono ricostruiti secondo ciò che i parlanti avrebbero dovuto dire, la causa vera (prophasis) distinta dai pretesti. Se leggi l’opera con questa idea in mente, tante scelte si spiegano: la scarsa attenzione al mito, il lessico astratto, la ricerca di leggi nei comportamenti dei popoli.

Per orientarti nei libri, usa una divisione semplice. Il libro I contiene l’archaiologia (le origini della Grecia), le cause della guerra e la pentecontaetia. I libri II-V 24 narrano la guerra archidamica fino alla pace di Nicia. Il V, dopo la pace, ospita il dialogo dei Meli. I libri VI e VII sono la spedizione in Sicilia, il punto più alto della narrazione. L’VIII è incompiuto e si ferma al 411: manca la parte finale della guerra, che Senofonte riprende nelle Elleniche.

Le opere

L’opera è una sola, ma i suoi “pezzi di antologia” sono quelli su cui si fa l’orale. Ti serve saper collocare ciascuno. L’epitafio di Pericle (II 35-46) mostra l’immagine che Atene ha di sé. La peste (II 47-54) mostra come la città si sgretola, e il lessico medico è un’altra prova dell’attenzione al fenomeno. La guerra civile di Corcira (III 82-83) è la descrizione di come la stasis corrompe perfino il linguaggio. Il dialogo dei Meli (V 84-116) mette a nudo il rapporto di forza. La spedizione in Sicilia (VI-VII) mostra la fine dell’impero ateniese. Se hai tempo per leggere una sola pagina in greco, la più utile per il metodo è I 22.

Testo e analisi

κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται.

È la frase finale del capitolo metodologico (I 22, 4). Va letta insieme a quella che la precede, dove Tucidide ammette che il suo racconto, “τὸ μὴ μυθῶδες”, privo di elementi favolosi, potrà sembrare “ἀτερπέστερον”, meno piacevole, a chi lo ascolta. Poi indica a chi la sua opera servirà: a chi vorrà vedere con chiarezza i fatti passati e quelli che, “κατὰ τὸ ἀνθρώπινον”, secondo la natura umana, torneranno simili. La chiusa mette a confronto due parole: “κτῆμα”, un possesso, e “ἀγώνισμα”, una gara.

La costruzione “μᾶλλον ἢ” fa scegliere: l’opera è composta (“ξύγκειται”, un perfetto, quindi un risultato che dura) come una proprietà che si conserva “ἐς αἰεί”, per sempre, e non come un pezzo da concorso, l'”ἀγώνισμα”, per essere ascoltato “ἐς τὸ παραχρῆμα”, sul momento. L’immagine dell'”ἀγών” richiama le gare di recitazione e di eloquenza dell’epoca. Quando traduci, fai attenzione a “ἀκούειν”: è un infinito che qui si rende con “da ascoltare”.

Gli studi critici

Francis Cornford, Thucydides Mythistoricus (1907), ha letto la guerra come una vicenda di tipo tragico, dominata da forze come il caso (tyche) e la hybris, e ha voluto dimostrare che Tucidide dipende ancora dalla cultura poetica. Jacqueline de Romilly, Thucydide et l’impérialisme athénien (Les Belles Lettres, 1947), ha studiato l’analisi che l’autore fa del potere ateniese e della sua logica.

Per il commento di riferimento ci sono due lavori che si completano. A. W. Gomme, A. Andrewes e K. J. Dover, A Historical Commentary on Thucydides (Oxford, 1945-1981, cinque volumi), e Simon Hornblower, A Commentary on Thucydides (Oxford, 1991-2008, tre volumi). Luciano Canfora, Tucidide continuato (Antenore, 1970), affronta il problema dell’incompiutezza dell’opera e della sua prosecuzione. La “questione tucididea”, cioè se l’opera sia stata scritta di getto o in più stesure, resta il tema più dibattuto.

Cosa ti chiedono all’orale: Tucidide

Che cosa significa “ktema es aiei”? Letteralmente “un possesso per sempre”. Tucidide (I 22, 4) dichiara che la sua opera non è un pezzo da gara per l’ascolto immediato, ma uno strumento durevole per capire il presente e il futuro.

Che cos’è la questione tucididea? È il problema di come e quando è stata scritta la Guerra del Peloponneso: in una sola stesura dopo la fine della guerra, oppure in fasi, con revisioni. Si lega anche all’incompiutezza del libro VIII.

Approfondisci: Tucidide: vita, metodo e Guerra del Peloponneso.

Senofonte e Polibio

Senofonte (430 circa-354 circa), allievo di Socrate, scrive l’Anabasi, sulla ritirata dei Diecimila mercenari greci attraverso l’impero persiano (il grido “Thalatta! Thalatta!” quando vedono il mare), le Elleniche (continuazione di Tucidide fino al 362), la Ciropedia, i Memorabili su Socrate.

Polibio di Megalopoli (200 circa-118 circa), ostaggio a Roma dopo Pidna (168), amico di Scipione Emiliano, scrive le Storie in quaranta libri (ne restano cinque interi) per spiegare come Roma conquistò il mondo in poco più di cinquant’anni. Teorizza la “storia pragmatica” e, nel libro VI, la costituzione mista di Roma come causa della sua stabilità, e la teoria dell’anaciclosi, il ciclo delle costituzioni.

Cosa ti chiedono all’orale (storiografia)

Che cosa dice Tucidide sul suo metodo? Nel capitolo I 22 distingue fra i discorsi, che ricostruisce secondo ciò che era più opportuno dire in ogni circostanza, attenendosi al senso generale, e i fatti, che ha verificato con la massima precisione possibile, confrontando le testimonianze. Dichiara di scrivere un’opera utile per chi vorrà conoscere il passato e il futuro, un “possesso per sempre”, non un’opera da ascoltare per piacere momentaneo.

Che cos’è la costituzione mista secondo Polibio? È una costituzione che combina elementi monarchici (i consoli), aristocratici (il senato) e democratici (le assemblee popolari), che si controllano a vicenda. Secondo Polibio, nel libro VI, questa combinazione spiega la stabilità di Roma e la sottrae, almeno per un tempo, al ciclo di degenerazione delle costituzioni semplici (anaciclosi).

Oratoria e filosofia

L’oratoria attica

Il canone alessandrino comprende dieci oratori attici. I più importanti: Lisia (logografo, cioè scrittore di discorsi per altri, famoso per l’etopea, la capacità di adattare lo stile al cliente; l’orazione Per l’uccisione di Eratostene), Isocrate (maestro di retorica, il Panegirico del 380, con l’idea di una crociata panellenica contro la Persia), Demostene (384-322, le Filippiche contro Filippo di Macedonia, l’orazione Per la corona del 330, contro Eschine).

Platone

Platone (428/427-348/347 a.C.) è anche uno scrittore, e all’esame di letteratura greca te lo chiederanno come tale. Scrive dialoghi, con Socrate come protagonista, divisi tradizionalmente in giovanili (Apologia, Critone, Eutifrone), della maturità (Fedone, Simposio, Repubblica, Fedro) e tardi (Teeteto, Sofista, Timeo, Leggi). Usa i miti (la caverna nel VII libro della Repubblica, il carro alato nel Fedro, Er nel X della Repubblica). Nella Repubblica (libri III e X) condanna la poesia mimetica, che allontana dalla verità e suscita le passioni: è il punto di partenza della riflessione occidentale sulla letteratura. Nel Fedro c’è il mito di Theuth, sulla scrittura che indebolisce la memoria.

Cosa ti chiedono all’orale (oratoria e filosofia)

Perché Platone condanna la poesia nella Repubblica? Perché la poesia è imitazione di imitazioni: imita le cose sensibili, che sono a loro volta copie delle idee, e quindi è lontana tre gradi dalla verità. Inoltre suscita le passioni invece di educare la ragione e rappresenta gli dèi in modo indegno. Per questo Platone esclude i poeti dalla città ideale, salvo inni agli dèi ed encomi degli uomini buoni. Aristotele, nella Poetica, risponderà rivalutando la mimesis.

L’età ellenistica

Il quadro

Dopo la morte di Alessandro (323 a.C.) il centro culturale si sposta ad Alessandria d’Egitto, dove i Tolomei fondano il Museo e la Biblioteca. Nasce la filologia: Zenodoto, Aristofane di Bisanzio, Aristarco curano edizioni critiche di Omero. La poesia diventa colta, erudita, per un pubblico di lettori.

Callimaco

Callimaco di Cirene (310 circa-240 circa), che lavorò alla Biblioteca e compilò i Pinakes, un catalogo ragionato degli autori greci, è il poeta-filologo per eccellenza. Opere: gli Aitia (Le cause), poema elegiaco in quattro libri su origini di culti e usanze, il cui prologo contro i Telchini (i critici malevoli) è il manifesto della nuova poetica; gli Inni, i Giambi, l’Ecale (un epillio), gli epigrammi. Nel prologo degli Aitia Apollo gli consiglia di nutrire grassa la vittima, ma sottile la Musa, e di percorrere sentieri non battuti. In un epigramma dice: “odio il poema ciclico”. Il programma è la brevità, la raffinatezza, l’originalità. La Chioma di Berenice, tradotta da Catullo (carme 66), è dagli Aitia.

Teocrito e Apollonio Rodio

Teocrito di Siracusa (prima metà del III secolo) inventa la poesia bucolica: i suoi Idilli, in esametri e in dialetto dorico, mettono in scena pastori che cantano e gareggiano. Non tutti gli idilli sono pastorali: il II, l’Incantatrice, e il XV, le Siracusane, sono mimi urbani. Virgilio lo prenderà a modello per le Bucoliche.

Apollonio Rodio scrive le Argonautiche, poema epico in quattro libri sulla spedizione di Giasone per il vello d’oro. È un’epica nuova, con un eroe incerto e una grande attenzione psicologica all’amore di Medea (libro III). La leggenda di una sua contesa con Callimaco, maestro e poi rivale, è oggi messa in dubbio.

L’epigramma

L’epigramma, nato come iscrizione, diventa in età ellenistica un genere letterario: Asclepiade, Leonida di Taranto, Posidippo (un papiro pubblicato nel 2001 ha restituito circa cento suoi epigrammi), Meleagro. Le raccolte confluiscono nell’Antologia Palatina, compilata in età bizantina (X secolo) e conservata in un codice di Heidelberg.

Cosa ti chiedono all’orale (età ellenistica)

Qual è la poetica di Callimaco? È esposta nel prologo degli Aitia, contro i Telchini che lo criticano perché non scrive un lungo poema continuo. Callimaco risponde che Apollo gli ha insegnato a nutrire sottile la Musa e a cercare strade non battute. Rifiuta il poema ciclico e predilige componimenti brevi, eruditi, rifiniti. Questa poetica influenzerà profondamente i neoterici latini e Orazio.

Che cosa c’è di nuovo nelle Argonautiche? È un poema epico, ma scritto da un poeta ellenistico per lettori colti. L’eroe, Giasone, è spesso incerto e passivo; il narratore interviene con erudizione; il centro emotivo è l’innamoramento di Medea, analizzato con grande finezza nel libro III. È un’epica attraversata dalla sensibilità alessandrina, e sarà un modello per Virgilio nel libro IV dell’Eneide.

L’età imperiale

Sotto l’impero romano la letteratura greca continua, con una rinascita fra I e III secolo detta “Seconda Sofistica” (definizione di Filostrato). Plutarco di Cheronea (46 circa-dopo il 119) scrive le Vite parallele, coppie di biografie di Greci e Romani (Alessandro e Cesare, Demostene e Cicerone), e i Moralia. Il trattato Del sublime, attribuito un tempo a Longino, è di autore ignoto del I secolo d.C., e analizza le fonti dello stile elevato.

Luciano di Samosata (II secolo) scrive dialoghi satirici (Dialoghi dei morti, Dialoghi degli dèi) e la Storia vera, parodia dei racconti di viaggio con un viaggio sulla Luna. Il romanzo greco d’amore fiorisce in questi secoli: Caritone (Cherea e Calliroe), Senofonte Efesio, Achille Tazio, Longo Sofista (Dafni e Cloe), Eliodoro (Etiopiche). Lo schema: due giovani innamorati, separati da sventure, viaggi, pirati, e infine riuniti.

Cosa ti chiedono all’orale (età imperiale)

Che caratteri ha il romanzo greco? Racconta le vicende di due giovani innamorati, spesso appena sposati, separati da una serie di sventure: naufragi, rapimenti, pirati, tentativi di seduzione. Restano fedeli e alla fine si ricongiungono. Ha una struttura avventurosa e un forte gusto per il patetico e il meraviglioso. Il più antico conservato è quello di Caritone; il più raffinato forse Dafni e Cloe di Longo, ambientato fra pastori.

Dialetti letterari e metrica: quello che serve all’orale

Una particolarità della letteratura greca, che spiazza chi arriva dal latino, è che ogni genere ha il suo dialetto. Non dipende da dove è nato il poeta, ma dal genere che sceglie. L’epica usa la lingua mista di Omero, a base ionica con elementi eolici. L’elegia e il giambo usano lo ionico. La melica monodica usa il dialetto del poeta: eolico per Saffo e Alceo, ionico per Anacreonte. La lirica corale usa un dorico letterario, con il tipico alfa lungo al posto dell’eta ionico-attica (per esempio “mater” invece di “meter”). La tragedia è in attico, ma i cori conservano qualche coloritura dorica, proprio perché vengono dalla tradizione corale. La prosa usa lo ionico (Erodoto, Ippocrate) e poi l’attico (Tucidide, Platone, gli oratori), finché in età ellenistica si afferma la koinè, la lingua comune su base attica.

Quando all’orale ti chiedono “perché Pindaro, tebano, scrive in dorico?”, la risposta è questa: perché scrive lirica corale, e il dorico è la lingua del genere.

Per la metrica, oltre all’esametro e al distico elegiaco (identici, nella struttura, a quelli latini), devi conoscere il trimetro giambico, il verso del dialogo tragico e comico (tre metri giambici, con molte possibilità di sostituzione nella commedia), e le strofe saffica e alcaica. La lirica corale e i cori tragici usano invece metri complessi (dattilo-epitriti in Pindaro e Bacchilide, metri eolici, docmi nei momenti più patetici della tragedia), con la struttura responsiva di strofe e antistrofe. Il manuale di riferimento è Bruno Gentili e Liana Lomiento, Metrica e ritmica (Mondadori Università, 2003).

Ricorda che la metrica greca è quantitativa come quella latina, ma con una differenza importante: nella lirica e nel dramma il testo era cantato, e il ritmo musicale si è perso. Possiamo ricostruire lo schema delle quantità, non la melodia. Su questo puoi approfondire con gli appunti di Musica e metrica greca.

Cosa ti chiedono all’orale (dialetti e metrica)

Perché le parti corali della tragedia attica hanno colorito dorico? Perché i dialetti letterari greci sono legati ai generi, e la lirica corale, da cui i cori tragici derivano, si era fissata in un dorico convenzionale con Alcmane, Stesicoro e poi Simonide e Pindaro. I tragici ateniesi scrivono i dialoghi in attico, ma nei cori conservano tratti dorici, come l’alfa lungo al posto dell’eta, per segnalare il registro lirico.

Che cos’è il trimetro giambico? È il verso dei dialoghi del teatro greco, formato da tre metri giambici (ciascuno di due giambi). Aristotele osserva che è il verso più vicino al parlato. Nella tragedia le sostituzioni sono limitate, nella commedia molto più libere, il che rende il verso comico più vivace e vicino alla conversazione.

Esami collegati

La letteratura greca si studia insieme alla lingua: se sei all’inizio, guarda gli appunti di Lingua e letteratura greca I e di Storia della lingua greca. Per il contesto storico di Erodoto e Tucidide ti servono gli appunti di Storia greca. E molti autori di questa pagina (Saffo, Callimaco, Teocrito, Menandro) sono i modelli diretti di quelli che trovi negli appunti di Letteratura latina.

Fonti e approfondimenti

Manuali

  • Luigi Enrico Rossi, Roberto Nicolai, Storia e testi della letteratura greca, Le Monnier.
  • Albin Lesky, Storia della letteratura greca, Il Saggiatore (ed. orig. Geschichte der griechischen Literatur, 1957-1958).
  • Dario Del Corno, Letteratura greca, Principato.

Edizioni e strumenti

  • Martin L. West, Iambi et elegi Graeci, Oxford.
  • Eva-Maria Voigt, Sappho et Alcaeus, Amsterdam, 1971.
  • Denys Page, Poetae melici Graeci, Oxford, 1962.
  • Bruno Gentili, Liana Lomiento, Metrica e ritmica. Storia delle forme poetiche nella Grecia antica, Mondadori Università, 2003.

Critica

  • Milman Parry, The Making of Homeric Verse, a cura di Adam Parry, Oxford, 1971.
  • Albert B. Lord, The Singer of Tales, Harvard University Press, 1960.
  • Bruno Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica, Laterza, 1984.
  • Erich Auerbach, Mimesis, Einaudi, 1956 (cap. I, “La cicatrice di Ulisse”).
  • Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza (1940), in varie edizioni italiane.
  • Denys Page, Sappho and Alcaeus, Oxford, 1955.
  • Edgar Lobel, Denys Page, Poetarum Lesbiorum Fragmenta, Oxford, 1955.
  • Bruno Snell, Die Entdeckung des Geistes, 1946.
  • Eduard Fraenkel, Aeschylus: Agamemnon, Oxford, Clarendon Press, 1950, 3 voll.
  • Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi, 1976 (ed. orig. Mythe et tragédie en Grèce ancienne, 1972).
  • E. R. Dodds, I Greci e l’irrazionale (ed. orig. The Greeks and the Irrational, 1951).
  • Bernard Knox, Oedipus at Thebes, Yale University Press, 1957.
  • Bernard Knox, The Heroic Temper, University of California Press, 1964.
  • E. R. Dodds, “On Misunderstanding the Oedipus Rex”, Greece & Rome, 13, 1966, pp. 37-49.
  • Diego Lanza, Il tiranno e il suo pubblico, Einaudi, 1977.
  • E. R. Dodds, “Euripides the Irrationalist”, Classical Review, 43, 1929, pp. 97-104.
  • Bernard Knox, “The Medea of Euripides”, Yale Classical Studies, 25, 1977.
  • Francis M. Cornford, Thucydides Mythistoricus, 1907.
  • Jacqueline de Romilly, Thucydide et l’impérialisme athénien, Les Belles Lettres, 1947.
  • A. W. Gomme, A. Andrewes, K. J. Dover, A Historical Commentary on Thucydides, Oxford, 1945-1981, 5 voll.
  • Simon Hornblower, A Commentary on Thucydides, Oxford, 1991-2008, 3 voll.
  • Luciano Canfora, Tucidide continuato, Antenore, 1970.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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