Zeno Cosini promette per anni di fumare l’ultima sigaretta e scrive la data sui muri; Vitangelo Moscarda scopre a ventotto anni, dalla moglie, che il suo naso pende a destra. Sono episodi quasi comici, ma dicono la stessa cosa: l’io non si conosce, e quello che gli altri vedono di noi non coincide con quello che crediamo di essere. Il romanzo del primo Novecento nasce da qui, e Svevo e Pirandello sono i due autori italiani che lo raccontano meglio.
Perché il romanzo cambia nel Novecento
Il romanzo ottocentesco, da Manzoni a Verga, presupponeva un narratore capace di ordinare i fatti e personaggi riconoscibili per carattere e condizione sociale. All’inizio del Novecento questa fiducia si incrina: la psicoanalisi di Freud, la filosofia di Bergson sul tempo vissuto, il relativismo e la crisi del Positivismo mostrano un io frammentato, che non coincide con l’immagine che dà di sé. Svevo e Pirandello traducono questa crisi in forme narrative nuove: la prima persona inattendibile, l’ironia, la confessione, il racconto che si commenta da solo.
Una crisi che diventa forma
Le parole chiave sono poche: inetto, autoanalisi, maschera, forma, relativismo. Ma la cosa da capire è che la crisi dell’identità non resta un tema. Cambia il modo di raccontare. Diari, memorie, confessioni, narratori che si contraddicono costringono il lettore a chiedersi ogni volta quanto il racconto sia vero. Zeno lo dice con una battuta che vale un manifesto: «La salute non analizza se stessa e neppure si guarda nello specchio. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi».
Per studiare il tema conviene procedere così: capire che cosa entra in crisi rispetto al romanzo dell’Ottocento, guardare come funzionano la prima persona e l’ironia, e solo dopo mettere a confronto i personaggi dei due autori.
Italo Svevo: dall’inetto alla coscienza
Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz, Trieste 1861 - Motta di Livenza 1928) scrive tre romanzi. In Una vita (1892) Alfonso Nitti, impiegato di banca con ambizioni letterarie, fallisce e si toglie la vita; in Senilità (1898) Emilio Brentani vive un amore immaginato più che reale. Entrambi sono «inetti»: individui incapaci di agire, che sostituiscono la vita con i sogni. Il capolavoro, La coscienza di Zeno (1923), è presentato come il memoriale che Zeno Cosini scrive su invito del suo psicoanalista, il dottor S., che lo pubblica «per vendetta». Il fumo e l’ultima sigaretta, la morte del padre, il matrimonio, gli affari: ogni capitolo è un tema e il racconto è pieno di autogiustificazioni. Il lettore deve diffidare del narratore. Il successo arrivò tardi, anche grazie a James Joyce e all’intervento critico di Eugenio Montale nel 1925.
Luigi Pirandello: la maschera e la forma
Per Luigi Pirandello (Agrigento 1867 - Roma 1936, premio Nobel nel 1934) la vita è un flusso continuo che la società blocca in «forme»: ruoli, nomi, convenzioni. Ogni persona porta una maschera e non è una, ma tante quante sono le immagini che gli altri hanno di lei. Nel saggio L’umorismo (1908) distingue l’avvertimento del contrario, che fa ridere, dal sentimento del contrario, che nasce quando si riflette sulle ragioni di una situazione ridicola e se ne coglie la pena. Nel Fu Mattia Pascal (1904) il protagonista, creduto morto, prova a vivere come Adriano Meis e scopre che senza identità civile non si può vivere; in Uno, nessuno e centomila (1926) Vitangelo Moscarda, accorgendosi di un difetto del naso che non aveva mai notato, scopre di essere per gli altri un estraneo.
Confronto: Zeno e Mattia Pascal
- Narrazione: entrambi raccontano in prima persona e a posteriori, ma Zeno manipola la verità per difendersi, Mattia racconta un esperimento fallito.
- Malattia e forma: per Svevo la «malattia» dell’inetto può essere più lucida della salute dei normali; per Pirandello la trappola è la forma sociale.
- Finale: Zeno si dichiara guarito e immagina una catastrofe cosmica che liberi la terra dagli uomini; Mattia resta «il fu», escluso dalla vita.
Gli errori che correggo più spesso
- Descrivere l’inetto come un semplice pigro: è uno che pensa troppo per riuscire ad agire.
- Confondere relativismo con assenza di qualsiasi verità.
- Ridurre le maschere a un travestimento esteriore.
- Ignorare il ruolo del narratore nella costruzione dell’ambiguità.
Attività guidata
Provate a fare questo: scegliete un protagonista di Svevo e uno di Pirandello e scrivete per entrambi una carta d’identità in cui compaiano: immagine che hanno di sé, immagine che gli altri hanno di loro, contraddizione centrale, effetto sul lettore.
Il tempo del racconto
Un altro elemento comune è la rottura della cronologia. La Coscienza di Zeno non segue l’ordine della vita del protagonista ma l’ordine dei temi, e la critica parla di «tempo misto», in cui passato e presente si intrecciano nella memoria di chi scrive. Nel Fu Mattia Pascal il racconto è retrospettivo e si apre con una frase che è già un paradosso: «Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal». Chi parla ha perso anche quella certezza, e il lettore parte dalla fine per ricostruire come ci è arrivato. In entrambi i casi la forma del racconto mette in scena la difficoltà di dare un senso unitario alla propria esistenza.
Per il colloquio questo tema offre collegamenti naturali con la filosofia (Freud, Bergson, Nietzsche) e con le arti visive del primo Novecento, che scompongono la figura umana; vedi il percorso identità, maschera e crisi dell’io.
Due romanzi, una crisi
La coscienza di Zeno e Il fu Mattia Pascal (o Uno, nessuno e centomila) sono la porta migliore per entrare nella crisi dell’identità nel romanzo italiano del Novecento. Zeno racconta se stesso mentendo e contraddicendosi; Mattia prova a rifarsi una vita e scopre che uscire dalla forma sociale è quasi impossibile. In entrambi i casi il narratore non è una guida sicura.
Se aggiungete Senilità e una novella pirandelliana, il quadro si Arricchisce: inettitudine, maschera, relativismo, comicità amara.
Tempo e coscienza
In Svevo il tempo è fatto di riprese, di «ultime sigarette», di analisi retrospettiva. In Pirandello il tempo spesso frantuma l’io in momenti e ruoli. Entrambi spezzano il romanzo ottocentesco basato su carriera e progresso lineare. Per questo dialogano con Proust, Freud, la cultura europea del primo Novecento, senza esserne semplici copie.
Come rispondere in verifica
Domanda tipica: «In che senso Svevo e Pirandello raccontano la crisi dell’io?» Struttura: 1) contesto europeo; 2) Zeno come narratore inattendibile; 3) Pirandello e le maschere; 4) conseguenze sulla forma-romanzo; 5) una citazione ciascuno. Se vi chiedono differenze, dite: Svevo analizza dall’interno con strumento quasi clinico; Pirandello teatralizza e moltiplica i punti di vista.
Errori da evitare
Non dite che Zeno «è Freud». Non dite che Pirandello «è relativista» senza testo. Non mischiate Neorealismo e questa stagione. Sono modernisti della coscienza, non cronisti sociali del dopoguerra.
In breve
Svevo e Pirandello portano il romanzo italiano nel cuore della modernità: io instabile, narrazione problematica, comicità tragica. Studiateli insieme, poi separateli con precisione. È uno dei capitoli più importanti dell’intero Novecento.
Un esercizio
Scrivete due colonne: «ciò che Zeno dice di sé» e «ciò che il lettore sospetta». Fate lo stesso con un personaggio pirandelliano davanti a una definizione datagli dagli altri. In una pagina vedrete la crisi dell’identità in azione, senza bisogno di formule astratte. Poi, in verifica, userete quell’esperienza di lettura.
È il modo più sicuro per non restare alla superficie delle etichette «psicanalisi» e «relativismo» usate come slogan.
Checklist
- Zeno narratore inattendibile.
- Pirandello: maschera e forma.
- Confronto su un tema (identità o tempo).
- Differenza rispetto al romanzo ottocentesco.
Quattro snodi, due citazioni, e il capitolo regge anche in una verifica impegnativa.
Nota di metodo
Questo capitolo si impara per contrasti. Ottocento vs Novecento; narratore guida vs narratore dubbio; io unitario vs io molteplice. Ogni volta che imparate una definizione, cercate subito il pezzo di romanzo che la mostra. Altrimenti resta parola vuota. Svevo e Pirandello, più di altri, puniscono chi studia solo le etichette.
Portate in classe due passi sottolineati e saprete sempre da dove ripartire, anche se l’emozione dell’orale confonde l’ordine del discorso.
Perché studiarli insieme
Studiare Svevo e Pirandello insieme non significa confonderli. Significa vedere due risposte italiane alla stessa frattura europea. L’io non coincide più con il ruolo sociale; il racconto non può più fingere di sapere tutto. Da questa frattura nasce gran parte del romanzo moderno. Per la scuola è un capitolo decisivo, perché collega letteratura, psicologia, teatro e storia della cultura senza forzature.
Chi lo padroneggia ha già una chiave per leggere anche molto di ciò che viene dopo, da Moravia a certa narrativa della crisi.
Domande per la verifica
- Che cosa distingue il narratore della Coscienza di Zeno da quello del romanzo verista?
- Spiega con un esempio la differenza tra avvertimento e sentimento del contrario.
- Perché l’inetto sveviano non è semplicemente un pigro?
- In che senso Mattia Pascal fallisce proprio quando sembra libero?
Approfondimenti sul sito: L’inetto da Svevo a Pirandello, Il fu Mattia Pascal: riassunto, esercitazione sulla Coscienza di Zeno e le schede biografiche di Italo Svevo e Luigi Pirandello.
Per inquadrare altri autori e opere: autori, opere e periodi storici.
Romanzo Novecento
Svevo e Pirandello: un contrasto su identità (malattia/ruolo sociale) batte due monografie affiancate. Dichiarate il piano del confronto.