Filologia e linguistica romanza: appunti di studio per l’esame

Appunti di Filologia romanza: dal latino alle lingue romanze, classificazione, primi testi, trovatori, epica e romanzo, metodo di Lachmann e Bédier.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Se metti uno accanto all’altro “notte”, “nuit”, “noche”, “noite”, “noapte”, la parentela salta agli occhi. Vengono tutti da NOCTEM. Filologia romanza parte da qui: studia le lingue nate dal latino e le letterature medievali scritte in quelle lingue. È un esame che spaventa, perché ti chiede di leggere testi in provenzale o in antico francese, ma è anche quello che ti dà la visione d’insieme che manca a quasi tutti gli altri corsi.

Lo trovi in Lettere e nei corsi di Lingue, spesso al secondo anno. Il programma di solito ha due anime: una linguistica (come si passa dal latino alle lingue romanze, come si classificano) e una filologico-letteraria (i primi testi, la lirica dei trovatori, l’epica, il romanzo cortese, i metodi per pubblicare un testo medievale). Molti docenti aggiungono un corso monografico su un autore o un genere, con testi da tradurre e commentare all’esame.

Qui trovi gli appunti di entrambe le parti. Se vuoi ripassare prima come il latino è diventato fiorentino, apri gli appunti di Storia della lingua italiana: molti fenomeni li ritroverai qui in prospettiva comparata.

Esame Filologia e linguistica romanza
Corsi di laurea Lettere (L-10); Lingue e letterature straniere (L-11); Filologia moderna (LM-14)
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD FLMR-01/B (ex L-FIL-LET/09)
Prova orale, spesso con lettura e analisi di testi antichi (provenzale, antico francese)

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Che cos’è la filologia romanza

Due discipline in una

Il nome stesso dice che l’esame mette insieme due cose. La linguistica romanza studia le lingue neolatine: la loro origine, la loro evoluzione, le loro somiglianze e differenze. La filologia romanza in senso stretto studia i testi medievali scritti in quelle lingue: come ci sono arrivati, come si pubblicano, come si interpretano.

La disciplina nasce nell’Ottocento in Germania. Il fondatore riconosciuto è Friedrich Diez, con la Grammatik der romanischen Sprachen (1836-1843), la prima grammatica comparata delle lingue romanze, costruita sul modello della linguistica storica indoeuropea. Alla fine del secolo Wilhelm Meyer-Lübke scrive una nuova grammatica comparata e poi il Romanisches etymologisches Wörterbuch (1911), il dizionario etimologico di tutte le lingue romanze, ancora oggi consultato. In Italia la disciplina si consolida con studiosi come Pio Rajna, e nel Novecento con Gianfranco Contini, Aurelio Roncaglia, Alberto Varvaro, Cesare Segre.

La Romània

Con “Romània” si indica l’insieme dei territori dove si parlano lingue romanze. Si distingue fra Romània continua, cioè l’area europea dove il latino si è conservato senza interruzione, e Romània perduta, cioè le zone dell’Impero dove il latino era parlato ma è scomparso: l’Africa settentrionale, la Britannia, gran parte dei Balcani, le regioni lungo il Reno e il Danubio. Poi c’è la “Romània nuova”: le Americhe e le altre terre dove le lingue romanze sono arrivate con l’espansione coloniale dal Cinquecento in poi. Oggi la maggior parte dei parlanti di lingue romanze vive fuori dall’Europa: lo spagnolo e il portoghese sono lingue soprattutto americane.

Cosa ti chiedono all’orale (introduzione)

Chi è considerato il fondatore della linguistica romanza? Friedrich Diez, con la Grammatik der romanischen Sprachen, pubblicata fra il 1836 e il 1843. È la prima grammatica comparata delle lingue romanze, che applica il metodo storico-comparativo della linguistica indoeuropea. Dopo di lui, Wilhelm Meyer-Lübke ha dato una nuova sintesi e il dizionario etimologico romanzo, il REW, uscito nel 1911.

Che differenza c’è fra Romània continua e Romània perduta? La Romània continua è l’area europea in cui il latino si è trasformato senza interruzione nelle lingue romanze attuali. La Romània perduta comprende territori dell’Impero in cui si parlava latino ma dove il latino è stato sostituito da altre lingue, come l’Africa settentrionale dopo la conquista araba o la Britannia dopo le invasioni anglosassoni.

Le lingue romanze e la loro classificazione

L’elenco

Il numero delle lingue romanze dipende dai criteri, e i manuali non sono tutti d’accordo. Un elenco ragionevole, da ovest verso est: portoghese, galego (o gallego), spagnolo (castigliano), catalano, occitano (o provenzale), francese, francoprovenzale, retoromanzo (romancio dei Grigioni, ladino dolomitico, friulano, se li si considera un gruppo), italiano, sardo, dalmatico, rumeno. A queste molti aggiungono varietà come il còrso o l’aragonese.

Il dalmatico è una lingua estinta, parlata lungo la costa dell’attuale Croazia. La sua varietà più documentata, il vegliotto dell’isola di Veglia (Krk), è morta con il suo ultimo parlante, Tuone Udaina, nel 1898. Nel 1897, pochi mesi prima che morisse nell’esplosione di una mina durante lavori stradali, il giovane linguista Matteo Bartoli lo intervistò a lungo per la sua tesi di laurea a Vienna, e da quel materiale nacque Das Dalmatische (1906), la fonte principale su questa lingua. Il caso insegna anche prudenza: Udaina parlava abitualmente veneto e non usava il vegliotto da circa vent’anni, quindi quello che ricordava era già una lingua di memoria. È un caso che all’orale fa effetto e che vale la pena conoscere.

Come si classificano

La classificazione più usata distingue una Romània occidentale e una Romània orientale. Il confine, proposto da Walther von Wartburg, passa per l’Italia, lungo una linea che va grosso modo da La Spezia a Rimini. A nord e a ovest di questa linea (Italia settentrionale, Francia, penisola iberica) si hanno due tratti caratteristici:

  • la sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche: latino ROTAM > spagnolo “rueda”, francese antico “ruede”; in Italia settentrionale “roda”, mentre a sud della linea si ha “ruota”;
  • il plurale in -s, dall’accusativo plurale latino: spagnolo “casas”, francese “maisons” (con -s scritta), di fronte all’italiano “case” e al rumeno “case”, che continuano il nominativo plurale.

A sud e a est (Italia centro-meridionale e rumeno) le sorde intervocaliche si conservano e il plurale è vocalico. La linea è utile, ma è uno schema: i confini fra i fenomeni non coincidono perfettamente, e alcune lingue hanno caratteristiche miste.

I sistemi vocalici

Un altro criterio di classificazione è il vocalismo tonico. Hai già visto, per l’italiano, che le dieci vocali del latino classico (cinque lunghe e cinque brevi) si riducono nel latino parlato a sette, perché le opposizioni di quantità diventano opposizioni di timbro. È il sistema detto “romanzo comune” o “italo-occidentale”, alla base di italiano, francese, spagnolo, portoghese, catalano, occitano.

Ma non tutte le lingue hanno seguito questa strada. Il sardo ha un sistema a cinque vocali, detto “arcaico”, in cui le vocali lunghe e brevi si fondono semplicemente: Ĭ e Ī danno entrambe i, Ŭ e Ū entrambe u. Così il latino PĬLUM dà in sardo “pilu”, mentre in italiano dà “pelo”. Il rumeno ha un sistema misto, detto “di compromesso”: si comporta come il romanzo comune nella serie anteriore e come il sardo in quella posteriore. In alcune zone dell’Italia meridionale (Lucania e Calabria settentrionale) si trovano sistemi simili al sardo e al rumeno, e il siciliano ha un sistema a cinque vocali di tipo diverso, che hai incontrato a proposito della rima siciliana.

Sostrato, superstrato, adstrato

Perché il latino si è frammentato in lingue così diverse? Oltre alla normale evoluzione, gli studiosi chiamano in causa il contatto con altre lingue.

Il sostrato è la lingua parlata in un territorio prima dell’arrivo del latino, che può aver lasciato tracce: parole, suoni, abitudini articolatorie. Il celtico in Gallia e nell’Italia settentrionale, l’etrusco in Toscana, le lingue italiche nel centro-sud. È una spiegazione affascinante ma da usare con prudenza: per molti fenomeni attribuiti al sostrato, come la “gorgia” toscana o la pronuncia ü del francese, la causa è discussa.

Il superstrato è la lingua di un popolo che si sovrappone politicamente ma finisce per abbandonare la propria lingua. È il caso dei Germani: Franchi in Gallia, Longobardi in Italia, Visigoti in Spagna. Il lascito più evidente è lessicale. In italiano vengono dal germanico parole come “guerra” (da *werra, che sostituì il latino BELLUM), “bianco”, “guardare”, “elmo”; dal longobardo in particolare “panca”, “schiena”, “stamberga”. Lo stesso nome della Francia viene dai Franchi.

L’adstrato è una lingua con cui si convive a lungo, senza che una sostituisca l’altra. L’esempio tipico è l’arabo nella penisola iberica, dopo il 711: lo spagnolo e il portoghese hanno centinaia di arabismi, molti riconoscibili dall’articolo arabo al- fuso con il nome: “alcalde”, “azúcar”, “aceite”, “algodón”. Anche l’italiano ha arabismi, in parte arrivati attraverso la Sicilia e i commerci: “zucchero”, “arancia”, “dogana”, “magazzino”, “zero”.

Cosa ti chiedono all’orale (classificazione)

Che cosa rappresenta la linea La Spezia-Rimini? È il confine proposto da Walther von Wartburg fra Romània occidentale e orientale. A nord e a ovest si hanno la sonorizzazione delle sorde intervocaliche e, nelle lingue fuori d’Italia, il plurale sigmatico, derivato dall’accusativo latino. A sud e a est le sorde si conservano e il plurale è vocalico, come in italiano e rumeno. È un’isoglossa fondamentale, ma va presa come semplificazione, perché i confini dei singoli fenomeni non coincidono del tutto.

Perché il vocalismo sardo è detto arcaico? Perché il sardo ha ridotto le dieci vocali latine a cinque semplicemente eliminando la quantità, senza trasformarla in differenze di timbro: Ĭ e Ī danno i, Ŭ e Ū danno u. Il risultato è che il sardo conserva una vocale più vicina a quella latina in parole come “pilu” da PĬLUM, dove l’italiano ha “pelo”.

Che differenza c’è fra sostrato e superstrato? Il sostrato è la lingua parlata prima della romanizzazione, che può lasciare tracce nel latino locale, come il celtico in Gallia. Il superstrato è la lingua di un popolo che arriva dopo, domina politicamente ma finisce per adottare la lingua locale, lasciando soprattutto parole: è il caso dei Germani, a cui si devono parole come “guerra” e “bianco”.

I primi testi romanzi

Dalla diglossia alla scrittura del volgare

Per secoli dopo la caduta dell’Impero la situazione è di diglossia: si parla volgare, si scrive latino. Il latino scritto però si allontana sempre di più dal parlato, e intorno all’età carolingia la distanza diventa evidente. La riforma promossa da Carlo Magno e da Alcuino di York ristabilisce un latino più corretto, con una pronuncia basata sulla grafia. Il paradosso è che proprio questa riforma rende il latino incomprensibile ai fedeli, e costringe a riconoscere il volgare come lingua diversa. Il Concilio di Tours dell’813 chiede ai sacerdoti di predicare “in rusticam romanam linguam aut thiotiscam”, cioè in volgare romanzo o germanico.

I Giuramenti di Strasburgo

Il primo testo romanzo pervenuto è francese. Nell’842 due figli di Ludovico il Pio, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, si alleano contro il fratello Lotario. Davanti agli eserciti, ognuno giura nella lingua dell’altro, perché i soldati capiscano: Ludovico in romanzo, Carlo in tedesco. Lo storico Nitardo, nipote di Carlo Magno, riporta i testi nella sua opera latina. L’inizio del giuramento romanzo:

Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di in avant…

“Per l’amore di Dio e per la salvezza comune del popolo cristiano e nostra, da questo giorno in avanti”. La lingua è un francese antichissimo, ancora molto latineggiante nella grafia; la sua esatta collocazione dialettale è discussa.

Gli altri testi delle origini

In Francia, intorno all’880, viene scritta la Sequenza di Sant’Eulalia, il primo testo poetico in francese, ventinove versi sul martirio della santa. Più antiche ancora sono le Glosse di Reichenau (fine VIII secolo), un glossario che spiega parole bibliche latine ormai poco comprese con termini più vicini al volgare: “pulcra” spiegata con “bella”, “caseum” con “formaticum” (da cui “fromage” e “formaggio”).

Nella penisola iberica i primi testi sono le Glosse emilianensi e silensi, annotazioni in volgare a margine di codici latini dei monasteri di San Millán de la Cogolla e di Santo Domingo de Silos, datate in genere fra il X e l’XI secolo. Di particolare interesse sono poi le kharjas (in spagnolo “jarchas”): brevi strofe finali in romanzo mozarabico, scritte in caratteri arabi o ebraici, che chiudono poesie arabe o ebraiche andaluse. Sono fra le più antiche testimonianze di lirica romanza, e spesso hanno la voce di una ragazza che parla del suo amato, come le cantigas de amigo.

Per l’italiano rimando ai documenti che trovi negli appunti di Storia della lingua italiana: l’Indovinello veronese, il Placito capuano del 960, l’iscrizione di San Clemente.

Cosa ti chiedono all’orale (i primi testi)

Perché i Giuramenti di Strasburgo sono così importanti? Perché sono il primo testo pervenuto in una lingua romanza, datato con precisione all’842. Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico giurano alleanza davanti ai loro eserciti, ognuno nella lingua dei soldati dell’altro, e lo storico Nitardo riporta i due testi, romanzo e tedesco, nella sua opera latina. Il documento mostra che il volgare era ormai riconosciuto come lingua distinta dal latino, e adatto a un uso pubblico e solenne.

Che cosa sono le kharjas? Sono brevi strofe in romanzo mozarabico che chiudono componimenti in arabo o in ebraico dell’Andalusia, scritte in alfabeto arabo o ebraico. Spesso è una voce femminile che canta l’amore per l’amato. Sono una delle testimonianze più antiche della lirica romanza, e pongono problemi di lettura notevoli, perché la scrittura araba ed ebraica non segna quasi le vocali.

La lirica dei trovatori

Nascita della lirica occitana

La prima grande lirica in volgare d’Europa nasce nel sud della Francia, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, in lingua d’oc. Il primo trovatore di cui ci restano testi è Guglielmo IX, duca d’Aquitania e conte di Poitiers (1071-1126). Delle sue undici canzoni alcune sono licenziose e scherzose, altre già cortesi. L’origine della lirica trobadorica è uno dei grandi problemi aperti: si è pensato alla lirica latina medievale, alla poesia araba andalusa, alla liturgia, a tradizioni popolari. Nessuna ipotesi da sola convince tutti.

I trovatori (in occitano “trobador”, da “trobar”, trovare, cioè comporre) erano di condizione molto varia: nobili, chierici, figli di artigiani. Le canzoni erano composte per essere cantate, ma la musica ci è arrivata solo per una piccola parte dei testi. I testi sono conservati nei canzonieri, grandi raccolte manoscritte compilate soprattutto fra Duecento e Trecento, molte delle quali in Italia e in Catalogna. Spesso sono accompagnati dalle vidas e dalle razos, brevi prose biografiche e di commento, che vanno lette con cautela perché ricavate in gran parte dalle poesie stesse.

L’amor cortese e i generi

Al centro della lirica trobadorica c’è la fin’amor, l’amore perfetto, che i moderni chiamano “amor cortese” (l’espressione è di Gaston Paris, 1883). Il poeta si pone come vassallo della dama, che è di solito sposata e di rango superiore; l’amore è un servizio, un percorso di perfezionamento morale, fatto di desiderio e di attesa. Alcune parole chiave le incontrerai di continuo: “joi” (una gioia d’amore esaltata), “jovens” (generosità, spirito giovanile), “mezura” (misura), “cortezia”. Il marito geloso e i “lauzengiers” (i maldicenti) sono figure ricorrenti.

I generi principali:

  • la canso, la canzone d’amore, il genere più nobile;
  • il sirventes, componimento di argomento morale, politico, satirico, spesso costruito sulla melodia di una canso già nota;
  • la tenso e il partimen, dibattiti in versi fra due poeti;
  • l’alba, il lamento degli amanti che si separano al sorgere del giorno;
  • la pastorella, incontro fra un cavaliere e una pastora;
  • il planh, compianto per la morte di una persona.

Gli stili: trobar leu, clus, ric

I trovatori stessi discutevano di stile. Il trobar leu è lo stile chiaro e piano, comprensibile a molti; il trobar clus è chiuso, oscuro, riservato a pochi intenditori; il trobar ric è ricco, prezioso nelle rime e nei suoni. Una tenzone famosa fra Giraut de Bornelh e Raimbaut d’Aurenga discute proprio i pregi dello stile chiaro e di quello oscuro.

Autori da conoscere

Jaufre Rudel è il poeta dell'”amor de lonh”, l’amore lontano, per una dama mai vista. La sua vida racconta che si innamorò della contessa di Tripoli senza averla vista, partì crociato e morì fra le sue braccia: una leggenda costruita sulle poesie, che ha avuto grande fortuna fino all’Ottocento. Bernart de Ventadorn è considerato il maggiore poeta della canso amorosa, con una lingua limpida e intensa. Bertran de Born è il poeta dei sirventesi guerreschi, e Dante lo colloca all’Inferno fra i seminatori di discordia, con la testa staccata dal corpo (Inferno XXVIII). Arnaut Daniel è il maestro del trobar ric: inventore della sestina, ammirato da Dante, che nel Purgatorio (canto XXVI) gli fa dire da Guido Guinizzelli “fu miglior fabbro del parlar materno” e lo fa parlare in provenzale. Petrarca lo ricorda nei Trionfi. La sestina, se vuoi un esempio concreto da portare all’orale, è una canzone di sei stanze di sei versi, senza rime interne alla stanza, in cui le stesse sei parole finali tornano in ogni strofa secondo un ordine fisso a spirale (la retrogradatio cruciata), più un congedo di tre versi che le contiene tutte. La prima sestina di Arnaut, Lo ferm voler qu’el cor m’intra, usa parole come “intra”, “ongla”, “arma”, “verga”, “oncle”, “cambra”.

La diffusione in Europa

Dalla Provenza il modello si diffonde ovunque. In Francia del Nord nascono i trovieri (“trouvères”), che scrivono in lingua d’oïl. In Germania i Minnesänger. In Italia, molti trovatori soggiornano nelle corti del Nord (i Malaspina, gli Estensi, i Monferrato) e alcuni italiani scrivono direttamente in provenzale, come il mantovano Sordello, che Dante incontra nel Purgatorio. Poi, alla corte di Federico II, nasce la Scuola siciliana, che traduce il modello trobadorico in volgare italiano.

Nella penisola iberica fiorisce la lirica galego-portoghese, con le cantigas de amor (sul modello della canso), le cantigas de amigo (in cui parla una ragazza, spesso alla madre o alle onde del mare, con un gusto della ripetizione e del parallelismo che ricorda la lirica popolare) e le cantigas de escarnho e maldizer, satiriche. Il re di Castiglia Alfonso X il Saggio fece comporre in galego-portoghese le Cantigas de Santa Maria, più di quattrocento canzoni mariane con musica.

Cosa ti chiedono all’orale (trovatori)

Che cosa si intende per fin’amor? È la concezione dell’amore dei trovatori, chiamata dai moderni amor cortese. Il poeta si dichiara vassallo di una dama, di solito sposata e socialmente superiore, e la serve con fedeltà e pazienza. L’amore è un desiderio che raffina chi lo prova, e si accompagna a valori come la misura, la cortesia, la generosità e una gioia esaltata, il joi.

Che differenza c’è fra trobar leu e trobar clus? Il trobar leu è lo stile chiaro e accessibile, il trobar clus è lo stile chiuso, difficile, rivolto a un pubblico ristretto di intenditori. Il dibattito fra i due modi di fare poesia è testimoniato da una tenzone fra Giraut de Bornelh e Raimbaut d’Aurenga. Al trobar ric, ricco nelle rime e nei suoni, è legato soprattutto Arnaut Daniel.

Perché Arnaut Daniel è importante per la letteratura italiana? Perché Dante lo ammirava profondamente: nel De vulgari eloquentia lo cita come modello della poesia d’amore e nel Purgatorio, canto XXVI, lo fa definire da Guinizzelli “miglior fabbro del parlar materno” e gli fa pronunciare alcuni versi in provenzale. Arnaut inventò la sestina, forma che Dante e Petrarca ripresero.

L’epica: chansons de geste e cantares

La Chanson de Roland

Nel Nord della Francia, nello stesso periodo in cui nasce la lirica occitana, fiorisce l’epica in lingua d’oïl: le chansons de geste, canzoni di gesta, poemi narrativi su imprese guerriere, ambientati di solito all’epoca di Carlo Magno. La più famosa è la Chanson de Roland, il cui manoscritto più antico e autorevole, conservato a Oxford (Bodleian Library, Digby 23), è scritto in anglo-normanno e risale al XII secolo.

Il poema racconta la battaglia di Roncisvalle. Rolando, nipote di Carlo, comanda la retroguardia dell’esercito franco che torna dalla Spagna; tradito dal patrigno Gano, viene assalito da un enorme esercito saraceno. Per orgoglio si rifiuta di suonare il corno, l’olifante, per chiamare Carlo, nonostante l’amico Oliviero lo preghi di farlo. Quando finalmente lo suona è troppo tardi: muore insieme ai suoi, e Carlo torna per vendicarlo. Il contrasto fra i due amici è condensato in un verso famoso: “Rollant est proz e Oliver est sage”, Rolando è prode e Oliviero è saggio.

Il fatto storico dietro la leggenda è molto più piccolo: nel 778 la retroguardia di Carlo Magno fu attaccata sui Pirenei, ma dai Baschi, non dai Saraceni. Tra l’evento e il poema c’è uno scarto di circa tre secoli. Di qui un grande problema critico.

Tradizionalisti e individualisti

Come si è formata l’epica? Le posizioni principali, che è bene conoscere:

  • secondo la teoria delle cantilene, ottocentesca e romantica, all’origine ci sarebbero canti brevi e popolari nati subito dopo gli eventi, poi uniti in poemi;
  • per Joseph Bédier, all’inizio del Novecento, le chansons sarebbero opera di singoli autori colti del XII secolo, nate lungo le vie di pellegrinaggio, in collaborazione con i monasteri che volevano dare lustro alle loro reliquie: è la tesi individualista;
  • Ramón Menéndez Pidal ha difeso invece una posizione neotradizionalista: i poemi vivono a lungo nella tradizione orale dei giullari, si trasformano a ogni esecuzione, e il testo scritto che leggiamo è solo uno stadio di questa tradizione.

A queste si collegano le ricerche sulla poesia orale-formulare di Milman Parry e Albert Lord, nate dallo studio di Omero e dei cantori jugoslavi e poi applicate anche all’epica medievale.

La forma

La chanson de geste è organizzata in lasse, strofe di lunghezza variabile, legate dall’assonanza (nel Roland, l’assonanza: la stessa vocale tonica finale in tutti i versi della lassa). Il verso del Roland è il decasillabo con cesura. Tra i procedimenti più caratteristici ci sono le lasse similari, che ripetono lo stesso momento narrativo con piccole variazioni, quasi una ripresa al rallentatore, e le formule fisse ripetute, che fanno pensare alla recitazione orale.

Il Cantar de mio Cid

Il grande poema epico castigliano è il Cantar de mio Cid, conservato in un unico manoscritto copiato nel Trecento, con un explicit in cui un certo Per Abbat dichiara di averlo scritto nel 1207 (la data è discussa: forse è quella dell’antigrafo). Il protagonista, Rodrigo Díaz de Vivar, è un personaggio storico morto nel 1099, e il poema ha un realismo e una misura che lo distinguono dal Roland: niente miracoli spettacolari, molta attenzione alle questioni di onore, di denaro, di famiglia. Il Cid esiliato dal re riconquista la sua posizione con le armi e con la lealtà, e il poema si chiude sulla vendetta contro gli infanti di Carrión, che avevano maltrattato le sue figlie.

In Italia

L’Italia non ha un’epica propria delle origini, ma la materia carolingia vi arriva presto e vi ha un successo enorme. Nel Duecento e nel Trecento si sviluppa una letteratura franco-veneta, in una lingua mista di francese e veneto, in cui si rielaborano le chansons. In Toscana i cantari in ottava rima portano le storie di Orlando nelle piazze. È la tradizione che arriverà a Pulci, a Boiardo e ad Ariosto.

Cosa ti chiedono all’orale (epica)

Qual è il rapporto fra la Chanson de Roland e la storia? Il poema prende spunto da un episodio reale del 778, quando la retroguardia di Carlo Magno fu attaccata sui Pirenei, a Roncisvalle, mentre l’esercito tornava dalla Spagna. Ma la storia è trasformata: gli aggressori, che erano Baschi, diventano un immenso esercito saraceno, e la vicenda diventa uno scontro fra cristianità e islam, con il tema del tradimento di Gano e dell’orgoglio di Rolando. Il testo che leggiamo è del XII secolo, circa tre secoli dopo.

Che cos’è una lassa? È la strofa delle chansons de geste: un gruppo di versi di numero variabile legati dalla stessa assonanza. Le lasse similari ripetono la stessa scena con variazioni, rallentando il racconto nei momenti più intensi, come la morte di Rolando.

Che posizione sostiene Menéndez Pidal sull’origine dell’epica? Una posizione neotradizionalista: i poemi epici vivono a lungo nella tradizione orale dei giullari, che li modificano a ogni esecuzione, e il testo scritto conservato è solo una delle loro forme. Si oppone così alla tesi individualista di Bédier, per cui le chansons sarebbero opere di singoli poeti colti del XII secolo.

Il romanzo cortese

Le tre materie

Un poeta francese del XII secolo, Jean Bodel, distingue tre “materie” della narrativa del suo tempo: la materia di Francia (le storie carolinge delle chansons de geste), la materia di Roma (le storie antiche: Tebe, Troia, Enea, Alessandro) e la materia di Bretagna (le storie di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda). Il romanzo nasce proprio dalla materia antica: il Roman de Thèbes, il Roman d’Eneas, il Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, scritti alla metà del XII secolo in ottosillabi a rima baciata. Sono adattamenti in volgare di testi latini, per un pubblico di corte che non leggeva il latino: di qui il nome “roman”, che inizialmente indica proprio un testo in lingua romanza.

Chrétien de Troyes

Il grande autore del romanzo cortese è Chrétien de Troyes, attivo nella seconda metà del XII secolo alla corte di Champagne (Maria di Champagne, figlia di Eleonora d’Aquitania) e poi presso Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra. I suoi romanzi arturiani sono cinque: Erec et Enide, Cligès, Lancelot ou le Chevalier de la charrette, Yvain ou le Chevalier au lion, e Perceval ou le Conte du Graal, rimasto incompiuto.

Il tema centrale è il conflitto fra amore e cavalleria, fra la vita privata e il dovere del cavaliere. Erec, dopo il matrimonio, trascura le armi per la moglie, e deve riconquistare il proprio onore con una serie di avventure; Yvain fa il contrario, dimentica la moglie per i tornei, e deve espiare. Il Lancelot è il romanzo dell’amore adultero per la regina Ginevra, e del cavaliere che accetta di salire sulla carretta dei condannati, umiliandosi per amore. Il Perceval introduce il Graal, un oggetto misterioso che Chrétien non spiega, e che le continuazioni successive trasformeranno nel calice dell’Ultima Cena.

Una struttura che ricorre nei romanzi di Chrétien è quella dell’avventura: il cavaliere parte, affronta prove, torna cambiato. È uno schema che Erich Auerbach, in Mimesis, ha analizzato a partire proprio dall’Yvain.

Tristano e Isotta

La storia di Tristano e Isotta, l’amore fatale nato da un filtro, ci è arrivata in versioni frammentarie del XII secolo: quella di Béroul, più vicina all’epica e alla violenza, e quella di Thomas d’Angleterre, più raffinata e psicologica. Qui l’amore non è perfezionamento cortese ma forza distruttiva, contro le leggi sociali e religiose. Il tema avrà una fortuna immensa, fino a Wagner.

Dalla poesia alla prosa

Nel Duecento il romanzo arturiano passa alla prosa, con grandi cicli come il Lancelot-Graal (detto anche Vulgata), in cui le storie si intrecciano in modo sempre più complesso, con la tecnica dell’entrelacement: il racconto lascia un personaggio, ne segue un altro, poi riprende il primo. È la tecnica che, secoli dopo, ritroverai nell’Orlando furioso. Ed è un romanzo arturiano in prosa, la storia di Lancillotto e Ginevra, quello che leggono Paolo e Francesca nel canto V dell’Inferno: “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse”.

Cosa ti chiedono all’orale (romanzo)

Quali sono le tre materie della narrativa medievale? Secondo la distinzione di Jean Bodel, la materia di Francia, cioè le storie carolinge delle chansons de geste; la materia di Roma, cioè le storie dell’antichità classica, da Tebe a Troia ad Alessandro; e la materia di Bretagna, cioè il ciclo di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, al centro del romanzo cortese.

Qual è il tema principale dei romanzi di Chrétien de Troyes? Il rapporto, spesso conflittuale, fra amore e cavalleria. In Erec et Enide il protagonista trascura le armi per la moglie e deve riscattarsi; in Yvain accade il contrario. Nel Lancelot l’amore per Ginevra porta il cavaliere ad accettare l’umiliazione della carretta. Il percorso del cavaliere è sempre una serie di avventure che lo cambiano, fino a un nuovo equilibrio.

Che cos’è l’entrelacement? È la tecnica narrativa dei grandi romanzi arturiani in prosa del Duecento: il racconto segue più personaggi alternandoli, interrompendo una vicenda per seguirne un’altra e riprendendola più avanti. La ritroviamo nei poemi cavallereschi italiani, soprattutto nell’Orlando furioso.

La critica del testo: da Lachmann a Bédier

Perché serve un metodo

I testi medievali ci sono arrivati in copie manoscritte, nessuna delle quali, in genere, è l’originale dell’autore. Ogni copista sbaglia, corregge, a volte riscrive. Il filologo vuole ricostruire un testo il più possibile vicino all’originale, e per farlo ha bisogno di un metodo. Ne parli più in dettaglio negli appunti di Filologia italiana; qui ti do i concetti di base nella loro storia romanza, dove il dibattito è stato particolarmente vivace.

Il metodo di Lachmann

Il metodo detto “di Lachmann”, dal nome del filologo tedesco Karl Lachmann, che lo applicò al Nuovo Testamento e a Lucrezio, procede per tappe. Prima si raccolgono tutti i testimoni (recensio). Poi si confrontano e si individuano gli errori significativi: errori che un copista non avrebbe potuto produrre indipendentemente da un altro, né correggere facilmente. Se due manoscritti condividono un errore di questo tipo, discendono da un antenato comune. Così si costruisce lo stemma codicum, l’albero genealogico dei manoscritti. Infine si sceglie la lezione da mettere a testo, spesso con il criterio della maggioranza fra i rami dello stemma, e si correggono gli errori comuni a tutta la tradizione (emendatio).

Due concetti da conoscere bene: gli errori congiuntivi, che uniscono due testimoni in una famiglia, e gli errori separativi, che dimostrano che un testimone non può derivare da un altro.

La critica di Bédier

Joseph Bédier, curando il Lai de l’ombre di Jean Renart, notò un fatto curioso: quasi tutti gli stemmi ricostruiti dai filologi del suo tempo avevano solo due rami. Gli sembrò sospetto. Nell’articolo pubblicato in Romania nel 1928 sostenne che il metodo lachmanniano tende per sua natura a produrre stemmi bipartiti, nei quali la scelta fra le lezioni torna di fatto all’arbitrio dell’editore. Il risultato, secondo lui, era un testo composito, che non era mai esistito in nessun manoscritto.

La sua proposta: scegliere il manoscritto migliore (il bon manuscrit) e pubblicarlo correggendo solo gli errori evidenti. Si ottiene così un testo realmente esistito, letto da un pubblico medievale.

Dopo Bédier

Il dibattito ha diviso a lungo la filologia: in Francia ha prevalso a lungo il metodo bédieriano, in Italia la tradizione lachmanniana rinnovata, con studiosi come Giorgio Pasquali (Storia della tradizione e critica del testo, 1934), Michele Barbi e poi Gianfranco Contini. Pasquali ha mostrato che molte tradizioni sono “aperte” o contaminate, cioè i copisti hanno usato più modelli, e che quindi lo stemma non sempre si può costruire. Oggi si tende a scegliere il metodo in base al tipo di testo e di tradizione. Per la lirica dei trovatori, con canzonieri molto diversi fra loro, il problema è particolarmente complesso. Negli ultimi decenni la filologia digitale ha aggiunto nuovi strumenti, come le edizioni che permettono di vedere a confronto tutti i testimoni.

Cosa ti chiedono all’orale (critica del testo)

Che cos’è un errore congiuntivo? È un errore condiviso da due o più testimoni, di natura tale che difficilmente due copisti lo avrebbero commesso in modo indipendente. Per questo prova che quei testimoni derivano da un antenato comune che conteneva già l’errore. È la base per raggruppare i manoscritti in famiglie e costruire lo stemma.

Qual è la critica di Bédier al metodo di Lachmann? Bédier osservò che gli stemmi costruiti con il metodo lachmanniano erano quasi sempre a due rami, e sostenne che questo dipendeva dal metodo stesso. Con due rami la scelta fra lezioni diverse non può basarsi sulla maggioranza, e torna al giudizio dell’editore. Il testo ricostruito rischia così di essere un ibrido mai esistito. Propose quindi di pubblicare il manoscritto migliore, correggendone solo gli errori evidenti.

Trafile da saper spiegare

All’orale ti chiederanno quasi sicuramente di spiegare l’evoluzione di una parola nelle diverse lingue. Ecco alcuni casi classici, che ti permettono di ripassare insieme molti fenomeni.

I nessi con L

Il latino CLAVEM dà “chiave” in italiano, “clé” in francese, “llave” in spagnolo, “chave” in portoghese, “cheie” in rumeno. Allo stesso modo PLENUM dà “pieno”, “plein”, “lleno”, “cheio”. Il francese conserva il nesso; l’italiano palatalizza la L in i; lo spagnolo ha la laterale palatale scritta “ll”; il portoghese ha una affricata poi diventata fricativa, scritta “ch”. Una sola parola latina, quattro soluzioni diverse: per questo i nessi con L sono uno dei test preferiti dai docenti.

Il nesso -CT-

FACTUM dà “fatto”, “fait”, “hecho”, “feito”, “fapt”. NOCTEM dà “notte”, “nuit”, “noche”, “noite”, “noapte”. In italiano si ha assimilazione (tt); nella Romània occidentale la velare si indebolisce in una semivocale, che in francese e portoghese lascia una i, in spagnolo produce l’affricata “ch”; il rumeno trasforma il nesso in -pt-. Nota anche lo spagnolo “hecho”: la F- iniziale latina in castigliano diventa h, che poi non si pronuncia più (FACERE > “hacer”, FILIUM > “hijo”, FARINAM > “harina”). È uno dei tratti più tipici dello spagnolo, e per spiegarlo è stato chiamato in causa il sostrato basco, con molta discussione.

Le scelte lessicali

Le lingue romanze non continuano sempre le stesse parole latine. Per “parlare”, l’italiano e il francese hanno forme da PARABOLARE (“parlare”, “parler”), lo spagnolo e il portoghese da FABULARI (“hablar”, “falar”). Per “mangiare”, italiano e francese hanno MANDUCARE (“mangiare”, “manger”), lo spagnolo e il portoghese COMEDERE (“comer”). Per la “testa”, il francese “tête” e l’italiano “testa” vengono da TESTA, che in latino significava vaso di terracotta, usato prima in senso scherzoso; lo spagnolo “cabeza” viene da CAPITIA, il rumeno “cap” da CAPUT. Per il comparativo, italiano e francese usano PLUS (“più”, “plus”), mentre spagnolo, portoghese e rumeno usano MAGIS (“más”, “mais”, “mai”). Queste differenze rivelano un fatto importante: le aree periferiche della Romània (penisola iberica, Dacia) conservano spesso forme più antiche, mentre il centro (Gallia e Italia) accoglie innovazioni partite da Roma. È la cosiddetta teoria delle aree laterali, elaborata da Matteo Bartoli.

L’articolo

Tutte le lingue romanze sviluppano un articolo determinativo, quasi sempre da ILLE, ma con esiti diversi: “il”, “le”, “el”, “o”. Il sardo, in buona parte, lo forma invece da IPSE (“su”, “sa”), come accade ancora oggi in alcune varietà catalane delle Baleari. Il rumeno ha l’articolo posposto, unito al nome: “lup” è lupo, “lupul” è il lupo. È un tratto che il rumeno condivide con altre lingue balcaniche non romanze come il bulgaro e l’albanese.

Come prepararti

Due consigli pratici. Primo: i testi in provenzale e in antico francese spaventano solo all’inizio. Leggili ad alta voce, con la traduzione a fronte, e cerca di riconoscere le parole che conosci dall’italiano e dal francese moderno. Dopo qualche settimana leggerai una canso di Bernart de Ventadorn quasi senza guardare la traduzione. Secondo: tieni un quaderno con le trafile etimologiche che incontri (NOCTEM > notte, nuit, noche, noite, noapte) e ripassalo prima dell’esame. All’orale capita spesso che ti chiedano di spiegare un fenomeno su una parola concreta, e chi ha fatto questo esercizio risponde con sicurezza.

Esami collegati

Filologia romanza si collega strettamente ad altri esami. La storia dell’italiano dal latino a oggi la trovi negli appunti di Storia della lingua italiana; la critica del testo applicata ai testi italiani in quelli di Filologia italiana. Il latino di partenza lo trovi con Letteratura latina, e la prospettiva comparata generale con Glottologia. Per Dante, i Siciliani e la poesia delle origini, c’è Letteratura italiana. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, il Mulino: il manuale più diffuso nei corsi italiani.
  • Alberto Varvaro, Linguistica romanza. Corso introduttivo, Liguori.
  • Carlo Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Pàtron: un classico, ricchissimo di dati.
  • Aurelio Roncaglia, La lingua dei trovatori, Edizioni dell’Ateneo.
  • Costanzo Di Girolamo, I trovatori, Bollati Boringhieri.
  • Alfredo Stussi, Introduzione agli studi di filologia italiana, il Mulino, per la critica del testo.
  • Paolo Chiesa, Elementi di critica testuale, Pàtron.
  • Per i testi: La Chanson de Roland, a cura di Cesare Segre (Rizzoli, BUR); Chrétien de Troyes, Romanzi (varie edizioni con testo a fronte).

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Author

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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